Ho visto Favolacce dei fratelli D’Innocenzo

Riflessioni sull’opera cinematografica dei fratelli D’Innocenzo

di Claudio Vitagliano

Comedonchisciotte.org

Ho visto Favolacce dei fratelli D’Innocenzo.
Avrei detto che è un bel film, se non fosse che l’opera si presenta come un incubo afasico che non riesce neanche ad urlare il proprio orrore.
Esso è uno sguardo allucinato su un nostro possibile destino in cui non c’è più memoria di una comune felicità. I modelli umani che il film mette in campo sono prototipi di una umanità disgregata e orfana di sentimenti amicali.
Il racconto prende le mosse dalle pagine immaginarie di un diario scritto da una bambina che non si conosce e di cui la voce narrante del film si appropria per poter utilizzare le pagine ancora in bianco. Quartiere Spinaceto, Roma, ma potrebbe essere un qualsiasi altro quartiere del mondo, con le villette a schiera, linde e ordinate che testimoniano la volontà di un sogno americano.
In realtà, però, le vite dei protagonisti sono costruite sulla friabile materia del nichilismo più oscuro.
Il film si apre e si chiude con due tragedie.
Nel mezzo la rappresentazione di una comunità che non potrebbe essere meno comunitaria di cosi, la cui messa in scena è affidata ad un gruppo di attori (Elio Germano, Max Malatesta,Tommaso Di Cola e Ileana D’Ambra) veramente superlativi, soprattutto per quanto riguarda Elio Germano, che a mio avviso si esibisce nella sua performance migliore di sempre.
La vita nel quartiere si svolge tra pranzi, compleanni e allegre riunioni conviviali, nelle quali però striscia l’ombra del vuoto pneumatico dei sentimenti.
Riunioni farcite con pettegolezzi da cronaca vera, allusioni, discorsi e conversazioni in cui una violenza strisciante a malapena trattenuta per i denti costituisce il piatto forte.
Veramente scioccante la scena in cui Germano picchia senza pietà il figlio come se avesse tra le mani, non un bambino, ma tutto il mondo ostile.
Il film mette a nudo la fragilità interiore di una umanità che ha come traguardo ultimo quello di farsi largo a forza di gomitate, ma che nella maggior parte dei casi è costituita da figure che annegano nella frustrazione di scoprirsi mediocri e senza redenzione.
Il ghigno carico di disprezzo, perennemente dipinto sul viso di Germano, indica il modo in cui egli ripaga il mondo colpevole, a suo parere, di ritenere lui e suoi amici irrilevanti e quindi di ignorarli. A fronte di questo universo di adulti, abbiamo quello dei bambini, che vive la propria innocenza in una incolmabile anaffettività e lontananza dai grandi.
Essi percepiscono, ma non decifrano, questo malessere di vivere degli adulti e tentano di stabilire un contatto con loro ricorrendo al meccanismo dell’emulazione.
Sara proprio questo desiderio di vicinanza che li perderà.
L’insegnante licenziato perché spiega agli alunni come si costruiscono bombe, si vendica istigandoli al suicidio e nel fare ciò, non viene neanche sfiorato dal pensiero di commettere un atto aberrante. Il film inizia con l’omicidio suicidio di una giovane coppia e del loro bimbo e si chiude con la notizia stessa di questa tragedia.
L’opera dei fratelli D’Innocenzo, con questo film a-sincronico, a-cinematografico, scava nelle coscienze, ponendo lo spettatore di fronte al mal di vivere e lo fanno senza usare anestesia.
Fabio e Damiano avevano già’ dato prova nella loro opera precedente “La terra dell’abbastanza” di saper condurre il cinema in lidi inaspettati.
Qui in più, elaborano un metalinguaggio che toglie ogni possibilità allo spettatore di scantonare dalla loro narrazione attraverso l’artificio del lirismo.
Poche opere sono fatte di pensiero e materia in egual misura come questa.
Poche opere, nel nostro panorama cinematografico, che pur a mio avviso è più che fiorente, sanno raccontarci di noi stessi e dell’abisso che rasentiamo.