Il Neo-Bizantinismo della Russia

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Laurent Guyénot
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C’è qualcosa di irresistibilmente attraente nella difesa dei valori tradizionali e religiosi da parte della Russia (che potrebbe essere chiamato neo-conservatorismo russo, se questa etichetta non fosse stata usurpata dai guerrafondai ebrei americani). Ma quali sono le vere origini? Tendiamo a pensare che sia una reazione alla decadenza postmoderna dell’Occidente. Ma c’è qualcosa di più profondo.

Che cos’è la Russia? Come si definisce la Russia e come concepisce il suo rapporto con l’Europa? In particolare, da quale tradizione le attuali élite al potere in Russia traggono la loro visione della civiltà russa? Volevo conoscere i pensatori russi del XIX e XX secolo che i Russi stessi avevano riscoperto dopo la caduta del comunismo e che si dice abbiano una forte influenza su Vladimir Putin e il suo entourage. Ecco cosa ho trovato.
Cominciamo, logicamente, con tre autori i cui libri erano stati offerti da Vladimir Putin a governatori e membri del suo partito, Russia Unita, a capodanno del 2014 (vedi qui e qui):

La giustificazione del bene, di Vladimir Solovyov

La filosofia della disuguaglianza, di Nikolai Berdyaev

I nostri compiti, di Ivan Ilyin.

Tutti e tre gli autori sono profondamente religiosi e patriottici, e, come tali, impegnati nell’ortodossia russa. Tutti e tre parlano con passione della Russia e la considerano “una civiltà originale e indipendente,” nei termini usati da Vladimir Putin nel suo discorso del 27 ottobre 2022 al Valdai Forum.

Soloviev o Solovyov (1853-1900) era un poeta, filosofo, teologo e mistico, noto soprattutto per la sua “Sofiologia,” una teoria della Saggezza come principio mondiale femminile, con cui Soloviev aveva avuto un incontro mistico (ne avevo parlato in un precedente articolo). Il suo libro La giustificazione del bene: un saggio sulla filosofia morale, scritto nel 1897, è un tentativo di fondare i valori morali su basi scientifiche, in quanto sarebbero ancorati a tre impulsi della mente comuni a tutti i popoli: vergogna, pietà e riverenza. Il pudore ci spinge a non identificarci con i nostri istinti più bassi e si manifesta con la modestia; la pietà è la compassione per i nostri pari; la riverenza, che è alla base della gerarchia sociale e della religione, è l’amore per gli esseri superiori. Non mi soffermerò su questo libro che, a differenza degli altri due, non ha una forte connotazione politica.

Nicolas Berdyaev (1874-1948) è uno dei filosofi russi più accessibili, soprattutto ai lettori francesi, perché era vissuto e morto in Francia e la maggior parte dei suoi scritti è stata tradotta. Aveva contribuito a far conoscere altri pensatori russi delle stesse tendenze, come Konstantin Leontiev o Alexis Khomiakov, di cui parlerò più avanti. Il suo libro La filosofia della disuguaglianza: lettere ai miei calunniatori riguardanti la filosofia sociale, è una dura critica ai paradigmi del pensiero politico occidentale. Berdyaev ha una concezione mistica e soprannaturale del potere: paradigmi del pensiero politico occidentale. Berdyaev ha una concezione mistica e soprannaturale del potere: “Il principio del potere, scrive, è del tutto irrazionale. … nessuno al mondo si è mai sottomesso ad un potere per motivi razionali.” Il potere è sempre personale. Ecco perché la democrazia – l’utopia rousseauista della sovranità del popolo – è una menzogna. “Dalla creazione del mondo, è sempre stata la minoranza che ha governato, che governa e che continuerà a governare. … L’unica questione è se a governare sia la minoranza migliore o quella peggiore.” Il governo dei migliori, cioè l’aristocrazia in senso proprio, è “un principio superiore della vita sociale, l’unica utopia degna dell’uomo.” Il trionfo del democratismo “rappresenta il più grande pericolo per il progresso umano, per l’elevazione qualitativa della natura umana”[1]: è il culto di un’idea vuota, la divinizzazione dell’arbitrio umano.

Ivan Ilyin (1884-1954) è da molti ritenuto il pensatore politico con la maggiore influenza su Putin. Arrestato sei volte dai Bolscevichi, nel 1922 era stato infine esiliato da Lenin sulle famose “navi dei filosofi” insieme ad altri 160 intellettuali, tra cui Berdyaev. Come Berdyaev, Ilyin considerava il comunismo sovietico intrinsecamente malvagio a causa del suo materialismo metafisico e della distruzione della vita religiosa. Ecco come si esprime Ilyin nele pagine iniziali di Sulla resistenza al male con la forza (una critica al pacifismo di Tolstoj e dei suoi discepoli e un messaggio ai “guerrieri bianchi, portatori della spada ortodossa,” scritto nel 1925):

Come risultato di un lungo processo di formazione, il male è ora riuscito a liberarsi da tutte le divisioni interne e dagli ostacoli esterni, a mostrare il suo volto, a spiegare le sue ali, a dichiarare i suoi obiettivi, a radunare le sue forze, a realizzare le sue vie e i suoi mezzi; inoltre, ha apertamente legittimato se stesso, ha formulato i suoi dogmi e i suoi canoni, ha lodato la sua disposizione non più nascosta e ha rivelato al mondo la sua natura spirituale. Nella storia dell’umanità non si era mai visto nulla di equivalente o uguale a questo, almeno per quanto si possa ricordare [2].

Mentre viveva in Germania, nel 1933 Ilyin aveva espresso un certo sostegno al nazionalsocialismo, con un saggio intitolato “Nazionalsocialismo: ‘Un nuovo spirito’.” Tuttavia, era subito rimasto deluso dalla politica razziale di Hitler e si era trasferito in Svizzera, dove era infine morto. Su iniziativa di Putin, il suo corpo era stato riportato in Russia nel 2005 e sepolto nel monastero di Donskoy.

I nostri compiti è una raccolta in due volumi di articoli introdotti clandestinamente nella Russia sovietica tra il 1948 e il 1954. Ilyin aveva messo a punto un programma per la ricostruzione della Russia dopo il crollo del regime sovietico, che sperava fosse imminente. Con precisione profetica, aveva messo in guardia i Russi dai disegni dell’Occidente sullo smembramento dello Stato russo. L’Occidente, aveva capito, sognava di ridurre la Russia ad “un gigantesco conglomerato di stati balcanici,” una tragedia che avrebbe prodotto un caos globale irreparabile. La descrizione di Putin del crollo dell’Unione Sovietica come “la più grande catastrofe geopolitica dei tempi moderni” riecheggia le parole di Ilyin. Il traduttore del libro di Ilyin Sulla resistenza al male con la forza ha scritto:

Un altro importante contributo di Ilyin è stato il suo concetto di “retroscena del mondo,” le forze cosmopolite che controllavano le potenze europee dall’ombra e che avevano come intenzione la dissezione e la distruzione dello Stato russo. In questo modo, aveva approfondito la comprensione russa degli sviluppi politici contemporanei e dell’ascesa di attori non statali, chiarendo che la Rivoluzione Bolscevica non era stata una rivolta autoctona, ma un complotto straniero meticolosamente pianificato [3].

Come Berdyaev, Ilyin pensava alla rinascita post-sovietica della Russia e per questo aveva cercato di capire e spiegare la natura più profonda della Russia e il suo tipo di governo ideale. Sosteneva una terza via tra la democrazia e il totalitarismo, che definiva come “una dittatura ferma e nazional-patriottica ispirata all’idea liberale.” Secondo lui, era necessaria una nuova idea per una nuova Russia.

Questa idea dovrebbe essere storico-statale, nazionale, patriottica e religiosa. Questa idea dovrebbe nascere dal tessuto stesso dell’anima e della storia russa, dalla sua fame spirituale. Questa idea dovrebbe parlare dell’essenza dei Russi – sia del passato che del futuro – e dovrebbe illuminare la strada per le future generazioni di Russi, dando loro vigore e un senso alle loro vite [4].

Questa idea avrebbe dovuto essere saldamente radicata in uno strato di patrioti illuminati e determinati, pronti a prendere le redini della Russia e a salvarla dallo smembramento da parte dell’Occidente.

Non sappiamo quando e come la rivoluzione comunista in Russia sarà interrotta. Ma sappiamo qual è il compito principale della salvezza e della ricostruzione nazionale russa: l’ascesa al vertice dei migliori, uomini impegnati per la Russia, che sentono la loro nazione, che pensano al loro Stato, volontari, creativi, che offrono al popolo non la vendetta e la decadenza, ma lo spirito di liberazione, la giustizia e l’unione tra tutte le classi. Se l’elezione di questi nuovi uomini russi sarà un successo e si realizzerà rapidamente, la Russia risorgerà e rinascerà in pochi anni. In caso contrario, la Russia cadrà nel caos rivoluzionario in un lungo periodo di demoralizzazione post-rivoluzionaria, decadenza e dipendenza dall’esterno [5].

Il capo del governo che potrebbe salvare la Russia dal caos, scriveva Ilyin, “deve essere guidato dall’idea del Tutto e non da motivi particolari, personali o di parte.” E non deve astenersi dalla violenza: “Colpisce il nemico invece di perdere tempo”[6].

Pan-Slavismo ed Eurasianismo

Soloviev, Berdiaev e Ilyin scrivevano in un secolo di grande creatività intellettuale in Russia. La sconfitta di Napoleone nel 1815 aveva consacrato la Russia come una delle Grandi Potenze al Congresso di Vienna. Tuttavia, nei decenni successivi, i Russi si erano sentiti frustrati da ciò che percepivano come la persistente ostilità e il disprezzo dell’Occidente. Negli anni Trenta e Quaranta del XIX secolo era quindi nato il movimento intellettuale degli “Slavofili”, che si opponevano all’infatuazione degli “Occidentalizzanti” per la cultura europea e cercavano di definire l’identità e il destino tipici della Russia.

Durante la guerra di Crimea (1853-1856), i Russi erano rimasti scioccati dal fatto che le potenze cattoliche e protestanti si fossero alleate con l’Impero Musulmano contro la Russia cristiana. Vent’anni dopo, lo zar Alessandro II, in qualità di protettore delle nazioni cristiane, era nuovamente entrato in guerra contro gli Ottomani, che avevano appena soffocato in un bagno di sangue la rivolta dei Serbi e dei Bulgari. Con il Trattato di S. Stefano (1878), lo zar aveva fondato i principati autonomi di Bulgaria, Serbia e Romania e sottratto all’Impero Ottomano i territori popolati da Georgiani e Armeni. Ma gli Europei si erano nuovamente opposti a questa ridistribuzione territoriale e avevano convocato il Congresso di Berlino (1885), che aveva annullato le conquiste russe e restituito all’Impero Ottomano la maggior parte dell’Armenia e parte della Bulgaria. La Russia aveva vinto la guerra ma perso la pace. I principati indipendenti dei Balcani erano stati frammentati in piccoli Stati deboli, rivali ed etnicamente divisi: una “balcanizzazione” che avrebbe contribuito allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Questi episodi aveano amareggiato i patrioti russi. Fëdor Dostoevskij (1821-1881) aveva espresso così la sua frustrazione nel suo ultimo anno di vita:

C’è un limite ai nostri sforzi per far sì che l’Europa ci riconosca come suoi, come Europei, solo come Europei, e non come Tartari? Abbiamo continuamente e incessantemente infastidito l’Europa, intromettendoci nei suoi affari e nelle sue piccole questioni. Ora l’abbiamo spaventata con la nostra forza, inviando i nostri eserciti “per salvare i re,” ora ci siamo inchinati davanti all’Europa – cosa che non avremmo dovuto fare – assicurandole che siamo stati creati al solo scopo di servirla e renderla felice [7].

Il suo contemporaneo Nicolai Danilevskii (1822-1885) rifletteva su questa stessa situazione in Russia ed Europa (1869) Come scrive il suo recente traduttore Stephen Woodburn:

La palese ipocrisia della risposta aggressiva dell’Europa nella guerra di Crimea all’espansione dell’influenza russa, e la sua benevola indulgenza verso la nuda aggressione tedesca contro la Danimarca dieci anni dopo, ovviamente non superava la prova della razionalità. Qualcosa di irrazionale era in atto, e Danilevskii aveva introdotto il suo libro come un tentativo di spiegare cosa fosse [8].

Rendendosi conto che tutti gli sforzi russi per stringere amicizia con l’Europa si scontravano con l’inganno o il rifiuto, Danilevskii aveva invitato i suoi concittadini ad ammettere che l’Europa e la Russia erano fondamentalmente estranee l’una all’altra: “Né la vera modestia né il vero orgoglio permetterebbero alla Russia di pretendere di essere l’Europa. Non ha fatto nulla per meritare quell’onore e, se vuole meritarne uno diverso, non dovrebbe rivendicare ciò che non merita”[9]. La Russia e l’Europa occidentale non hanno una storia comune, se non marginalmente, e i loro caratteri sono stati plasmati da circostanze completamente diverse. Nata sotto la tutela di Bisanzio e cresciuta all’ombra di Sarai (la capitale dell’Orda d’Oro), la Russia non ha conosciuto il Feudalesimo, la cultura latina, la Scolastica o il Rinascimento. Putin era sembrato fare eco a Danilevskii quando, nel discorso sullo stato della Federazione del 2012, aveva affermato che: “Per ravvivare la coscienza nazionale, dobbiamo collegare le epoche storiche e tornare a comprendere la semplice verità che la Russia non è iniziata nel 1917, e nemmeno nel 1991, ma che abbiamo una storia comune e continua che si estende per oltre 1.000 anni e su cui dobbiamo fare affidamento per trovare forza interiore e intento nel nostro sviluppo nazionale.”

Biologo di formazione, Danilevskii aveva sviluppato la prima teoria organica delle civiltà, che potrebbe aver influenzato Spengler. Secondo lui, ogni civiltà ha un proprio sviluppo, basato sulla propria natura etnica, a sua volta plasmata dalla geografia. L’identità russa, secondo Danilevskii, è “slava.” Per questo motivo la Russia deve, da un lato, proteggersi dall’influenza della cultura germano-romana, che può solo disturbare il suo sviluppo naturale, e dall’altro, unire in una grande civiltà tutti i Paesi slavi. Danilevskii scriveva quando l’unificazione degli Stati tedeschi sotto la guida prussiana era quasi completata e ammirava l’ambizione di principio e l’opportunismo pragmatico di Bismarck. Vedeva anche la necessità di una forte federazione slava sotto la guida della Russia per controbilanciare l’egemonia dell’Europa occidentale. “La lotta contro l’Occidente, scriveva, è l’unico mezzo di salvezza per la guarigione della nostra cultura russa”[10].

Nel XIX secolo, il libro di Danilevskii era stato un importante punto di riferimento, ma la sua limitata diffusione all’epoca non può essere paragonata al numero di edizioni pubblicate a partire dagli anni Novanta. Dopo l’edizione del 1991, stampata in 70.000 copie e resa obbligatoria nelle accademie militari russe [11], nel 1995 era apparsa un’edizione deluxe in 20.000 copie, seguita da quattro nuove edizioni tra il 2002 e il 2010.

Nonostante i meriti di Danilevskii come pioniere dell’analisi geopolitica, il suo progetto pan-slavo su base etnica ha suscitato scetticismo. Konstantin Leontiev (1831-1891), nove anni più giovane di lui, in Bizantinismo e Slavismo aveva obiettato che i Paesi slavi non condividono una storia comune. La Polonia cattolica è sempre stata il nemico mortale della Russia. I Cechi, cattolici o protestanti, sono profondamente germanizzati, mentre i Bulgari sono culturalmente vicini ai Greci. Ungheria e Romania sono più vicine alla Russia, ma non sono slave. Oggi solo la Serbia, la Bielorussia (Russia Bianca) e l’Ucraina orientale (Piccola Russia) possono essere considerate appartenenti alla stessa civiltà della Grande Russia.

La valutazione di Danilevskii sullo Slavismo non tiene conto dell’influenza asiatica sui Russi, che Leontiev era stato uno dei primi a sottolineare. Questa influenza sarebbe diventata oggetto di studio due generazioni più tardi, con il lavoro pionieristico del linguista Nikolai Trubetzkoy (1890-1938), il fondatore dell’Eurasianismo, i cui principali articoli sono raccolti nel volume intitolato L’eredità di Gengis Khan (1925). Ecco cosa scrive:

Da un punto di vista etnografico, il popolo russo non è puramente slavo. I Russi, gli Ugrofinnici e i Turchi del Volga costituiscono una zona culturale che ha legami sia con gli Slavi sia con l'”Oriente turanico” ed è difficile dire quale di questi legami sia più importante. Il legame tra i Russi e i Turanici ha una base non solo etnografica ma anche antropologica: Il sangue turco si mescola nelle vene russe con quello degli Ugrofinnici e degli Slavi. E il carattere nazionale russo è indubbiamente legato in qualche modo all'”Oriente turanico.” La fratellanza e la comprensione reciproca che si sviluppano così rapidamente tra noi e gli “Asiatici” sono radicate in queste invisibili consonanze razziali [12].

Come Lev Gumilev (1912-1992) dopo di lui, anche Trubetzkoy aveva sostenuto che l’unificazione del territorio della Russia moderna sotto un unico Stato era stata raggiunta per la prima volta non dagli Slavi russi, ma dai Tatari (o Turano-mongoli). In definitiva, “l’unificazione politica della Russia sotto il potere di Mosca era stata il risultato diretto del Giogo Tataro.” Sebbene traumatico, il Giogo Tataro aveva forgiato la nazionalità russa.

Così, in reazione alla disperazione causata dalla sconfitta per mano dei Tartari, un’ondata di eroismo – principalmente religioso ma anche nazionalistico – stava crescendo e guadagnando forza nei cuori e nelle menti russe.

Il centro del processo di rinascita interiore era Mosca. Tutti i fenomeni nati dal Giogo Tataro vi risuonavano con una forza eccezionale. … I Russi di quest’area avevano assimilato più facilmente e rapidamente lo spirito dello Stato mongolo, l’eredità ideativa di Gengis Khan. Mosca e la regione di Mosca avevano anche mostrato un particolare interesse per le ideologie statali bizantine [13].

Putin sostiene chiaramente l’Eurasianismo piuttosto che il Panslavismo. Tuttavia, non si trattiene dal sottolineare che “il popolo [etnico] russo è, senza dubbio, la spina dorsale, il fondamento, il cemento del popolo russo multinazionale” [14].

Ortodossia e Bizantinismo

I primi fondatori del movimento slavofilo, come Alexis Khomiakov (1804-1860), insistevano sulla religione, piuttosto che sull’etnia, come ingrediente principale della civiltà. Per Khomiakov, l’ortodossia era l’anima stessa della Russia e ciò che distingueva i Russi dai popoli occidentali, non importa se cattolici o protestanti. Nella tradizione greco-ortodossa, la Chiesa è la comunità dei credenti, unita nell’amore di Cristo. Per questo tutti i Russi, dai contadini ai boiardi, sono disposti a qualsiasi sacrificio per difendere la Chiesa. Nell’XI secolo, il papato romano aveva distrutto questa comunione spirituale imponendo una separazione radicale tra la Chiesa istituzionale e i laici, cosicché “il Cristiano non era più un membro della Chiesa, ma un suo suddito” [15].

Le divergenze tra Cattolicesimo romano e Ortodossia greca, e i loro effetti sull’anima collettiva dei popoli, sono un argomento ricco e complesso sul quale non posso soffermarmi in questa sede. Ciò che è più importante capire è che non si tratta semplicemente di differenze dottrinali o liturgiche; c’è una differenza fondamentale di filosofia politica. La lotta per la supremazia papale, che affonda le sue radici nelle teorie di Agostino e che ha dominato la storia dell’Europa occidentale dall’inizio della Riforma Gregoriana (XI secolo), è un allontanamento radicale dalla tradizione ortodossa stabilita a Costantinopoli nel IV secolo, che i Cattolici deridono come “cesaropapismo” [16].

Per questo Konstantin Leontiev, uno dei più influenti filosofi politici russi, aveva caratterizzato l’essenza della Russia come “bizantinismo” piuttosto che come semplice ortodossia. La Russia è erede della civiltà bizantina in tutti i suoi intricati aspetti politici e religiosi. Nel suo libro Bizantinismo e Slavismo, pubblicato nel 1875, Leontiev definiva il Bizantinismo come, essenzialmente, un dispotismo autocratico santificato dalla Chiesa: “da qualsiasi angolazione si esamini la vita e lo stato della Grande Russia, si vedrà che il Bizantinismo, cioè la Chiesa e lo zar, direttamente o indirettamente, penetrano profondamente nel sottosuolo stesso del nostro organismo sociale” [17].

Il tradizionale attaccamento della Russia al Bizantinismo ha molto a che fare con il suo senso della missione, la missione di raccogliere e salvare l’eredità dell’Impero Romano d’Oriente che era stato assassinato dalle brigate internazionali del Papa quando, con il pretesto di liberare l’Oriente dall’Islam, i Crociati franchi avevano saccheggiato Costantinopoli, nel 1205. Questa ferita mortale, da cui Bisanzio non si sarebbe mai ripresa, gli Occidentali l’hanno accuratamente rimossa dalla loro memoria collettiva, ma i Russi ce l’hanno scolpita nella pietra. Fa il paio con un’altra pietra miliare della loro storia nazionale, la vittoria del loro santo ed eroe nazionale Alexander Nevski contro altri Crociati, nel 1242. Come sottolinea Nikolai Trubetzkoy, l’identificazione della Russia con l’Ortodossia si era approfondita e rafforzata durante l’umiliazione del Giogo Tataro, beneficiando persino della tolleranza religiosa e del sostegno alla Chiesa da parte dei khan.

Ricordiamo che la Russia aveva conosciuto la Bisanzio ortodossa molto prima del Giogo Tataro e che, durante il Giogo, la grandezza di Bisanzio si era eclissata; eppure, per qualche motivo, era stato durante il periodo del dominio tataro che le ideologie statali bizantine, che prima non godevano di un particolare favore in Russia, avevano iniziato ad occupare un posto centrale nella coscienza nazionale russa. Ne consegue che in Russia l’innesto di queste ideologie non era motivato dal prestigio di Bisanzio, queste ideologie erano necessarie solo per collegare un’idea di Stato, di origine mongola, all’Ortodossia, rendendola così russa. E così era stata assorbita questa idea, un’idea che i Russi avevano incontrato nella vita reale dopo che la loro terra era stata incorporata nell’Impero Mongolo ed era diventata una delle sue province [18].

Per i Russi, i tradimenti dell’Occidente, iniziati nel XIX secolo, sono solo la ripetizione di uno schema che ha le sue origini nel Medioevo. È proprio questo l’argomento del film “La caduta di un impero: la lezione di Bisanzio,” trasmesso dal canale governativo Rossiia (RTR), il 31 gennaio 2008. Il film era stato prodotto, diretto e narrato da padre Tikhon Shevkunov, capo del monastero Sretenskii di Mosca e amico di Putin. Nel film, il crollo dell’Impero Romano d’Oriente è attribuito a oligarchi nazionali corrotti e alle azioni perniciose dell’Occidente. La storia di Bisanzio è esplicitamente presentata come un monito per i governanti russi contemporanei: sono esortati a tenere a freno gli oligarchi, a fortificare i bastioni contro l’Occidente o ad affrontare la distruzione. Come ho scritto in un precedente articolo, noi Occidentali non potremo capire cos’è la Russia perché non sapremo cos’è Bisanzio.

A metà del XIX secolo, i patrioti russi erano appassionati alla missione della Russia, non solo come erede, ma come liberatrice di Costantinopoli. Già Caterina II, imperatrice di tutte le Russie dal 1762 alla sua morte nel 1796, aveva sperato di ricostruire l’Impero Bizantino includendovi la Grecia, la Tracia e la Bulgaria, e di trasmetterlo a suo nipote, predestinato dal nome Costantino.

Nel 1877, Dostoevskij ripeteva ai suoi lettori: “Costantinopoli deve essere nostra.” Poiché la Russia “aveva accettato senza esitazione il vessillo dell’Oriente, avendo posto la doppia aquila bizantina sopra il suo antico stemma,” si era assunta la responsabilità di liberare Costantinopoli, nota anche come Tsargrad:

Costantinopoli deve essere nostra, conquistata da noi Russi ai Turchi, e rimanere nostra per sempre. Deve appartenere solo a noi e, possedendola, possiamo naturalmente ammettere in essa tutti gli Slavi e, inoltre, chiunque ci piaccia, su una base più ampia [19].

Naturalmente, oggi non esiste un piano russo per la conquista di Istanbul. Piuttosto, si stanno compiendo passi per una relazione costruttiva a lungo termine tra queste due civiltà, basata sul riconoscimento reciproco della loro comune eredità bizantina. Di fatto, la Turchia di Erdoğan si sta lentamente ma inesorabilmente muovendo verso il Bizantinismo, nel senso ampio di una stretta alleanza tra Stato e Chiesa. E, naturalmente, l’Iran sta percorrendo questa strada dal 1979. Quanto alla Cina sotto Xi Jinping, sta iniettando una buona dose di Neoconfusianesimo nella sua ideologia di Stato. L’emergente ordine mondiale multipolare potrebbe risultare un mosaico bizantino.

Il Bizantinismo è, in ogni caso, il modello della Russia di Putin. Potremmo chiamarlo Ilyinismo, ma, in realtà, sembra essere una convinzione condivisa da tutti i principali filosofi russi degli ultimi due secoli, compreso Dostoevskij.

John Schindler, ex professore dell’U.S. Navy War College, nel 2014 aveva scritto in un articolo per la National Review Online, intitolato “Putinism and the anti-WEIRD Coalition” (dove WEIRD sta per “Western, Educated, Industrialized, Rich and Democratic”) [e, in inglese, significa “strano”]:

Il Putinismo comprende una buona dose di ortodossia e nazionalismo russo ispirati da Ilyin che lavorano fianco a fianco, ciò che i suoi sostenitori chiamano sinfonia, ovvero l’unità in stile bizantino di Stato e Chiesa, in netto contrasto con la nozione americana di separazione tra Stato e Chiesa. Sebbene la Chiesa Ortodossa Russa (ROC) non sia la Chiesa di Stato, de jure, in pratica funziona come qualcosa di simile, godendo di una posizione privilegiata in patria e all’estero. Putin ha spiegato il ruolo centrale della ROC affermando che lo “scudo spirituale” della Russia – ovvero la sua resistenza al post-modernismo fondata sulla Chiesa – è importante per la sua sicurezza quanto il suo scudo nucleare. Nel frattempo, anche le agenzie di sicurezza del Cremlino hanno abbracciato pubblicamente l’ortodossia, con l’FSB che ha sposato la dottrina della “sicurezza spirituale,” in pratica la collaborazione tra la ROC e i “servizi speciali” contro l’Occidente e le sue influenze maligne.

Come nota giustamente Schindler, gli Occidentali che sono inorriditi dal conservatorismo reazionario di Putin devono solo incolpare se stessi.

Se Washington considera il successo delle parate del gay pride un punto di riferimento fondamentale per il “progresso” dell’Europa orientale, con il pieno sostegno dei diplomatici statunitensi, non dobbiamo sorprenderci quando il Cremlino e i suoi simpatizzanti si muovono per contrastarlo.

Con la sua crociata contro la devianza sessuale, l’Occidente sta dialetticamente rendendo il conservatorismo russo sempre più attraente per i popoli onesti. “Uno dei punti di forza del Cremlino e della Repubblica Popolare Cinese è che la Russia rappresenta l’effettivo consenso globale su tali questioni, mentre l’Occidente è un’eccezione decadente.” L’Occidente è sicuramente il WEIRDo [maniaco] del mondo e ha già perso la battaglia per le menti.

Laurent Guyénot

Note:

[1] My translation from the French edition, Nicolas Berdiaev, De l’inégalité, L’Âge d’homme, 2008, p. 132.

[2] Ivan Aleandrovich Ilyin, On Resistance to Evil by ForceTaxiarch Press, 2018pp. 1, 3.

[3] K. Benois, “About the Author,”, in Ivan Aleandrovich Ilyin, On Resistance to Evil by ForceTaxiarch Press, 2018p. vi.

[4] Quoted from Anton Barbashin, “Ivan Ilyin: A Fashionable Fascist,” April 20, 2018 on https://ridl.io/ivan-ilyin-a-fashionable-fascist/

[5] Quoted in Michel Eltchaninoff, Dans la tête de Vladimir Poutine, Actes Sud, 2022, pp. 52-53. I have used the translation from www.thepostil.com/the-philosophical-sources-of-putins-thinking/

[6] Quoted by Étienne de Floirac in “The Philosophical Sources of Putin’s Thinking,” May 1, 2022, on www.thepostil.com/the-philosophical-sources-of-putins-thinking/

[7] Fyodor Dostoievsky, The Diary of a Writer, trans. Boris Brasol, Charles Scribner’s Sons, 1919, p. 1045.

[8] Stephen M. Woodburn, “Translator’s Introduction”, in Nicolai Iakovlevich Danilevskii, Russia and Europe: The Slavic World’s Political and Cultural Relations with the Germanic-Roman West, Slavica Publishers, 2013, p. xix.

[9] Ibid., p. xx.

[10] Quoted by Étienne de Floirac in “The Philosophical Sources of Putin’s Thinking,” May 1, 2022, on www.thepostil.com/the-philosophical-sources-of-putins-thinking/

[11] J. L. Black, Russia Faces NATO Expansion: Bearing Gifts or Bearing Arms? Rowman & Littlefield Publishers, 2000, p. 5 (reviewed here: https://networks.h-net.org/node/10000/reviews/10225/granville-black-russia-faces-nato-expansion-bearing-gifts-or-bearing)

[12] Nikolai Sergeevich Trubetzkoy, The Legacy of Genghis Khan and Other Essays on Russia’s Identity, Michigan Slavic Publications, 1991, p. 96.

[13] Nikolai Sergeevich Trubetzkoy, The Legacy of Genghis Khan and Other Essays on Russia’s Identity, Michigan Slavic Publications, 1991, pp. 177, 181.

[14] Mark Galeotti, “Putin’s Empire of the Mind. How Russia’s president morphed from realist to ideologue — and what he’ll do next,” April 21, 2014, on foreignpolicy.com/2014/04/21/putins-empire-of-the-mind/

[15] Translated from Alexeï Khomiakov, L’Église latine et le protestantisme au point de vue de l’Église d’OrientLausanne, 1872, p. 38.

[16] Henri-Xavier Arquillière, L’Augustinisme politique. Essai sur la Formation des théories politiques du Moyen-Âge, Librairie philosophique J. Vrin, 1972.

[17] Konstantin Leontiev, Byzantinism and Slavdom, Taxiarch Press, 2020, p. 33.

[18] Nikolai Sergeevich Trubetzkoy, The Legacy of Genghis Khan and Other Essays on Russia’s Identity, Michigan Slavic Publications, 1991, p. 181.

[19] Fyodor Dostoievsky, The Diary of a Writer, trans. Boris Brasol, Charles Scribner’s Sons, 1919, pp. 629, 904.

Fonte: unz.com
Link: https://www.unz.com/article/russias-neo-byzantinism/#pan-slavism-and-eurasianism
30.12.2022
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

 

Laurent Guyénot è nato in Francia nel 1960. Dopo essersi laureato come ingegnere all’École Nationale Supérieure de Techniques Avancées di Parigi e aver lavorato per due anni nell’industria degli armamenti negli Stati Uniti, si è dedicato allo studio della storia religiosa e dell’antropologia. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Medievali alla Sorbona di Parigi e da allora è autore di diversi libri in francese sull'”antropologia narrativa” medievale, tra cui La lancia sanguinante (2010) e La morte delle fate (2011). Ha inoltre pubblicato un’indagine sui danni psicologici e sociali della pornografia di massa. Negli ultimi otto anni ha condotto ricerche sulla “storia profonda” dell’America e ha collaborato con Voltairenet.org. Il suo libro JFK-911 è un contributo significativo alla comprensione dei fili comuni che collegano i due più gravi crimini dello Stato Profondo nella storia americana.

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