Ballando con le pistole

Dmitry Orlov
cluborlov.blogspot.com

Quelli che hanno assistito alle proteste e ai saccheggi che si sono verificati più o meno nell’ultima settimana [il pezzo è dell’8 giugno, N.D. T] negli Stati Uniti e nei paesi a loro allineati sono rimasti frustrati nei loro sforzi di elaborare una motivazione logica e convincente riguardo a questi avvenimenti. La ricerca della giustizia, stimolata dalla morte particolarmente pittoresca per attacco cardiaco di un certo criminale violento e spacciatore di droga che era stato soffocato da un poliziotto è certamente una di queste, ma non è sufficiente a motivare le violenze o i saccheggi verificatisi in seguito. La teoria secondo cui i Democratici e lo Stato Profondo stanno fomentando i disordini per impedire a Trump di vincere un secondo mandato è buona, ma ciò che manca è una spiegazione convincente del perché un paese economicamente devastato preferirebbe votare per il vecchio e senile Biden piuttosto che per un Trump, a volte divertente ma in ogni caso assolutamente schietto, che ha chiesto il ripristino della legge e dell’ordine con ogni mezzo necessario, compresa l’introduzione di pattugliamenti militari in stile occupazione irachena, ma che è stato contrastato da governatori democratici liberali, deputati e persino dal Pentagono. Quando arriverà il momento di votare, molte persone probabilmente saranno pronte a riconoscere che il ripristino della legge e dell’ordine con ogni mezzo necessario è la cosa giusta per cui votare.

Come per l’isteria da coronavirus (in cui praticamente ogni nazione sviluppata e semi-sviluppata ha imposto restrizioni arbitrarie ai viaggi, rovinose chiusure aziendali, futili quarantene e mascherate pubbliche in tema di sicurezza come risposta ad un nuovo virus respiratorio, che è meno letale di quelli di alcune recenti influenze stagionali ed è selettivo, nel senso che uccide solo persone molto anziane o molto malate, che sarebbero comunque trapassate presto), le motivazioni alla base di queste azioni sono, in ogni caso, abbastanza diverse da quelle pubblicamente dichiarate. In particolare, la logica secondo cui le chiusure e i lockdown potrebbero salvare vite umane è sbagliata, dato il numero di vite perse a causa della sparizione dei mezzi di sussistenza, delle varie patologie causate o esacerbate dai blocchi, dall’isolamento sociale e dalla perdita di accesso alle cure mediche regolari, dal momento che gli ospedali sono stati mobilitati per affrontare la nuova minaccia fantasma.

Motivazioni razionali più difendibili possono essere offerte per le azioni intraprese dai vari paesi. Come avevo spiegato qui, la Cina e poi la Russia avevano utilizzato questa crisi come un’opportunità per mobilitarsi contro un attacco bioterroristico americano (i laboratori per la guerra biologica che il Pentagono ha costruito in tutto il pianeta avranno pure un motivo di essere), rendendo in questo modo un attacco del genere meno probabile contro le proprie popolazioni e aumentando le possibilità di un effetto boomerang sugli stessi Americani. Negli Stati Uniti, le misure estreme ed economicamente distruttive potrebbero essere razionalizzate come tentativi partigiani di detronizzare Trump, facendolo apparire indeciso ed incapace di far fronte ad una minaccia seria.

Si potrebbe dire che alcuni leader nazionali indecisi ed incapaci abbiano seguito docilmente i dettami dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che è in gran parte di proprietà del magnate dei vaccini Bill Gates, ex Microsoft, molto interessato a bloccare l’intero pianeta e a far comprare a tutti un vaccino costoso ed inutile contro un virus che sembra essere abbastanza tranquillo e in grado di vaccinarsi da solo. Questo piano non sembra funzionare. Qualche giorno fa, mentre guardavo i notiziari serali sul Primo Canale russo, sono rimasto sorpreso nel vedere una clip di 10 secondi di Bill Gates, ritagliata dal nulla, una dichiarazione rilasciata dalla sua tana a bordo della nave stellare Microclusterfuck in viaggio verso Andromeda, in cui, gongolando, ci informava che il suo nuovo (e inesistente) vaccino contro il coronavirus avrebbe dovuto essere reso disponibile a tutti.

Ma esiste un’unica spiegazione per tutte queste diverse risposte? Credo che l’isteria da coronavirus sia stata la reazione alla crisi scatenata dalla tecnosfera, che definisco come un’intelligenza emergente globale quasi artificiale, composta da inconsapevoli parti umane mobili e che insegue insensatamente una teleologia astratta di controllo totale. In questo caso, è stata costretta a confrontarsi con la fine imminente dell’industria statunitense del fracking, con la conseguente incombente carenza mondiale di energia e con l’arresto definitivo della crescita economica globale che, a sua volta, è assolutamente necessaria al funzionamento del capitalismo globale. Come tutta risposta, [la tecnosfera] ha tentato di salvare il salvabile dell’economia globale dividendola in zone tecnologiche separate, alcune delle quali potrebbero essere tagliate fuori dai flussi di energia e lasciate al loro destino. Nella disperazione, si è aggrappata alla paura del coronavirus come ad un mezzo in grado di bloccare i confini nazionali, interrompere le catene di approvvigionamento e costringere nazioni e gruppi di nazioni ad isolarsi l’una dall’altra e al proprio interno.

E qual è l’unica spiegazione per le proteste, i disordini e i saccheggi che stanno avvenendo in tutti gli Stati Uniti? Credo di poterne offrire una anche in questo caso. Ancora più sorprendente è che, di tutte le cose, si tratta di una questione di carattere teatrale.

È generalmente accettato che gli eventi che osserviamo non hanno precedenti; possiamo quindi dire, senza timore di sbagliare, di vedere la storia svolgersi sotto i nostri occhi. E, anche se alcuni potrebbero affermare che la storia è una raccolta di teorie scientifiche, supportata da argomentazioni e da fatti, nelle menti collettive delle nazioni la storia si sviluppa come una narrativa, una storia appunto. Con le storie ci siamo evoluti per percepire la realtà. Sebbene non siano intrinsecamente reali, funzionano come un velo magico, attraverso il quale possiamo, anche se in misura molto ridotta, percepire la realtà. Strappate questo velo e i contorni della realtà si dissolveranno in un groviglio di forme non correlate tra loro, che non potremo più assemblare in un insieme significativo. Una regola di base da seguire è che la realtà deve essere consensuale (non può essere un prodotto solipsistico dell’immaginazione individuale, perché è proprio lì che risiedono l’illusione e la follia) e, per formare questo consenso, l’atto del raccontare una storia deve essere pubblico. Come contropartita, questi atti pubblici devono seguire generi che rimangono fissi per secoli e talvolta, come nel caso della commedia e della tragedia greca classica, per millenni. Questi formalismi permanenti sono per la nostra vita culturale ciò che il DNA è per la nostra costituzione fisica.

La separazione dei generi nella commedia e nella tragedia è resa necessaria dal fatto che è impossibile far ridere e piangere il pubblico allo stesso tempo senza farlo diventare isterico, ma, a volte, questa distinzione è piuttosto superficiale. Ad esempio, Romeo e Giulietta di Shakespeare sarebbe quasi una commedia se non fosse per tutta una sequenza di tragici fraintendimenti nel finale. Senza questi malintesi, sarebbe una commedia, con una scena finale di matrimonio e l’immancabile balletto tradizionale. Balletti del genere si possono trovare anche nella tragedia classica greca, dove il coro assume pose drammatiche e intona i commenti di chiusura.

Quale genere potremmo usare per raccontare al pubblico la storia contemporanea? Una famosa citazione di Karl Marx è che “la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa,” dove la farsa è un sottotipo di commedia; ma direi che la storia non si ripete, al contrario, passa dalla tragedia alla farsa e termina con il balletto finale obbligatorio. La storia di cui attualmente osserviamo la fine è quella dell’imperialismo coloniale occidentale e del suo ultimo bastione, gli Stati Uniti. Era iniziata come una tragedia, con una lunga fila di rudi uomini bianchi che prima indossavano caschi di cuoio e poi uniformi della polizia e che tenevano il ginocchio sul collo di tutta una serie di infelici nativi (per civilizzarli). Poi si era tramutata in una commedia degli errori (un genere che, tra l’altro, si era sviluppato alla fine del XVI o all’inizio del XVII secolo, quando l’imperialismo coloniale occidentale aveva iniziato a prosperare). Gli errori sono stati molti e vari, ma quello principale è stato il presumere di poter sempre ottenere ciò che si vuole facendo trucchi con pezzi di carta e numeri dentro i computer. Ed ora, la commedia degli errori (che descrivo dettagliatamente da più di un decennio) è degenerata in  farsa, con i rudi uomini bianchi in uniforme della polizia (gli elmetti con la visiera sono nel frattempo caduti in disuso) che mettono il ginocchio a terra prima di affrontare folle di sprezzanti indigeni che poi si dannno al saccheggio.

La narrativa riguardante gli Stati Uniti, che sarebbero una città luminosa sulla collina e un faro di libertà e democrazia, è ora oggetto di pesanti scherzi. La città sulla collina è stata saccheggiata e non brilla più così tanto. Lo slogan “libertà e giustizia per tutti” è degenerato in una società totalitaria di caste chiuse, dove la tolleranza tra le persone è così rara che è improbabile che si possa tollerare qualcosa senza essere minacciati con la violenza. La tolleranza incondizionata per qualsiasi forma di perversione sessuale è il test decisivo. Questo abisso che si spalanca tra il modo in cui le persone agiscono e ciò che provano realmente è colmo di un’ipocrisia diffusa e obbligatoria che può facilmente collassare. Quale persona sana di mente considererebbe oggi gli Stati Uniti come un qualcosa da rispettare e da imitare? Manifestazioni e celebrazioni pubbliche si svolgono in molti di quei paesi che finora hanno navigato sulla scia degli Stati Uniti. Ora però dovranno separare i loro percorsi storici da quello degli Stati Uniti, che sono totalmente screditati.

Che tipo di danza dovremmo aspettarci alla fine di questa tragica farsa storica? I danzatori hawaiani di hula ballano con le lei (ghirlande di fiori). I ballerini di flamenco usano le nacchere. I Sauditi danzano con le spade. E l’ultimo numero di danza per gli Americani dovrebbe includere … che cosa, le pistole, ovviamente! Visto che le pistole sono onnipresenti negli Stati Uniti e sono il feticcio nazionale, gli Americani sicuramente sceglieranno di concludere il loro percorso storico entrando nel balletto finale con tutte le loro armi e sparando in tutte le direzioni. L’ultimo a rimanere in piedi abbasserà il sipario.

Dmitry Orlov

Fonte: cluborlov.blogspot.com
Link: http://cluborlov.blogspot.com/2020/06/dances-with-guns.html
08.06.2020

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.
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