Blues indeterministico

 

 

Il determinismo è buffo: pensa che il percorso sia lineare e che alla sua fine ci sia la perfezione. Ne avevo parlato nel mio ultimo articolo. Davvero buffo, specie in musica. Non vorrei annoiarvi troppo con nozioni che vanno ben oltre gli interessi di questo sito, quindi cercherò di essere conciso. La storia inizia con il monocordo di Pitagora, il quale aveva fondato la sua scuola sulla Tetraktys, ovvero i primi quattro numeri sui quali dovevano giurare fedeltà eterna i suoi discepoli. Pitagora fu probabilmente il primo studioso a cercare di dare una veste matematica agli intervalli, ovvero alle diverse “distanze” tra le note. Fu così che scopri che applicando la legge aurea al monocordo (dividendo cioè la distanza tra le due estremità per 2/3) si trovava la quinta, ovvero la Dominante. È un fatto fisico, basta misurare le oscillazioni delle armoniche. Ovviamente moltiplicando altre 11 volte questo intervallo dovrebbero saltare fuori tutte le 12 note e ripartire dalla Tonica o Fondamentale. Niente di tutto questo. Provate pure, alla fine non ci si ritrova alla nota di partenza, pure di ottave superiori (quindi con frequenza doppia, tripla etc..).

La storia delle accordature è affascinante per come i vari musicologi avessero tentato di far quadrare i conti. Solo che non tornavano mai. Alla fine ci volle Bach con la sua scala equabile a sistemare la questione, limando qui e lì. Oggi esiste solo la scala temperata, e la Dominante di Pitagora non è la stessa di secoli fa.

Il problema delle accordature precedenti (di Pitagora, Zarlino, Werkmeister etc..) [1] è l’impossibilità del cambio tonale per i pianoforti (quindi niente fughe). Per gli archi non esiste problema, dato che non c’è mai stata una suddivisione fissa tra le note. Ma il pianoforte stava acquisendo sempre più importanza, e così fu imposta la scala temperata con la quinta calante ma con la possibilità di cambi tonali. La storia delle elites che dominano si ripete dappertutto, anche in musica. In un’orchestra la quasi totalità degli strumenti non soffre di questi problemi, ma basta un pianoforte per imporre la visione che gli fa più comodo. I musicisti considerati i migliori compositori di sempre sono in buona sostanza pianisti. E se sentite qualcuno dire che la musica è matematica, sappiate che non ne capisce nulla di storia della musica, che procede per approssimazioni e non per calcoli precisi.

Se le cose sono difficili con le scale maggiori, con le minori diventano impossibili. Non vi annoierò ulteriormente con l’analisi armonica, vi basti sapere che in pratica esistono ben tre scale minori (naturale, armonica e melodica) per tentare di far quadrare i conti. Che però non tornano mai. Il vero problema delle scale minori è che non esiste una vera Dominante, un accordo cioè maggiore con la settima minore, l’unico in grado di annunciare il monarca, sia esso in chiave maggiore o minore. Si, perché gli accordi sono come una grande casata, con il monarca (la Tonica), il vicemonarca (la relativa minore) e via via fino al maggiordomo che ha il compito di annunciare solennemente il ritorno del monarca: la Dominante. Senza maggiordomo che annuncia, il monarca ci fa una ben magra figura: non si rientra in scena senza adeguata coreografia. Ascoltatevi qualche finale verdiano per capire.

La scala minore melodica poi, è davvero un insulto con la sua serie di intervalli ascendenti di un tipo, e discendenti di un altro: da quando in qua le linee melodiche sono distinguibili in ascendenti e discendenti? Per chi ne capisce di musica lancio una sfida: trovare gli accordi (tre terze sovrapposte) costruiti sui vari gradi della scala armonica e melodica ascendente. Un delirio.

Inutile che dica quanto trovi tutto questo ridicolo, ma tant’è…, tutto questo arrampicarsi sugli specchi è uno dei frutti del bisogno di perfezione che attanaglia la nostra cultura. Secoli di accurati studi per rendere credibile ciò che ha fondamenta discutibili, il tutto a maggior gloria di pochi. Vi viene in mente qualcosa di recente per caso?

Non finisce qui: la terza (Mediante o Caratteristica) determina se l’accordo è maggiore o minore e Tertium non datur. Davvero? Eppure con un violino o con la voce si può stare lì in mezzo. Ma con un pianoforte no. E comunque: che accordo sarebbe, né maggiore né minore?

Cambiamo registro. Partiamo con l’idea che la perfezione e relative gerarchie non esistano e che per definizione si contratti ogni cosa. Mettiamo che l’accordo possa essere contemporaneamente maggiore e minore, e non serva alcun maggiordomo ad annunciare il re, perché non esiste alcun re e tutti gli accordi hanno identica dignità e composizione. Una mezza anarchia, dove maggiori e minori si mischiano in preda al libertinaggio sfrenato e non esistono architetture gerarchiche precise. Una narrazione musicale dove è tutto molto poco preciso e le note non hanno una definizione esatta. E spesso neanche il tempo.

W.C. Handy era un minstrel, band di intrattenimento che girava gli States, ed una sera sentì qualcosa che gli cambiò la vita: uno sconosciuto chitarrista stava “eliminando” le scale temperate (i tasti della chitarra che suonava) con un coltello che scorreva senza soluzione di continuità tra le note. Qualcuno aveva capito che le modalità classiche soffrivano di limitazioni cervellotiche e aveva deciso che così si perdevano troppe cose, troppe sfumature essenziali. Coltello all’inizio, poi bottleneck (collo di bottiglia segato) e infine tubo di acciaio per eliminare del tutto i tasti della chitarra con lo slide. Quel giorno nacque ufficialmente il Blues, la musica del diavolo. Il primo Blues DOC si chiama “St Louis Blues” (ma forse no, indeterminismo). Si chiama musica del diavolo (quindi poco canonica) per distinguerla dalla musica divina, o giù di lì. La tratta degli schiavi africani aveva prodotto in loro due distinti atteggiamenti: chi credeva che i bianchi, avendoli sottomessi, godessero dei favori di divinità più potenti delle loro (quindi da onorare maggiormente) e chi invece mandasse a quel paese divinità e padroni bianchi. I primi si ritrovavano a cantare in chiesa a fianco dei padroni la domenica mattina, i secondi, anime ribelli, il più delle volte scappavano, venivano impiccati e alle volte facevano la vita dei vagabondi pur di non ubbidire. Dai primi nascevano spiritual e poi gospel e infine il jazz, dai secondi il blues e poi il rock. L’imperfezione aveva sfidato la perfezione, e tutti i magheggi per renderla credibile. I classici si arrampicavano sugli specchi per creare il maggiordomo perfetto, i bluesmen se ne fregavano di maggiordomi e re. La Dominante diventava così Tonica e viceversa, dato che era ed è impossibile distinguerle. Una caratteristica del Blues e poi del Jazz è la Blue Note, una nota che non è né di qua né di la secondo la scala temperata. Sono note imprecise dal punto di vista dei rapporti di frequenza, note indisciplinate ed indeterminate. Sono le note su cui si basa la narrazione musicale di buona parte del ‘900. Non più appoggiature da cicisbei, ma mezze frasi, mezze tonalità, mezze certezze. L’indeterminismo aveva trovato dei fan. Inutile dire che quei sostenitori dell’indeterminismo erano gli ultimi, gli sfruttati, gli emarginati; al punto che i fondatori della storica etichetta jazz Blue Note, i tedeschi Alfred Lion e Francis Wolff, furono sorpresi di vedere come nei democratici USA le cose fossero quasi peggio che nella nazista Germania di allora. Non dimentichiamo poi che la storica Chess Records, casa discografica dedita al Blues, era stata fondata dai fratelli Chess, polacchi. All’epoca la segregazione era un aspetto sociale indiscusso. La musica del diavolo era roba per poveracci che i perfezionisti della razza non tolleravano. BB King nella sua biografia riconosce che se non fosse stato per il British Blues Revival avrebbe passato la propria vita facendo il contadino, invece di essere riconosciuto il genio della chitarra che è stato. Herbie Hancock in un’intervista dichiarava che Blues, Jazz e relative sfumature (Soul, R&B, Funk etc..) sono la rivincita di secoli di abusi subiti dagli afroamericani: l’influenza di questi stili ha ormai radici mondiali (karma o contrappasso). Ma tutto questo è stato possibile grazie all’Europa. Fosse stato per gli americani probabilmente sarebbero rimasti fenomeni locali. A titolo di esempio Jimi Hendrix ha soltanto “copiato” quell’eccezionale Power Trio dei Cream, punta di diamante del Blues Revival degli anni ‘60.

La chiave di lettura di quanto esposto rimane il bisogno di mantenere viva certa gerarchia (sociale quindi musicale); qualsiasi tentativo di espressione diversa va soppressa perché mina l’archetipo su cui si basa tutta la costruzione. E, ancora una volta, anche chi avrebbe interesse nel minare tale archetipo si mostra costantemente disponibile a rinvigorirlo. Un famoso jazzista di cui non ricordo il nome diceva che la parola Jazz non gli andava bene: avrebbe preferito che la sua musica fosse chiamata Musica Classica Nera (o Afroamericana, non ricordo).

Non esistono solo 12 note, ne esistono una infinità. La dimostrazione è nel paradosso di Zenone (la tartaruga ed Achille) dove una qualsiasi misura finita può essere divisa all’infinito [2]. Basta ascoltarsi chitarristi slide come Derek Trucks oppure Robert Randolph per capire quali vette di espressività possano essere aggiunte se si evitano le schematizzazioni eccessive. La divisione inflessibile tanto delle frequenze che dei ruoli è la dimostrazione di una rigidità che resta impermeabile comunque ai venti dei cambiamenti, e anche questo è un fattore ormai organico della società in cui viviamo e che ci rende tutti partecipi o delle aristocrazie o dei cambiamenti.

 

PS: Sono disponibile a chiarimenti tecnici per chiunque desiderasse approfondire le tematiche trattate

 

[1] http://seraph.it/blog_files/5048da7133dd7120e1549a320c2fad0d-129.html

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_di_Achille_e_la_tartaruga