Tony Renis tiene famiglia

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blankdi Nando dalla Chiesa
Sorry. Mi dispiace, mi dispiace veramente. Non credevo che albergasse tanta delicata sensibilità tra i giornali della maggioranza verso l’immagine di Tony Renis. Così da farli produrre in attacchi inaciditi contro il sottoscritto. Responsabile di avere ripreso integralmente da documenti ufficiali la storia dei rapporti del nuovo direttore artistico di Sanremo con Joe Adonis, fondatore di Cosa nostra americana, fondatore dell’Anonima assassini (“le sue mani grondano sangue” aveva detto di lui il senatore americano Kefauver) e stratega dell’ingresso della mafia siciliana nel traffico mondiale degli stupefacenti. Chiedo scusa, ma i documenti ufficiali, oserei dire la storia, non sono colpa mia. E non è colpa mia ciò che Tony Renis ha detto o fatto. Per questo e solo per questo mi sento sollevato dagli addebiti. E vorrei anzi, in un nuovo sforzo di verità e memoria, raccontare quel che lo stesso Tony Renis ha detto o fatto in altro periodo della sua vita: più precisamente tra l’estate del ’79 e l’inizio dell’80, quando Joe Adonis era ormai morto da otto anni. Vorrei raccontare una storia dimenticata all’interno di una grande storia di mafia. Vi parlerò dunque del finto rapimento di Michele Sindona, avvenuto nell’estate del ’79.
Anche qui è necessaria qualche nota volta a rinfrescare la memoria dei lettori. Michele Sindona, banchiere di fama internazionale, simbolo della finanza d’avventura e della finanza sporca, chiamato da Giulio Andreotti “il salvatore della lira” quand’era in auge (per diventare poi “il finanziere di Patti” quando andò in malora), fece bancarotta in America con la American Franklin Bank e in Italia con la Banca Privata Italiana. Tutto avvenne tra il ’74 e il ’75. Destinatario di un mandato di cattura da parte della magistratura milanese, riparò latitante negli Stati Uniti. Da lì, pur latitante, continuò ugualmente a mantenere rapporti con Giulio Andreotti presidente del consiglio. Legato alla mafia e alla P2, punto d’incrocio dei tanti poteri criminali italiani, e anzi fiduciario dei capitali della nuova Cosa nostra siciliana, il finanziere mise in atto ogni comportamento possibile per salvarsi dalla giustizia americana e da quella italiana. Il 1979 giocò il tutto per tutto. E segnò il punto di svolta della sua parabola; che lo avrebbe portato, sette anni dopo, al suicidio -tramite classica tazzina di caffè- nel carcere di Voghera. Che succede dunque in quell’anno, che riguardi Michele Sindona? Succede che a mezzanotte dell’11 di luglio, nel centro di Milano, in via Morozzo della Rocca, viene ucciso l’avvocato Giorgio Ambrosoli, impegnato da anni per conto della Banca d’Italia a difendere gli interessi dei risparmiatori italiani truffati dal banchiere della mafia. Con coraggio eroico l’avvocato milanese aveva respinto per anni ogni allettamento o minaccia affinché ammorbidisse le sue posizioni.

Un sicario mandato da Sindona direttamente dall’ America lo uccide davanti a casa sua. L’Italia insanguinata dal terrorismo non capisce. Di fronte a quell’avvocato sconosciuto si volta dall’altra parte, l’unica cosa che la preoccupi davvero sono le Brigate rosse. Passano dieci giorni e si cambia di latitudine. Palermo, 21 luglio: in un bar, alle otto del mattino, viene ucciso il commissario di polizia Boris Giuliano, che da tempo indaga (e con successo) sui traffici di droga e di denaro sporco tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Certamente per ordine della Cupola mafiosa, secondo molti in probabile connessione con la vicenda Ambrosoli. Poi, ai primi di agosto, la notizia clamorosa che mette in altra e più inquietante luce quell’estate di mafia e di morti ammazzati: Michele Sindona è stato rapito. Grotteschi comunicati rivendicano il rapimento a una formazione comunista, il “Comitato Proletario Eversivo per una vita migliore”. Ma è una formidabile messinscena, preparata da un paio di mesi. In realtà Sindona, con l’alibi del sequestro a fini politici, sparisce dalla circolazione e viene portato di nascosto dall’America in Sicilia. Viene in Italia a sistemare i suoi interessi, a curare le sue strategie, a definire i suoi rapporti con il mondo mafioso, economico e politico, a ricattare, a cercare sostegni per recuperare i capitali perduti.

Per completare la messinscena si farà anche sparare a una gamba e farà circolare la polaroid di se stesso ferito dai “rapitori”. Lo proteggono nei suoi incontri e nei suoi spostamenti alcuni numi della massoneria e alcuni esponenti delle istituzioni. Ma soprattutto lo proteggono due formidabili famiglie mafiose, una di qua e una di là dell’Atlantico. In America la faccenda viene gestita dalla famiglia Gambino. In Sicilia dalla famiglia Spatola, imparentata con la prima e fresca di egemonia a Palermo nel settore delle costruzioni. Ed è in questo contesto -vi prego, non ridete- che rispunta il nome di Tony Renis. Per andare avanti nel racconto mi atterrò fedelmente a quanto i giornali riportarono allora e soprattutto a quanto lo stesso Tony Renis ebbe a dichiarare in quel periodo alla stampa o ai magistrati che lo interrogarono. Sempre convinto -io, intendo- che la storia, in un paese libero, non sia una colpa di chi la racconta. Il cantante e ora direttore artistico del festival di Sanremo viene infatti ascoltato su quel finto rapimento dalla magistratura italiana, in particolare dal giudice Ferdinando Imposimato. L’ipotesi che si staglia con un certo spessore nel corso delle indagini è che Renis sappia qualcosa di quanto è accaduto; e che possa avervi svolto un ruolo per così dire esterno, di fiancheggiamento. Ma vediamo di ripassare con ordine i suoi rapporti con i protagonisti della vicenda. Che sono tre. La famiglia Gambino, anzitutto.

Annovera gli eredi di Charles Gambino, potentissimo boss di Brooklyn. In testa a tutti John, Thomas e Vincent. Renis è amico di John Gambino. Ma non amico di sghimbescio. Amico del cuore. Dice testualmente ai giornali di allora, parlando dell’amico diventato nel frattempo latitante: “John Gambino è una persona squisita, un signore. Lui, la sua famiglia, i suoi amici, con me si sono comportati da fratelli. Sono stato anche quest’anno ospite loro a Staten Island. Ospite nel senso che mi pagavano l’albergo. Gli amici di Brooklyn mi hanno donato una targa in onice, fanno le cose in grande. E poi c’è stata Santa Rosalia…”. E spiega: “Dunque, gli italo-americani festeggiano due volte la santa protettrice di Palermo: a luglio e a settembre. Io partecipai alla festa di luglio come ‘honour guest star’, in una grande sala di convegni a Brooklyn, la Perville room tappezzata di broccato rosso. Una cena per mille ospiti privilegiati (precisiamo: una cena per festeggiare gli anziani immigrati della loggia massonica “Sons of Italy”; ndr)”. E rivendica infine perentorio, con amabile tono di sfida: “E perché non dovrei essere amico di John Gambino? E’ un uomo che stimo, che lavora, intelligente, dotato di una gran personalità.

E’ generoso: è sempre il primo a esserti utile (proprio così: ‘utile’; ndr). E poi, per finire con questa mia incresciosa avventura, voglio dire un grazie a ogni italo-americano d’America, grazie con la ‘G’ maiuscola. Se i nostri connazionali possono oltrepassare l’oceano lo dobbiamo a loro, che ci tendono la mano e cercano di darci spazio nel mondo della canzone. Un piatto di minestra ce lo danno sempre, grazie a loro e a John Gambino. Grazie al cielo”. Poi ci sono gli Spatola. Gli italiani in quel 1979 e nel successivo 1980 (all’inizio di quell’anno rimontano infatti queste dichiarazioni) non sanno praticamente nulla degli Spatola. Sono tempi ambigui e ciechi: quando viene ucciso a Palermo il presidente della Regione Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980) il capo del governo Spadolini denuncia meccanicamente non la mafia ma il nuovo atto di “terrorismo”. Come volete che gli italiani pensino alla mafia nell’anno in cui il terrorismo fa più di cento morti? Chi volete che si preoccupi sentendo parlare degli Spatola, che pure nell’80 risulteranno essere al quinto posto nella classifica dei contribuenti italiani? Bisognerà aspettare un giovane giudice di nome Giovanni Falcone per sapere, carte processuali alla mano, che gli Spatola erano signori miliardari trafficanti in droga, nuova vertiginosa espressione della potenza della mafia di Bontate e Badalamenti.

Stretti alleati degli Inzerillo, responsabili -questi ultimi- nell’agosto di quell’anno 1980, dell’assassinio del procuratore Gaetano Costa. Ebbene, Renis è amico intimo pure degli Spatola. Ma- anche in questo caso- mica amico di sghimbescio. Amico vero. Tanto da esserne ospitato non in albergo, ma in casa. Sentiamolo: “Sono andato da Rosario Spatola, nella sua villa hollywoodiana sui colli di Palermo. Nella villa degli Spatola ho trascorso un periodo di vacanze nel mese di agosto”. E degli Spatola nel frattempo finiti in carcere come complici della vicenda Sindona che ne pensa? Risposta: “Io non penso mai, non mi occupo degli affari degli altri, non giudico perché giudicare è difficile e non vorrei mai essere nei panni di un giudice, è brutto mestiere. Questa è la mia dottrina e quando mi sveglio ogni giorno mi dico: giudica solo te stesso. Che ne so io, della gente, delle cose degli altri?”. Insomma, dopo l’amicizia con Joe Adonis, Tony Renis ha continuato imperterrito. Amico intimo dei Gambino. Amico intimo degli Spatola. Di qua e di là dell’Atlantico, il futuro direttore artistico di Sanremo (e futuro amico del capo del governo italiano) coltiva le più potenti famiglie della mafia con meravigliosa metodicità. E non basta. Perché purtroppo, nella vicenda Sindona, c’è un problema di date che complica un po’ il quadro.

Seguite infatti con attenzione il calendario. Il falso sequestro di Sindona dura due mesi e mezzo: dal 2 agosto al 16 ottobre. E Renis è ospite degli Spatola a Palermo giusto in quel periodo. E i Gambino, in quei mesi, li vede? Renis viene interrogato se abbia avuto rapporti anche con i Gambino in quel medesimo, compromettente, arco di tempo. Risponde (nel febbraio ’80) di non ricordare se sia stato in America in settembre. Una risposta incredibile. E che appare ancora meno credibile di fronte alla testimonianza del parroco di “Regina Coeli” di Brooklyn. Il quale afferma invece di essere certo che nel settembre precedente Renis fosse proprio con i Gambino a New York. Dunque: avanti e indietro tra gli Spatola e i Gambino, tra Palermo e New York, nei mesi in cui gli Spatola e i Gambino organizzano il finto sequestro di Sindona tra New York e la Sicilia. A questo punto la domanda -che coinvolge il terzo e maggiore protagonista della storia- è d’obbligo: ma Tony Renis conosceva Sindona? Il cantante risponde di no. Che si tratta di “pura fantasia”. Lo ha forse conosciuto la scorsa estate alla festa di Santa Rosalia?, gli viene chiesto. “No, c’erano tutti gli amici italiani di Filadelfia, Boston, Chicago e New York. Sindona non c’era. Me lo avrebbero presentato”. Ma interrogato altrove, è lo stesso Sindona che lo smentisce. Sentito dal procuratore distrettuale John Kenney, il finanziere-bancarottiere racconta: “Sì, tra la gente che mi venne a trovare nel mio ufficio, prima del rapimento di cui sono rimasto vittima il 2 agosto ’79, ci fu un cantante di qualche fortuna nella colonia italiana di New York.

Si chiama Tony Renis, e questo era il suo nome d’arte. Lo incontrai fuggevolmente, mi disse che veniva da parte di amici”. Aggiunge la polizia federale: Renis incontrò Sindona nella hall del Pierre Hotel. Il finanziere lo licenziò dicendogli: “Se ha bisogno di qualcosa, caro, si faccia pure vivo, cercherò di esserle utile. Lasci pure i suoi recapiti alla mia segretaria”. La quale, al secolo Xenia Vago, conferma la circostanza alla magistratura newyorkese. Perché tanto interesse dei magistrati italiani (Sica e Imposimato) per il cantante? Semplice. A torto o a ragione, gli investigatori pensano che egli possa avere svolto un ruolo di intermediario; e più in generale che i rapitori si siano serviti di qualche “insospettabile” per comunicare con la famiglia di Sindona o con uomini della finanza e della politica cui far giungere i messaggi necessari. Ed è appunto questo che essi cercano di chiarire con gli interrogatori. Invano. Il 29 gennaio dell’80 il cantante viene ascoltato dal giudice Imposimato, che l’ha già sentito in novembre. Renis entra da testimone ed esce da indiziato di reato. Quando gli viene chiesto se sia tornato in America nel settembre precedente, egli dice infatti di non ricordare. Afferma di non conoscere nessuno dei protagonisti della vicenda. Imposimato lo minaccia di arresto per testimonianza reticente, chiama i carabinieri e lo fa fermare per mezz’ora nella caserma del nucleo traduzioni del tribunale. Poi il cantante, a cui un po’ di memoria è nel frattempo tornata, rientra con tanto di avvocato. Riconosce tutti i personaggi che gli vengono indicati nelle foto dell’Fbi ma dichiara di non sapere nulla del sequestro Sindona.

All’uscita spiega: “Non ho capito a cosa tendessero le domande del magistrato. Io ho detto quanto avevo da dire. Ci siamo lasciati bene con il giudice. Gli ho promesso anche uno dei miei dischi”. Quindi aggiunge sibillinamente: “Io canto solo per la Warner Brothers, non canto altrove” (quasi vent’anni dopo ricorderà testualmente in un’intervista alla “Stampa”: “Il giudice mi voleva fare cantare ma io avevo perso la voce”). Chiosa il “Messaggero” del 30 gennaio 1980: “Questa frase è sembrata ad alcuni osservatori un messaggio, quasi un segnale in codice”. Già, facciamo finta per un attimo che Tony Renis non sia diventato vent’anni dopo un caro amico del presidente del consiglio in carica e -per riflesso- dei suoi giornali e delle sue televisioni. E poniamoci le domande che una libera mente si pone, anzitutto per rispetto a se stessa, di fronte a simili dichiarazioni. Che cosa avrebbe dovuto “cantare” Tony Renis che egli, per sua stessa orgogliosa ammissione, si rifiutò di “cantare”? Quale pezzo di verità inconfessabile di quella storia si tenne per sé, dando un mirabile esempio di fedeltà alla causa? Di più: perché disse di cantare solo per la Warner Brothers? Che messaggio mandava? In effetti la casa di produzione cinematografica si chiama Warner Bros: dove Bros, certo, sta per Brothers, ma nessuno, proprio nessuno, usa altro termine da “Bros”. Voleva fare riferimento più esplicito e più rassicurante ai famosi “fratelli”? Quelli italo-americani sopra richiamati? O i fratelli Gambino che l’avevano fatto ingaggiare -appunto- per cantare alla festa di Santa Rosalia a New York? O i fratelli Rosario e Vincenzo Spatola? O tutti insieme?

La vicenda ha però una coda, almeno in termini di informazioni acquisite documentalmente. Quando Renis si presenta ai giudici italiani, in effetti, questi sono convinti (almeno stando alle notizie di stampa dell’epoca) che il sequestro, per quanto anomalo, abbia avuto comunque finalità estorsive. E che Sindona non si sia mosso dagli Stati Uniti. Successivamente però sono stati accertati alcuni fatti di qualche importanza da parte dei soliti rompiscatole: i giudici di Palermo (inchieste di mafia) e i giudici di Milano (inchiesta Sindona), ossia gli esponenti per antonomasia delle turbe mentali che affliggono la magistratura italiana. Quali sono questi fatti? Anzitutto, come abbiamo detto, che Sindona sparì in America per venire (da latitante) in Sicilia. Che egli fece sosta ad Atene, dove andarono a prelevarlo il cognato di Stefano Bontate e un importante massone, Giuseppe Miceli Crimi, in buoni rapporti con la questura di Palermo e con la P2, e che gli procurò il primo alloggio nel capoluogo siciliano. Che all’arrivo in Sicilia Sindona e il suo seguito furono ospiti in albergo di Gaetano Graci, uno dei quattro potentissimi “cavalieri del lavoro” di Catania. Che in Sicilia egli venne successivamente raggiunto da John Gambino, che lo accompagnò sia a incontri riservati con i boss sia in giro per ristoranti e pubblici locali di lusso.

Che da un certo punto in poi, e per più settimane, Sindona fu ospite degli Spatola nella loro villa di Torretta, località fuori Palermo ad altissima densità mafiosa, a trecento metri sul livello del mare. Che nel ’78 era stata fatta a favore di Sindona, alla presenza di molti boss, una raccolta di fondi in un motel di Staten Island di proprietà di John Macaluso, socio in affari di Sindona. Da qui alcune domande. Sindona e Renis furono dunque ospitati (a rotazione o addirittura insieme) nella stessa casa degli Spatola in quell’agosto del ’79 (Sindona, sappiamo per certo, nella villa di Torretta; Renis, parole sue, “nella villa hollywoodiana sui colli di Palermo”)? In quel periodo Renis incontrò anche a Palermo il fraterno amico John Gambino, visto che si trovava anche lui in Sicilia mentre il cantante era ospite degli Spatola, cugini dello stesso Gambino? Il motel di Staten Island di John Macaluso (il socio di Sindona) è lo stesso in cui Tony Renis ha detto di essere stato, come d’abitudine, ospitato dai Gambino oltreoceano nel mese di luglio del ’79? The end. Finisce qui, per quanto ne sappiamo, questo inquietante pezzo di storia. Fatta di boss di prima grandezza, di amicizie intime, di viaggi ripetuti, di verità taciute e di “cantate” rifiutate.

Preceduta, nella più grande vicenda mafiosa, dall’assassinio di Ambrosoli e da quello di Boris Giuliano. Suggellata, nel corso del “rapimento”, tre settimane prima della sua conclusione, il 25 settembre, dall’assassinio del Consigliere istruttore di Palermo Cesare Terranova e della sua scorta, il maresciallo Lenin Mancuso; un assassinio che secondo Pio La Torre era strettamente connesso con la contemporanea presenza di Sindona in Sicilia. Ricordare questa storia non è una colpa. E’ un dovere. Soprattutto per chi continua a pensare che la mafia sia una cosa cattiva e sciagurata; e che dunque gli amici dichiarati dei mafiosi non possano avere in regalo dal governo un pezzo del costume nazionale, diventare tutt’uno con un simbolo culturale e musicale del popolo italiano, quale è, nonostante tutto, il festival di Sanremo. E che se questo avviene, quel simbolo debba essere svuotato di senso, e che glie se ne debba contrapporre un altro.
Perché, sembrerà strano, esiste un’Italia che proprio della mafia non ne vuole sapere. E non ci vuole convivere.

Da L’Unità del 21 ottobre 2003 e anche su Megachip – Democrazia nella comunicazione

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