Lettera di Natale

DI FRANCO ARMINIO

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Natale e i giorni che lo circondano sono una spina feroce per i dolenti. Il Natale dei vecchi nelle case di cure, il Natale dei carcerati, il Natale negli ospedali. Ma questi giorni sono feroci anche per chi sta a casa e ha la stanza del figlio vuota, il figlio morto a Natale diventa un ferro rovente che ti rovista il cuore. Il Natale di chi sta a casa e sente che è passato troppo tempo e non hai più venti anni e nemmeno quaranta. Il Natale dei bambini circondati da merci più che da da persone, il Natale degli scapoli, quelli che quando tornano a casa la sera sentono il vento che fischia dietro la porta e non ti viene voglia di spostare un bicchiere, di lavare un piatto. Il Natale degli amori sgretolati, delle diffidenze, delle bugie che diciamo agli altri e a noi stessi. Il miserabile Natale di chi ha successo e ne vuole avere ancora di più, il Natale dei delinquenti che prima o poi saranno scoperti, il Natale di chi è stato lasciato e di chi non è stato mai trovato, il Natale del fegato malato, del dente guasto, il Natale degli occhi gonfi, il Natale delle rughe, dei capelli caduti, il Natale di chi non si ama più e di chi non ha amato mai.

Una festa così dovrebbe essere una grande occasione di federare le nostre ferite, dovrebbe essere la festa della verità su chi siamo e su chi vorremmo diventare, da soli e assieme agli altri. E invece abbiamo delegato il nostro dolore ai dolciumi, come se un torrone potesse essere l’avvocato della nostra ansia, un panettone il muro contro l’angoscia.
Natale dovrebbe essere il tempo della poesia. La poesia al posto della tombola, la terna di Leopardi, la quintina di Dante. La poesia serve a spiegare la disperazione e a far fiorire la gioia, tutte e due le cose assieme. La poesia serve a lasciare un poco di vuoto dentro di noi, serve a tenere spazio per il ritorno dei miracoli.

Nella giostra orrenda delle merci ci siamo dimenticati che in fondo Natale è la festa dei miracoli, come se ci fosse un giorno in cui possiamo festeggiare i miracoli che avvengono tutto l’anno.

 

Franco Arminio

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22.12.2019

Pubblicato da Davide

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4 Commenti

  1. Puttanoroscopo

    Cos’è questo?

    Un uovo?

    Per i fratelli Boot! puzza di fresco.

    Daglielo a Gillot.

    Galileo come va

    e le sue terze parallele!

    Quel vecchio infame archipenzolatore figlio di un cantiniere!

    Ci muoviamo disse eccoci lanciati – Porca Madonna!

    come un nostromo, o un Pretendente sacco-di-patate alla carica.

    Quello non è muoversi, è muoversi.

    Cos’è questo?

    Una frittatina verde o una fungosa?

    Due ovari frustati al prostisciutto?

    Quanto l’inuterò, la pennuta?

    Tre giorni e quattro notti?

    Daglielo a Gillot.

    Faulhaber, Beeckman e Pietro il Rosso,

    venite adesso nella nebulosa valanga o nuvola cristallina rosso-sole di Gassendi

    e vi cristallerò tutte le vostre da gallina-e-mezzo

    o una lente sotto il píutnino a mezzo-giorno.

    Pensare che era mio fratello, Pietro Pugni-di-ferro,

    e non ci avreste tirato fuori un sillogismo

    come se il Babbo ci fosse ancora dentro.

    Ehi! dammi quelle monete

    dolce sudore zigrinato del mio fegato ardente!

    Ai giorni che sedevo nella stufa scagliando gesuiti dal lucernario.

    Chi è quello? Hals?

    Che aspetti.

    Samuel Beckett

  2. Il Natale del ” vento che fischia dietro la porta”, delle stanze vuote e della solitudine interiore è il Natale delle persone che non credono. Chi crede non è mai solo. Chi non crede cerca di trovare vana consolazione per la finitezza della vita umana in regali, abbuffate, viaggi ecc. Consolazione che dura lo spazio di un momento.
    Buon Natale a tutti.

  3. Menomale che la buriana è finita! Non ne potevo più. Spero tuttavia che tutti abbiate passato bene questo Natale.

  4. Già, la buriana è finita .. quindi senza il rimorso di rovinare la festa a nessuno consiglio a tutti un bel “Decadenza- Vita e morte della civiltà giudaico-cristiana” di M. Onfray . Chissà che così la fede si “rafforzi” con la consapevolezza di cosa ha voluto dire nella storia di tanti disgraziati.