Home / Antropologia / Lentezza

Lentezza

DI TONGUESSY

comedonchisciotte.org

L’attore Luca Zingaretti, alias il commissario Montalbano, nel dare una spiegazione all’enorme successo di una serie televisiva inaugurata nel 1994, più di vent’anni fa, ha fornito una spiegazione molto interessante: «In un mondo troppo svelto, il commissario Montalbano rappresenta l’elogio e la virtù della lentezza».

Sinceramente a me non sembra che gli episodi di Montalbano siano la massima espressione della lentezza, anzi. Nel giro di poche decine di minuti Zingaretti riesce ad assicurare alla giustizia il criminale di turno nonostante le palesi difficoltà delle indagini. Nella vita reale purtroppo le cose vanno diversamente, e gli annali sono zeppi di Giorgiana Masi e Giulio Regeni. Per non parlare delle varie stragi, da Portella della Ginestra alla Moby Prince. Storie atroci senza finali sensati.

Secondo Vittorio, ex agente dei Servizi segreti che per anni si è occupato di antiterrorismo in Italia è sbagliato l’intero sistema, l’organizzazione investigativa, che contribuisce a creare caos e a rendere “misteriosi” omicidi dalle dinamiche banali.

Fatto sta che in Italia si commettono seicento omicidi l’anno e nel 40-45 per cento dei casi non si trova l’assassino. Altro che Montalbano: qui lentezza e giustizia procedono di pari passo, cioè non si muovono proprio.

Tralasciando le questioni penali, la lentezza è e rimane una costante del nostro tempo, pur dominato dalla velocità. E’ una società schizofrenica che oscilla costantemente tra le spettacolari velocità da Formula1 o gli scioglilingua rap ed i tempi esasperanti dei processi civili o di certe dinamiche sociali.

Il tempo ciclico immutabile di Verga sembra avere un posto d’onore assieme alla dedizione per la velocità di Marinetti. La modernità si coniuga per antinomie, lasciando ferite insanabili nel corpo sociale. Si passa quindi dal parcheggiare l’auto esattamente sotto al bar dopo spericolate manovre allo scopo di arrivare qualche microsecondo prima (il caffè si raffredda!), al tenere sotto scacco un’intera colonna di vetture per assecondare il proprio sonnolento bisogno di lentezza.

All’estremo opposto di chi ha trovato nell’azzardo della velocità il proprio modus vivendi, si colloca chi ha bisogno di almeno 1km di strada libera a destra e sinistra per attraversarla in auto, e quella pletora di nullafacenti che non avendo impegni prestabiliti si dilettano a creare ingorghi sociali presso uffici delle poste e del comune, supermercati, negozi e dovunque portino a spasso le loro interminabili quanto discutibili conversazioni.

Ma se una qualche ragione di tali lentezze possono essere scovate nelle lunghe giornate da riempire per chi ha ormai smesso di produrre e si dedica a tempo pieno a scovare il modo per arrivare a fine giornata, non mi riesce a trovare alcuna giustificazione per quelle persone che, in piena età lavorativa, si comportano da moribondi comunque.

Sia chiaro che questa non è una perorazione a favore del taylorismo sociale, ci mancherebbe. Piuttosto vuole offrire uno spunto di riflessione sul significato che comunemente si dà a quell’astrazione che si chiama Tempo.

“Il Tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando”, diceva Einstein. Ecco, se una parte consistente di persone desse valore ad un tipo specifico di Tempo, potremmo anche arrivare ad una qualche conclusione: è normale passare il Tempo in un certo modo, ad esempio passare la maggior parte della propria esistenza in un ufficio con annesse ore spese in interminabili code per raggiungerlo.

Questa sarebbe la normalità che, secondo Alda Merini, “è un’invenzione di chi è privo di fantasia”. Il problema quindi, per noi dotati di fantasia, è che ci sono svariate “normalità”, ovvero differenti ed inconciliabili modi per trascinare il proprio culo dalla culla alla tomba. C’è chi sembra avere una certa urgenza di estrema unzione, e chi non dimostra di averne alcuna e in qualità di highlander (“sono in vita da quattro secoli e mezzo, e non posso morire”) si prodiga affinché il mondo si conformi a questa sua predisposizione.

Sono i figli di una scopata noiosa, secondo un’azzeccatissima definizione di Don Juan (Castaneda). La noia di quel primordiale istante pervade la loro esistenza come un marchio che non può essere modificato. La noia è il fulcro centrale attorno cui ruota la lentezza delle loro vite, e nulla ha a che vedere con la lentezza dell’ammirazione. Un cibo per essere assaporato a pieno ha bisogno di lentezza, così come ne ha bisogno un’opera d’arte o un viaggio.

Il non-fare di Don Juan si colloca al di fuori del binomia velocità-lentezza. Entrambi sono forme di fare, per quanto strano possa sembrare. La lentezza è una forma rarefatta di quel fare pruriginoso che è tipico della modernità.

Kundera nel suo libro “La lentezza” dice che “la velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo” e “chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca” . La lentezza (che lo scrittore ceco collega al ricordo) sarebbe quindi una velocità monca e non il suo antidoto. Se la modernità è velocità, la lentezza non corrisponde all’antimodernismo ma ad una esternazione di quel cancro che si chiama noia, che più spesso di quanto si immagini trova un temporaneo rimedio nella velocità.

Celentano da parte sua ci informa che “chi ha fretta è lento, chi sa aspettare è rock”, rimarcando così l’ontologia delle non appartenenze. Il cerchio si chiude: per noia ci si ritira nella lentezza oppure per noia si cavalca l’onda veloce. Il non-fare qui non si vede.

I latini, totalmente ignari di Celentano e delle sue strabilianti ontologie, avevano invece contrapposto il negotium all’otium: alle occupazioni lavorative doveva seguire un periodo dedicato alla contemplazione e allo studio. In rapporti variabili, il binomio è presente in Cicerone, Orazio, Ovidio, Seneca e giù giù fino ai giorni nostri quando otium viene ormai tradotto in ozio, termine che oggi ha assunto connotati negativi.

E qui si ritorna alla lentezza che non è otium, non è l’assaporare la vita, ma una forma bislacca di negotium, di attività. L’ultima forma di otium è andata persa con il declino della nobiltà. Per i nobili il negotium era qualcosa di inadatto ai ruoli di prestigio di chi vantava sangue blu, con tutti i prevedibili eccessi che una vita di otium portava. La modernità, dal Rinascimento in poi, pur senza disconoscere il ruolo dell’otium ha portato in prima fila il ruolo dei soldi legati al negotium. Una volta che la borghesia ebbe soppiantato la nobiltà nella gestione della Res Publica, la strada del negotium ovvero della velocità diventava spianata ed in discesa. Al punto che oggi le nuove elites si vantano di lavorare come mai prima.

Marissa Mayer, amministratore delegato di Yahoo, dichiara a Bloomberg: «Il segreto della fortuna delle aziende è quello di avere dipendenti che si impegnano duramente. Si può arrivare a una media di 130 ore alla settimana». Come si fa? «Bisogna sapersi organizzare bene. Pianificare quando dormi, quando fai la doccia e anche quanto spesso vai in bagno.» Apoteosi della velocità da negotium, e bara inchiodata sull’otium così caro ai ricchi dantan (oltre che ai latini).

Sul versante opposto del fare si colloca la lentezza che, come dicevo, è noia coniugata in altro modo. Se la velocità manageriale rappresenta una volontà di potenza (povero Nietzsche!), la lentezza ne simboleggia la mancanza: il vissuto diventa il piattume di chi è nato da una scopata noiosa e si dedica al fare poco.

Così mentre chi è obbligato ad onorare i diktat imposti dall’etica protestante (punta di diamante della Modernità) si lascia trascinare nel vortice delle pianificazioni coatte che permettono di pagare le bollette e portare a scuola i pargoli, c’è anche chi non riesce a tirare fuori dal cappello nulla che possa allentare la garrota che il sistema ci ha implementato di default.

Anzi pare ci trovino gusto nello stringere quella maledetta vite. Si sacrifica una vita alimentare sana a favore di pranzi veloci in mense o fast food per recuperare qualche minuto non dico per l’otium ma per quelle impellenze che si affastellano nella vita di ognuno; purtroppo questa rincorsa verso un ipotetico punto di equilibrio sembra davvero ozioso (oh yes!), tante sono le incombenze. Eppure c’è sempre chi trova il modo per obbligarci a seguire la sua congenita e noiosa lentezza, il che si traduce in ulteriore debito temporale, ovvero altro affanno e stress. Ne sentivamo davvero bisogno.

Un bel giorno uno dei tanti imbecilli che popolano l’emisfero settentrionale del Nuovo Mondo ha decretato: il tempo è denaro. La cosa, agli imbecilli, è sembrata assolutamente naturale. Secondo le parole dello storico Commager: “In Franklin poterono fondersi le virtù del puritanesimo senza i suoi difetti.” Lentamente e senza neanche l’assunzione di droghe, questa visione puritana di entanglement tra astrazioni ha divorato le persone di ogni latitudine e longitudine. Con un altro entraglement chiamato Lebensraum non ci andata meglio, ma per fortuna è durato relativamente poco. Fatto sta che la dedizione al dio Tempo e Denaro da allora non ha più conosciuto freni.

La velocità, ovvero l’entaglement di tempo e denaro, ormai domina una buona parte delle nostre esistenze, in ossequio al puritanesimo d’oltreoceano. La nostra esistenza conscia è dominata dalla velocità: svegliarsi presto, lavorare, un boccone poi ancora lavorare, cucinare, pulire, governare figli piccoli e genitori anziani, rispettare i vari obblighi e vincoli… significa immettersi pienamente e consapevolmente (grazie garrota!) nel grande e tumultuoso fiume carsico della velocità. Che ogni tanto sparisce, inghiottito dalla lentezza.

Come nel caso in cui si incappi in qualche coda stradale per lavori o per incidente, o perché la cassiera sta amabilmente chiacchierando con la sua anziana vicina di casa. O quando si è invischiati in qualche guaio giudiziario senza Montalbano e la velocità che lo contraddistingue. La lentezza diventa così un fattore sistemico, una delle due principali modalità attraverso cui si realizza controllo sociale.

C’è chi parla di lotta tra la parte bassa e quella alta della società, ma esiste anche una lotta tra la parte veloce e quella lenta. Ho il sospetto che i manovratori di entrambe siano gli stessi. Ai padroni del vapore fanno comodo tanto i Franklin e le Mayer quanto i nati da scopate noiose, senza i quali dovremmo riscoprire il valore dell’otium invece di inveire contro la lentezza che blocca il nostro vivere veloce.

 

Tonguessy

 

Fonte: https://comedonchisciotte.org/

06/09/2019

 

 

Pubblicato da Rosanna

La mia insolita passione è quella di andare a caccia della "verità" nelle vicende contemporanee, attraverso gli interstizi dell'informazione, il mio vizio assurdo invece consiste nell'amare l'anonimato più della notorietà, la responsabilità più del narcisismo, l'impegno sociale più del letargo intellettuale. Allergica al pelo di capra e alle fake news.

19 Commenti

  1. A mio parere noi siamo immersi in due sfere, la prima é quella piú prossima a noi, in cui tutto é caos, cambiamenti, elezioni, leader che salgono in pochi mesi e si bruciano altrettanto velocemente, disastri naturali e tormentoni periodici che la fanno da padrone sui media per poi sparire tanto velocemente quanto sono arrivati.

    La seconda sfera é quella strutturale, in cui tutto resta apparentemente immutevole, salvo renderci conto dopo un pó che in realtá abbiamo perso una virgola in piú di serenitá, una virgola in piú di voglia di credere in un futuro migliore. Questa seconda sfera resta sempre sullo sfondo, e devi ignorare completamente la prima (che é messa lí appositamente per distrarti) per vederla girare, per apprezzarne i cambiamenti, e non solo: devi mantenere memoria del suo stato precedente per comprendere cosa é accaduto. É un pó il famoso principio della rana immersa in acqua fredda, scaldata dal fornello 1 grado alla volta.

  2. Il solito Nietzsche diceva ; ‘Contro la noia anche gli dei lottano invano’. Perché? Perché la noia non è un nemico esterno individuabile ma uno stato d’animo interno alla persona, o meglio alla personalità, ed è quindi diffuso, incontrollabile. La noia socializzata in ‘lentezza’ è anch’essa diffusa, neutra, senza quei connotati positivi o negativi che avrebbero poi bisogno di un sistema di riferimento. Ecco, la lentezza manca di un sistema di riferimento, è come un vettore nello spazio che ha bisogno di una terna di riferimento per sapere come è orientato.
    Quanto alla lotta tra la parte veloce e quella lenta, lo definirei un falso problema, il controllo è presente in entrambe le parti.

  3. Lentezza o velocità vengono analizzati come un fine ma sono solo un mezzo, se per esempio un felino può starsene nel più placido degli ozi sembrando quasi morto e scattare fulmineo verso la preda senza nemmeno rendersene conto un umano generalmente non ha più queste facoltà. Questo sarebbe nella naturalezza delle cose se appunto non ci fosse un sistema gerarchico al quale gli umani aderiscono per convenzione e non certo per necessità.
    Diviene quindi usuale adattare l’esistenza ad archetipi che si fondano su ideologie astratte che sono funzionali al mantenimento del sistema stesso e che rendono molte peculiarità dell’esistenza dei veri e propri dogmi. Il tutto è estremamente relativo quindi per taluno può essere un problema essere troppo veloce per altri vale il contrario, la divisione dei compiti e la settorializzazione delle attività richiede che ci si adegui ad un ritmo appunto che crea svariati effetti psicosomatici che spesso caratterizzano i soggetti che svolgono mansioni simili.
    Solo la rottura del sistema può ristabilire un riordino di tutte queste deviazioni e perversioni interpersonali, psicosomatiche, ideologiche etc.. etc…

  4. Oggi troppa grazia, altrove ho letto, riportata da Giulietto Chiesa, “sono troppi i nostri contemporanei ad essere «sopraffatti da un’esistenza che non capiscono»” (e per oggi mi sarebbe bastato), adesso queste considerazioni tra le quali sarebbe imbarazzante estrapolarne una.

    Ma non rinuncio ad una provocazione, l’autore dimentica di segnalare che tra coloro che si vogliono afflitti dall’urgenza, che “Anzi pare ci trovino gusto nello stringere quella maledetta vite.” ci sono anche i ‘non pochi’ occupati in lavori totalmente inutili.

  5. Io vivo fuori Firenze.

    Sono il primo della mia famiglia, in almeno due secoli, ad abitare fuori dai i confini del comune gligliato . Ma non mi posso più viverci, non la reggo proprio come città.

    Perché è una città lenta, non compatibile per chi ha necessità di rispettare degli orari per lavorare.

    Questo per quale motivo? Perché i suoi abitanti sono quasi tutti, per usare un neologismo, fancazzisti. Perché la popolazione attiva ha da tempo abbandonato la città, non solo il centro, tutta la città, per trasferirsi altrove, in quanto non c’è più un tessuto produttivo degno di questo nome.

    A parte i pensionati, i turisti e i ricchi stranieri che hanno deciso di viverci, o i servi immigrati che fanno da badanti ai pensionati, da servitori per i ricchi e da camerieri per i turisti.

    A Firenze potrei anche tornarci perché la casa ce l’avrei.

    Ma il solo pensiero di quella lentezza mi dà i nervi.
    Perché “respiri” che è un privilegio per ricchi, per chi si alza alle 11 e va letto alle 4 di notte, e le botteghe dove lavoravano mai sapienti, eredi di tradizioni secolari, adesso servono solo pancakes a colazione e sushi a pranzo o sono occupate da mimarket cino-cingalesi. Per non parlare del traffico, dove le biciclette, su cui viaggiano sia i signori radical chic che i loro servitori, fanno da tappo, di solito in contromano e senza fermarsi ai semafori, nelle strade già anguste della città e invase da auto parcheggiate.

    Ma ormai è solo una Disneyland per privilegiati. Che proprio per la sua lentezza, mi fa vomitare.

  6. Decisamente cambiati sono i concetti di otium e negotium dai tempi di Cicerone ad oggi… nella concezione ciceroniana l’attività riservata all’otium consisteva soprattutto nello studio delle arti liberali e della filosofia, e doveva essere funzionale all’impegno civile e politico. Nel confronto conclusivo fra l’otium intellettuale e l’impegno politico il secondo aveva la meglio, mentre Scipione l’Africano veniva esaltato come il grande condottiero che aveva difeso le sorti dello Stato romano, dell’Impero di Roma, della sua cultura e delle sue tradizioni contro il grave pericolo rappresentato da Cartagine. Quella era l’età dell’imperialismo romano, oggi però ci troviamo di fronte ad altri generi di imperi, quello mediatico culturale del villaggio globale, quello della globalizzazione del marketing, dell’informatica, della tecnologia… funzionali alla manipolazione del consenso delle masse per arricchire le tasche di coloro che hanno vinto da tempo la lotta di classe, cioè del 1% vs il 99% dei poveracci… quindi il negotium, inteso come attività lavorativa, è stato svuotato della sua valenza civile e politica, in quanto il civis romanus, oggi si è trasformato nel consumatore, utente, follower, spettatore… quindi non più cittadini che lavorano per la grandezza del proprio stato (ormai in via di dissoluzione), quanto clienti che lavorano per la ricchezza delle corporations e degli oligarchi capitalisti. Sempre di imperialismo si tratta…

  7. Otium & Neg-Otium
    All’uomo moderno viene negato l’Otium, perchè questa inattività materiale permette alla mente di espandersi e di riflettere sui valori.
    Il neg-otium spinge alla velocità, alla fretta perchè deve produrre sempre più profitti, e viene spinto senza sosta ai consumi, sopratutto inutili.
    Spesso io ho riflettuto su quanto costa il mio tempo e quando mi sono accorto che mi costa troppo l’ho speso nell’otium.
    Perchè anche quando non si hanno pensieri la mente si rigenera e lo stress va via.
    Ma questo è contro il profitto e la velocità.
    Tanto più corre l’individuo e tanto più basso è il valore del suo tempo.

    L’avidità è il paradiso dei demoni.

  8. Massimo Decio Meridio

    Articolo molto interessante, grazie, offre molti spunti di riflessione.
    La velocità è una connotazione della nostra era in particolare ed è parte indispensabile del ciclo nasci-cresci-lavora-consuma-crepa.
    Ma guai a trovare negativa la lentezza : “non mi riesce a trovare alcuna giustificazione per quelle persone che, in piena età lavorativa, si comportano da moribondi comunque”
    Personalmente la giustificazione che mi do quando rallento vistosamente e vado “lento” è che la vita non è fatta solo di lavoro, solo di velocità, non è espressione solo del ciclo suddetto; talvolta mi fa bene fermarmi ad assaporarla, nel bene o nel male, altrimenti la velocità è tale che tutto sfugge, tutto passa come una macchia indistinta della quale, alla fine in punto di morte, non ci rimarrà nulla, nemmeno da rimpiangere.

  9. Marco Echoes Tramontana

    Ciao @comedonchisciotte-0c8ce55163055c4da50a81e0a273468c:disqus , pezzo che ispira un bel po’ di riflessioni. Sottolineo solo un aspetto: l’argomento mi è girato nella mente per anni, in base alla moltitudine di cambiamenti ambientali attorno a me (dovuti e voluti) e alla fine ho capito che è solo tutto nella propria testa.
    La frase “non ho mai tempo per…” è una mezza balla che ci si racconta per giustificare la vita che solitamente abbiamo deciso di seguire per inerzia, per conformità sociale.
    Ecco, proprio gli outsider (e non quelli anti-sempre tutto) sfuggono dalle problematiche del tempo moderno e quotidiano, semplicemente mettendo se stessi al centro del mondo. In una sorta di amor proprio autistico, direi esagerando; e so di essere anch’io fatto così.
    Quindi non c’è cappio che non può essere sciolto e passeggiata sotto la pioggia o nel parco vicino casa quando tutti se ne stanno a pasteggiare sulla scrivania sotto luci gonfie di gas nobili asettici.
    Io, almeno, ho sperimentato tutto ciò, sopportando qualche alienazione, ma impegnandomi tanto a evitare le situazioni isteriche, quando possibile. Ripeto, argomento gigante, ma ho voluto comunque sottolineare un piccolo aspetto, anche solo per rifletterci.
    Saluti

  10. E andrà sempre peggio. Finché ci saranno i fenomeni del “ma io tengo famiglia”, “e l’affitto chi me lo paga se non lavoro”, “nel mio futuro voglio sposarmi e fare figli”… Finché questi spegnitori di pensiero sono la maggioranza sul pianeta, l’1% dei fortunati continueranno a farsi i loro comodi non lavorando e godendosi la vita, sulla pelle dei poveracci che non vedono alternativa a questo scempio di diritti e intelligenza. È un mondo ribaltato anche in questo: ciò che dovrebbe essere lento è veloce e frenetico, ciò che dovrebbe essere veloce ti fa venire il latte alle ginocchia. Vedi giustizia, processi, ecc..

  11. A parte i nati morti che ti ritrovi sempre davanti quando non puoi sorpassare, quando sei in fila in un ufficio della P.A. o in coda al supermercato, (che secondo me son morti anche quando si annoiano)
    Però secondo me necessita inpostare la seconda variante per evitare Einstein e non cadere nella relatività della velocità, diciamo, di reazione umana all’apatia, e la secoda variante secondo me è la passione con cui si fanno le cose (che è variante anche più importante della stessa velocità con cui si fanno le cose) la vecchia storia della lumaca e della lepre.
    Tonguessy, mi par di capire, accenna alle nuove teorie quantistiche, sulla possibilità che avrebbe l’osservatore di cambiare gli eventi futuri, rende il tempo relativo che più o meno è come dire che non esiste (altra nuova teoria) io credo invece che il tempo esiste e và in una unica direzione, la sua velocità non è costante per tutti ed è variante anche soggettivamente sulla base della passione che ognuno di noi ci mette in un preciso momento del suo vivere ( insomma il tempo è la macchina in caduta libera, la passione è la benzina per far muovere la macchina nella direzione voluta e con la giusta felicità di vivere/guidarla. Ed anche, sempre la passione, è colei che può modificare il futuro- non è l’osservatore che può determinare il risultato di un esperimento, ma credo sia la passione dell’ osservatore che cambia il presente, il futuro e una vita da nato morto in una vita vissuta bene.
    Il tutto al netto della sfiga, di cui mi sono appena ricordato, la tratto la prossima volta altrimenti mi tocca scancellare quanto fin qui scritto.

  12. quindi, secondo il postulato di don Juan, i dipendenti pubblici sono il prodotto di un coito stanco!

  13. Prima che esistessero i padroni del vapore, i cacciatori/raccoglitori erano già alle prese con i contrasti spesso illogici tra la velocità necessaria all’attimo fuggente della caccia, o alla rapidità della fuga dalle fauci dei predatori, e la lentezza della preparazione e dei riti indispensabili per il possesso del sapere legato alla sopravvivenza. Ma oggi soprattutto la vittima del vivere veloce o della lentezza patologica è il pensiero razionale che richiede tempi e sequenze tutte particolari,non prevedibili nella loro successione, specie se inframmezzate dal cosiddetto lampo di genio che risolve tutto. Giusto parlarne, sono temi che non trovano facilmente posto nei media tradizionali, quindi magari ne osserveremo le concrete conseguenze persino nelle azioni del governo dei buoni appena insediato.

  14. Grazie l’articolo mi è passato veloce, a proposito ti consiglio un libro di junger che si chiama l’orologio a polvere che ho comprato ma non ancora letto; parla di tutti gli orologi dell’uomo, discreto mattoncino con figure e specifiche tecniche – che sono in realtà un pretesto per parlare del tempo e della sua percezione – e fa notare come il vero cambio epocale nella vita dell’uomo non stia nella stampa o polvere da sparo o sticazzi ma sta proprio nell’invenzione del orologio meccanico, da cui non abbiamo più potuto liberarci. Gli eventi che scandivano le giornate – albe, tramonti, vespri, ecc..- diventano numeri, e da quelli non si esce. Ci aggiungi il mito della produttività e sei fottuto. Comunque questo junger ho letto un libercolo ‘il problema di Aladino’ devo dire scrittore e persona notevole.
    Aggiungo un link dove si parla del libro in oggetto e del tempo in generale, lungo ma interessante.
    https://www.centrostudilaruna.it/junger-il-tempo-e-gli-orologi.html

  15. Articolo e commenti interessantissimi!
    Ho sempre odiato l’espressione “il tempo è denaro”. Il tempo è tempo, ‘ntu culu a Weber.

  16. ”La musica andina che noia mortale………………”!!!

  17. Però! che bello! 60 commenti, tutti belli anche quelli che, data la profondità, non sono riuscito a comprendere in pieno. Il tutto senza pugnale tra i denti, leoni da tastiera, analfabeti funzionali, sloganisti indefessi, fideisti di genere o d’ambiente….pare un miracolo!
    Per restare in tema, parrebbe che la lentezza sia pacifica e costruttiva mentre la velocità è guerrafondaia e distruttiva.
    P.S.
    I nati morti o da trombata noiosa- non sò dove posizionarli, Dante dà qualche indicazione ?

  18. È una societa schizofrenica, sono d’accordo, perché mentono e chi fa il contrario ovvero dichiara il vero e collabora per far emergere la verità è vittima della criminalità organizzata. La corruzione è lentezza e noia perché segue sempre gli stessi schemi ed anche i servizi segreti lo sanno, non è necessario essere un agente dei servizi segreti per riconoscere il linguaggio della corruzione, è sufficiente aver fatto una vita ad occhi aperti e mente sveglia…