Medicina preventiva

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Nestor Halak per Comedonchisciotte.org

Il luogo comune recita che prevenire è meglio che curare ed in molti sensi credo che sia vero. Al giorno d’oggi i medici raccomandano tutta una serie di indagini diagnostiche per tutti, ma particolarmente per chi ha superato una certa età. Direi che ogni anno che passa, con i progressi della medicina, i controlli da fare aumentano. Eduardo direbbe che gli esami non finiscono mai.

Giusto per ricordarne alcuni, senza alcuna pretesa di esaustività, citerei gli esami di routine del sangue, quelli delle urine, la ricerca di sangue occulto nelle feci, la misurazione della pressione arteriosa, la visita oftalmica, quella otorinolaringoiatrica, quella cardiaca ché le malattie circolatorie sono la prima causa di morte, l’elettrocardiogramma, forse l’eco cuore, una indagine doppler sulle carotidi, una visita mammaria, una visita ginecologica, una visita urologica, una ricerca di un certo ormone nel sangue indicativo del cancro alla prostata, un’indagine radioscopica ai polmoni, una colonscopia un controllo della tiroide, del fegato e tanti, tanti altri possibili.

Da tenere conto che ognuno di questi esami, se i risultati ottenuti non sono immediatamente chiari e negativi, può richiedere, a cascata, numerosi altri accertamenti. E’inoltre evidente che ogni test richiede tutta un’attività di preparazione per essere effettuato, come prenotazioni, telefonate, spostamenti, permessi lavorativi, attese, spese, stress per l’effettuazione e ansia per i risultati. Gli esami, insomma, non sono gratuiti, comportano una costo sia in termini di denaro, che di tempo, che di fatica, che di investimento psicologico che può essere più o meno importante a seconda della psicologia e della situazione  generale della persona esaminata.

Mi viene sempre in mente un mio ex collega di lavoro che faceva volentieri tutti gli esami consigliati e rimproverava me che ero decisamente più riluttante: “guarda che conviene! L’assicurazione ci rimborsa tutto!” Nel suo caso il costo psicologico che doveva sostenere era molto basso, quello finanziario pure, per cui si controllava volentieri e, nel caso, si vantava dei buoni risultati ottenuti. Purtroppo non gli è servito a molto, ma dimostra comunque che in questo campo il calcolo tra i costi e i benefici è diverso per ciascuno.

Fatto sta che fare davvero tutti gli esami raccomandati, sempre in aumento, rispettando tutti i parametri che a loro volta tendono ad essere sempre più restrittivi, con la frequenza consigliata dai medici (ovviamente in aumento), è un impegno non da poco e necessita di una certa predisposizione personale e di una certa disponibilità di tempo e di denaro. Ragion per cui La maggior parte delle persone tende a fare solo una parte degli accertamenti prescritti in relazione alle proprie patologie conclamate, ai consigli medici, alle voci udite, all’invasività degli esami e non ultimo al caso.

Ai maligni verrebbe da pensare che il continuo restringimento dei parametri che indicano lo stato di salute, magari salverà delle vite, ma certamente aumenta anche di molto il numero dei “malati”, cioè dei clienti del comparto affari sanitario, con grande gaudio del medesimo. Non sarebbe  veramente un peccato se tutta questa nuova domanda venisse soddisfatta da un sistema pubblico efficiente che non lascia salire i profitti secondo le “leggi del mercato” sottraendo agli intraprendenti privati un mezzo sicuro per arricchirsi?

Prendiamo il tumore alla prostata. Da indagini fatte in sede autoptica, pare che dopo i sessant’anni un uomo su quattro abbia cellule tumorali in situ. Tuttavia pochi di loro moriranno davvero per tale patologia, la stragrande maggioranza morirà di altro e non si accorgerà neppure di averla avuta. Ma un mio amico anzianotto, ha invece deciso, per stare sul sicuro, di fare gli esami del caso. Purtroppo gli hanno trovato la malattia e da quel giorno si è trovato automaticamente a percorrere il “tunnel del cancro”, composto di medici, cure, ospedali e controlli senza fine. Ad oggi, a diversi anni di distanza, non ne è ancora uscito e dubito che mai ne uscirà. Dopo l’operazione è diventato impotente e incontinente e, magari non c’entra nulla, ma ha anche cominciato ad avere difficoltà a camminare. Inoltre ha sostenuto terapie chimiche e radiologiche  non certo piacevoli. La sua vita è cambiata di molto. Sarebbe già morto da tempo se non avesse fatto quell’esame? Probabilmente sì. Forse sì. In realtà nessuno può saperlo di sicuro: l’esperimento non è reversibile. Devo dire che la sua vicenda, al contrario di quanto potrebbe suggerire il buonsenso, non mi ha fatto venire voglia di fare controlli.

Tutto questo armamentario di diagnostica medica passa di solito sotto il nome di prevenzione, ma in realtà nessun esame previene nulla per definizione: serve solo a stabilire se qualche squilibrio nella salute è già insorto, non certo ad evitarlo. Semmai può prevenire un aggravamento. La prevenzione vera consiste nell’adottare quelli che oggi si ama chiamare “stili di vita sani”. Ovviamente gli “stili di vita sani” non sono propriamente la quintessenza del piacevole e del divertente, altrimenti tutti li condurrebbero con entusiasmo. La medicina pare universalmente d’accordo su alcuni consigli il primo dei quali è non accumulare eccessivo peso con la conseguente necessità di una “dieta sana”. Purtroppo ciò si traduce, almeno per la maggioranza delle persone,  con mangiare meno di quanto desidererebbero (in certi casi drammaticamente meno), e per lo più cibi che non li attraggono.

Poco sale, pochi grassi, poco zucchero, niente alcol. Vabbè, i medici più “generosi” (non mi riferisco alle parcelle), ti lasciano bere mezzo bicchiere di rosso al giorno (di qualità ovviamente), ma è chiaro che la dose ottimale di bevande alcoliche è zero. Ovviamente niente superalcolici. Dieta variata, ma soprattutto niente “cibi spazzatura”.

Fin qui i medici tradizionali, poi ci sono gli estremisti che vanno ben oltre e prescrivono diete difficili e spesso contraddittorie tra loro: i vegani si complicano la vita cercando di evitare qualunque traccia di cibo di origine animale (ma i funghi, saranno vegetali? Di sicuro animali non sono), d’altra parte c’è chi aborre i carboidrati e consiglia diete proteiche. Alcuni consigliano digiuni intermittenti (be, certo, definitivi sarebbe troppo radicale), i fanatici del “bio” dimenticano che gli unici cibi di origine non biologica sono l’acqua ed il sale, altri attribuiscono tutto il potere non ai soviet, ma alla mente.

Come è facile immaginare una dieta imposta o autoimposta che sia risulta piuttosto deprimente per la maggior parte degli umani, proprio adesso che, per la prima volta in tutta la storia della civiltà dopo secoli di stenti, il popolo  minuto poteva mangiare a sazietà! Ma a certi temperamenti le limitazioni piacciono: non ci sono forse sempre stati asceti digiunatori e disprezzatori del corpo fisico che godevano delle privazioni auto inflitte? Nel medio evo certi “santi” si facevano murare vivi dentro cellette minuscole con solo una finestrella per l’aria e il vitto (scarso) dove restavano per tutta la vita, altri preferivano passare decenni in cima ad una colonna. Che dire: de gustibus …

L’altro grande pilastro dello “stile di vita sano” è il movimento. La vita sedentaria uccide, bisogna allenare il corpo anziché disprezzarlo, far lavorare i muscoli e di conseguenza il sistema cardiocircolatorio se vogliamo mantenere la salute. Via da quella poltrona, basta mangiare merendine, patatine, guardare la televisione e sbevazzare in giro: salta su e vai a correre.

Nulla da dire, sicuramente mantenere il corpo in esercizio (entro certi limiti), fa bene alla salute ed altrettanto sicuramente la vita che la maggior parte delle persone conduce non consente un sufficiente esercizio fisico. Perché? Facile: le condizioni di vita sono migliorate, il lavoro non è più fisicamente faticoso come una volta, spesso si resta seduti tutto il giorno a guardare uno schermo, poi si torna a casa e ci si siede di nuovo a guardare la televisione. Sfortunatamente, però, l’esercizio fisico stanca ed il più delle volte è noioso e sia la fatica che la noia non sono sensazioni piacevoli, per cui non è sorprendente che i più tendano ad evitarle.

C’è, è vero, anche il dritto della medaglia: raggiungere la cima di un monte è faticoso, ma stimolante, coinvolgente, interessante. Purtroppo puoi farlo solo raramente e quel che conta per la salute non è cosa fai poche volte all’anno, ma cosa fai tutti i giorni. Per cui ai più non resta che corricchiare in giro, ma non pensino di trovare una strada di campo piena di margheritine tra amene colline in una magnifica mattinata di primavera, no, si troveranno a fare il giro dell’isolato tra le macchine rombanti cercando di evitare le merde dei cane sul marciapiede. E magari piove pure. Non è divertente, così come non è divertente alzare pesi in palestra, né andare a cambiarsi in spogliatoi odorosi di calzini. Certo, a qualcuno piace (generalmente a chi ne ha meno bisogno), ma a molti no, altrimenti non sarebbero sovrappeso. E poi la palestra non è sotto casa, occorre raggiungerla, infilarsi nel traffico dopo il lavoro o prima del lavoro, comporta uno stress ed un costo: anche lei non è gratuita insomma.

Come per gli esami, il meglio che si può raggiungere è un ragionevole compromesso, ma resta il fatto che non è uno spasso passare il tempo libero dal lavoro, dal mangiare (scarso, mi raccomando e niente alcol), e dal dormire a fare esercizi ginnici. L’equilibrio psichico tende a risentirne, a meno che non sia già compromesso. Sempre quel il mio ex collega cui piacevano i controlli, era invece decisamente meno salutista riguardo al cibo e al movimento: si contentava di iscriversi in palestra, ma poi non ci andava. Il pagamento della quota era sufficiente a  soddisfare il suo senso di colpa.

Non sto neppure a parlare del fumo, che come tutti sappiamo è anatema oramai da anni e non soltanto dal punto di vista medico, ma anche morale: in un parco pubblico un passante moderno e inclusivo (ma insostenibile), mi ha fatto pure la ramanzina. Un po’ come succede per quelle che chiamano “dipendenze”. Dipendenze da cosa vi chiederete. Da “sostanze”. Le dipendenze sono considerate inaccettabili indipendentemente da se e quanto le “sostanze”siano realmente dannose dal punto di vista strettamente medico. La parola “sostanza” sembra quanto mai generica, ma in realtà la maggioranza di chi la pronuncia si riferisce ad una dozzina di droghe psicoattive, anche se c’è chi estende il concetto fino al caffè. Dal momento che in realtà si può essere psicologicamente dipendenti da quasi tutto, dalla televisione, al telefonino, al gratta e vinci, ai controlli medici, sospetto che il fattore deciso affinché la “dipendenza” sia deprecabile è che abbia effetti piacevoli: in questo caso è moralmente condannabile, altrimenti può andare.  Infatti è indubbio che se il medico ti prescrive una pillola per la pressione, magari perché te l’ha trovata alta una volta misurandotela in ambulatorio, ti crea una “dipendenza” fisica a vita. E la pillola è  sicuramente una “sostanza”. Ma non è piacevole, quindi deprecabile, perciò si evita di chiamarla “dipendenza”.

Per quanto riguarda il sesso, invece, la situazione ultimamente pare migliorata, il moralismo sembra aver cambiato bersaglio: la medicina preventiva, a parte qualche recente follia covidiota, non pone limitazioni, lascia fare, quasi incoraggia, purché lo facciate protetti da apposito “device,” sotto controllo medico e muniti di mascherina.

Per riassumere, se fate diligentemente i numerosi esami che il vostro medico vi prescrive (mi raccomando evitate il fai da te), mangiate meno di quanto vorreste e preferibilmente cibi che in linea di massima non vi piacciono, dedicate almeno mezz’ora al giorno del vostro tempo libero a esercizi, non bevete alcol (tendenzialmente zero), non fumate (anatema!), non “assumete sostanze” (tranne la pillola per la pressione), potete dire di condurre una vita sana e di non avere nulla da rimproverarvi qualora improvvisamente vi venisse un infarto o vi trovaste ammalati di tumore. Perché alla fine bisogna pur dire le cose come stanno: condurre una vita sana con dieta adeguata e movimento, evitare abitudini dannose, vi da un certo numero di probabilità in più di vivere a lungo ed in condizioni migliori, ma non vi garantisce nulla.  Di certo. qualunque cosa facciate, per quanto assiduo e rigoroso sia il vostro impegno, non vi salverete: prima o poi nel tempo arriverà qualcosa che vi ucciderà.

Se guardate l’intera faccenda dal punto di vista sociale, o da quello del medico (per non parlare dell’industria farmaceutica), la strategia preventiva ha sempre un senso: conviene adottare qualsiasi comportamento che riduca, anche di poco il “rischio di vivere” perché si tradurrà mediamente nell’aumento del numero di anni vissuti in uno stato di salute maggiore per la generalità delle persone che adottano quei comportamenti. A meno che, naturalmente, non si prendano delle solenni cantonate “scientifiche”, come non di rado è avvenuto in passato. Per fare solo un esempio, c’è stato un tempo in cui i medici prescrivevano il salasso più o meno per tutto, ma quasi sempre non serviva a nulla e spesso era nocivo: immagino che anche allora ci siano stati degli scettici cui veniva prontamente chiusa la bocca con la “scienza”. In ogni caso mi pare presuntuoso ritenere che al giorno d’oggi siamo oramai immuni da errori simili.

Dal punto di vista del singolo, le cose si possono vedere diversamente. La maggior parte delle “cattive abitudini” non è adottata per caso, se una persona si comporta in un certo modo, mangia in un certo modo,  evita la fatica o fa uso di certe sostanze è sicuramente perché questo comportamento gli da in qualche modo un ritorno positivo. Se fuma, è perché nel contesto in cui si trova, trova piacevole fumare, se smette si priva di questo piacere. In altre parole c’è sempre una contropartita e di questo occorre tenere conto. Una persona razionale non potrà che fare un calcolo costi/benefici per capire cosa gli conviene.

Il medico non potrà che dire che più esami diagnostici il paziente fa, più alte sono le sue probabilità di prendere per tempo una malattia, ma il paziente dovrà comunque chiedersi quanto gli costa tutto ciò rispetto alle probabilità di averne beneficio e solo dopo deciderà quali esami fare.

Il medico non potrà che dire che la quantità ideale di alcol è zero, ma il paziente dovrà valutare quanto gli costa togliere l’alcol dalla sua vita e magari trovare un livello, tra zero e il coma alcolico, che massimizzi il beneficio comparato col rischio che comporta. E dovrà tener conto che qualunque comportamento adotterà non avrà mai la certezza sull’esito, ma solo una stima di probabilità. Il calcolo costi/benefici, insomma, sarà sempre incerto, approssimativo e soggettivo. I professionisti possono consigliare, ma la decisione ultima dovrebbe spettare sempre alla persona. che ha pieno diritto di vivere la sua vita come ritiene più opportuno. Lo ricordo perché, e lo si è visto drammaticamente durante la “pandemia”, ci sono forze molto potenti che spingono a togliere questo diritto alla gente cercando di imporre restrizioni e trattamenti medici o pseudo tali a mezzo della menzogna, del  terrorismo mediatico, del ricatto e perfino della forza bruta al solo scopo di guadagnarci su.

Non è tanto un problema di fidarsi o meno della “medicina” o della “scienza” (che comunque come tale è sempre in costante divenire e mai può imporre verità sempiterne), ma di fidarsi o meno delle organizzazioni o delle persone che si spacciano per essere la “medicina” o la “scienza”. Tali organizzazioni o persone  sono spesso quanto mai indegne di fiducia in un mondo dove la ricerca e le agenzie sanitarie sono sovvenzionate da chi ha per “mission” dichiarata il vendere medicinali e fare nell’operazione il maggior profitto possibile. Da coloro, cioè che hanno tutto l’interesse a che i malati si moltiplichino e che nessuno possa mai in definitiva essere considerato sano: i sani non si curano e non comprano medicinali.

Concluderei dicendo che non ho nulla contro la medicina preventiva, ma stiamo attenti: l’uomo non è eterno e  non pare un grande affare vivere tutta la vita da malati per poi poter finalmente morire sani.

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