Pure “Il Fatto Quotidiano” parla di deflazione salariale e dogmi neoliberisti.. cosa sta succedendo?

Il quotidiano diretto da Marco Travaglio, da sempre "eurista", dopo che da tempo attacca pesantemente Draghi sulle fallimentari politiche del suo governo, ora comincia a picchiare anche sulle politiche messe in atto da Bruxelles e Francoforte. Cosa sta succedendo alla stampa di regime?

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di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Se parliamo di politica, penso che nessun giudice mi condannerà se affermo che Marco Travaglio ed il giornale che dirige, siano da sempre orientati con fedeltà assoluta alla sinistra italiana.

E seppur all’interno di questa collocazione la loro linea dell’orizzonte ondeggia da sempre tra PD e M5S, su un punto il suo giornale è sempre stato fermo come una statua: la bontà del sistema-euro e di questo tipo di Europa.

Insomma, tanto per non fare torto a nessuno, Il Fatto Quotidiano insieme alle altre principali testate nazionali, ha sempre fatto parte, a pieno titolo, di quella che definiamo “stampa di regime”. Titolo meritatamente conquistato sul campo per aver sostenuto ed avvallato in tutti questi anni, le folli politiche di matrice europeista, messe in atto dai nostri governi.

Per questo, quando questa mattina, un lettore mi ha invitato a dare un occhiata a questo articolo, a stento riuscivo a credere, che un tal giornalista Andrea Di Stefano, potesse aver pubblicato sul “Fatto”, un articolo di cotanto tenore. [1]

Pensate, si parla di deflazione salariale, si criticano le misure restrittive e l’aumento dei tassi messi in atto dalle banche centrali ed addirittura si arrivano giustamente ad identificare come responsabili principali dell’attuale fenomeno inflattivo, gli speculatori; che vengono lasciati liberi di speculare dai governi compiacenti.

Pare di essere al festival delle capriole: pochi giorni fa abbiamo assistito a quella del “Guaglione” di Pomigliano d’Arco, al secolo Luigi di Maio, che con un “carpiato” da circense provetto è atterrato direttamente tra le braccia di Draghi e di quei poteri globalisti ideatori della farsa pandemica ed oggi fanatici sostenitori di un invio senza una fine di armi in Ucraina.

Ora ecco arrivare il salto all’indietro de Il Fatto Quotidiano, che con questo articolo ha deciso di rinnegare le sue ferme posizioni euriste, per posizionarsi dalla parte di coloro che invece rappresentano le vittime di questo trentennio di storia del nostro paese, caratterizzato appunto dal sistema-euro e che verrà ricordato come uno dei peggiori a livello di benessere economico e certamente il peggiore a livello di devastazione morale presente nelle nostre istituzioni.

Non può che far piacere vedere, che una testata da sempre di regime, cominci a staccarsi dal sostenere pedissequamente quel “pensiero unico” che tanti danni ha procurato agli italiani.

Certo, al momento è difficile identificare le reali motivazioni di questo dietrofront, solo il tempo ed una coerente linea di condotta con la strada intrapresa, potrà certificarci l’onestà intellettuale del cambiamento.

Ma vediamoli insieme i punti focali del nuovo pensiero:

L’obbiettivo va subito sulle banche centrali e alla loro politica monetaria e l’autore dell’articolo mette subito in dubbio la trama del dogma che indica in un’eccessiva crescita della massa monetaria, la causa principale di un elevato rischio inflazionistico, raccomandando, quindi, molta prudenza nelle politiche espansive.

Contro questo dogma monetarista – si scrive nell’articolo – interpretato al meglio dal capostipite della scuola neoliberista di Chicago, Milton Friedman, si sono schierati per molti anni i neokeynesiani, primo tra tutti Hyman Minsky che ha invece puntato i riflettori sul ruolo dell’instabilità finanziaria come fattore scatenante delle crisi economiche.

Come vedete si arriva addirittura a citare l’economista Hyman Minsky, sostenitore di uno dei cardini della Modern Monetary Theory (MMT): non è importante “quanta” sia la produzione, è importante che questa sia al livello che consenta a tutti di lavorare, e quindi essere soddisfatti, avere del tempo da dedicare agli affetti, al tempo libero e alla cultura.[2]

Insomma, sembra impossibile, ma sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, si legge quello che scriviamo da anni:

“Come noto gli ultimi quindici anni sono stati caratterizzati da un massiccio intervento delle banche centrali attraverso ripetute operazioni di quantitative easing, cioè di stampa di moneta per acquistare titoli di debito pubblici e obbligazioni private, senza che si manifestassero fenomeni inflazionistici. Il Giappone, dove la Banca centrale è in assoluto l’istituzione che per prima nel 2001 ha introdotto il Qe raggiungendo un portafoglio in bilancio da 5.500 miliardi di dollari (oltre il 100% del pil nipponico che si confronta con la posizione di Bce e Fed rispettivamente a 9.200 e 8.900 miliardi, che rappresentano il 70 e poco meno del 50% dei rispettivi pil) la spinta inflazionistica è sempre stata ed è ancora oggi una delle meno marcate a livello mondiale”

Sembra che Travaglio e company, illuminati sulla via di Damasco, abbiano preso realmente coscienza che la politica monetaria messa in atto dalle banche centrali non sia in grado da sola di gestire il fenomeno inflattivo.

Amen! E ora che facciamo?

Attendiamo impazienti, che Marco Travaglio, Peter Gomez ed Antonio Padellaro, impossessati dallo spirito di Warren Mosler ed onnipresenti sulle TV nazionali, si precipitino a divulgare questi concetti nelle loro ospitate nei talk-show serali.

Perché come ben sappiamo: è da questa frode che partono tutte le sofferenze del popolo italiano. E l’autore dell’articolo pare ben comprenderlo, sentite:

“La pressione nei confronti della Bce per un rapido incremento dei tassi di interesse per contenere la dinamica dei prezzi sembra rispondere, quindi, ad un dogma ideologico neo liberista. Esattamente come con le politiche di austerity dei conti pubblici non esiste una solida base di ricerca economica che confermi la tesi di Milton Friedman (contenuta in un paper del 1963 dal titolo A Monetary History of the United States scritto con Anna Schwartz) sul legame tra politiche monetarie espansive e inflazione”.

Più chiaro di così!!!

Vi rendete conto, si ammette candidamente che l’incremento dei tassi per regolare l’inflazione e le politiche di austerity – che avevano come obbiettivo la distruzione della domanda interna, causa dell’impoverimento delle famiglie e della chiusura di molte imprese – non sono il frutto di sensate e pensate politiche economiche ma bensì di un “dogma ideologico” neoliberista.

Dopo aver indicato, in base ad uno studio della Fed di San Francisco, alcune delle reali cause del fenomeno inflattivo quali lo shortage (carenza, ndr) di manodopera e la crisi di approvvigionamento delle forniture globali ed escludendo di essere le stesse, ascrivibili a fattori riconducibili alla domanda – l’articolista afferma chiaramente che:

“L’utilizzo della leva monetaria, quindi, rischia di avere effetti estremamente negativi per l’economia reale e soprattutto sembra indirizzato ad un obiettivo più politico che tecnico: tenere sotto pressione la dinamica salariale inducendo una frenata pesante che rischia di mettere in difficoltà milioni di lavoratori il cui potere d’acquisto è già eroso dal secondo fattore inflazionistico, la guerra, prima latente e poi deflagrante, che ha fatto impennare i prezzi delle materie prime energetiche”.

Avete capito bene?

Si afferma chiaramente che la politica monetaria messa in atto ed aggiungo io, abbinata alla totale assenza delle politiche fiscali, ha un obbiettivo politico ben preciso: quello di portare la popolazione a contrarre ancora di più i propri consumi.

Lo stesso obbiettivo politico perseguito per anni con la deflazione salariale oggi si persegue attraverso il fenomeno inflattivo, costringendo la maggioranza in una spirale continua di perdita di potere di acquisto.

Si mangerà meno, ci laveremo meno, ci riscalderemo meno, ci cureremo meno, ci istruiremo meno. Una sorta di tunnel che ci condurrà direttamente al ritorno a condizioni di vita del passato più remoto, che avranno il risultato di abbassare la vita media dell’umanità.

Se a questo aggiungiamo i dati (da verificare nel tempo), sugli effetti avversi dell’esperimento vaccinale – in particolare quelli relativi all’aumento della mortalità ed alla diminuzione della fertilità – ci possiamo ben rendere conto, che il reale obbiettivo politico di chi ci comanda, è quello delinquenziale di ridurre la popolazione mondiale.

Ma l’articolo di Andrea Di Stefano non finisce di stupirci, arriva fino a parlare del “untouchable theme”, rappresentato dai derivati, che arriva a definirli per quello che sono realmente, ovvero delle scommesse.

Leggete:

“Qui il tema delle politiche monetarie si intreccia con il vero fattore distorsivo che rischia di innescare errori a catena: la finanza derivata. Rispetto alle analisi dell’economia classica e degli stessi neoliberisti della scuola di Chicago, dagli inizi degli anni ‘90 si è imposta una gigantesca bisca più o meno legalizzata che non ha più nulla a che fare con il ruolo originale rappresentato dagli strumenti di copertura del rischio”.

Che la finanza derivata sia stata nel tempo un fattore scatenante di innumerevoli crisi finanziarie, che poi si sono propagate all’economia reale, lo sappiamo bene perché lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Questo ha prodotto quella vera e propria pandemia da derivati ben descritta in decine di paper e libri di economisti soprattutto statunitensi.

Non solo, l’articolista ci indica anche i numeri di questo dramma, che potrebbe sconvolgere il mondo qualora fosse sollevato il coperchio della pentola che bolle.

Il profilo di enorme rischio assunto da questo meccanismo viene fuori direttamente dai dati della Banca dei regolamenti internazionali, l’istituzione con sede a Basilea che rappresenta le banche centrali di tutto il mondo:

Il valore nozionale dei contratti derivati over the counter (i meno regolamentati) ammonta secondo l’ultima statistica disponibile a 600.000 miliardi di dollari, cioè circa 7 volte il PIL mondiale.

Viene fuori addirittura, quello che sosteniamo da tempo e che lo stesso Draghi ed il ministro Cingolani non hanno potuto fare a meno di confermare, ovvero che il caro prezzi dell’energia è totalmente dovuto ai profitti colossali che stanno facendo gli operatori del settore, i quali vengono lasciati liberi dai governi di speculare in regime di monopolio.

Infatti, la conferma che è la finanza a guidare e non il mercato reale, ci viene dal grafico qua sotto, il quale dimostra perfettamente che l’incremento dei derivati legati all’energia segue in modo lineare i prezzi:

L’articolo conclude puntando il dito ancora sulle banche centrali:

“Le banche centrali invece che attuare la vetusta stretta monetaria dovrebbero occuparsi di limitare o meglio azzerare questo meccanismo distorsivo che è responsabile, come evidenziato da inchieste del congresso degli Stati Uniti, delle bolle sui prezzi pagati da consumatori e imprese (a maggior ragione se si sta vivendo una fase di economia di guerra)”.

Chi vi scrive, considera questa ultima considerazione alquanto limitativa, poiché come sappiamo, la storia ci ha dimostrato che affidarsi esclusivamente alle banche centrali, per risolvere i fenomeni inflattivi, è completamente errato.

Quello che occorre sono le politiche fiscali dei governi, ovvero l’unico modo per poter redistribuire i redditi in base al bisogno reale che il sistema economico presenta. E qui entra in gioco Mario Draghi, è su di lui e sulle politiche economiche del suo governo, che Il Fatto Quotidiano dovrà picchiare in modo deciso e competente, se vorrà completare il percorso di recupero della credibilità iniziato con il cambio di rotta rappresentato in questo articolo.

Statene certi che noi vigileremo con estrema attenzione e siamo pronti, come sempre, a mettere a loro disposizione la nostra competenza, qualora ne avessero bisogno per affinare i concetti.

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

 

Fonte: improvvisamente anche “Il Fatto quotidiano” parla di deflazione salariale e dogmi neoliberisti…. cosa sta succedendo? – Megas Alexandros

 

NOTE

[1] Inflazione, le misure restrittive delle banche centrali? Dettate da un dogma neoliberista. Il vero obiettivo è tenere sotto scacco i salari – Il Fatto Quotidiano

[2] Minsky: L’obiettivo è la piena occupazione, non la crescita. – MMT (mmtitalia.info)

fonte: https://megasalexandros.it/__trashed/

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