MASTELLA E LE PAROLE IDEOLOGICHE

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DI MAURIZIO BLONDET
Effedieffe

Lì per lì, sembra un pasticcio di Mastella, come ci si può aspettare da un dilapidatore di denaro pubblico, ruspante, di scarso impegno ideologico.

La sua cosiddetta legge commina fino a 12 anni (dodici) a chi si macchia del reato di «istigazione a commettere crimini contro l’umanità e di apologia dei crimini contro l’umanità».
Che io sappia, nemmeno David Irving ha mai incitato o fatto l’apologia dello sterminio: ha solo negato che esistesse un ordine scritto di Hitler a compierlo.

A prima vista, questa legge mette piuttosto in pericolo, mettiamo, Giuliano Ferrara, che approva la volontà di Israele di incenerire l’Iran con un attacco atomico (incitamento sicuro ad un «crimine contro l’umanità»).
Potrebbe portare all’arresto, in occasione di una loro visita in Italia, di Paul Wolfowitz, attuale capo della Banca Mondiale, o di qualunque altro neocon americano, che hanno «istigato» – e con quanta efficacia – all’invasione dell’Iraq su falsi pretesti, con le atrocità che ne sono seguite.

Diffondere uranio impoverito su una popolazione intera, carbonizzare Falluja con il fosforo, saranno pure crimini contro l’umanità.

Quanto al delitto di «apologia dell’olocausto», questo potrebbe configurare persino una legge anti-ebraica.

Potrebbe obbligare alla condanna di Riccardo Pacifici, rabbi Di Segni, Gad Lerner e tutti gli altri membri dell’onorata comunità.

Sono loro che fanno «apologia dell’olocausto», nel senso che lo esaltano – quello ebraico – come fatto unico e sacrale, un mistico sacrificio del tutto diverso dalle sofferenze di altri popoli e gruppi etnici nella seconda guerra mondiale.

Anche il presidente Napolitano ha fatto, nel cosiddetto giorno della memoria, la stessa apologia dell’olocausto.

I cosiddetti «negazionisti» non esaltano l’olocausto: anzi, secondo i loro accusatori, negano che sia avvenuto.

Peggio: il Mastella legislatore commina «fino ad un anno e sei mesi a chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico».

Oriana Fallaci, la sola incitatrice pubblica che io ricordi all’odio per i musulmani (con scritti atti ad istigare azioni violente), s’è sottratta alla punizione defungendo.

Ma la legge è lì per colpire tutti coloro che diffondono i suoi libri e che li hanno recensiti con favore, da Ferrara a Feltri, e decine di altri giornalisti.

E potrei indicare all’inquisizione alcuni testi di Guzzanti che cadono sicuramente sotto questa fattispecie.

Ancora: «E’ vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo che abbia tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali».

Come noto, la comunità ebraica, i suoi rabbini in prima fila, scoraggia attivamente i matrimoni dei suoi figli con giovani goym.
E’ sicuramente «incitamento alla discriminazione»: sciogliere, e subito, la comunità?

Quanto all’incitamento alla violenza, è facile dimostrare che l’associazione dei Lubavitcher (o gruppo, o movimento che sia), ben presente anche in Italia, rientra nel caso.

Un passo dagli scritti del loro fondatore, rabbi Schneerson: «Il corpo di un ebreo è di qualità totalmente diversa dal corpo di ogni altro individuo della nazioni del mondo […]. L’intera realtà non ebraica è solo vanità. Sta scritto: ‘E gli stranieri cureranno le vostre greggi’ (Isaia, 61:5). L’intera creazione esiste solo per il bene degli ebrei».

Da questo, Schneerson fa seguire alcuni ovvi corollari: per esempio, nel caso di trapianti: «se un giudeo ha bisogno di un fegato, può prendere il fegato di un non-ebreo innocente per salvare il primo».

E’ tutto scritto.

Su richiesta degli inquisitori, posso esibire i documenti.

Posso provare altresì che era un membro dei Lubavitcher quel Baruch Goldstein che, nel 1994, massacrò 29 palestinesi in preghiera nella tomba di Rachele perché incitato all’odio razziale dalla dottrina di Schneerson.

Con ciò, attendo con ferma speranza lo scioglimento d’autorità della setta Lubavitcher, altresì detta Habad o Chabad, per predicazione di superiorità razziale e incitamento all’odio etnico.

E la punizione dei loro dirigenti con condanne «da uno a sei anni», come previsto dal giurista Mastella.

Ma allora il nostro dilapidatore ha fatto una legge antisemita?

Ha voluto scatenare una persecuzione anti-ebraica? Ma no, ma no.

Naturalmente, non è questo l’intenzione del nostro furbo governante.

Egli sa benissimo come attaccare l’asino dove vuole il padrone.

E difatti, nel testo, si legge il punto essenziale, quello caldeggiato da Ruben: «La pena è aumentata se l’istigazione a commettere crimini contro l’umanità, o atti di discriminazione, è stata commessa negando in tutto o in parte l’esistenza di genocidi o di crimini contro l’umanità per i quali vi sia stata una sentenza definitiva di condanna da parte dell’autorità giudiziaria italiana o internazionale».

E’ lì che si voleva arrivare.

Punire chi nega, anche solo «in parte», genocidi per cui esiste «una definitiva condanna dell’autorità internazionale», evidentemente a Norimberga.

I crimini e genocidi in corso non interessano, mancando la «condanna definitiva della magistratura»; interessa quello solo degli anni ’40 dell’altro secolo.

L’unico, l’inimitabile.

Il furbo presidente Napolitano del resto ha delimitato ben bene il senso della legge mastelloide.

Non è contro chiunque inciti ecc., ecc., ma contro qualcuno soltanto.

Ha detto, Napolitano che sa dove attaccare l’asino, che «l’antisemitismo si maschera da antisionismo», giungendo a negare «il principio costitutivo dello Stato d’Israele»: principio razzista, come ha mostrato quell’antisemita di Israel Shahak (ex internato nei lager), in quanto la cittadinanza israeliana non è data se non a chi possa vantare almeno una nonna ebrea.
E tuttavia, il discorso non è chiuso qui.

La legge Mastella starà lì, nel codice penale: e come abbiamo visto, «in altre mani», non oggi ma in un domani possibile, può colpire proprio gli ebrei.

La stessa identica norma può rovesciarsi contro i suoi promotori.

E’ un rischio che parrà inesistente oggi a costoro, finchè sono loro a controllare l’applicazione della legge, e ad assegnare il significato alle parole di cui è composta.

Ma già questo rivela la natura di questa norma.

Le parole di cui è composta sono infatti, eminentemente, parole «ideologiche».

Parole cioè che per la loro vastità (o vacuità) semantica, possono essere intese in modi contrastanti o addirittura opposti.

O parole la cui pronuncia già contiene in sé la condanna, o il disprezzo.

Il regime bolscevico era maestro in questo uso ideologico delle parole.

Era la sua specialità, al punto che fu chiamato una «logocrazia», perché quando non riusciva ormai più a dominare la realtà (l’economia socialista deperiva, la statalizzazione era fallita), manteneva il dominio assoluto sulle parole.

Nella convinzione (Orwell insegna) che chi controlla le parole controlla il pensiero.

Così, la burocrazia parassitaria dominante si autodefiniva «avanguardia del proletariato».

E il dominio burocratico della nomenklatura era «la dittatura del proletariato», quando invece era una dittatura «sul» proletariato.
«Solidarietà socialista» e «aiuto fraterno» significò l’invasione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia.
Si fecero processi contro «deviazionisti» e «revisionisti», parole del cui vero significato – che poteva mutare a piacere – era depositario il Politburo.

Si poteva sperare di non vedere più questo esercizio, così screditato.

Invece, rieccoci alle parole ideologiche.

Il nostro governo ne è pieno.

Abbiamo imparato a nostre spese che ciò che Bersani chiama «riforme» è tutto quello che lui può escogitare per favorire le coop rosse.

Per Montezemolo e Draghi, «riforme» significa invece taglio delle pensioni e riduzione dello Stato sociale.
Padoa Schioppa ripete costantemente la parola «equità», con cui nessuno sa bene cosa intenda, ma che ci prepara a spoliazioni fiscali.

«Guerra al terrorismo globale» è ovviamente una locuzione ideologica, che può comprendere (come «terrorista») realtà infinitamente diverse ed estendibili ad libitum, ed escluderne altre: l’Arabia Saudita no, i Talebani sì e anche la Corea del Nord.
Lo stesso termine «terrorismo» è diventato profondamente ideologico: all’indomani dell’11 settembre Arafat, già premio Nobel per la pace, era diventato un «terrorista» con cui non si poteva più trattare.

Hamas ed Hezbollah sono «terroristi», l’ISI pakistano no.

«Islamofascismo» è un termine ideologico che non ha avuto, per ora e nonostante la zelante promozione mediatica, completa fortuna.

Ahmadinejad «nuovo Hitler» ne ha di più.

Ovviamente, i due termini non hanno nulla a che vedere con la realtà del fascismo o dell’hitlerismo storici, ma così sono le parole ideologiche: non servono a definire ma a bollare, e ad incitare all’azione.
In questo caso, le centrali che le hanno formulate e diffuse vogliono incitare alla guerra dell’intero Occidente «democratico» contro l’Iran.

Non è dovuto di meno, ai nuovi Hitler.

«Negazionismo» è una parola dello stesso genere.

A rigore di termini, non esiste nemmeno un negazionista, ossia uno che neghi completamente che gli ebrei nella seconda guerra mondiale hanno subìto persecuzioni e massacri.

Ci sono invece alcuni che pensano di poter dimostrare che quelle che vengono indicate come camere a gas nei vecchi lager, non lo potevano essere per motivi tecnici.

Altri che contestano il numero esatto e sacrale dei morti israeliti, i sei milioni tondi.

Altri esibiscono documenti della Croce Rossa che visitò i lager durante la guerra, e non ebbe contezza dello sterminio in atto.
Qualcuno nota che un certo forno crematorio, così indicato ai visitatori di un certo lager, non ha il camino, e dunque non poteva funzionare.

Altri ancora tendono ad inserire la tragica sorte degli ebrei nelle immani atrocità della guerra mondiale: 22 milioni di russi morirono per la guerra contro Hitler, altre decine di milioni nel Gulag staliniano.

Si potrà parlare di «olocausto russo»?

No, non si deve.

Tale tentativo viene interpretato come un trucco per sminuire il solo olocausto che conti – processo alle intenzioni, tipico dei totalitarismi ideologici.

Infine, tutte queste diverse posizioni vengono bollate – anche se non lo sono – come «negazionismo»: una parola che è fatta per marchiare, per troncare la discussione e mettere in galera chi parla.

Come in URSS, esiste una «verità ufficiale» presidiata col codice penale, e chi la discute è condannato in anticipo, e ora anche con 12 anni di carcere.

Anche attorno alla «verità ufficiale sull’11 settembre» c’è una sorveglianza corale, che impedisce il discorso.
La cosa non ci stupisce, ma ci stanca.

Ci dice in che mondo viviamo, e fino a che punto siamo caduti da una illibertà ad un’altra.
La cosa non preoccupa i promotori, perché ritengono di essere in grado di controllare la fabbrica delle parole ideologiche, controllando essi la stampa e gli altri media.

Ma può un giorno rivolgersi contro di loro, non ce ne rallegreremo.

Per conto nostro, è igiene civile e politica, oltrechè morale, rigettare le parole ideologiche.

«Negazionismo», non lo diremo mai più.

Maurizio Blondet
Fonte: www.effedieffe.com
Link: http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1723&parametro=politica
26.01.2007

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