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Quello che i vostri figli impareranno all’università

PHILIP CARL SALZMAN
mindingthecampus.org

Le università, nel 20° secolo, si dedicavano al progresso della conoscenza. Si perseguivano cultura e ricerca e le diverse opinioni venivano confrontate e discusse nel “mercato delle idee.”

Ora non è più così. Soprattutto nelle scienze sociali, nelle scienze umane, nell’educazione, nel lavoro sociale e nella giurisprudenza, un’unica ideologia politica ha sostituito erudizione e ricerca, perché l’ideologia fornisce risposte prefissate a tutte le domande. E, dal momento che le cose più importanti oggi nelle università sono la diversità di razza, il genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, la classe economica e le capacità fisiche e mentali, non esiste più diversità di opinioni. Solo chi si impegna nell’ideologia viene ammesso a far parte del personale accademico o dell’amministrazione.

Le università sono state trasformate dalla quasi universale adozione di tre teorie interdipendenti: postmodernismo, postcolonialismo e giustizia sociale. Queste teorie e le loro implicazioni verranno analizzate qui.

Non esiste la verità; niente è buono o cattivo

Postmodernismo: in passato, agli accademici veniva insegnato a ricercare la verità. Oggi gli accademici negano che esista una verità oggettiva. Al contrario, sostengono che nessuno può essere obiettivo, che ognuno è inevitabilmente soggettivo e, di conseguenza, ognuno ha la propria, personale, verità. Il punto di vista corretto, insistono, è il relativismo. Questo significa non solo che la verità è relativa alla soggettività di ciascun individuo, ma anche che l’etica e la moralità sono relative all’individuo e alla cultura, per cui non esiste un qualcosa come bene e male, o giusto e sbagliato. La stessa cosa vale per i metodi della conoscenza; i vostri figli apprenderanno che non esiste una base oggettiva per preferire la chimica all’alchimia, l’astronomia all’astrologia o i medici agli stregoni. Impareranno che i fatti non esistono, solo le interpretazioni.

Tutte le culture sono ugualmente buone; la diversità è la nostra forza

Anche la nostra coscienza sociale è stata trasformata dal relativismo postmoderno. Dal momento che i principi morali ed etici sono considerati alla stessa stregua della soggettività collettiva della nostra cultura, ora è ritenuto inappropriato giudicare i principi e le azioni di altre culture. Questa dottrina è chiamata “relativismo culturale.” Ad esempio, mentre il razzismo in Occidente è considerato il più alto peccato e la schiavitù il peggiore dei nostri crimini storici, i vostri figli impareranno che non siamo autorizzati a criticare il razzismo e la schiavitù dei giorni nostri in Africa, in Medio Oriente e i suoi equivalenti nell’Asia meridionale.

L’equivalente politico del relativismo culturale è il multiculturalismo, un concetto incoerente che persegue l’integrazione di più culture fra di loro incompatibili. La diversità è lodata come virtù in sé. Immaginate un paese con cinquanta lingue diverse, ognuna derivante da una cultura diversa. Non sarebbe una società, ma una Torre di Babele. Come potrebbe funzionare se ci fossero articoli di legge diversi, che impogono e vietano comportamenti incompatibili: guidare a sinistra e guidare a destra; monogamia e poligamia; predominio maschile e uguaglianza di genere; matrimonio combinato e scelta individuale? I vostri figli impareranno che la nostra cultura non è nulla di speciale e che le altre culture sono fantastiche.

L’Occidente è il Male; tutto il resto è virtuoso

Il postcolonialismo, la teoria oggi dominante nelle scienze sociali, si ispira alla teoria marxista-leninista dell’imperialismo, secondo cui il conflitto tra la classe capitalista e quella del proletariato porterebbe poi allo sfruttamento dei paesi colonizzati. In questo modo, secondo la teoria, l’oppressione e la povertà si spostano nelle colonie, non più a scapito della classe lavoratrice metropolitana. Il postcolonialismo afferma che tutti i problemi odierni nelle società di tutto il mondo sono il risultato di un dominio imperiale e di una colonizzazione occidentale relativamente brevi. Per esempio, l’imperialismo britannico viene incolpato di quelle che, a tutti gli effetti, sono culture indigene, come il sistema delle caste dell’Asia meridionale e il sistema tribale africano. Allo stesso modo, i problemi di arretratezza e di corruzione in paesi che un tempo, decenni fa, erano colonie continuano ad essere attribuiti al vecchio imperialismo occidentale. L’Occidente continua quindi ad essere l’obiettivo su cui si concentra il pensiero anti-imperialista e anti-colonialista. I vostri figli impareranno che la nostra società è cattiva ed è la causa di tutti i mali del mondo.

Solo l’Occidente è stato imperialista e colonialista

Questo approccio astorico del postcolonialismo ignora le centinaia di imperi e le loro colonie esistiti nella storia, oltre a non tenere conto di quelli contemporanei, come l’impero arabo mussulmano, che aveva conquistato tutto il Medio Oriente centrale, il Nord Africa, l’Europa meridionale, la Persia, l’Asia centrale e l’India del nord, e li aveva occupati, almeno in parte, per centinaia di anni, e che, per 1400 anni, aveva dominato il Medio Oriente centrale e il Nord Africa (e la cosa continua ancora oggi). La Cina, dopo la salita al potere dei comunisti, aveva invaso la Mongolia interna a nord, il Turkestan cinese a ovest e il Tibet a sud. Una volta assunto controllo, il governo aveva inondato queste colonie con Cinesi Han, una vera e propria pulizia etnica. I postcolonialisti non hanno nulla da dire su tutto questo; il loro desiderio è condannare esclusivamente l’Occidente. I vostri figli impareranno a rifiutare la storia e i confronti con le altre società, per timore che i presunti ed esclusivi peccati dell’Occidente siano messi in discussione.

L’imperialismo occidentale è stato un progetto razzista

I postcolonialisti amano sottolineare la dimensione razziale dell’imperialismo occidentale come illustrazione del razzismo. Ma i postmodernisti non sono interessati alla tratta degli schiavi praticata dagli Arabi nell’Africa “nera”, o dagli Ottomani nei confronti dei bianchi nei Balcani, o alle razzie dei Nordafricani per catturare schiavi bianchi in Europa, dall’Irlanda all’Italia e oltre. I Vostri figli impareranno che solo i bianchi sono razzisti.

I coloni israeliani sono suprematisti bianchi

Un altro esempio di questa linea di pensiero è la caratterizzazione di Israele come società apartheid colonialista, bianca e suprematista. Gli Israeliani bianchi opprimerebbero il popolo palestinese di colore. I fatti (non postmoderni) rendono questo argomento difficile da sostenere. Come è dimostrato dall’evidenza, tribù e regni ebrei avevano occupato la Giudea e la Samaria per mille anni prima che i Romani invadessero e combattessero numerose guerre imperiali contro gli Ebrei indigeni e ne riducessero alla fine la maggior parte in schiavitù, rinominando la regione “Palestina.” Poi, cinque secoli dopo, gli Arabi della penisola Arabica avevano invaso ed occupato la Palestina, andando  alla conquista della metà del mondo [allora conosciuto]. Gli Ebrei erano ritornati in “Palestina” dopo 1400 anni; la maggior parte erano rifugiati o apolidi, non coloni provenienti da qualche metropoli. Quasi la metà degli Israeliani sono Arabi ebrei cacciati dai paesi arabi, per non parlare degli Ebrei etiopi e indiani. Inoltre, mussulmani e cristiani arabi costituiscono il 21% dei cittadini israeliani. Quindi, caratterizzare gli Israeliani multietnici come “bianchi” che opprimono il “popolo palestinese di colore” è una distinzione immaginaria.

Canadese? Non hai nessun diritto di rubare la terra dei nativi

Se si ritiene che gli Ebrei indigeni non debbano avere alcuna pretesa per la loro antica patria, i Canadesi europei, i Canadesi asiatici, i Canadesi africani e i Canadesi latini sono colonizzatori colonialisti, senza nemmeno una scusa. Hanno rubato la terra dei nativi. L’unico percorso etico, secondo il postcolonialismo, è restituire tutto. Come minimo, per poter attuare la “decolonizzazione,” le etnie preesistenti devono essere classificate al di sopra dei coloni arrivati successivamente, devono godere di agevolazioni speciali e la legge deve fare eccezioni per loro. Le etnie preesistenti devono ricevere sovvenzioni, non pagare tasse, avere posti riservati nelle università e negli uffici governativi, avere il diritto di veto su qualsiasi politica pubblica ed essere cerimoniosamente ossequiati ad ogni evento pubblico.

Poiché siamo guidati dal postcolonialismo piuttosto che dai diritti umani, possiamo ignorare il diritto umanitario alla parità di trattamento davanti alla legge. In ogni caso, questa sarebbe solo una regola imposta dai coloni stranieri. E le città, le industrie e le istituzioni costruite dai coloni, così come vorrebbe la teoria della decolonizzazione, dovrebbero veramente appartenere ai nativi, anche se prima essi vivevano in insediamenti primitivi o erano nomadi, disponevano di semplici ripari e avevano economie limitate, basate sulla caccia o sulla sussistenza. Anche se non c’era pace tra le molte bande e tribù native e le incursioni, gli asservimenti, le torture e i massacri erano all’ordine del giorno.

I maschi bianchi sono il Male; le donne di colore sono virtuose

La teoria della giustizia sociale insegna che il mondo è diviso tra oppressori e vittime. Alcune categorie di persone sono oppressori e altre sono vittime: i maschi sono oppressori e le donne sono vittime; i bianchi sono oppressori e le persone di colore sono vittime; gli eterosessuali sono oppressori e gay, lesbiche, bisessuali, ecc. sono vittime; Cristiani ed Ebrei sono oppressori, e i Mussulmani sono vittime. I vostri figli impareranno che vengono stigmatizzati per colpa della loro tossica mascolinità.

Gli individui non sono importanti; solo l’appartenenza ad una categoria lo è

La teoria della giustizia sociale ha conquistato la vita universitaria. È il risultato del lavoro incessante della teoria marxista, adottata dai giovani durante la rivoluzione culturale americana degli anni ’60, entrata poi nelle università quando molti di quei giovani erano diventati docenti. Il marxismo, come teoria accademica, era stato apertamente abbracciato da alcuni negli anni ’70 e ’80, ma non aveva avuto successo, perché il concetto di lotta di classe non aveva attecchito fra prospera popolazione del Nord America. L‘innovazione culturale marxista che aveva reso dominante la teoria della giustizia sociale era stata l’estensione del conflitto di classe dall’economia al genere, alla razza, all’orientamento sessuale, all’etnicità, alla religione e ad altre categorie di massa. Lo vediamo nella sociologia, che non è più ritenuta lo studio della società, ma che per decenni è stata definita come lo studio della disuguaglianza. Per la teoria della giustizia sociale, l’uguaglianza non è l’uguaglianza di opportunità che è una conseguenza del merito, ma piuttosto l‘uguaglianza di risultato, che garantisce ai membri di ogni categoria l’uguaglianza di rappresentanza, indipendentemente dal merito. I vostri figli impareranno che dovrebbero “farsi da parte” per dare più spazio e potere alle donne. Le vostre figlie, se bianche, impareranno che devono piegarsi alla volontà dei membri delle minoranze razziali.

La giustizia è un’equa rappresentanza, basata sulle percentuali di popolazione

Dal momento che esisterebbe una presunta discriminazione strutturale nei confronti di tutti i membri delle categorie vittime, per poter arrivare all’uguaglianza di risultati, la rappresentanza in base alle percentuali di popolazioni deve essere obbligatoria in tutte le organizzazioni, in tutti i libri assegnati o nelle referenza citate, in tutti i premi e in tutte le agevolazioni. Idee come merito ed eccellenza vengono liquidate alla stregua di retaggi dei maschi bianchi suprematisti; devono essere sostituiti dalla “diversità” di genere, razza, preferenza sessuale, etnia, classe economica, religione e così via. (Si noti che la “diversità” non include la “diversità di opinioni”, in quanto solo l’ideologia della giustizia sociale è accettabile. Qualsiasi critica o opposizione viene considerata un “incitamento all’odio”). I comitati accademici ora fanno i contorsionisti, cercando di spiegare che “la diversità è eccellenza.”

I membri delle categorie tiranne devono essere soppressi

Naturalmente, le modalità della rappresentazione secondo le percentuali di popolazioni si applica a senso unico: solo ai membri delle classi vittime. Se i bianchi, i maschi, gli eterosessuali, i cristiani, ecc. sono sottorappresentati, va bene; meno lo sono e meglio è. Ad esempio, le donne ora costituiscono il 60% dei laureati, anche se gli uomini sono il 51% della popolazione in questa fascia di età. Non c’è una giustizia sociale che chieda a gran voce che i maschi siano pienamente rappresentati. I membri delle svantaggiate categorie di oppressori vengono denigrati. I testi classici della civiltà occidentale dovrebbero essere ignorati perché sono il lavoro, quasi esclusivamente, di “uomini bianchi morti.” Solo le opere delle donne, delle persone di colore e degli autori non occidentali dovrebbero essere considerate virtuose. Così anche nella storia politica. La Costituzione Americana dovrebbe essere scartata perché scritta da schiavisti.

Vittime del mondo unitevi!

“Intersezionalità” è un concetto inventato da una professoressa femminista di diritto. Sostiene che alcune persone rientrano in diverse categorie di vittime, ad esempio, le femmine lesbiche nere, guadagnano tre punti nella classifica delle vittime, al contrario dei membri maschi nativi che ricevono solo un punto. Inoltre, sul fronte dell’azione, i membri di ciascuna categoria di vittime sono invitati ad unirsi ed allearsi con i membri di altre categorie di vittime, perché condividere la definizione di vittima è lo status più importante che esista al mondo. Questo porta ad alcune anomalie. Le vittime nere del razzismo vengono esortate ad unirsi alle vittime arabe del colonialismo, anche se gli Arabi sono stati e sono ancora possessori di schiavi neri.

Le donne vittime del sessismo vengono invitate a sostenere le vittime palestinesi del colonialismo “bianco,” anche se le donne palestinesi sono sempre state e continuano ad essere subordinate agli uomini e sono soggette ad una vasta gamma di abusi. I vostri figli impareranno che, per essere accettati, dovranno assumere lo status di vittime o diventare difensori delle vittime e allearsi con altre vittime.

Essere istruiti vuol dire essere dalla parte giusta

Come diceva Karl Marx, “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi. Il punto, tuttavia, è cambiarlo.” L’obiettivo di un’educazione universitaria oggi è quello di garantire che gli studenti scelgano “la parte giusta” nel cambiare il mondo. L’idea che, probabilmente, abbia senso cercare di capire il mondo prima di tentare di modificarlo, viene respinta come empirismo e realismo fuori moda, ora sostituiti dal postmodernismo e dalla giustizia sociale. Se non c’è Verità, e qualsiasi cosa uno senta o creda diventa verità personale, allora, cercare di ottenere una comprensione oggettiva del mondo è futile. In ogni caso, la giustizia sociale marxista offre tutte le risposte di cui si ha bisogno, per cui non è richiesta alcuna indagine o ricerca seria. Siate certi che all’università i vostri figli impareranno, se non altro, “il lato giusto” in cui militare.

Philip Carl Salzman

Fonte: mindingthecampus.org
Link: https://www.mindingthecampus.org/2018/09/04/what-your-sons-and-daughters-will-learn-at-university/
04.09.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.