Ammanettato e legato al letto: come Israele tratta i prigionieri palestinesi ricoverati in ospedale

Le foto di un adolescente palestinese ferito, ammanettato al suo letto d’ospedale, hanno causato nuova indignazione per il trattamento dei prigionieri da parte di Israele

Di Shatha Hammad a Ramallah, Cisgiordania occupata – Mid East Eye – 14 novembre 2020

 

Quando Munir Moqbel ha scattato segretamente le foto del figlio sedicenne Mohammad, ammanettato a un letto d’ospedale a Gerusalemme, le immagini hanno suscitato una nuova indignazione sui social media per il trattamento inflitto a palestinesi feriti e malati detenuti dalle forze armate israeliane.

Il 29 novembre, durante un’incursione militare israeliana nel campo profughi di al-Arroub, a nord della città di Hebron, nella parte meridionale della Cisgiordania occupata, i soldati israeliani avevano arrestato e picchiato duramente Mohammad, provocandogli quattro fratture nella parte sinistra della mascella.

Circa 20 ore dopo l’arresto, Mohammad è stato trasferito in ospedale per essere curato.

Lo scorso giugno, l’amministrazione penitenziaria israeliana ha modificato il suo regolamento interno sull’ammanettamento dei prigionieri palestinesi malati o feriti. Naji Abbas, “Case manager” nel dipartimento prigionieri della ONG Medici per i diritti umani (PHR), ha spiegato che attualmente non ci sono regolamenti in materia.

Ciò significa che ogni prigioniero che viene trasferito per il trattamento è incatenato, indipendentemente dalle sue condizioni di salute“, ha detto.

In ottobre, la PHR aveva chiesto a Israele di ridefinire le regole che regolano l’ammanettamento dei prigionieri che ricevono cure mediche. Il 13 dicembre il gruppo ha ricevuto una breve risposta dall’amministrazione della prigione, in cui si comunicava di essere in procinto di stabilire nuove regole.

Non sappiamo se le nuove regole includeranno un cambiamento nel trattamento dei prigionieri malati durante il loro trasferimento in ospedale“, ha detto Abbas.

 

Soldati in sala operatoria

Moqbel, 47 anni, padre di altri cinque figli oltre a Mohammad, ha raccontato a MEE in che modo ha scoperto la situazione di suo figlio.

Venti ore dopo l’arresto di Mohammad, ho ricevuto una chiamata dall’ospedale di Hadassah, che mi chiedeva di andare subito lì a firmare un documento che consentisse loro di eseguire un’operazione su Mohammad“, ha detto.

Al suo arrivo all’ospedale, Moqbel ha detto di aver appreso dai medici che Mohammad aveva subito fratture al volto a causa di percosse inflitte col calcio fucile. Il padre ha detto che quando è arrivato nella stanza del figlio, è rimasto sorpreso nel trovare nella stanza due militari israeliani in divisa e armati, che lo hanno allontanato di forza e gli hanno proibito di parlare con Mohammad.

Il primo giorno hanno legato le mani di Mohammad al letto con fascette in plastica. Successivamente lo hanno ammanettato mani e piedi, con manette metalliche e gliele hanno lasciate per tutta la durata della sua permanenza in ospedale“, ha aggiunnto Moqbel.

Vedere mio figlio in manette mentre era malato e debole è stata per me una visione dolorosa che mi ha molto turbato. Ho chiesto ai medici di intervenire per far togliere le manette, ma mi hanno risposto che non potevano intervenire perché, essendo una questione di sicurezza, le decisioni le prendono i militari“.

Moqbel ha detto che suo figlio era ancora incatenato quando è stato portato in sala operatoria e che era accompagnato da un soldato.

Durante i cinque giorni che Mohammad ha trascorso in ospedale, a suo padre sono stati concessi in totale solo 40 minuti per visitarlo e parlargli, prima che l’esercito israeliano lo trasferisse nella prigione di Megiddo, nel nord di Israele.

Secondo Moqbel, Mohammad è stato finora sottoposto a quattro udienze, durante le quali è stato accusato di aver lanciato pietre ai soldati.

 

Manette e insulti

Il caso di Mohammed è ben lungi dall’essere anomalo. Il 3 novembre, Amal Orabi Nakhleh, di 16 anni, è rimasto incatenato mani e piedi per ore dopo essere stato arrestato dai soldati israeliani a un posto di blocco militare.

Amal Nakhleh, residente nel campo profughi di Jalazone a nord di Ramallah, soffre di un disturbo della ghiandola del timo che lo obbliga ad assumere farmaci quattro volte al giorno. Senza le sue medicine, ha difficoltà a respirare, perde la capacità di digerire e deglutire il cibo e la capacità di aprire gli occhi o di controllare facilmente le mani.

Amal, che è stato rilasciato il 10 dicembre, ha detto a MEE che, durante l’arresto, i soldati lo hanno picchiato malamente su tutto il corpo, nonostante li avesse informati che era malato.

Mi hanno legato le mani dietro la schiena con fascette di plastica, e stringendole forte. Mi hanno anche detto che non mi avrebbero rilasciato se non avessi firmato un documento che attestasse che non ero stato picchiato“, ha detto l’adolescente. “Quando mi hanno tolto le manette, le mie mani erano blu; non riuscivo a muoverle“.

Ha aggiunto, che nonostante i problemi di respirazione e di debolezza delle gambe, i soldati continuavano a bloccargli mani e piedi. “Quando sono arrivato alla prigione di Megiddo, ho detto all’amministrazione che ero malato e che dovevo prendere le mie medicine, così mi hanno trasferito alla clinica sanitaria della prigione di Ramleh“.

Anche Amal ha detto che durante tutto il suo tempo alla clinica sanitaria della prigione di Ramleh, è rimasto incatenato ed è stato costantemente sottoposto a insulti e urla da parte di medici e infermieri.

Le storie di Amal e Mohammad non sono rare.

In un rapporto pubblicato il 2 dicembre da Addameer, il gruppo per i diritti dei prigionieri di Ramallah, sono stati evidenziati molteplici casi di bambini palestinesi arrestati e gravemente maltrattati dall’esercito israeliano.

Un esempio è quello del quindicenne SJ, arrestato una settimana dopo aver subito un’operazione di ernia. Secondo Addameer, il ragazzo è stato fatto correre per 50 metri con le braccia incatenate dietro la schiena. I soldati lo hanno picchiato nella zona dell’operazione fino a farlo svenire.

Il ragazzo è stato poi lasciato a terra all’aperto, ammanettato, per 30 ore, prima di essere trasferito in ospedale.

 

Pressione da parte dei medici

Nel 2008, in risposta alle cause intentate dalla PHR durante sette, anni l’amministrazione penitenziaria israeliana ha emanato un regolamento per ammanettare i prigionieri palestinesi malati o feriti durante il trasferimento per le cure.

Abbas della PHR ha detto a MEE che i regolamenti originari dell’amministrazione penitenziaria prevedevano che i prigionieri palestinesi malati o feriti fossero trattati come qualsiasi altro paziente ricoverato in ospedale: non ammanettati.

Tuttavia, Abbas ha spiegato che le autorità carcerarie non si attenevano alle proprie regole; tutti i prigionieri, anche in gravi condizioni di salute e persino in stato di incoscienza, venivano ammanettati.

La PHR ritiene che non sia etico da parte dei medici prestarsi a fornire cure a un detenuto ammanettato. Il gruppo chiede quindi ai medici degli ospedali israeliani di assumere una posizione morale sulla questione.

Amani Sarahneh, portavoce dei media della Palestinian Prisoners’ Society (PPS), ha detto a MEE che i prigionieri malati o feriti hanno riferito che essere ammanettati è tra le cose peggiori – sia fisicamente che psicologicamente – che subiscono durante il ricovero in ospedale.

Invece di essere trasferiti in ambulanza, i prigionieri malati o feriti vengono trasportati con veicoli militari.

Il PPS ha riferito la testimonianza dell’avvocato di uno dei prigionieri, secondo cui un suo cliente, Kamal Abu Waar, è stato sottoposto a radioterapia per il cancro mentre era ammanettato. Dopo mesi di richieste da parte di gruppi internazionali per il suo rilascio, l’11 ottobre Abu Waar è morto di cancro in una prigione israeliana.

Sarahneh ha detto che gli ospedali israeliani sono complici nel maltrattare i prigionieri, nell’indirizzare loro minacce e insulti e nel conformarsi ai regolamenti dell’esercito israeliano, indipendentemente dal fatto che si conformino o meno alla deontologia medica.

Il 7 dicembre il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che un altro prigioniero palestinese, che a novembre era stato sottoposto ad un intervento di chirurgia addominale in un ospedale israeliano di Gerusalemme, è stato costretto a defecare in un pannolino perché le guardie del servizio carcerario si sono rifiutate di togliergli le manette e di permettergli di andare in bagno.

Nonostante i punti di sutura, il prigioniero aveva le braccia ammanettate in diagonale alle gambe. Il suo medico ha detto che l’hanno dimesso dall’ospedale in anticipo perché “il suo soggiorno in ospedale gli provocava sofferenze”.

L’équipe di medici da me guidata ha valutato che l’indescrivibile sofferenza della costrizione diagonale continua senza la capacità di muoversi è superiore al dolore dell’operazione”. Non è stata certamente la decisione ideale per la salute del paziente“, ha detto il medico, capo del reparto traumatologico dell’ospedale.

Anche se un certo numero di medici professionisti in Israele ha iniziato a parlare, la PHR dice che ci vorrà di più perché le autorità carcerarie israeliane cambino atteggiamento.

Molti medici hanno iniziato a documentare i casi che vedono e a fare pressione sulle guardie carcerarie per rimuovere le manette, oltre a fare pressione sulla magistratura israeliana e sull’autorità penitenziaria, intentando cause individuali e presentando denunce“, ha detto Abbas a MEE, sottolineando che, nonostante questa pressione, l’amministrazione carceraria deve ancora agire.

Link: https://www.middleeasteye.net/news/palestine-israel-prisoners-shackled-sick-injured-hospital

 

Scelto e tradotto da Arrigo de Angeli per ComeDonChisciotte