È arrivato il tempo del «Lavoro Garantito»

di Cory Doctorow, Sovranità Popolare

A causa degli eventi verificatisi nell’ultimo decennio, il pensiero economico mainstream ha iniziato a vacillare ed è sorto un nuovo interesse verso la buona vecchia idea dell’intervento pubblico nell’economia, con gli Stati che spendono durante i momenti difficili senza avere troppo riguardo per l’equilibrio finanziario dei conti pubblici. La crisi del 2008 e il CARES act approvato quest’anno sono significativi controesempi all’idea che la spesa pubblica generi necessariamente spinte inflazionistiche. Si è infatti verificato che, quando il settore pubblico spende denaro verso ciò su cui il settore privato non mostra interesse (il lavoro di milioni e milioni di persone ritrovatesi improvvisamente disoccupate ad esempio), i prezzi non salgono.

Cogliendo questo momento irripetibile, l’economista Pavlina Tcherneva ipotizza un programma di spesa pubblica finalizzato a una risposta diversa, più ambiziosa e probabilmente più efficace rispetto a provvedimenti quali il reddito di cittadinanza e l’incremento del salario minimo. Nel libro “The case for a Job Guarantee” (tr. “In favore del Lavoro Garantito”), la professoressa Tcherneva propone un nuovo modo di pensare al concetto stesso di lavoro. Il suo è un testo originale, innovativo, agile e attuale nel quale si mostra una visione di un mondo più umano dove la spesa pubblica è considerata uno strumento, utile al perseguimento dell’interesse generale, attraverso cui mobilitare le risorse nazionali in modo che ne beneficino i molti e non i pochi. Non potrebbe essere un libro più tempestivo vista la fase che stiamo vivendo. L’introduzione, realizzata dalla stessa Pavlina Tcherneva, colloca il suo saggio (scritto precedentemente alla crisi economica esplosa in seguito alla pandemia) con precisione nel contesto attuale.

La professoressa Tcherneva propone uno strumento anticiclico di creazione di lavoro. Quando l’economia si contrae, qualsiasi cittadino che necessiti di una occupazione entra in un ufficio per l’impiego e seleziona un lavoro. Tutte le offerte d’impiego tra cui scegliere rispondono a determinate caratteristiche riferite alle condizioni di lavoro (=buone) e al salario (=decente). Le tipologie principali di occupazione sono da ricercarsi sia in lavori “verdi”, sia in lavori rivolti all’assistenza verso le fasce sociali più deboli, con lo scopo di offrire opportunità d’impiego utili alla collettività e alle comunità locali. In questo modo, quando l’economia ritorna ad espandersi, si può evitare il paradosso per cui ai datori di lavoro nel settore privato non piace assumere personale rimasto fuori dal mondo del lavoro per lungo tempo. Al fine di attrarre lavoratori (e quindi di farli transitare dal Lavoro Garantito all’impiego privato), i datori di lavoro nel settore privato saranno necessariamente spinti a offrire salari più alti e migliori condizioni d’impiego. Per spiegare le sua proposta e come questa possa determinare e fornire un salario minimo effettivo anche a coloro attualmente privi di reddito (e che al momento sono disoccupati), la professoressa Tcherneva ha concesso questa intervista.

Di cosa parla il tuo libro?

Voglio sfidarci a immaginare un mondo nel quale ogni persona, che voglia trovare un lavoro pagato in modo decente, possa sempre trovarlo. Voglio spiegare perché dovremmo rigettare il radicato luogo comune secondo cui, nel nostro modello di organizzazione sociale, si può fare ben poco contro la disoccupazione. Noi tutti, in qualità società, ci troviamo di fronte alla scelta fra la disoccupazione e il lavoro. L’opzione migliore è sempre quella di garantire il diritto al lavoro, anche attraverso un’offerta d’impieghi utili per la collettività e le comunità locali.

In pratica come funzionerebbe quanto stai proponendo?

Già oggi gli Stati garantiscono per le cose più disparate, inclusi prestiti e contratti. Non è certo una novità per il settore pubblico quella di fornire garanzie e assicurare diritti. Ad esempio, la nostra società non fa affidamento sul mercato per risolvere il flagello della povertà oppure per garantire il diritto all’istruzione.

Sicché, se vogliamo affrontare la disoccupazione creando lavoro quando necessario, come dovremmo fare? Non necessariamente attraverso grandiosi programmi gestiti a livello nazionale. Invece, il settore pubblico potrebbe finanziare impieghi proposti sia da agenzie e dai livelli amministrativi e istituzionali inferiori inclusi i comuni, sia da coloro che si occupano materialmente di svolgere e organizzare lavori socialmente utili, attraverso organizzazioni di carattere apolitico, no-profit, religioso, etc le quali già oggi cercano di colmare le lacune lasciate dal mercato.

Così, ciò che verrebbe richiesto a questi enti sarebbero progetti: cose concrete per la comunità dove si vive. Riabilitazione, rinnovamento e monitoraggio ambientali sono parte dell’invisibile lavoro ecologico da fare. Inoltre, tutto ciò che servirebbe a migliorare la vita di tutti i giorni! Ad esempio, essere di assistenza e conforto agli anziani aiutandoli con i lavori casalinghi e le commissioni. Abbiamo la necessità di ridefinire ciò che noi classifichiamo come lavoro produttivo. Il teatro comunitario è enormemente produttivo.

Negli anni trenta, durante il New Deal, la WPA (Work Progress Administration) finanziò attività teatrali in tutti gli Stati Uniti d’America dando lavoro a migliaia di maestranze rimaste disoccupate in seguito alla Grande depressione.

L’ufficio di collocamento a livello locale diverrebbe un vero ufficio per l’impiego. Si andrebbe lì e si avrebbe un ventaglio di lavori disponibili a seconda delle proprie capacità. Qualsiasi cosa, partendo dal lavoro fisico a quello svolto via internet (ad esempio ampliando la documentazione legata a siti storici, migliorando la mappatura del territorio, trascrivendo resoconti anagrafici non ancora disponibili in formato digitale, etc). Una volta iniziato a ragionare su cosa sia possibile fornire quali occasioni di lavoro, il solo limite è la nostra immaginazione.

Sembra che sia il momento giusto per il tuo libro. Si prospettano milioni e milioni di disoccupati.

Scrissi questo libro prima che le nostre economie venissero scosse dagli effetti economici di una pandemia. Ora abbiamo una disoccupazione dilagante e l’intervento del settore pubblico si sta di nuovo espandendo di conseguenza. Questa crisi può aiutare a pensare. Viviamo un momento in cui le persone sono ritornate a riflettere sull’importanza di creare lavoro. Si ritorna a parlare del New Deal promosso dall’allora presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt come un modello da seguire, ed è indubbiamente un importante precedente storico, ma si sta ancora ragionando su provvedimenti di tipo emergenziale e non di cambiamenti strutturali e profondi come quelli che la realizzazione in forma permanente di un piano di Lavoro Garantito ingenererebbe. Realizzare un provvedimento come il Lavoro Garantito in tempi celeri può comportare problemi e spingere a un abbandono progressivo di questo tipo di programma quando l’attività economica torna nuovamente a stabilizzarsi. Che sorgano problemi è inevitabile, ciò non è però la cartina tornasole con cui determinare se un progetto sia utile e desiderabile.

Temo che l’idea che esista un “tasso naturale di disoccupazione” possa nel futuro riemergere in modo ancora più feroce di quanto sia finora avvenuto, a meno di non eliminare la piaga economica, civile e sociale della disoccupazione una volta per tutte. Solitamente, quando avvengono crisi come quella che oggi stiamo vivendo, si usano enormi stanziamenti per finanziare provvedimenti atti a contrastare la disoccupazione dilagante e il conseguente aumento della povertà. Quando però l’economia inizia a riprendersi, ecco che allora l’austerità prende di nuovo il sopravvento.

C’è il rischio concreto che gli economisti mainstream inizino ad affermare che, a causa del fatto di avere subito uno choc senza precedenti, ora questo “tasso naturale” vada posizionato a un livello superiore rispetto a prima. Si tratta di un fenomeno accaduto anche dopo il 2008, quando la gente (e spesso anche le istituzioni) hanno ridotto le loro aspettative nei confronti del mondo del lavoro in riferimento sia alle possibilità d’impiego, sia ai livelli retributivi. In questi ultimi due ambiti siamo giunti a un punto così basso che, se nei prossimi anni l’economia ritornasse su un percorso di modesta crescita, gli economisti mainstream sarebbero capaci di definire il prossimo decennio come “il periodo di maggiore espansione della storia”.

A questo punto la domanda che ti pongo sul Lavoro Garantito è: “dove trovare i soldi per finanziarlo?”

In pratica, i costi derivanti dalla mancanza di possibilità d’impiego si scaricano sempre e comunque sul bilancio pubblico. Questo avviene già oggi quando lo Stato fornisce, ai disoccupati, sussidi oltre che varie altre forme di ammortizzatori sociali. Si sta parlando di costi enormi, non solo dal punto di vista economico ma anche in termini sociali. Allora perché, invece di pagare le persone per non lavorare, non scegliere di pagarle per lavorare ossia di fornire loro non un sussidio di disoccupazione bensì direttamente un impiego? Alla proposta del Lavoro Garantito sono giunta da una prospettiva di tipo macroeconomico, cioè dalla comprensione che oggi le persone disoccupate vengono utilizzare come una specie di riserva-cuscinetto finalizzata a controllare l’inflazione. Avere gente disoccupata significa disporre di un esercito industriale di riserva (come lo chiamava Karl Marx) pronto a essere impiegato quando (e se) l’economia ritorna a crescere.

Ma cosa avverrebbe se l’impiego venisse invece utilizzato in funzione di riserva-cuscinetto? È evidente che si tratterebbe di un’opzione migliore e di gran lunga preferibile rispetto al mantenere le persone in una condizione di disoccupazione. Mi sono inoltre resa conto che non è sufficiente promuovere una soluzione come quella del Lavoro Garantito solo in termini di politica macroeconomica, è necessario anche discuterne in termini di etica e di diritti umani. Si sta cioè parlando di qualcosa in grado di definire (e ridefinire) la moralità della nostra società. Va insomma tenuto conto del tipo di marginalizzazione sociale, degli effetti sulla salute, del dolore inflitto dalla disoccupazione nei confronti delle persone che attualmente non lavorano ma che vorrebbe un impiego.

Visto che si tratta di un’idea venuta fuori al momento giusto, è nuova?

In realtà quella del Lavoro Garantito è una proposta di certo non nuova e di cui in effetti si parla da molto tempo nella letteratura accademica di economia. La nuova camicia di forza, che impedisce di spingere a dovere sul Lavoro Garantito, è la domanda riguardo a dove trovare i soldi per finanziarlo. Mi auguro che, dopo il salvataggio del settore finanziario avvenuto nel 2008 in seguito alla crisi economica, sia chiaro a chiunque che il settore pubblico è in grado di sovvenzionare qualsiasi cosa per cui si ritenga utile spendere. I duemila e trecento miliardi di dollari stanziati con il CARES act sarebbero sufficienti a fornire, a ogni lavoratore degli Stati Uniti, il proprio salario per tre mesi e a realizzare il Lavoro Garantito. I soldi quindi ci sono. Siamo disposti a pagare per aiutare coloro che perdono la propria abitazione a causa d’incendi e d’inondazioni, ma non vogliamo pagare per lavoratori da impiegare nella prevenzione ecologica degli incendi e delle inondazioni.

Ritorniamo alla crisi. Prima o poi saremo nuovamente nelle condizioni di uscire e milioni di noi riprenderanno a cercare lavoro. Cosa potrebbe accadere, allora, senza avere implementato il Lavoro Garantito?

Ci tengo a sottolineare come il Lavoro Garantito non sia un programma di tipo sanzionatorio. L’idea consiste nel fornire lavoro, non di richiederlo in qualità di obbligo. La risposta progressista al fenomeno della disoccupazione strutturale consiste nel Lavoro Garantito, mentre la versione reazionaria consiste nei lavori forzati. Programmi d’impiego pubblico di ultima istanza potrebbero venire strutturati in forma sanzionatoria qualora si lasciasse la loro realizzazione a Stati governati in modo non democratico e autoritario. Questi ultimi potrebbero mettere i disoccupati a costruire muri, ad esempio. Se i progressisti non sceglieranno di spingere su soluzioni più coraggiose e di sistema (e, invece, continueranno ad avanzare solo vaghe proposte per risolvere la crisi), temo che il futuro sarà cupo.

Cory Doctorow

Pavlina Tcherneva è professore associato di economia al Bard College di New York e ricercatrice presso il Levy Economics Institute. Il suo lavoro è incentrato sulla ricerca macroeconomica negli ambiti della Modern Money Theory (MMT) e delle politiche fiscali, con particolare attenzione alla piena occupazione e in special modo ai programmi di Lavoro Garantito (Job Guarantee). Autrice del libro, pubblicato nel giugno 2020 in lingua inglese dalla casa editrice Polity Books, “The Case for a Job Guarantee”.

Cory Doctorow vive a Burbank presso Los Angeles in California (USA) ed è autore di “Radicalized”, “Walkaway” e altri libri in lingua inglese.

Fonte: Sovranità Popolare, rivista mensile, numero di novembre 2020