I sette pericolosi paradossi di Kamala Harris

Martin Sieff
strategic-culture.org

Girano già molte sciocchezze sulle motivazioni che avrebbero indotto Joe Biden a scegliere la senatrice californiana Kalama Harris come candidata alla vicepresidenza: sarà uno strumento per Israele, sarà un’apertura per le riforme, significherà un nuova era, consentirà ai Neoconservatori di infiltrarsi con destrezza nel Partito Democratico.

Sono tutte sciocchezze, specialmente l’ultima teoria complottista. I Neoconservatori non hanno alcuna possibilità di infiltrare né la Harris né un’eventuale amministrazione Biden perché i loro rivali neoliberisti (che, in ogni caso, hanno opinioni identiche ma pensano sinceramente di essere diversi) sono determinati a tenere per sé tutte le principali posizioni di potere.

La verità su Kamala Harris si nasconde, si, ma in bella vista. Tutte le teste parlanti e gli aruspici politici di Londra e di Washington non riescono a riconoscere una ovvia realtà, neanche quando ci sbattono contro la faccia. Kamala Harris sarà ‘business as usual.’ E una cosa del genere, oggi, avrebbe conseguenze disastrose per la pace e la sopravvivenza del mondo.

Il grande Sigmund Freud ha, ancora una volta, ragione: a volte un sigaro è solo un sigaro. La scelta di Joe Biden per la vicepresidenza segue il familiare cliché politico statunitense di promuovere il conformismo mediocre e di continuare la demonizzazione della Russia, nell’ipocrita finzione che stia accadendo qualcosa di nuovo e di meraviglioso: è solo un altro Barack Obama.

Non ci sono misteri o oscuri segreti nel passato della Harris. Al contrario, le ironie e i paradossi, e anche innumerevoli, sono sempre stati in bella vista.

Paradosso numero uno: la possibile prima vicepresidente afroamericana degli Stati Uniti ha miseramente toppato la propria campagna presidenziale, perché non è riuscita a raccogliere alcun sostegno significativo dalla comunità afro-americana, proprio come era successo al senatore [afroamericano] del New Jersey Cory Booker. Invece, quel sostegno è andato al vecchio “Sleepy Joe” Biden (come il presidente Donald Trump, con il suo genio infallibile per i nomignoli indelebili, ha soprannominato la Grande Speranza Americana per il Rinnovamento Liberale).

In un momento in cui tutti gli esperti, da Washington a Mosca, consideravano Biden una causa persa, avevo ripetutamente sottolineato in questo blog come la numerosa comunità di 40 milioni di Afroamericani gli fosse rimasta fedele. Così Biden, un democratico bianco, ha vinto la candidatura del suo partito proprio grazie al sostegno dei Neri, sostegno che la comunità afroamericana ha negato agli stessi candidati afroamericani in gara.

Paradosso numero due: Biden ha scelto un candidato proveniente da uno stato in cui lui è sicuro di vincere, piuttosto che da uno stato repubblicano o da uno “dubbio.” Questo viene da tutti ritenuto un segnale di quanto Biden sia pazzo. Certo che è pazzo, pazzo come una volpe.

In qualità di senatore dello stato più popoloso dell’Unione, la Harris porta automaticamente con sè a livello nazionale credibilità e popolarità. Ha un peso politico che lo sconosciuto sindaco di South Bend, Indiana, Pete Buttigieg o altri nani della politica, come l’imprenditore Andrew Yang, non hanno mai avuto.

Quando i senatori o i governatori della California si candidano per le elezioni nazionali degli Stati Uniti, sia per la presidenza che per la vicepresidenza, vincono le elezioni. Questo è successo sei volte dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1952, 1956, 1968, 1972, 1980 e 1984. Al contrario, a meno che non vi chiamiate John F. Kennedy, se provenite dallo stato del Massachusetts, come la tanto amata dalle femministe Elizabeth Warren, avrete la stessa sorte di John Kerry, Michael Dukakis e Mitt Romney: avrete perso. (Tecnicamente, il presidente George Herbert Walker Bush proveniva dal Massachusetts, ma, in realtà, era un uomo del Texas, anima e corpo).

Paradosso numero tre: i presunti punti deboli di Kamala Harris sono i suoi punti di forza e l’astuto vecchio irlandese Joe Biden lo sa.

La Harris non sarebbe popolare tra gli Afroamericani in qualsiasi lista elettorale venisse presentata, perché l’intero suo curriculum è quello di procuratore generale particolarmente severo (almeno per gli standard liberali della West Coast), prima nella città di San Francisco e poi per l’intero stato della California. Ha ricoperto queste due posizioni per 13 anni prima di passare al Senato. Sa benissimo come controbattere le accuse [di eccessiva severità]. Prevedo che nel dibattito per la vicepresidenza farà a pezzi il vicepresidente Mike Pence, cresciuto nella tranquilla e raffinata Indiana.

Ecco il paradosso numero quattro: il razzismo è ancora vivo e prospera nelle elezioni nazionali americane, ma, per funzionare, deve avere una foglia di fico di plausibile negabilità. Ogni volta che viene esposto nella sua vera bruttezza, anche i suoi praticanti più accaniti (che sono sempre codardi) scappano lontani mille miglia. La campagna della Harris li farà uscire allo scoperto.

Avere una senatrice nera di uno stato importante con uno specchiato curriculum in materia di legge ed ordine è per i Democratici un sogno che diventa realtà: farà salire la loro popolarità tra gli indipendenti e tra i Repubblicani moderati di tutti gli Stati Uniti che non prestano attenzione alle politiche di Trump e a cui non potrebbe fregare di meno di cose come la guerra e la pace, ma che si sentono disgustati dai tweet del presidente.

Se dovessimo associare la Harris ad un leader politico femminile, allora potremmo pensare a Margaret Thatcher o a Indira Gandhi. Non importa se non sa nulla di qualche problema importante: lo affronterà di petto, nel bene e nel male. Non fingerà di essere permalosa e tenera come i politici di sesso maschile che “partecipano al vostro dolore” o i Repubblicani che fingono di farlo. Non esiterà a reprimere Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib o Tulsi Gabbard. Potrebbe persino provare ad estrometterle dalla vita pubblica, se osassero sfidarla.

E poiché la Harris è donna, Democratica e nera, sarà in grado di resistere ad attacchi di gran lunga più severi di quelli che un qualsiasi presidente repubblicano oserebbe mettere in atto.

Paradosso numero cinque: è proprio il fatto che la Harris non abbia ottenuto risultati nella sua corsa presidenziale che la rende preferibile, e non il contrario, come candidata alla vicepresidenza. Come politico statunitense è relativamente giovane, è ancora una donna attraente e ha spirito e fascino. Non spinge le persone di ogni razza, specialmente i giovani, a fuggire urlando in preda al panico verso le uscite di emergenza, come capita con la senatrice Elizabeth Warren.

Non sbagliatevi, se Joe Biden vincerà a novembre, Kamala Harris diventerà presidente degli Stati Uniti. Non in otto anni, molto probabilmente in meno di uno.

Biden ha 78 anni e i suoi problemi di confusione di fronte al pubblico sono ora dolorosamente visibili a tutti e questo è il motivo per cui i 65 milioni di Americani che, per abitudine, avevano votato sia per Barack Obama che per Hillary Clinton si rifiutano ancora di riconoscerli. Ma i problemi ci sono e Biden ha 78 anni. All’inizio, gli Stati Uniti saranno guidati dal capo di gabinetto, e questa sarà la vera posizione di potere. Ma, prima o poi, Kamala Harris diventerà presidente degli Stati Uniti.

Questa è una gradita e confortante prospettiva per lo Stato Profondo.

Il paradosso numero sei è che [lo Stato Profondo] preferisce di gran lunga Kamala Harris come presidente, rispetto a Donald Trump o Joe Biden.

Come avevo fatto notare in precedenza più volte su questo blog, lo Stato Profondo e i Neoconservatori non hanno mai amato o si sono fidati di Biden, e questo va a suo grande merito. Qualunque siano le sue carenze, è un fatto storico che Biden avesse fortemente esortato il presidente Barack Obama a ritirare tutte le forze statunitensi sia dall’Iraq che dall’Afghanistan all’inizio del 2009, quando Obama aveva appena conseguito per i Democratici la più grande vittoria alle elezioni nazionali degli ultimi 44 anni. A quel punto, Obama avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, ma invece, con la sua solita incredibile e totale mancanza di coraggio, convinzione, energia e intelletto, aveva scelto scelto di fare, niente. Avrebbe dovuto ascoltare il vecchio Joe.

La Harris non ha questo problema. Come molti altri procuratori legali statunitensi di successo che ho conosciuto, si comporta come un cane da combattimento e sembra essere del tutto irriflessiva. Puntatela nella direzione giusta (o sbagliata) e morderà come un pitbull. Questo è il motivo per cui sarà una pedina così importante per i Democratici nella prossima campagna elettorale. Come Theodore Roosevelt nel 1900, Richard Nixon nel 1952 e lo stesso Biden nel 2008, sarà il rottweiler del presidente.

E questo ci porta al settimo e più pericoloso paradosso: le stesse qualità (e la mancanza di esse) che, nei prossimi tre mesi, renderanno Kamala Harris un’attivista d’assalto così efficace per i Democratici, la renderanno una minaccia per il mondo intero quando sarà presidente degli Stati Uniti.

Martin Sieff

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://www.strategic-culture.org/news/2020/08/24/the-seven-dangerous-paradoxes-of-kamala-harris/
24.08.2020