Quando ridiventeremo bambini?

Quando ridiventeremo bambini?



Dite: È faticoso frequentare i bambini.

Avete ragione.

Poi aggiungete:

perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi,

inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto.

Non è questo che più stanca.

E' piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi

fino all'altezza dei loro sentimenti.

Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.

Janusz Korczack, Quando ridiventerò bambino, Milano, Luni, 1996, traduzione di Giovanni Frova.



Di Marilina Veca per ComeDonChisciotte.org


C'era una volta... c'era un tempo, neanche troppo lontano, in cui un bambino usciva di casa la mattina, vedeva gli amichetti, giocava, faceva esperienze, intesseva amicizie e, spesso, tornava a casa solo per i pasti o addirittura al calar della sera. Nessun telefono, nessuna app, nessun satellite li rintracciava. C'era una rete sociale, non virtuale ma reale, per la quale tutti sapevano dove si trovassero: da qualche parte nel quartiere, nel campetto di calcio, nel negozio all'angolo a comprare le gomme da masticare, nella piazzetta alla fine della strada, in un terreno abbandonato, sotto un grande albero, a fare qualunque gioco inventato e improvvisato. Gli adulti non sorvegliavano costantemente i bambini, ma il vicino di casa riconosceva i bambini in strada, il negoziante ne conosceva i nomi, la vecchietta seduta davanti alla sua porta vedeva tutto quello che succedeva. Ognuno era custode della strada, ognuno era custode di suo fratello.

Oggi i bambini sono super controllati, sappiamo esattamente dove si trovano i nostri figli, al secondo. Ma non sappiamo più chi abita nel nostro palazzo, non sappiamo niente della nostra stessa famiglia dove non ci si conosce e non si parla. È svanita una certa idea di infanzia, ormai anche l'infanzia, come tutta la vita umana dipende dalle grandi aziende tecnologiche e dalla qualità del controllo tecnologico. I bambini perdono i loro quartieri, diventano dipendenti da schermi, algoritmi e geo-localizzazione. Lo spazio di autonomia dei bambini si è ridotto fino quasi a scomparire e l'immaginazione lascia il posto all'algoritmo e alla dipendenza dagli schermi. Le frontiere digitali sono ormai illimitate e la vita quotidiana sempre più povera.

È un paradosso che sposta la libertà dalle strade agli schermi riducendo sempre più gli spazi di autonomia di tutti. Le mamme stanno perennemente sulle chat a discutere di ogni dettaglio della vita dei bambini ma coi bambini non giocano e non parlano. La vigilanza ricade in gran parte sulle spalle delle madri. Sono le madri ad occupare una quantità impressionante di tempo per organizzare strategie di trasporti, e di partecipazione a innumerevoli attività. I bambini sono più controllati che mai e l'avventura è sostituita da una folle corsa super organizzata fra lezioni di inglese, di nuoto, di calcio, di cinese, di scacchi e così via. Le città si stanno svuotando di bambini, stanno diminuendo e al tempo stesso scomparendo dalle strade, ormai inabitabili, diventate non-luoghi privi di vita e pericolose. Sappiamo bene che in Italia e in Europa da diversi decenni è iniziato un processo di invecchiamento della popolazione. I bambini sono sempre meno visibili, giardinetti pubblici e giochi abbandonati e vuoti in qualunque ora del giorno, le strade e i cortili silenziosi e privi di gruppi di bambini che gridano e giocano. Le città non si sono svuotate di bambini solo a causa della denatalità e del crollo demografico, ma soprattutto perché la vita è sempre più alienata e pressata fra mille impegni spesso inutili, l'aumento del traffico, del caos, di automobilisti nevrotici e pronti a uccidere pur di correre e arrivare non si sa dove, il degrado sociale e l'assenza di relazioni affettive, la connessione continua agli smart-phone di bambini e ragazzi che ha dislocato la socializzazione nella sfera digitale togliendo ogni motivazione all'uscire di casa per incontrarsi con gli amici. L'idea che la città sia ormai un luogo pericoloso per i bambini, esaspera il controllo e ritarda la conquista di spazi di autonomia e di libertà.

Il legame tra l'infanzia negata e la pedofilia diventa fenomeno strutturale e trova la sua massima espressione nel cosiddetto caso Epstein, un modello in cui lo sfruttamento sessuale dei minori diventa un sistema organizzato di potere, ricatto e controllo sociale, che coinvolge élites finanziarie, politiche e culturali. La pedofilia diventa fenomeno strutturale. L'omertà diventa istituzionale, normalizza condotte abiette, collega il potere al ricatto. Quando la pedofilia diventa strutturale, l'infanzia viene interamente negata, la vittima è ridotta a merce di scambio.

L'infanzia perde ogni collegamento con l'avventura, la scoperta, la spontaneità per diventare un percorso predeterminato che prevede un'esperienza di vita estremamente impoverita.

La distruzione della coesione sociale rappresenta un progetto sociale che richiede mancanza di solidarietà, di relazioni e si basa sull'individualismo selvaggio e consumistico alimentato dai social, conseguenza della globalizzazione, che porta velocemente all'atomizzazione degli individui, allo sradicamento, alla 'docilità' sociale.

Finisce un mondo in cui le persone si aiutavano a vicenda, si conoscevano di persona (e non in chat), parlavano, si prendevano cura dei bambini, e chiacchieravano sulla soglia di casa, avevano fiducia gli uni negli altri. Oggi, una piattaforma sostituisce una relazione umana, una app sostituisce un incontro o una conversazione. La vita è sempre più solitaria per tutti.

Non siamo mai stati così connessi, così raggiungibili, eppure così isolati, così invisibili, così disperati.

Si diffonde un modello sociale che non accoglie i bambini e si diffondono i ristoranti child-free che non ammettono bambini.

Questa non è una civiltà degna di questo nome: ogni bambino deve avere una strada in cui giocare, adulti amorevoli che vegliano sulla sua innocenza, un albero su cui arrampicarsi, a ogni ragazza una strada dove possa muoversi liberamente come un ragazzo, un quartiere vivibile, una madre e un padre che veglino su di lui, di persona, non utilizzando soltanto schermi, app, social, algoritmi.

Due ultime annotazioni: la prima riguarda una pubblicazione. Nel 2011 Sensibili alle foglie ha pubblicato il romanzo "La testa dell'idra", di Marilina Veca, scritto in collaborazione con Stefano Cattaneo. Il romanzo narra la difficile e complicata ricerca della verità su una bambina di dodici anni (una storia vera, avvenuta in Piemonte nel 1968) tenuta per mesi segregata e in catene in una cascina per soddisfare clienti di ogni età e ceto, chiusa dentro a un cunicolo sotterraneo, dopo aver tappato le prese d'aria, e lasciata morire, quando tutti quei clienti sapevano che si trovava lì. Un "non detto" [qualcosa che non si vuole dire] o forse un indicibile [qualcosa che non si può dire senza correre dei rischi] aleggia nella storia. Quella vera, a cui il libro è ispirato, e quella romanzata. Un caso di omertà, di aberrazione collettiva, di pedofilia strutturale, ben prima del caso Epstein.

Nel 1968, Maria Teresa Novara, nata in una famiglia contadina di Cantarana, frequentava la terza media a Villafranca d'Asti.


«In autunno lasciava la sua modesta casa [...] dove viveva con i genitori e i fratelli, e andava ad abitare presso gli zii. [...] Così poteva andare a scuola senza percorrere ogni giorno sei chilometri in bicicletta.» Aveva tredici anni quando scomparve dalla casa degli zii in una notte di neve, fra il 15 e il 16 dicembre 1968. La bambina venne tenuta prigioniera in quella cascina, dove, di notte «avvenivano dei festini. Sovente nel cortile si trovavano tre o quattro macchine. Si sentivano schiamazzi, risate, musica, canzoni oscene». «Una ragazzina tenuta prigioniera, ora legata con una catena ai piedi, in una cucina apparentemente normale, ma di una casa isolata dove nessuno può udire una qualsiasi voce, ora addirittura segregata in uno stambugio sottoterra».


La seconda considerazione riguarda un film, uscito nel mese di settembre 2026, Maldoror, del regista belga Fabrice du Welz.

Maldoror è un film duro e interessante in cui Fabrice du Welz rievoca la narrazione maledetta del caso del Mostro di Marcinelle, che nella realtà si chiamava Marc Dutroux ed è un'occasione dolorosa e preziosa per parlare di innocenza violata, di 'banalità del male' consumato in un ambiente 'normale' nell'orrore e nell'omertà di una società che osserva il Male nella suprema indifferenza di chi discende incosciente verso il baratro, nella dannazione omertosa che non conosce innocenza.


Di Marilina Veca per ComeDonChisciotte.org

08.09.2026


Marilina Veca. Giornalista, saggista e scrittrice. La sua ultima fatica è Uranio impoverito: la Terra è tutta un lutto, Sensibili alle foglie (2023).


NOTE

https://reseauinternational.net/la-rue-a-perdu-ses-enfants-2


Commenti (2)

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    1. akel 10 settembre 2026

      Un’altra favoletta che ignora la realtà della situazione dell’infanzia.
      La maggior parte degli abusi sui minori di età avviene in ambito familiare, il mostro, l’orco o l’uomo nero sono eccezioni: nella stragande maggioranza dei casi sono il padre, lo zio, i cugini o i fratelli a praticare la violenza. Questi sono dati che si ripetono da anni e comuni a tutte le società che si riconoscono nei “valori” della cultura occidentale. Ignorare questo seguendo la triste logica dello «sbatti il mostro in prima pagina» significa solo proteggere queste violenze e i loro autori.
      Chi ha scritto il testo dimentica, come sempre tutti i difensori dei “valori eterni” fanno, che tutti i giorni muoiono 6500-7000 bambini con meno di 5 anni in coseguenza diretta della fame. Sono uno ogni 10-15 secondi, circa di 5 milioni in un anno.
      Perché nessuno affronta queste realtà incontestabili della situazione dell’infanzia?
      Certo è più facile e più utile al potere costituito dichiararsi poeticamente «sensibili alle foglie»!

    1. GioCo 9 settembre 2026

      Quando il Male si traveste da bene, poi raduna i suoi. Ciò che abbiamo fatto o stiamo facendo, è dar credito (cioé fede) al bene, lasciando così libero il Male di operare come crede e il Male chiede solo una cosa, fede, sempre più fede, per poter operare il bene e nascondere sempre più "gesti" dietro belle parole. Poi finisce che esagera e le belle parole non bastano più...

      Passo spesso per la piazza del paese: con soldi di cui non voglio sapere l'origine (ma che vogliamo "credere" con tutto noi stessi sia la migliore desiderabile) è stato messo su un tendone per radunare fedeli che evidentemente lo preferiscono alle tradizionali chiese in pietra che per lo meno anno un patrimonio storico, architettonico e spesso anche artistico. Chi parla è italiano ma potrebbe radunare chiunque sia abituato a ste comparsate: in questi frangenti è più etico il @GioCo al ribasso, se no non è abbastanza cristiano. Qualcuno potrebbe pensare che è sempre meglio di un tour del Cherubini nazionale: almeno si parla di etica e di fede in un mondo in cui scarseggiano. No è identico e la fede non scarseggia se si cambia canale TV; con un altro schermo non cambi la sostanza del messaggio ne il fine. Tu vai, in qualche modo "preghi" (cioè ti fidi della bontà del messaggio) e poi di senti meglio. E' come la mucca, giovane o vecchia poco cambia: se non si fa mungere poi gli viene la mastite e per questo ringrazia il contadino che si preoccupa molto del suo latte e dalla sua salute, dalla stalla al macello.
      Poi qualcuno (un assoluto nulla cosmico come il sottoscritto) arriva e dice: guarda che ti fregano ! Ecco che allora scatta l'urlo dell'ultracorpo tipo pandeminchia: così capisci che sei solo tra posseduti e che ti conviene lasciare sta gente nel suo brodo a cuocere una lenta ma inesorabile agonia.

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