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L’ITALIA SEGUE L’ARGENTINA SULLA STESSA STRADA

DI ANDREA DI STEFANO
Valori

Desmond Lachman, il 16 marzo 2006, ha firmato un articolo sul Financial Times dal titolo “L’Italia sta seguendo la stessa strada dell’Argentina verso la rovina” (Italy follows Argentina down road to ruin). L’autore è membro con Richard Perle, Paul Wolfowitz e Michael Leeden dell’American Enterprise Institute, uno dei maggiori think-tank della destra economica Usa e anche uno dei massimi sostenitori della politica di George W. Bush per quanto riguarda prima l’Iraq e ora l’Iran. Lachman è stato vicedirettore di Policy and Review Departement del Fondo Monetario Internazionale, Quando un uomo al vertice del potere internazionale come Desmond Lachman scrive un articolo, non chiarisce un punto di vista come avviene in un normale dibattito democratico, ma dà un ordine per renderlo esecutivo, capace com’è di esercitare indebite pressioni atte a provocare, se necessario, guerre economiche o veri scontri militari come in Iraq.

Perché questa analogia tra la situazione economica dell’Argentina degli anni Novanta e l’Italia di oggi? Questi due Paesi “stabilizzavano” le loro economie con svalutazioni periodiche, che davano maggiore competitività alle loro merci sul mercato internazionale e agivano sull’inflazione per diluire il debito pubblico. Ma negli anni Novanta l’Argentina agganciò la sua moneta al Dollaro. Questa scelta evidenziò che la valuta Usa era troppo forte rispetto all’economia del Paese sudamericano che entrò in una crisi devastante. L’Italia ha fatto la stessa scelta agganciando l’Euro, altra moneta forte, pur avendo un’economia debole, dovuta a scelte subalterne di politica economica effettuate dai vari governi che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi. Dopo l’aggancio con la valuta forte, i due Paesi si sono trovati di fronte ad un percorso obbligato: introdurre dure riforme del lavoro, “flessibilità” esasperata e precarietà generalizzata, prelievo fiscale diretto o indiretto per sanare il debito contratto drenando risorse dalle tasche dei piccoli risparmiatori verso le casse dei banchieri del FMI. Un disastro che in Argentina ha provocato, tra le altre cose, l’impossibilità per i risparmiatori di accedere ai propri depositi. Una situazione talmente paradossale che ha visto gli argentini morire di fame, pur avendo i supermercati pieni di generi alimentari. L’aggancio con l’Euro da parte del nostro Paese ha prodotto una situazione singolare: l’Italia deve pagare gli interessi del suo enorme debito pubblico alla Banca Centrale Europea, agli stessi tassi imposti dal FMI per i Paesi europei più forti, che compensano questo meccanismo usuraio con produzioni competitive in quanto ad alto contenuto tecnologico.

L’Italia, che è sotto di 15 punti nella competitività alla Germania, non può più giocare la carta della svalutazione della Lira e della propria produzione essendo vincolata all’Euro, ricorre a salari da fame e al taglio della spesa sociale, grazie alla sua classe politica e imprenditoriale che si attiene scrupolosamente alle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale. Helmut Reisen analista economico dell’OCSE, nel suo rapporto “China’s and India’s implications for the world economy” prevede un calo del 15% dei salari e degli stipendi in Europa e un leggero innalzamento di quelli dei Paesi asiatici, con un trasferimento di risorse verso i profitti. Questa politica del FMI ha obbligato la Cina nel 2005 ad un abbattimento dei prezzi delle sue merci esportate del 25%, per compensare gli aumenti dei prezzi di petrolio e degli impianti industriali, creando nel contempo in quel Paese ulteriori problemi sociali che hanno determinato una forte migrazione verso le città e hanno visto riemergere una forte opposizione sociale, soprattutto nelle zone agricole più povere. Il FMI vuole attaccare lo Stato sociale europeo, unica alternativa politica e sociale al modello liberista e ci propone come “cura” il modello asiatico. Desmond Lachman sostiene nel suo articolo che l’Italia ha bisogno di forti riforme, come quelle introdotte in Argentina da Carlos Menem. Secondo Lachman, quindi, il nostro Carlos Menem da Arcore non ha ancora riformato a sufficienza nei cinque anni del suo governo e mette le mani avanti anche rispetto al futuro governo Prodi; in più intima ai Paesi forti dell’economia europea, Germania, Francia, Olanda, Belgio, ecc. di smettere di accollarsi i costi del nostro debito pubblico. È singolare che il monito sul debito pubblico ci arrivi dagli Stati Uniti, che sono i detentori del record mondiale del debito e che si diano indicazioni alla Banca Centrale Europea sulle scelte da fare. Con l’intervento di Lachman si formalizza, da parte dei poteri forti, la creazione di un’Europa a due velocità, come già aveva preconizzato Joachim Fels, economista della Morgan Stanley, in un’intervista dell’8 agosto 2005 alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Fels riteneva improbabile “che l’Italia esca dal sistema monetario europeo di sua volontà.

É più probabile che i Paesi che vogliono la stabilità diranno: noi introduciamo una nuova moneta forte, che chiamiamo Neuro (New Euro). E così gli italiani e gli altri che diluiscono la qualità e stabilità dell’euro saranno lasciati fuori”. La creazione di un’Europa a due velocità ha lo scopo preciso di ridimensionare il peso politico del nostro continente, rispetto al blocco angloamericano. I paladini della concorrenza sono i primi a combatterla. Dopo la svendita degli anni Novanta delle industrie di Stato, l’attrattiva dell’Italia è comunque rappresentata dal suo risparmio: 140 miliardi di euro, che devono passare di mano e la lotta sul controllo delle banche ne è la parte visibile. Questa capacità di risparmio e una corretta politica fiscale potrebbero essere il volano del rilancio della ricerca, dell’industrializzazione su basi scientifiche avanzate, che non scarica solo sui più deboli i costi di questa modernizzazione. Ma questo richiede una grande autonomia, nei confronti di tutti. Siamo alla politica dell’assurdo: il nostro Paese, fedele esecutore delle direttive del FMI, viene criticato dal medesimo al solo scopo di ottenere la continuazione di quella nefasta politica anche con i futuri governi. Da questi fatti si evidenzia una continua ingerenza dei banchieri e delle loro strutture e una debolezza di fondo delle istituzioni e dei politici nei vari Paesi europei.

In sostanza i politici sono incapaci di contrapporre una loro autonoma politica in alternativa a quella del Fondo Monetario Internazionale. E’ come se sul nostro territorio ci fosse una pletora di uomini politici, di forze economiche e intellettuali che operino contro l’unità e i valori europei. Nessuno mette nel proprio programma politico scelte utili ad arginare questa disfunzione del sistema democratico, anzi ogni governo nazionale, tramite la propria Banca Centrale, si fa docile strumento di scelte che come consenguenza produrranno solo tensioni sociali sul nostro territorio, vedi il caso italiano e francese, a vantaggio di chi vuole continuare in modo imperituro a governare le sorti del mondo senza essere mai sottoposto ad un democratico e salutare voto. In sostanza i signori del FMI giocano con carte truccate: si comportano come i Re di Lidia del VI secolo a.c. ideatori della moneta, che veniva coniata in elettro, una lega oro-argento che doveva contenere un 70 per cento d’oro: ma ad un attento esame si è riscontrato che in quelle monete di oro ce n’era solo il 53 per cento.

Andrea Di Stefano
Fonte: www.valori.it/
Link: http://www.valori.it/index.php?option=com_content&task=view&id=136&Itemid=0
Pubblicato nel marzo 2006

Pubblicato da Davide

4 Commenti

  1. Condivido l’analisi nel suo complesso fuorché in un punto, anche se molto importante. Penso, infatti, che non sia possibile l’uscita dall’euro dell’Italia. Infatti, secondo i parametri di Maastricht, non potevamo neanche entrarci! Ricordo Prodi in bicicletta a Amsterdam nel 1996 durante la riunione che ci permise di entrare nell’euro pur non avendo i requisiti previsti. (l’allora ministro olandese delle finanze Zammer dovette recedere dal suo “no” -giuridicamente corretto- all’Italia nell’euro, l’hanno placato con un incarico dirigenziale all’EcoFin). Ci hanno preso nell’euro perché: 1)siamo il primo importatore della Francia 2) siamo i sencondi importatori della Germania 3) siamo i primi esportatori in Germania 4)siamo i secondi esportatori in Francia.
    Perciò ritengo che l’Italia- a tutti i costi- rimarrà nell’euro e per farlo si aggraveranno le situazioni drammatiche così bene esposte nell’articolo.
    Grazie per l’attenzione

  2. Ieri ho letto per caso su internet una serie di sentenze celebri di autori latini.
    Una diceva: “Le leggi sono moltissime quando lo Stato è corrottissimo”.

  3. Bisognerabbe iniziare a considerare il valore reale dell’euro, in Italia, e non dare il valore 1 euro 1000 lire. Non capisco come mai neanche questo governo è intervenuto. Gli stipendi e le pensioni sono con il valore reale, tutto il resto no.Possibile che nessuno se ne è ancora accorto?Allora se noi arbitrarimente, per costume, perchè siamo furbetti, per non vogliamo tirar fuori la calcolatrice, non diamo il valore effettivo alla moneta che ha sostituito la lira cosa ne capiamo di economia?E da quanti anni andiamo avanti così?

  4. Sugli USA e il debito pubblico, mi permetto di fare un paragone con l’Inghilterra del XIV secolo. Lì, il re, dovendo fare guerra alla Francia (di cui era il maggior feudatario per l’eredità normanna), decise, sic et simpliciter di non pagare i banchieri (Bardi e Peruzzi da Firenze) che gli avevano fatto credito. Così, per far capire i rapporti di forza.
    Domani gli USA potrebbero decidere (o meglio, potrebbe deciderlo la cricca al governo) di non saldare le pendenze. Con quali esiti è facile prevederlo… Nel mentre sorbiamoci WTO, FMI e BM… ossia la longa manus del capitalismo atlantista…

    FB