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Sette giorni a Settembre

 

JOE LAURIA
consortiumnews.com

Nei primi giorni di settembre erano stati incredibilmente resi pubblici i tentativi di controllare e forse anche di estromettere un presidente legalmente eletto, sollevando così una serie di difficili domande sul tanto decantato sistema democratico dell’America.

Ciò che era stato rivelato ricorda il romanzo e il film Sette giorni a maggio, la storia di un tentato golpe militare contro un presidente degli Stati Uniti che cercava di migliorare i rapporti con la Russia. Il presidente immaginario del romanzo era in realtà  un riferimento ad un capo di stato reale, John F. Kennedy, che aveva aperto la Casa Bianca nel 1963 e aveva permesso al regista John Frankenheimer di riprendere le scene dell’unico film di Hollywodd mai girato in quella sede.

Kennedy era perfettamente conscio della furia politica dei pezzi grossi del Pentagono, dopo il suo rifiuto a condurre un attacco in piena regola contro Cuba durante l’operazione Baia dei Porci. La cosa era stata poi aggravata, dopo la crisi dei missili cubani, dal suo desiderio di distensione con Mosca, ribadito con forza da Kennedy nell’esemplare discorso all’American University, cinque mesi prima della sua morte.

Questa è la scena culminante del film (assolutamente da vedere); 2,25 fantastici minuti di storia del cinema.

La frase-chiave, pronunciata dall’attore che impersona Kennedy è. “Lei, che ha un tale fervente, appassionato, evangelico attaccamento al suo paese, perché, in nome di Dio, non ha una simile fede nel sistema di governo che è così determinato a proteggere?”

Non bisogna aver conosciuto John Kennedy per sapere che Donald Trump non è John Kennedy. Trump si è assunto la paternità di tutta una serie di posizioni pericolose per gli interessi della maggior parte degli Americani e della popolazione di tutto il mondo: sul clima, sul taglio delle tasse ai miliardari, sull’assicurazione sanitaria, sulle operazione belliche condotte con i droni, sulla tortura, sull’immigrazione, sull’Iran, sulla Palestina e così via.

Ma, apparentemente, Trump ha cercato di migliorare le relazioni con la Russia e la Corea del Nord per disinnescare i più pericolosi focolai di guerra nucleare del pianeta. E, per questo motivo, sembra sia stato sottoposto al trattamento Kennedy, ante-1963.

Prove circostanziali

Fino ai primi sette giorni di settembre, esistevano solo prove circostanziali sul fatto che le agenzie di intelligence avessero lavorato con il partito al governo per compromettere il candidato dell’opposizione prima delle elezioni, e il presidente immediatamente dopo.

Queste comprendevano:

# una serie di soffiate anonime da parte di rappresentanti dell’intelligence dell’amministrazione Obama per compromettere il [nuovo] presidente; ad uno di essi era stato consentito di testimoniare dall’allora direttore dell’FBI, James Comey;

# una serie di messaggi politici anti-Trump intercorsi fra i funzionari dell’FBI Peter Strzok e Lisa Page, compreso uno dove si ammetteva che “non c’era nulla di concreto” riguardo alla collusione Trump-Russia, anche se Strzok aveva fatto parte della squadra del Consigliere Speciale Robert Mueller, proprio per cercare “qualcosa di concreto;”

# l’utilizzo di un dossier a pagamento, commissionato dal Partito Democratico (non un rapporto controllato da un’agenzia di intelligence), con cui poter ottenere un mandato per spiare la campagna di Trump e gettare le basi dell’indagine Mueller;

# un agente della CIA e dell’FBI, collegato alla società che aveva prodotto il dossier, che si era infiltrato, nel 1980, nella campagna di Jimmy Carter e che, nel 2016, aveva corteggiato i funzionari che si occupavano della campagna di Trump, in vista di una possibile azione sotto copertura per stabilire un collegamento fra Trump e Mosca.

Tutto questo aveva mostrato come i Democratici, il partito al potere nel ramo esecutivo, avessero usato le loro agenzie di intelligence per compromettere prima un candidato e poi un presidente costituzionalmente eletto. La maggior parte dei media corporativi aveva fatto sparire o liquidato questi indizi, considerandoli una “teoria della cospirazione,” mentre promuoveva incessantemente la, tuttora indimostrata, teoria cospirativa secondo cui Trump sarebbe stato colluso con la Russia per inquinare il risultato elettorale.

Si trattava del classico tentativo di spostare l’attenzione sulla Russia per defletterla dalla sconfitta fai-da-te di Hillary Clinton e, secondo una tradizione politica vecchia di secoli, addossare ingiustamente la colpa dei conseguenti disordini interni ad una potenza straniera ostile, invece che alle politiche ingiuste e bipartisan che avevano veramente “minato la nostra democrazia” e “favorito le divisioni sociali.” E’ stato questo malcontento che ha favorito l’elezione di Trump.

Per quanto pericoloso Trump possa essere per la repubblica,  fra due o  sei anni, non ci sarà più. [Nel frattempo] il pericolo maggiore potrebbe però non essere più controllabile, a causa di elementi non eletti dell’intelligence che interferiscono con il processo elettorale e che successivamente, alleati con i funzionari dell’amministrazione Trump, si infiltrano nella macchina governativa. Come dicono quelli della NSA: “le amministrazioni vanno e vengono, ma noi siamo sempre qui.”

Sospetti di lunga durata

Carter, aveva compromesso Obama in Siria

Ci sono sempre stati sospetti sulle reali forze che, dietre le quinte, detengono il vero potere sui presidenti americani. Di tanto in tanto possiamo intravvederle.

Il Segretario della Difesa Ash Carter aveva apertamente sfidato il presidente Barak Obama quando aveva sabotato un progetto di cooperazione militare con la Russia per combattere gli estremisti in Siria, facendo uccidere [dai caccia-bombardieri americani] decine dei soldati dell’Esercito Arabo Siriano, proprio mentre il Segretario di Stato John Kerry stava mettendo a punto gli ultimi dettagli accordo, in seguito abbandonato. Questo era stato il modo in cui funzionari non eletti avevano costretto Obama ad intervenire direttamente in Siria.

Il più delle volte siamo costretti a fare congetture sulle forze nascoste che controllano un presidente.

Ma, nei primi sette giorni di settembre, si sono verificati tre insoliti episodi, di pubblico dominio, che hanno fatto luce sui tentativi, da parte di personaggi non eletti, di compromettere un presidente regolarmente in carica: le rivelazioni contenute nel nuovo libro di Bob Woodward, un anonimo editoriale del New York Times e uno strano discorso di Barak Obama riguardante Trump.

Masha Gessen, una netta oppositrice di Trump e del presidente russo Vladimir Putin, aveva parlato di questo pericolo in un articolo sul New Yorker:

“Il fatto che di questa situazione ne parli la stampa, ribadisce ulteriormente il concetto che un corpo, o più corpi, [dello stato] stanno attivamente intralciando e compromettendo un leader eletto. Anche se, nel breve periodo, questo potrebbe essere la salvezza della nazione, è però anche un chiaro segnale del fallimento dei suoi ideali e delle sue norme costituzionali più preziose. Una persona, o più persone anonime non possono governare in nome del popolo, perché il popolo non sa chi è [veramente] al potere.”

Emerge la prova concreta

Il 5 settembre, il New York Times aveva preso la assai insolita decisione di pubblicare un editoriale anonimo. Intitolato: “Faccio parte della resistenza all’interno dell’amministrazione Trump,” aveva come sottotitolo: “Lavoro per il presidente, ma, insieme ai colleghi che la pensano come me, ho giurato di contrastare alcune parti del suo programma e le sue peggiori inclinazioni.”

Questo funzionario, che non è stato ancora smascherato, è la chiara dimostrazione che burocrati non eletti cercano di controllare un presidente assolutamente ignaro della cosa: “Il dilemma, di cui [Trump] non coglie la reale portata, è che molti funzionari anziani della sua stessa amministrazione lavorano diligentemente dall’interno per vanificare una parte della sua agenda…”

Ma proprio qui è la chiave. I poteri dietro le quinte hanno una loro ben precisa agenda politica. Quello che veramente interessa loro non è di “andare oltre la politica, tendere una mano all’opposizione e sbarazzarsi delle divisioni ideologiche in nome degli Americani,” come professa l’autore dell’articolo. Il loro vero interesse è avere il controllo della politica.

Questa cricca, per esempio, non ha nessun problema con alcune delle parti più retrograde del programma di Trump. Il nostro scrittore le esalta. “Non fraintendetemi,” continua. “Ci sono dei lati positivi che la copertura mediatica, quasi sempre negativa nei riguardi dell’amministrazione, non riesce a cogliere: l’effettiva deregolamentazione, la storica riforma fiscale, un esercito più agguerrito ed altre.”

La deregolamentazione, per lasciare che il settore privato calpesti i lavoratori. La deregolamentazione, per contribuire al riscaldamento globale del clima. La riforma fiscale, che ha fatto affluire milioni nelle tasche dei miliardari, mentre i comuni cittadini americani affogano nei debiti. E un esercito più agguerrito per moltiplicare le sofferenze umane in tutto il mondo.

Invece, il vero problema che gli insiders hanno con Trump sembra essere questo: “Riguardo alla Russia, per esempio, il presidente era riluttante ad espellere un numero così alto di spie di Putin, in risposta all’avvelenamento dell’ex agente segreto russo in Gran Bretagna. Si era lamentato per settimane intere sul fatto che i membri anziani del suo staff lo costringessero ad un ulteriore scontro con la Russia e aveva detto di essere deluso che gli Stati Uniti continuassero ad imporre sanzioni alla Russia, a causa del suo malefico comportamento. Ma i suoi consiglieri per la sicurezza nazionale erano meglio informati, queste azioni dovevano assolutamente essere intraprese, per far capire che il colpevole era Mosca.”

E’ la politica di Trump verso la Russia, l’unica parte razionale della sua agenda, il loro problema, sono proprio come i generali nel capolavoro di Frankenheimer.

Obama critica Trump

Il 7 settembre, Obama ha rotto con la tradizione degli ex-presidenti e ha criticato il suo successore durante un discorso all’Università dell’Illinois. E’ una regola non scritta di Washington che, dopo aver lasciato la Casa Bianca, non si guarda più indietro. Naturalmente, [questa consuetudine] era già stata violata in precedenza. Teddy Roosevelt aveva definito Taft “stupido” e “imbecille.” Ma il concetto è che, quando non si è più presidenti eletti, non si dovrebbe pregiudicare chi invece lo è.

Quanto sarebbe stato difficile dire che i Nazisti sono una brutta cosa?” Aveva detto Obama, riferendosi alla riluttanza di Trump a  condannare, l’anno scorso, i neonazisti di Charlottesville, Virginia.

Mentre Obama era ancora presidente e, mentre le sue agenzie di intelligence, di fatto, iniziavano a lavorare su Trump, era stato un tantino ridicola la sua affermazione: “Non dovrebbe dipendere dall’essere Democratici o Repubblicani, non dovrebbe essere una questione di partigianeria dire che non dobbiamo fare pressioni sul Dipartimento di Giustizia o sull’FBI per usare il sistema giudiziario a mo’ di randello per punire i nostri oppositori politici.”

Ripensando evidentemente alle proprie battaglie con i funzionari amministrativi che avevano fatto pressioni su di lui, Obama aveva comunque riconosciuto che non è democratico, per una squadra di governo, cercare di sabotare il proprio presidente. “L’idea che tutto possa andare bene perché ci sono persone, all’interno della Casa Bianca, che, in segreto, disobbediscono agli ordini del presidente,” aveva detto Obama riferendosi all’editoriale non firmato, “… non è un assegno in banca. E qui sono serio. Non è così che dovrebbe funzionare la nostra democrazia.”

Paura su paura

Le rivelazioni più allarmanti sui tentativi di controllo del presidente vengono dal libro di Woodward  Fear: Trump in the White House [Paura: Trump alla Casa Bianca], pubblicato il 4 settembre. Woodward aveva detto in un’intervista che “aveva indagato a fondo per cercare prove di una collusione [di Trump] con la Russia, ma che non ne aveva trovate.”

Questo non aveva impedito a membri dell’amministrazione Trump di interferire con le sue mansioni di capo dell’esecutivo, andando ben oltre il loro ruolo di consiglieri del presidente.

Molte delle notizie riportate da Woodwart provengono da fonti anonime o di seconda mano. Dando per scontato che ciò che scrive sia vero, ha riferito che l’ex consigliere all’economia della Casa Bianca, Gary Cohn, “ aveva sottratto una lettera dalla scrivania di Trump.” Se Trump l’avesse firmata, gli Stati Uniti si sarebbero ritirati da un accordo per il libero commercio stipulato con la Corea del Sud. Woodward scrive (basandosi su una soffiata di un anonimo funzionario) che Cohn avrebbe detto : “l’ho rubata dalla sua scivania… non gliela avrei fatta vedere. Quel documento non dovrà mai vederlo. Devo proteggere il paese.”

Questo sembra veramente passare il segno.

In ogni caso, la situazione diventa assai più complicata che in Sette giorni a maggio.
“Aveva scritto la bozza di un tweet dove si diceva: ‘Dobbiamo ritirare il personale non indispensabile dalla Corea del Sud… i familiari delle 28.000 persone che abbiamo laggiù,’” aveva detto Woodward alla CBS News.

Secondo la CBS:

Quel tweet non era mai stato inoltrato, perché un messaggio sul ritiro del personale non indispensabile sarebbe stato interpretato dalla Corea del Nord come un preparativo per un attacco. “In quel momento, fra i capi del Pentagono si era diffusa una profonda sensazione di pericolo, perché ‘Mio Dio, un tweet e abbiamo informazioni attendibili secondo cui i Nordcoreani lo interpreteranno come un attacco imminente,’” aveva detto Woodward.

Mattis, aveva salvato la situazione?

Secondo il libro, Trump aveva anche incaricato il Segretario alla Difesa Jim Mattis di assassinare il Presidente siriano Bashar al-Assad dopo [il presunto] attacco chimico del 2017. “Ammazziamolo! Diamoci da fare. Ammazziamoli tutti quanti,” aveva detto Trump, secondo Woodward. (Questo non avrebbe fatto piacere al Kremlino, il suo ipotetico padrone, ma non importa).

Mattis avrebbe detto a Trump che si sarebbe messo all’opera, ma aveva ignorato l’ordine. Mattis aveva invece fatto eseguire degli attacchi missilistici quasi simbolici.

E’ insubordinazione? O sono stati salvati gli Stati Uniti, il Medio Oriente e forse il mondo intero da una grande guerra?

Questo appare certamente un atroce dilemma. Questa volta potrebbero essere stati i generali a salvare la pace.

Sette giorni a settembre potrebbe benissimo essere l’opposto di Sette giorni a maggio.

Joe Lauria

Fonte: consortiumnews.com
Link: https://consortiumnews.com/2018/10/03/seven-days-in-september/
07.10.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.