Squilibri della bilancia commerciale: il vero tallone d’achille della MMT?

 

In un suo paper “Imbalances, what imbalances? A dissentig view” il prof. Randall Wray sosteneva, correttamente, che gli squilibri finanziari si equilibrano e che il problema è semmai da ricercare nel fatto che questi “squilibri” segnano, piuttosto, dei rapporti di forza di natura asimmetrica. E’ anche su questa premessa che bisognerebbe ragionare ogni qualvolta ci approcciamo all’argomento riguardante gli “squilibri commerciali”. In tale ottica riceviamo e con  piacere pubblichiamo un articolo di Thomas Fazi che, attraverso una puntuale disamina, tenta di fare chiarezza sulla questione partendo dal punto di vista della MMT. Argomento già affrontato su questo sito a più riprese nel corso degli anni passati (si veda l’articolo “La MMT e i vincoli esterni” e la video intervista al prof. Wray “Lo squilibrio della bilancia dei pagamenti”, “Deficit commerciale e debito estero”, “Il cambio flessibile è sempre conveniente?”).

Thomas con questo lavoro si pone in prima battuta in un’ottica ‘oggettiva’, analizzando gli aspetti sotto la lente tecnico-economica, per arrivare a concludere correttamente, come anche noi sosteniamo da sempre, che in ultima analisi l’aspetto focale da prendere in considerazione è quello strettamente correlato alle dinamiche afferenti la sfera politica.

Dunque un articolo esauriente e interessante di cui ne consigliamo vivamente la lettura. Complimenti!

– CSEPI –

*****

 

di Thomas Fazi*

(*) Giornalista, saggista, traduttore. Scrive di questioni europee per varie testate italiane e straniere. Autore, insieme a Bill Mitchell, di “Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale”.

 

Quando si parla di teoria monetaria moderna (modern monetary theory, MMT), una delle obiezioni più comuni in cui capita di imbattersi, anche tra chi condivide l’assunto di fondo della teoria – ovverosia che uno Stato che dispone della sovranità monetaria (cioè che emette la propria valuta e non vincola quest’ultima a un tasso di cambio fisso) non è sottoposto a vincoli finanziari di alcun tipo in quanto può letteralmente creare tutta la moneta che vuole –, è che la MMT trascurerebbe, o almeno tenderebbe a sottovalutare, la questione dei saldi commerciali.

È opinione comune, infatti, che la posizione della MMT sul tema si limiterebbe all’idea secondo cui un paese che emette la propria valuta e adotta un regime di cambio fluttuante non debba mai preoccuparsi dell’eventuale impatto delle sue politiche di bilancio sul proprio saldo commerciale con l’estero, poiché il semplice fatto di lasciar fluttuare la propria valuta significa che un paese può permettersi di incorrere senza conseguenze in persistenti deficit della bilancia commerciale.

A questo argomento, i critici della MMT rispondono che questo potrà anche essere vero per gli Stati Uniti, in virtù del “privilegio esorbitante” di cui godono in quanto emittenti della valuta di riserva mondiale, cioè della valuta che ancora oggi viene utilizzata nella maggior parte delle transazioni internazionale (il che permette agli USA di pagare le importazioni nella propria valuta), ma non per gli altri paesi del mondo, che devono necessariamente procurarsi valuta estera per finanziare le proprie importazioni e per i quali, dunque, i deficit commerciali equivalgono necessariamente ad un accumulo di debito estero.

Molti considerano questo il “punto debole” o il “tallone d’Achille” della MMT, concludendo che, contrariamente a quanto sostenuto dalla MMT, persistenti disavanzi commerciali andrebbero assolutamente evitati, soprattutto in un’ottica di difesa e ampliamento del grado di autonomia e di sovranità di un paese, giacché si ritiene che l’indebitamento estero determinato dai suddetti disavanzi ponga il paese deficitario in una condizione di “dipendenza” economica e politica rispetto ai creditori esteri e prima o poi risulterà inevitabilmente in una crisi della bilancia dei pagamenti che costringerà il paese ad adottare dolorose politiche restrittive. La conclusione che ne viene tratta è che i paesi dovrebbero evitare i disavanzi commerciali proprio per scongiurare il doloroso riequilibrio che prima o poi questi renderanno necessario e dovrebbero tendenzialmente puntare all’equilibrio esterno, cioè a una bilancia commerciale in equilibrio (pareggio tra importazioni ed esportazioni), o ancor meglio, a seconda dei punti di vista, in surplus.

Curiosamente, questo è uno dei pochi punti su cui molti economisti eterodossi (non tutti per fortuna) concordano con la teoria mainstream. Questo fatto viene spesso tirato in causa, da economisti e commentatori di vario colore, per sconfessare l’idea che i governi possano utilizzare la politica bilancio per raggiungere e mantenere la piena occupazione e migliorare le condizioni materiali delle masse, come sostiene la MMT. Per fare un esempio, lo stesso Alberto Bagnai, che per anni è stato uno dei principali sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’euro, ha sostenuto che il principale beneficio di un riallineamento del cambio, dovuto all’adozione di una nuova valuta nazionale, «sarebbe di aprire qualche spazio fiscale. In assenza di un riallineamento, ogni politica fiscale espansiva comprometterebbe l’equilibrio esterno». Egli accetta dunque l’assunto secondo cui un’espansione fiscale sarebbe possibile o comunque auspicabile solo nella misura in cui questa non comprometta la bilancia commerciale.

Se ciò fosse vero, vorrebbe dire che il margine di manovra dell’Italia per perseguire politiche espansive, in un eventuale scenario post-euro, sarebbe piuttosto limitato. È evidente, infatti, che in un’economia aperta la spesa in disavanzo – poiché aumenta il reddito disponibile del settore privato (soprattutto se la spesa è finalizzata alla piena occupazione) e poiché una parte di quel reddito verrà verosimilmente spesa in beni e servizi stranieri – tende a determinare una riduzione dell’avanzo commerciale (se il paese è in avanzo) o, come spesso accade, un (aumento del) disavanzo commerciale, anche in presenza di cambi flessibili (giacché l’evidenza dimostra che il riallineamento del cambio non è automatico e che comunque, anche in presenza di un riallineamento, esso tende a influire solo parzialmente sul rapporto tra importazioni ed esportazioni). Per mantenere la propria bilancia commerciale in equilibrio, dunque, l’Italia post-euro si vedrebbe sostanzialmente costretta a perseguire una politica fiscale piuttosto restrittiva.

Per fortuna, come cercherò di dimostrare, non è detto che debba essere così. Tanto per cominciare, la MMT non sostiene che un paese che opera in un regime di cambi flessibili non sia sottoposto a vincoli esterni di alcun tipo. Esattamente come il potere di creare moneta in quantità illimitata non significa che uno Stato possa (o debba) spendere senza limiti (e neanche che i disavanzi di bilancio siano di per sé positivi) – anche se non esistono vincoli di natura finanziaria, esistono vincoli “reali” di altra natura – allo stesso modo il semplice fatto di lasciar fluttuare la propria valuta non significa che un paese possa (o debba) incorrere in disavanzi con l’estero senza limiti.

La MMT, infatti, afferma chiaramente che i margini di politica economica di un paese, tanto il suo vincolo inflattivo interno quanto il suo vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, dipendono, in ultima analisi, dalle risorse produttive reali di cui dispone: il suo livello di know-how e di sviluppo tecnologico e la quantità e qualità delle sue terre, dei suoi lavoratori, delle sue fabbriche, dei suoi macchinari e delle altre risorse materiali, da cui a loro volta dipendono la complessità (sofisticazione, varietà e non ubiquità) della sua struttura produttiva e dunque le sue ragioni di scambio con l’estero, ovvero il potere d’acquisto dell’export di un paese in termini dell’import dello stesso paese. Detto molto semplicemente, maggiore è la complessità economica di un paese e il grado di monopolio internazionale delle sue produzioni (cioè, più le sue produzioni sono difficilmente riproducibili da altri) e maggiore sarà il prezzo che il resto del mondo sarà disposto a pagare per le sue esportazioni e dunque maggiore sarà ciò che il paese sarà in grado di importare con le proprie esportazioni.

Ciò detto, la MMT chiarisce anche che, a parità di risorse disponibili, un paese che opera in un regime di cambi flessibili dispone di un’autonomia maggiore in materia di politica economica di un paese che sceglie di fissare il proprio tasso di cambio, e che, a certe condizioni, un paese che opera in un regime di cambi flessibili può mantenere un disavanzo delle partite correnti anche per periodi prolungati (o anche all’infinito, a livello puramente teorico) senza particolari contraccolpi economici e non può mai incorrere in una crisi della bilancia dei pagamenti nell’accezione tradizionale del termine, contrariamente alla vulgata secondo cui i disavanzi commerciali sarebbero sempre e comunque insostenibili nel medio-lungo periodo, e che dunque un paese debba tendere sempre all’equilibrio esterno. Vediamo di capire perché.

Ora, è senz’altro vero che un disavanzo della bilancia commerciale – cioè una eccedenza delle importazioni sulle esportazioni – si accompagna inevitabilmente, da un punto di vista strettamente contabile, a un aumento delle passività nette con l’estero, ma questo non sempre equivale a un debito nell’accezione comune del termine. A mo’ di esempio, poniamo che un’impresa di un certo paese debba importare una materia prima (petrolio ecc.), un bene o un servizio prezzato in dollari USA. Per ottenere i dollari necessari, l’impresa può, tramite il sistema bancario domestico, vendere valuta locale in cambio di dollari o può prendere i dollari in prestito.

In entrambi i casi l’operazione genera una passività verso l’estero per la singola impresa – e più in generale per il settore privato – del paese importatore (e dunque, secondo i normali strumenti di contabilità internazionale, per il paese nel complesso), ma trattasi di due passività molto diverse. Nel caso in cui l’importatore si indebiti in dollari per acquistare le importazioni, si genera per il settore privato del paese importatore (e in senso lato per il paese nel complesso) un debito in valuta estera che presenta effettivamente dei rischi, soprattutto nell’eventualità di un deprezzamento della valuta locale rispetto al dollaro, che potrebbe mettere l’impresa o la banca debitrice nell’impossibilità di ripagare il debito, con potenziali ripercussioni a cascata su tutto il sistema economico a seconda del numero e/o delle banche interessate (laddove lo scenario peggiore è, ovviamente, quello di un paese il cui settore privato ha, nel complesso, più passività che attività in valuta estera). Ad ogni modo, un accumulo eccessivo di debito denominato in valuta estera non è sostenibile nel medio-lungo termine. Dunque, possiamo concludere che una nazione il cui settore privato sceglie di (o è costretto a) indebitarsi in valuta estera per pagare le proprie importazioni non può mantenere un disavanzo delle partite correnti su base continuativa.

Molto diverso, però, è il caso in cui l’importatore si sia procurato i dollari vendendo valuta locale. In questo caso si viene a generare per la singola impresa – e più in generale per il settore privato – del paese importatore una passività in valuta locale che può essere considerata tale solo da un punto di vista contabile, derivante dal fatto che c’è una controparte, cioè il paese esportatore, che adesso detiene un attivo di conto corrente denominato nella valuta del paese importatore e che la moneta viene contabilizzata come un debito di chi la emette nei confronti del possessore. Ma trattasi appunto di un debito – o meglio di una passività, che come tale viene registrata nella bilancia dei pagamenti del paese importatore – unicamente dal punto di vista contabile, come detto, giacché non si capisce a quale adempimento possa essere costretto un paese per il solo fatto che un altro paese detiene un certo ammontare della propria valuta. In tal senso è piuttosto assurdo che le statistiche internazionali sulla posizione netta sull’estero (net international investment position, NIIP), che calcola la differenza tra le attività e le passività finanziarie esterne di un paese, non facciano distinzione, perlomeno nel modo in cui i dati vengono usati nel dibattito pubblico, tra passività in valuta estera e passività in valuta locale, sebbene trattasi di due forme di passività completamente diverse, come abbiamo visto.

Va inoltre specificato che l’esempio di cui sopra è una semplificazione estrema. Di norma l’importatore non si reca in prima persona a un ufficio cambi per cambiare la valuta locale in dollari, ovviamente; piuttosto, per ottenere i dollari necessari, si rivolgerà alla propria banca, che a sua volta se li procurerà sul mercato interbancario. In tale senso possiamo dire che, in un regime di cambi flessibili, i movimenti compensativi tra banche fanno sì che un deficit delle partite correnti sia sempre automaticamente “finanziato” (discorso diverso, come vedremo, è l’impatto di questi movimenti sul tasso di cambio).

Ora, poniamo che il paese in questione registri un deficit delle p 5artite correnti, cioè una eccedenza delle importazioni sulle esportazioni, e che paghi tali eccedenze attraverso la vendita di valuta locale. Si tratta di una pratica sostenibile nel medio-lungo periodo? Dipende.

Per tornare all’esempio in questione, se la controparte estera decide di liberarsi delle attività finanziarie denominate nella valuta del paese importatore per acquistare dollari, in un contesto di cambi flessibili il dollaro tenderà ad apprezzarsi nei confronti della valuta locale, con conseguente deprezzamento della valuta del paese importatore nei confronti del dollaro (ma non necessariamente nei confronti di valute terze). È importante sottolineare che la volontà del resto del mondo (incluse le altre banche centrali) di accumulare attività denominate in valuta locale nei confronti del paese deficitario può declinare per ragioni indipendenti dalla bilancia commerciale e/o dai fondamentali economici del paese in questione. Questo perché nel mondo di oggi le variazioni di breve periodo del tasso di cambio tendono a essere determinate prevalentemente dai flussi finanziari transfrontalieri, che dipendono sia dagli “umori”, spesso e volentieri irrazionali, dei mercati privati, sia dalle scelte di politica monetaria degli altri Stati.

A lungo andare, un progressivo deprezzamento della valuta farà aumentare il costo delle importazioni, e dunque costringerà il paese a una riduzione delle stesse, con ricadute più o meno pesanti sull’economia locale a seconda della dipendenza del paese dalle importazioni, e renderà più competitive le sue esportazioni, provocando inevitabilmente una flessione del suo deficit commerciale e un conseguente riequilibrio, quantomeno parziale, della sua bilancia commerciale. Questo processo sarà tanto più doloroso quanto più il paese in questione è dipendente dalle importazioni per l’approvvigionamento di beni di primaria importanza per l’economia interna. Anche in questo caso, oltre a quello esaminato sopra in cui il settore privato si indebita in valuta estera per pagare le proprie importazioni, possiamo concludere che una nazione la cui valuta è oggetto di una domanda decrescente non può mantenere un disavanzo delle partite correnti su base continuativa.

Riassumendo, sebbene i paesi che operano in un regime di cambi flessibili non siano sottoposti agli stessi vincoli della bilancia dei pagamenti dei paesi che operano in un contesto di cambi fissi, tutte le economie aperte sono suscettibili a fluttuazioni, anche significative, nei tassi di cambio e dunque nella bilancia dei pagamenti, soprattutto se i capitali in entrata sono di natura puramente speculativa, tendono cioè ad alimentare bolle economiche (soprattutto nel mercato immobiliare) piuttosto che a finanziare investimenti in attività produttive.

Tuttavia, l’impatto di queste fluttuazioni sui paesi che operano in un regime di cambi fissi è molto più doloroso che sui paesi che fluttuano la propria valuta: la casistica dimostra il deprezzamento del tasso di cambio (spesso definita erroneamente “svalutazione esterna”) è un’opzione assai meno dolorosa della “svalutazione interna”, cioè della riduzione dei salari e della spesa pubblica, l’unica opzione disponibile per i paesi che operano in un regime di cambio fisso. La ragione è semplice: laddove la svalutazione interna riduce sia la domanda di beni e servizi esteri che quella di beni e servizi prodotti a livello domestico, con pesanti ricadute deflazionistiche sull’occupazione e sul sistema produttivo nazionale, il deprezzamento del tasso di cambio si ripercuote soprattutto sulla domanda di beni e servizi esteri, limitando l’impatto sui salari e sulla produzione nazionale. Va da sé, poi, che laddove le passività sono denominate in valuta domestica, un eventuale deprezzamento della valuta non comporterebbe alcun aumento dell’onere del debito, e anzi l’aumento della competitività dovuto al deprezzamento della valuta faciliterebbe il rimborso di eventuali debiti in valuta locale da parte del settore privato.

Un’altra opinione molto diffusa, infine, è quella secondo cui il deprezzamento della valuta cui è potenzialmente esposto un paese che fluttua la propria valuta generi automaticamente inflazione. Ciò si basa sull’assunto secondo cui i prezzi delle importazioni aumentino in eguale proporzione all’entità del deprezzamento, e che l’aumento del prezzo delle merci estere si trasferisca automaticamente sui prezzi interni, generando una pericolosa spirale deprezzamento-inflazione, con un conseguente crollo del tenore di vita del paese. A prima vista potrebbe apparire come un ragionamento ovvio, il che spiegherebbe perché il nesso tra svalutazione/deprezzamento e inflazione sia una delle argomentazioni apparentemente più persuasive addotte per spiegare gli effetti devastanti cui andrebbe incontro un paese che abbandonasse l’euro a seguito del deprezzamento della nuova valuta nazionale rispetto alle principali valute di riferimento.

In realtà, l’evidenza empirica mostra che per molti paesi «la correlazione tra le variazioni dei prezzi al consumo e le variazioni del tasso di cambio nominale è stata piuttosto bassa e decrescente negli ultimi due decenni». Un recente paper della Banca d’Inghilterra conclude che «gli effetti dei movimenti dei tassi di cambio sull’inflazione – e anche solo sui prezzi delle importazioni – non sembrano essere coerenti nel tempo». D’altronde sappiamo che nel 1992 un deprezzamento improvviso della lira del 20 per cento (in seguito alla fuoriuscita del nostro paese dall’accordo di cambio dello SME) non ebbe praticamente alcun impatto sull’inflazione. Lo stesso euro dall’inizio della crisi finanziaria ha perso circa il 30 per cento del suo valore rispetto al dollaro senza che questo sia stato accompagnato da un’inflazione galoppante in Europa; al contrario, come è noto, l’inflazione è rimasta costantemente sotto l’obiettivo della BCE del 2 per cento. In definitiva, pare abbastanza chiaro che, sebbene il deprezzamento della valuta crei qualche trasferimento sui prezzi interni, non vi è motivo di ritenere che questo sarebbe sufficiente a impedire un’espansione fiscale finalizzata alla piena occupazione.

Alla luce di quanto detto, dunque, non sorprende che studi empirici sugli aggiustamenti delle partite correnti nei paesi industriali avanzati a partire dagli anni Settanta abbiano dimostrato che essi sono tipicamente relativamente indolori. Sono diversi, infatti, gli esempi di paesi che hanno registrato disavanzi prolungati della bilancia commerciale ma hanno poi raggiunto un riequilibrio senza gravi perturbazioni macroeconomiche (ad esempio il Canada). Quanto detto dimostra che i paesi che lasciano fluttuare la propria valuta (e in particolar modo i paesi avanzati le cui passività con l’estero sono denominate perlopiù in valuta locale) non possono andare incontro a crisi della bilancia dei pagamenti in senso stretto, giacché non sono obbligati ad accumulare riserve in valuta estera per mantenere un cambio fisso e dunque non corrono il rischio di esaurire tali riserve andando incontro, appunto, a una crisi della bilancia dei pagamenti.

La casistica degli ultimi decenni, infatti, dimostra che nell’era post-Bretton Woods le crisi della bilancia dei pagamenti (e le improvvise fluttuazioni della stessa dovute ad afflussi/deflussi improvvisi di capitali speculativi) hanno riguardato quasi esclusivamente paesi che operano in un regime di cambio fisso e/o si indebitano in una valuta estera, spesso e volentieri proprio come conseguenza del cambio fisso e dunque della scomparsa del rischio di cambio (tutte le crisi finanziarie dei mercati emergenti si sono verificate in presenza di una qualche forma di aggancio valutario). Episodi di “sudden stop”, cioè di improvvisi deflussi di capitale, sono infatti praticamente sconosciuti nei paesi avanzati che accumulano passività nella propria valuta e che adottano un cambio fluttuante (praticamente tutti ad eccezione dei paesi dell’eurozona).

Immaginiamo adesso una situazione in cui il resto del mondo, nel complesso, sia disponibile a continuare ad accumulare attività finanziarie nella valuta della nazione deficitaria. In questo caso, non c’è nessun motivo per cui un persistente deficit delle partite correnti finanziato attraverso l’accumulo di passività in valuta locale (che possono assumere la forma di saldi attivi di conto corrente detenuti da soggetti esteri, ma anche di titoli azionari e immobiliari) debba determinare una flessione del tasso di cambio. E dunque per cui il paese in questione non possa mantenere un disavanzo delle partite correnti su base continuativa.

Da cosa dipende la domanda degli stranieri della valuta di un certo paese? In primis, dalla volontà di procurarsi la valuta locale necessaria per acquistare beni e servizi dal paese in questione. Ma anche dalla volontà di investire in quel paese, comprando imprese, azioni, proprietà immobiliari e altro. Dal momento che per investire in tali asset nazionali è necessario ottenere la valuta locale, finché ci saranno stranieri disposti a investire nel paese, la domanda della sua valuta è destinata a rimanere elevata, indipendentemente dal suo saldo commerciale e/o dall’ammontare delle sue passività verso l’estero. Anche gli investimenti esteri generano passività che, esattamente come gli attivi in valuta domestica detenuti da soggetti esteri, pur essendo contabilizzati come passività finanziarie verso l’estero, non possono essere considerati come debiti formali, giacché non corrispondono a un’obbligazione finanziaria di qualche tipo ma alla proprietà estera di un’attività reale o finanziaria che opera in territorio nazionale.

Riassumendo quanto detto finora, la capacità di una nazione di mantenere un disavanzo delle partite correnti su base continuativa – cioè senza una continua pressione al ribasso sul proprio tasso di cambio – dipende dalla disponibilità degli stranieri ad accumulare attività finanziarie nella valuta emessa dalla nazione in questione. Finché ci saranno stranieri disposti ad accumulare tali attività, non c’è nessun motivo per cui un paese che lascia fluttuare la sua valuta – cioè che non è obbligato a difendere l’aggancio valutario comprando, vendendo o prendendo in prestito valuta estera – non possa mantenere un deficit commerciale anche per periodi molto lunghi senza particolari contraccolpi macroeconomici.

Questo spiega perché tanti paesi, al di là degli Stati Uniti, sono (stati) in grado di mantenere per anni o anche decenni persistenti deficit delle partite correnti senza incorrere in alcuna crisi della bilancia dei pagamenti: tra questi il Canada, il Regno Unito, l’Australia e la Nuova Zelanda, solo per citarne alcuni. Ciò smentisce categoricamente l’idea che solo gli USA sarebbero in grado di finanziare il proprio deficit commerciale accumulando passività in valuta domestica. La verità è che nei moderni paesi industrializzati l’“indebitamento” in valuta propria è la norma. Ma la cosa interessante è che sempre più anche gli stessi paesi emergenti o in via di sviluppo che dir si voglia, su raccomandazione dello stesso Fondo monetario internazionalehanno cominciato a ridurre le proprie passività in valuta estera, privilegiando per esempio l’emissione di titoli di debito pubblico in valuta locale (che oggi in questi paesi rappresentano in media più del 90 per cento di tutto il debito sovrano). Un recente studio dell’FMI mostra infatti come oggi le passività in valuta locale dei paesi emergenti superino di misura quelle in valuta estera. Ciò dimostra che anche per questi paesi in molti casi (sebbene non tutti, ovviamente) l’indebitamento in valuta estera – storicamente la componetene maggioritaria delle loro passività verso l’estero – non era una necessità ineluttabile, come sostenuto dalla cosiddetta teoria del peccato originale, ma una scelta (spesso imposta dall’Occidente) di natura ideologica o politica.

Ovviamente quanto detto non vale per tutti i paesi. Esistono indubbiamente paesi estremamente sottosviluppati, molto poveri di risorse reali e di opportunità di investimento, la cui valuta è oggetto di una domanda molto bassa e dunque la cui capacità di finanziare le proprie importazioni in valuta locale è limitata, dato il basso potere d’acquisto della stessa relativamente alle altre valute (e dunque le pessime ragioni di scambio del paese). Questo, però, non vuol dire che la MMT non abbia nulla da offrire a questi paesi, anzi. Comprendere che un paese che emette la propria valuta fluttuante non è sottoposto a vincoli finanziari di alcun tipo, né è soggetto allo stesso vincolo della bilancia dei pagamenti di un paese che sceglie di fissare il proprio tasso di cambio, è una condizione essenziale per poter accrescere la capacità produttiva locale e dunque per allentare il suddetto vincolo nei paesi più poveri del mondo.

Un altro caso ancora è rappresentato da quei paesi che probabilmente non avrebbero problemi a finanziarsi in valuta locale ma si privano di questa possibilità scegliendo di agganciare le loro monete al dollaro USA o addirittura utilizzando il dollaro USA come propria moneta ufficiale interna. Nota Stephanie Kelton che:

In entrambi i casi, compiere sforzi maggiori al fine di accumulare riserve in dollari diventa una necessità. L’aggancio valutario può inoltre comportare un peggioramento della sovranità monetaria nel tempo, man mano che il settore privato si abitua sempre di più a indebitarsi nella valuta alla quale il paese è agganciato. Nel frattempo, anche gli stessi governi potrebbero dover accrescere il loro indebitamento in dollari USA, riducendo ulteriormente la loro sovranità monetaria.

Un caso sui generis, su cui non ci soffermeremo in questa sede, è rappresentato infine dall’eurozona, dove, a differenza di un sistema di cambi fissi, non esiste un problema di esaurimento delle riserve valutarie da parte dei paesi in deficit, grazie alla presenza di un meccanismo di pagamenti interbancari, il TARGET2, che consente ai paesi membri di finanziare il proprio deficit estero intra-euro in maniera potenzialmente illimitata, in virtù del fatto che gli Stati membri utilizzano, ovviamente, la stessa moneta (qui un mio approfondimento sul tema). Pur non essendo soggetti a un vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, i paesi dell’eurozona sono però condizionati da un vincolo esterno molto più stringente nella forma della rinuncia alla propria sovranità monetaria.

Ma non divaghiamo. Per tornare al quesito posto all’inizio dell’articolo – quale sarebbe il margine di manovra dell’Italia per perseguire politiche espansive in un eventuale scenario post-euro? – credo che si possa tranquillamente concludere, alla luce di quanto detto finora, che un paese come il nostro – nona economia al mondo, seconda potenza manifatturiera, uno dei maggiori esportatori d’Europa e tra i primi paesi al mondo per complessità economica –, non avrebbe alcun problema, alla luce della sua disponibilità di risorse reali e dei suoi livelli di capacità produttiva (che una politica oculata potrebbe facilmente accrescere una volte recuperate tutte le leve della politica economica), a finanziare un suo eventuale deficit delle partite correnti attraverso l’accumulo di passività in valuta nazionale, nel momento in cui lo stimolo della domanda necessario per rimediare ad anni di austerità euro-diretta dovesse condurre a un’eccedenza delle importazioni sulle esportazioni.

Fin qui, come detto, ci siamo limitati ad esaminare ciò che è tecnicamente possibile. Discorso ben diverso è se ciò sia politicamente auspicabile. Detto in altre parole: posto che un paese industrialmente avanzato che emette la propria valuta e adotta un regime di cambio fluttuante può permettersi di incorrere in un disavanzo commerciale anche per periodi relativamente lunghi senza necessariamente incorrere in particolari problemi dal punto di vista macroeconomico, dovremmo concludere che tali deficit siano positivi sempre e comunque?

Qui la mia posizione diverge un po’ da quella dei principali esponenti della MMT. Quest’ultima ribalta completamente la concezione dominante in materia di saldi commerciali, affermando le esportazioni rappresentano un costo reale per il paese in avanzo, mentre le importazioni rappresentano un beneficio reale per la nazione deficitaria. Questa nozione si basa sulla distinzione tra risorse reali misurate in beni e servizi, nonché ore lavorate, e ricchezza nominale misurata in attività finanziarie (uni e zeri su un computer). Secondo il paradigma MMT, dunque, le esportazioni rappresentano risorse reali negate ai cittadini del paese e inviate ad altre nazioni, in cambio di ricchezza nominale (attività finanziarie), mentre le importazioni rappresentano risorse reali ricevute da altre nazioni, in cambio di ricchezza nominale.

Da ciò ne consegue che, a prescindere da quelle che possono essere le implicazioni nel medio periodo, nel periodo in cui si verifica un disavanzo delle partite correnti sia da considerarsi generalmente positivo, perché permette a una nazione di “consumare” una quantità di beni e servizi maggiore di quella che potrebbe permettersi in condizioni di equilibrio o di avanzo con l’estero; e viceversa che un avanzo delle partite correnti sia da considerarsi generalmente negativo, perché corrisponde a una quantità di beni e servizi consumati minore di quella che un paese potrebbe permettersi in condizioni di equilibrio o di avanzo con l’estero, solitamente a causa di politiche di contenimento della domanda (compressione dei salari e/o della spesa pubblica). La MMT sostiene inoltre che una politica di bilancio adeguata – cioè tesa alla piena occupazione – può sempre compensare l’eventuale impatto negativo di un deficit commerciale sull’occupazione nel settore privato.

È una posizione che mi sento di condividere solo in parte. Se è vero che, in linea di massima – e tralasciando considerazioni di carattere ambientale –, per una nazione, come per un comune cittadino, vale la regola per cui più è in grado di “consumare” meglio è – e quindi che, nel breve termine, un disavanzo è sempre meglio di un avanzo commerciale –, mi sento di dissentire dall’assunto di fondo della MMT per cui sia del tutto indifferente se i beni consumati sono prodotti a livello nazionale o importati, purché il paese deficitario eviti di indebitarsi in valuta estera. Detto diversamente, l’impatto di medio-lungo termine dei deficit commerciali non può essere giudicato solo dal punto di vista della loro sostenibilità finanziaria (che nel caso dei paesi industrialmente avanzati, come detto, è fuori discussione), ma vi sono anche altri aspetti che vanno presi in considerazione.

Un paese che, per fare un esempio, sceglie di importare dall’estero tutta una serie di beni di primaria importanza per l’economia interna – pensiamo per esempio ai medicinali o alle apparecchiature sanitarie, ma lo stesso dicasi di tutta una serie di altri prodotti, componenti o sottocomponenti di cruciale importanza per l’economia e la stessa sicurezza nazionale di una nazione (si pensi ad esempio a tutte quelle tecnologie che hanno applicazioni militari oltre che civili) – si rende estremamente vulnerabile a eventuali interruzioni della filiera, come reso drammaticamente evidente dalla pandemia in corso. Un discorso simile vale per gli investimenti esteri diretti. Se è vero che queste passività non possono essere considerate debito in senso stretto – e quindi non rappresentano necessariamente un problema dal punto di vista dei saldi con l’estero –, è altrettanto vero che rappresentano un costo per il paese deficitario in termini di capacità di proiezione strategica.

L’acquisizione di un’impresa nazionale da parte di un soggetto estero comporta il trasferimento all’estero non solo dei profitti, ma anche delle scelte di governance, delle competenze tecnologiche, del know-how e in alcuni casi degli stessi macchinari (in caso di delocalizzazioni). Insomma, la questione della dipendenza di un paese dall’estero o degli investimenti esteri diretti non può essere analizzata solamente in termini “contabili” o occupazionali, ma va inquadrata in termini strategici molto più ampi, cioè in termini reali. Ciò detto, sarebbe un errore desumere il grado di dipendenza di un paese dall’estero dal suo saldo commerciale: un paese che possiede una produzione altamente sofisticata e diversificata ma registra un deficit commerciale sarà comunque meno dipendente dall’estero di un paese che magari registra un surplus commerciale ma che, per esempio, esporta esclusivamente materie prime e deve importate quasi tutti i suoi beni di consumo. Il grado di dipendenza dall’estero, insomma, è un fattore più qualitativo che quantitativo.

Da una prospettiva più strettamente socialista, quale quella di chi scrive, poi, va da sé che la prospettiva di demercatizzazione e democratizzazione dell’economia – l’idea che i cittadini e i lavoratori abbiano una voce in capitolo su cosa viene prodotto, come e con quali finalità – presuppone che la base produttiva e la sua proprietà siano localizzate, quanto più possibile, all’interno dei confini della nazione. E questo senza considerare il devastante impatto ambientale dell’iper-integrazione commerciale globale, che si basa sull’idea secondo cui il fine della politica commerciale globale debba essere quello di incrementare il più possibile il volume e l’intensità degli scambi commerciali internazionali, con l’obiettivo, tra le altre cose, di aumentare le esportazioni, ridurre il costo delle importazioni e favorire l’integrazione delle filiere produttive dei singoli paesi.

È evidente che serve un ribaltamento radicale di questa logica, che ponga al primo la riduzione – non l’allargamento – del livello di (inter)dipendenza commerciale dei singoli paesi: una nuova razionalità economica che si ponga come obiettivo l’ottenimento del massimo grado di autosufficienza economica nazionale possibile, secondo la filosofia esposta da Keynes nel suo noto saggio del 1933, Autosufficienza nazionale: «Io simpatizzo piuttosto con coloro che vorrebbero ridurre al minimo il groviglio economico tra le nazioni, che non con quelli che lo vorrebbero aumentare al massimo. Le idee, il sapere, la scienza, l’ospitalità, il viaggiare – queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma lasciate che le merci siano fatte in casa ogni qualvolta ciò è ragionevolmente e praticamente possibile, e, soprattutto, che la finanza sia eminentemente nazionale». L’obiettivo della politica industriale dovrebbe dunque essere quello di aumentare quanto più possibile la complessità delle produzioni nazionali (soprattutto quelle di carattere strategico) e minimizzare così le dipendenze economiche (geopolitiche) del paese.

Per concludere, riassumerei quanto detto finora dicendo che l’approccio nei confronti dei disavanzi commerciali dovrebbe essere lo stesso che la MMT adotta nei confronti dei disavanzi di bilancio: al netto degli aspetti strettamente finanziari, essi non sono di per sé né buoni né cattivi, ma andrebbero giudicati alla luce della strategia nazionale più ampia in cui si collocano e del loro impatto nel medio-lungo termine sull’autonomia strategica del paese. Vi sono molte buone ragioni per cui potrebbe essere necessario per un paese mantenere per un certo periodo un deficit commerciale – acquisire risorse reali (tecnologie, know-how ecc.) per aumentare la capacità produttiva nel caso dei paesi in via di sviluppo; realizzare politiche espansive di sostegno alla domanda nei paesi avanzati –, e come abbiamo visto questo non comporta necessariamente problemi dal punto di vista finanziario; l’importante è non perdere mai di vista i potenziali impatti extra-finanziari di medio termine.

In ultima analisi, il nocciolo della questione è tutto qui: le ragioni prevalenti per cui preoccuparsi dei deficit commerciali non sono di natura finanziaria, almeno nel caso dei paesi avanzati, quanto piuttosto di natura (geo)politica.