Squadristi della postverità

Di Guido Cappelli

L’ultimo episodio, che coinvolge proprio questa testata, è marca della casa del rotocalco-spazzatura Fanpage, che si è preso la briga di infiltrare una “giornalista”, tal Gaia Martignetti, nella redazione del blog di opposizione “Come don Chisciotte”, per cercare di dimostrare una loro presunta mancanza di deontologia professionale e, di passata, screditare le piazze del dissenso. Una vera è propria aggressione gratuita, una finta inchiesta mirante a “denunciare” non chissà quale reato o infrazione deontologica, ma una presunta superficialità nel trattamento delle fonti, superficialità che ovviamente non è riuscita a dimostrare, in quanto le bufale che avevano preparato come trappola per la redazione del giornale non sono state pubblicate, il giornale non è cascato nel tentativo maligno di discredito e ne è uscito più credibile di prima. La cosa surreale, infatti, che qualifica il degrado della professione e fa di chi si presta a simili indecenze un collaborazionista dalla dubbia dignità è che, come c’era da attendersi, dopo cotanto esercizio di giornalismo d’inchiesta (risate), i nostri novelli Kapuściński si guardano bene dal dire che tutto è finito in una bolla di sapone (sia pur tossica) in quanto la testata aggredita non ha abboccato alle bufale rifilatele ad arte. Parturiunt montes ridiculum mus. Ma non sia mai che la realtà rovini una bella manipolazione!

Vi ricordate il “metodo-Boffo” – il discredito di un giornalista “fastidioso” attraverso particolari insignificanti che messi in fila distruggono una reputazione? Bei tempi, quando l’uso dei media come arma di distruzione personale era solo ai primi passi… L’operazione si è evoluta, la formula è diventata tanto vile quanto abusata: il solito video con la solita musichetta di sottofondo, il solito taglia e cuci di immagini e dichiarazioni estemporanee, il solito maldestro tentativo di mettere alla berlina singoli, ignari cittadini, in un dispiego degno di 007, ma – piccolo dettaglio insignificante – non per mettere a nudo le magagne di grandi imprese, che so, la Pfizer, o opachi centri di potere, per esempio il Cts, ma una redazione di volontari che si sfiancano ogni giorno per offrire un’informazione degna di questo nome. Squadrismo senza olio di ricino (per ora). Brava Gaia, è così che si fa carriera in questo mondo in cui trionfano gli arrivisti e i furboni: bisogna esseri bravi a gestire varie cappe di peli sullo stomaco per riuscire a partorire un topolino così osceno.

Capitò anche a me di imbattermi in uno di questi gentiluomini, un signore che assomigliava più a un ultra da stadio che a un professionista dell’informazione: costui, alla fine di una mia lezione pubblica, si ostinava a volermi far dire che Draghi era un “burattino”, quando io lo avevo definito, in allusione all’oligarchia di cui fa parte, un “proconsole”: solo un piccolo specimen della brutalità banalizzante di questa gente, posto che tra burattino e proconsole corre tutta la differenza che c’è tra una vuota banalità insultante e una critica politica: ma al reporter d’assalto questo non interessava e (vedere il video per credere) mi trovai costretto a liberarmi da lui che mi incalzava quasi fisicamente. È diventata la regola: dietro la foglia di fico del “giornalismo d’inchiesta” si agitano torme di spregiudicati peones rabbiosamente precarizzati, contractors che imboccano questa sorta di scorciatoia furbesca che al duro, rigoroso, paziente lavoro di verifica delle fonti e ricerca della verità sostituisce la violenza becera dello sprezzo gratuito, dell’accusa di comodo, della squalifica prefabbricata.

Fanpage è un monumento alla disinformazione, lo zimbello degli adolescenti, lo sanno tutti: lo fa con la furia del converso, con lo zelo del maggiordomo che vuole distinguersi agli occhi del padrone – dove il padrone non è altro che la finanza che a braccetto con bigtech si è impossessata dell’agenda pubblica e la determina permanentemente, senza scrupoli, creando una realtà virtuale fatta di finti scoop puerili, battaglie civili farlocche, e una buona dose di ansia indotta ad arte.

Ma il problema dello squadrismo giornalistico è ben più ampio e inquietante. Negli ultimi decenni, a misura che avanzava il progetto di nuovo ordine mondiale e la dissidenza veniva progressivamente e programmaticamente demonizzata, si è assistito a una concentrazione delle fonti d’informazione inaudita, all’invasione della finanza e delle big tech nel campo dell’editoria giornalistica (e anche scientifica, con giganti come i quasi monopolisti di Elzevier, che stanno alterando persino la comunicazione scientifica). Nulla più è in salvo nel campo dell’informazione postmoderna: la parola, questo strumento che distingue l’umano, è sequestrata dagli stessi che stanno sequestrando le risorse, la terra, l’acqua.

Legioni di autoproclamati debunker si sono affacciate sulla scena dell’informazione, finendo di minarla in modo probabilmente irreversibile. Siti spessissimo di proprietà dei vari Bill e Jeff, cioè di quel mondo distopico criticato e denunciato dalle vittime dei trattamenti-Boffo. Come nel giochino informatico demenziale di virus-antivirus, prima creano la disinformazione, poi fondano o finanziano i siti che attaccano chi la denuncia. Lo fanno spargendo fango, confondendo artatamente la critica con l’ingiuria, la ridicolizzazione, la caricatura. Il metodo, per chi sia formato nella retorica e nella comunicazione, è tanto rozzo quanto violento: in soldoni, si prende un’informazione o un’opinione scomoda, e la si sottopone al trattamento squadristico isolandone magari un dettaglio inesatto, una postilla errata, un’imprecisione, per affogare nel fango la vittima – cioè la verità e chi la diffonde. In genere, le prove di cotanto esercizio di smascheramento si risolvono in un link che rimanda a… un altro link della stessa testata, in un grottesco gioco circolare in cui il presunto debunker si dà ragione da solo. Il tutto ammantato di un tono fra il finto sdegno e la denuncia sarcastica. Sembra, invero, che questa galassia di mastini del potere sia accomunata dalla predilezione per il grottesco, la caricatura, la deformazione sistematica, in un gioco sporchissimo che non arretra neanche davanti alla pura disinformazione. Causa e conseguenza al tempo stesso di quella alterazione cognitiva, quella “crisi del senso” che ha reso possibile la maggiore aggressione ai diritti e all’idea stessa di cittadinanza che è in atto con l’aiuto inestimabile di queste centrali di propaganda dalle tattiche quasi militari.

Roba che con l’informazione non ha più nulla a che fare, e che va intesa e compresa come un pezzo centrale della propaganda sistemica dei poteri globalisti che hanno dichiarato guerra al mondo occidentale e ai suoi valori. Nel tempo delle vacche tutte grigie, nel postmoderno della postverità, dell’indistinzione tra vero e falso, tra assurdo e plausibile, in uno spazio pubblico in cui, come dimostrano gli ultimi due anni, si può dire tutto e il contrario di tutto, in questa palude dell’intelligenza e del buon senso, sguazzano i teppisti della disinformazione, i gradassi della minaccia trasversale, i piccoli kapò pronti ad azzannare anche non richiesti, solo per far cosa gradita al potente di turno, al pensiero unico, alla moda dominante. Proprio come fanno Fanpage e i tanti altri rotocalchi-spazzatura che hanno devastato la libera informazione. Conviene prestargli la dovuta attenzione, è una questione di vita o di morte. Dell’intelligenza.

Di Guido Cappelli, docente di Letteratura italiana, Università degli Studi di Napoli L’Orientale

04.12.2021

 

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