Di Guido Cappelli
«Vogliamo salvare l’Italia, farla risorgere. La destra e la sinistra, oggi, sono al soldo dell’Ue riarmata che vorrebbe gettarci in una folle guerra nucleare contro la Russia. Fuori di lì esistono le piazze reali. Una democrazia che voglia fare a meno della piazza è una democrazia fasulla.»
Sono le nobili parole del prof. Angelo d’Orsi, nel discorso programmatico di fondazione di Agorà per l’Italia, un’iniziativa svoltasi a Torino solo pochi giorni fa, con Zhok, Canfora “e tanti altri” (come recitava la locandina). Non è l’unica: la tendenza alla messa in discussione radicale del sistema da parte di istanze extraparlamentari si sta rapidamente rafforzando, in Italia e non solo; a inizio mese, solo per fare un esempio, si celebrava a Roma, intorno all’area del gruppo di opinione L’Indispensabile e all’ex 5Stelle Alessandro di Battista, un’interessante conferenza dal titolo Cosa possiamo fare?, espressione vagamente déjà-vu ma riempita di contenuti assolutamente condivisibili e lucidamente esposti: critica radicale all’UE e all’euro, denuncia della crisi democratica, delle oligarchie economiche, mediatiche e tecnocratiche, antibellicismo, alternativa geopolitica… tutto largamente condivisibile.
Non mancano, in effetti (e in sé è un bene), soggetti politici che si propongono come avanguardie di un’area del dissenso di cui peraltro, troppo spesso, con gesto snob e sbarazzina nonchalance, qualcuno nega l’esistenza stessa (“basta con questa definizione superata!”) ‒ forse pensando che il termine, e il concetto ad esso associato, sia di sua proprietà o se ne possano decidere le sorti semantiche. Su un altro versante, si frantuma l’unico partito (Democrazia sovrana e popolare ‒ DSP) sopravvissuto alla mattanza elettorale (in quanto ad area del dissenso si riferisce) del 2022, e anche questo non è in sé un male, se servirà a riportarlo sulle posizioni originarie che ‒ ricordiamolo, perché in troppi fanno un po’ gli smemorati ‒ sono strettamente, intimamente legate alla stagione della proteste contro l’imposizione dell’infame greenpass.
Qui però sorge un problema o un rischio potenziale, che ha già afflitto la stessa DSP ante spaccatura: le meritorie iniziative di cui sopra sembrano tenere in scarso conto un dato cocciuto: le innumerevoli realtà territoriali, i numerosi soggetti civico-politici che s’impegnarono nell’unica vera sfida della storia recente in cui il potere si è manifestato con tutta la sua cruda brutalità; l’opposizione alla distopia pandemica: svolta epocale, acceleratore esponenziale, atroce introibo al tunnel semi-totalitario biopolitico e transumanista in cui ci hanno o ci siamo cacciati ‒ e di cui, ammettiamolo, nessuno vede la luce.
Un’esperienza di attivismo e di lotta tutt’altro che esaurita, anzi evolutasi fino a costituire il nerbo, il brodo di coltura di un movimento popolare ampiamente al di là delle etichette “destra/sinistra”, che si esprime in una enorme varietà di forme e di soggetti sociali, i quali, per non essere sfociati in un soggetto politico e per essere artatamente ignorati dai media di regime, non per questo sono meno presenti, incisivi, vivaci e, in definitiva, necessari, almeno a chi non voglia restare confinato (e, in linea di principio, nessuno lo vuole) alle aule dei convegni o alle kermesse dei beniamini del pubblico o ai flash mob in stile girotondi.
Ci sono lotte e rivendicazioni che il potere tollera e a volte addirittura stimola (è il caso dei fanatici del clima o dell’attuale, degradato “movimento” lgbt-etc.). È relativamente facile sceglierle come cavallo di battaglia. Quella contro il greenpass, invece, è stata l’unica lotta che il potere proprio non poteva tollerare, perché metteva in discussione l’elemento centrale dell’architettura giuridico-politica (o meglio, a-politica) in costruzione attraverso l’emergenza indotta della “pandemia”: un sistema che prevede il passaggio dal concetto di diritti inerenti alla persona a concessioni di volta in volta rilasciate dal potere buro- e tecnocratico.
Da un modello universalistico e ugualitario, a un modello autorizzatorio e selettivo. Quelli che hanno messo in gioco corpi, lavoro e posizione sociale contro questa distopia non saranno mai più gli stessi, né possono essere facilmente liofilizzati dietro lo slogan di turno, per giusto e sacrosanto che sia. Non farò nomi di sigle: ma chi a quelle lotte ha partecipato sa bene quali sono i gruppi, i comitati, le associazioni, i coordinamenti, i sindacati, i plurimi soggetti che, in ogni regione d’Italia e molto spesso in rapporto tra loro, muovono da quell’esperienza e inquadrano l’attuale fase storica in quel contesto e in quel quadro di comprensione. Mondo delle professioni, del commercio, del lavoro dipendente, del pubblico, dell’amministrazione: comunque mondo largamente post-ideologico, ma tutt’altro che privo di ideali politici e tensione morale; mondo, in definitiva della “gente comune” ‒ appunto, comunità.
Il rischio da evitare, in buona sostanza, è che si riproduca a livello di area del dissenso una sorta di divisione, di fossato sociale, quasi di classe, che a sua volta finisca col far rientrare dalla porta di servizio quell’artificiale e ormai nefasta falsa contrapposizione destra-sinistra. Le formazioni che aspirano a dar voce a questa vasta area di pensiero e di azione conformano quella borghesia accademica e delle professioni liberali, che in un modo o nell’altro, anch’essa ha preso parte all’opposizione sistemica in tempo di emergenza “pandemica” e oggi sta combattendo le narrative dominanti, spesso in parallelo con il degrado e direi la mutazione genetica della vita universitaria (un tema su cui certamente tornerò in futuro).
Esse devono tuttavia scongiurare la tentazione di porsi come “avanguardie intellettuali”, partiti “dei professori”, o se si vuole “delle personalità” ‒ quelli che stanno in cima agli elenchi di firme per attirare le truppe ‒, e invece mostrare di volersi confrontare, misurare con quelle realtà plurali, quei gruppi sparsi sui territori, quei piccoli ma combattivi sindacati che hanno rifiutato il neo-corporativismo delle grandi centrali sindacali, complici della deriva emergenziale e autoritaria. Senza scorciatoie, senza invocare il deus ex machina, magari incarnato in qualche ex parlamentare che durante lo scempio del greenpass scelse un discreto secondo piano, ma che oggi ha il dubbio vantaggio di qualche percentuale di share in più. Per le ragioni su esposte, l’atteggiamento adottato di fronte alla svolta epocale manifestatasi con l’introduzione del greenpass e misure correlate pesa, proprio per la natura periodizzante del fenomeno.
C’è un popolo che questo lo sa, e che proprio per questo non si lascia sottomettere da logiche di partito, ordini di scuderia, appelli, sia pur nobili e benintenzionati, alla mobilitazione. La galassia del dissenso reclama un ruolo attivo e consapevole, chiede voce e spazi, sono uomini e donne non più disposti a far da massa di manovra, scottati dalle esperienze falso-collettive del M5S, renitenti a farsi intruppare da questo o quel leader, magari solo perché “mediatico”.
Per evitare la dispersione e la camera dell’eco bisogna dunque saldare queste anime, dar forma a un blocco sociale che riunisca i variegati settori sociali, le diverse sensibilità politiche del dissenso, le “alte borghesie” del pensiero alle “piccole borghesie” postideologiche che nelle piazze e per strada ci stanno da più di cinque anni; “contaminare” le iniziative, sostenerne la spinta. Se invece qualcuno crede di intestarsi il dissenso, magari mettendo gli attivisti a raccogliere firme per i gazebo decisi nei convegni, nelle sale accademiche, negli uffici politici o nei comitati centrali, raccoglierà solo fischi e pernacchi.
Ciò vale anche, logicamente, per i soggetti politici che più o meno esplicitamente si richiamano all’area del dissenso. Si è creato uno spazio ideologico coerente e in espansione: nessuno di loro lo ha creato in proprio (e in tanti cercano di intrufolarvisi per farne una piattaforma personale: è normale, in epoca di disorientamento morale e ideale ‒ ma questa è altra storia).
Da questo spazio, e solo da esso, potrà nascere il soggetto unitario cui un numero crescente di cittadini anela: non un modello verticista, non l’annessione da parte del “più forte”, ma l’ideale della squadra di rugby, dove tutti concorrono a portare alla mèta il meglio piazzato, il più adatto. Perché quello spazio non è di nessuno, ed è di tutti: nessuno dei leader, o come li si voglia chiamare, ne è ad oggi titolare esclusivo: tutti si sono semplicemente trovati a misurarsi con questo tempo e questa realtà. È nata la comunità de facto dei cittadini del dissenso. Nessuno ne è il possessore né tanto meno l’inventore.
È nata dalla Storia. Tutti abbiamo il dovere storico di strutturare e organizzare quel campo, ma più di tutti coloro che ne rappresentano o ne esprimono ‒ ciascuno per una parte ‒ le componenti: uniamo queste parti, al di sopra di idiosincrasie, diffidenze, isterie. Inneschiamo la rinascita della polis. Pena l’irrilevanza e l’oblio.
P.S. È recentissima, la presa di posizione inequivocabile di Agorà per l’Italia sul periodo dell’emergenza imposta pandemica, nonché una pubblica assunzione di responsabilità di Angleo d’Orsi, ritrattando (ancorché con una punta di timidezza) le proprie posizioni passate gravemente pro-greenpass. Mi pare evidente che, se il mondo del dissenso testé descritto non fosse un interlocutore politico e una presenza attiva di tutto rispetto, queste pubbliche prese di posizione non ci sarebbero state. Si tratta dunque di un’importante vittoria politica di tutte e ciascuna delle componenti che conformano il mondo del dissenso e una conferma delle necessità di confrontarsi con esso da parte di qualunque soggetto che intenda proporre un’opposizione realmente frontale al sistema.
Di Guido Cappelli
12.07.2026
Guido Cappelli è docente di Letteratura italiana presso l’ Università degli Studi di Napoli L’Orientale.
Dario Lampa 13 luglio 2026
«Vogliamo salvare l’Italia, farla risorgere. La destra e la sinistra, oggi, sono al soldo dell’Ue riarmata che vorrebbe gettarci in una folle guerra nucleare contro la Russia. Fuori di lì esistono le piazze reali. Una democrazia che voglia fare a meno della piazza è una democrazia fasulla.»
Esatto. Destra e sinistra parlamentari sono, mutatis mutandis, le due facce di una stessa medaglia. Perciò la democrazia si può difendere solo nelle piazze e con qualsiasi mezzo, non aspettiamoci che (a difenderla sia questa "architettura parlamentare" o questo PdR (Sic!) a farlo: si è visto bene come il PdR ha difeso la Costituzione, sia in occasione della presunta pandemia sia in occasione delle recenti guerre in Ucraina e in Iran.