Le riflessioni di un filosofo sulla filosofia della nostra epoca

 

Di Andrea Grieco, ComeDonChisciotte.org

Tutto il genere umano si raccoglie all’insegna della follia, come su un grande scenario in cui gli attori indossano ora l’una ora l’altra maschera, mutando ruoli, relazioni e prospettive. Scoprire il gioco, guardare il rovescio delle cose, significa svelare l’implicito dualismo in ogni realtà e nella realtà generale, il contrappunto assiduo di razionale e irrazionale, di insipienza e di saggezza in cui si intesse la trama illusoria della vita; fino alla più alta esperienza, la follia folgorante della gnosi, che prospetta l’unica vera salvezza fuori dal groviglio della pazzia mondana.

Ecco, in estrema sintesi, quanto mi sono sforzato di spiegare nel mio libro “Sulla società, sull’uomo e sulla via di salvezza” Ed. Phasar.

Già alla fine del XIX secolo si sentivano le prime avvisaglie di quella cultura positivista che si sarebbe poi consolidata nel secolo successivo, a seguito dell’avvento dell’industrializzazione e dello sviluppo della tecnica. Sul piano scientifico, fino a Galileo e Newton la fisica si legava ancora alla filosofia, tanto è vero che l’opera maggiore di Newton fu intitolata appunto “Principi matematici della filosofia naturale”.

A partire da Einstein se ne è distaccata, prendendo un indirizzo indipendente e legandosi solo alla matematica, fino a giungere alla meccanica quantistica che elabora esclusivamente modelli matematici, senza capire l’aggancio con la filosofia.

A ragione però molti scienziati lamentano che la filosofia sia solo un gioco linguistico, perché ciò che è avvenuto nel XX secolo con questa disciplina è, a dir poco, disarmante. Questo perché ci si è allontanati dalla tradizione e non si sono compresi geni del calibro di Kant. La filosofia nel XX secolo ha subito un colpo mortale a causa di Nietzsche e poi degli esistenzialisti a seguire. Marx addirittura l’ha fatta diventare materialismo dialettico, abbandonato definitivamente l’ontologia. Del misero Severino, come fenomeno italiano, abbiamo già detto, e alla fine di questo articolo diremo ancora qualcosina. Oggi a dire la sua è rimasta solo la scienza, con la sua inseparabile compagna, la tecnologia. Ma la scienza ha dimenticato che la sua verità è tale non in quanto viene provata, bensì in quanto viene falsificata e rivoluzionata. In altre parole la scienza non tiene conto, o fa finta di non tenere conto (e qui è il business che la frega) che sono esistiti critici del calibro di Popper, Kuhn e altri che hanno dato il giusto peso ai suoi paradigmi.

Ora la scienza senza la metafisica brancola nel buio; così come la metafisica senza la scienza galleggia nel vuoto.

Come esempio della prima specie abbiamo la relatività di Einstein e la meccanica quantistica; come esempio della seconda la filosofia, anzi la pseudo filosofia di Severino…

La cosiddetta “Era del razionalismo scientista” ha fallito: e ciò lo vediamo con la disumanizzazione di questi tempi, se solo prestiamo attenzione alle tonalità emotive di questi giorni (sottovalutate da molti intellettuali) figlie dell’iper-razionalismo contemporaneo.

La scienza non ha risolto la paura della morte dell’uomo moderno, che gli antichi, più filosofi di noi, non avevano (fino a questo punto). L’uomo mascherato di oggi, dall’alto della sua scienza e della sua tecnica, ha paura di morire: e con ciò si copre di ridicolo. La dignità del personaggio tragico antico, che accettava la malasorte e la morte con contegno, si è trasformata nel ridicolo spettacolo di un buffone di corte.

Ma cos’è la filosofia?

Ancora non è chiaro. Sembra sia un mostro a più teste che si combattono tra loro, rischiando di far morire il corpo.

Nasce dalla Meraviglia che è, più precisamente, thaumazein, che vuol dire colpo, sbalordimento, disorientamento, sbigottimento per l’esistenza degli enti, stupore drammatico dell’esistenza delle cose. Perché esistono gli enti e non il nulla? Questa è la vera domanda filosofica.

Su una cosa sembra che quasi tutti i filosofi siano d’accordo: sul primato dell’agire morale come la via per il raggiungimento dell’Essere e il conseguente superamento del divenire.

Ma, appunto, in ciò si rivela più chiaramente il carattere del mostro, in cui ogni testa parla la sua lingua incomprensibile alle altre.

Essere e pensiero sono la stessa cosa (Parmenide, Hegel, Heidegger)? L’Essere è il noumeno (Kant)? L’Essere è nell’idea del bene (Platone)? L’Essere è l’UNO (Plotino)? L’Essere è Dio nel mondo (Spinoza)? L’Essere è nella volontà (Schopenhauer)? L’Essere è [addirittura] nel divenire (Nietzsche)?

Per non riuscire a dare una risposta univoca la filosofia è scaduta nell’Ermeneutica (Gadamer) che, a mio avviso, è la morte della filosofia, la resa, il riconoscimento del fatto che non si possa costruire alcuna filosofia, e quindi ci si accontenta dell’interpretazione critica dei testi: un palese fallimento.

Da questo fallimento ha alzato la testa la scienza teorica, che ha prodotto un altro mostro, uno strano ermafrodito in cui non si distingue la visione teorica da quella pratica.

“Il mondo è la mia volontà”, scrive Schopenhauer; e questa è una asserzione che si ramifica in due significati: da una parte io sono il soggetto attivo di questa volontà, perciò sono io stesso la volontà in quanto ente volente; e dall’altra sono, allo stesso tempo, il soggetto passivo, ossia subisco la mia volontà. Questo perché, in quanto incarno un corpo, faccio parte del fenomeno di questa volontà, fenomeno diveniente; fenomeno che – come tale – nasce e perisce. Ciò si evince dalla corretta separazione del wille come fenomeno dal wille come cosa in sé.

La conseguenza, molto fruttuosa, di questa divisione concepita dalla filosofia kantiana e perfezionata da quella schopenhaueriana, è che il mondo, essendo un fenomeno, non ha una causa, né un inizio nel tempo, perché ogni causa e ogni inizio sono nel mondo (fenomenico) e a partire dal mondo. Causa, tempo e spazio sono categorie a priori che concernono il fenomeno.

Ci si può chiedere: che razza di essere è questa volontà come cosa in sé? Che forse è identico all’essere dell’iperuranio platonico?

Niente affatto, è un essere relativo, relativo al mondo; un essere che è alla base del mondo; un essere che – si badi bene – non è causa del mondo, ma ne rappresenta il suo principio ontologico. Si spiega così il divenire fenomenico, generato dalla continua tensione di quella volontà come suo substrato.

Di qui il nichilismo, il quale, tuttavia, riguarda solo il mondo fisico e la sua amoralità. Il nichilismo, quindi, è relativo: se fosse assoluto sarebbe un’insensatezza e condurrebbe il sentimento umano all’aberrazione. Il nichilismo assoluto è parente stretto del relativismo, dell’egoismo e del solipsismo; quindi insensato e contrario alla verità filosofica.

Il nichilismo assoluto guarda puerilmente solo al mondo della materia, cioè all’esterno, vale a dire al nulla, e trascura l’interno, proprio il punto dove si trova la fonte viva della conoscenza, la realtà. Quando il nichilismo guarda all’interno, tuttavia, non riesce ad andare oltre l’egoismo (il quale è anch’esso una manifestazione esterna): un’assurdità che, qualora entri in filosofia, produce disastri. Questi disastri li stiamo pagando amaramente oggi in tutti i settori, nella cultura filosofica in particolare, per opera di Nietzsche e di coloro che hanno messo sul piedistallo della filosofia i suoi scritti.

Per queste ragioni il nichilismo è ben visto dalla società, perché crea automi, persone infelici, afasiche e incapaci di sollevarsi in alto attraverso la conoscenza. Esse si attaccano all’ego e alla materia, restando fedeli alla Terra, come direbbe Nietzsche, lavorando così proni per il sistema.

Ora è vero che l’innalzarsi della consapevolezza conduce alla presa di coscienza della nullità di tutte le cose, dell’assenza di senso (nichilismo) e del dolore del mondo; ma proprio per questo, al dolore generato deve seguire la gioia profonda per essere giunti a tali altezze, oltre le quali non c’è altro da vedere di questo mondo, e aprirci dunque uno squarcio verso un’altra dimensione.

I migliori tra gli uomini, le anime belle, vivono senza alimentare alcuna speranza di realizzazione che non sia la comprensione del mondo, dopo la quale c’è la lacerazione dell’ego, che è si un processo drammatico e doloroso, ma anche gioioso (pensiamo alle estasi dei santi uomini).

Il viaggio di questa vita è un viaggio interiore, non esteriore, ed è all’interno che dobbiamo guardare, non all’esterno. Qui ognuno trova il senso di se stesso per quello che vale in termini di coscienza, comprensione e consapevolezza.

In questo senso ognuno plaude se stesso, e questo plauso può anche giungere dagli altri (pochi) se comprenderanno e faranno proprie le nostre conoscenze. Ecco come nasce la poesia, la filosofia, la letteratura, l’arte; ed ecco anche come nasce la religione, la mistica, l’ascetismo, l’anacoretismo.

Poeti, filosofi, letterati, artisti, religiosi, mistici, asceti, anacoreti, sono figure che scelgono prima di tutto per se stesse e poi per gli altri. Tutti costoro hanno compreso che il senso è nel profondo, e solo quanto è bene per sé può essere bene anche per gli altri: questa è una forma elevatissima di altruismo, poiché ha radici che affondano non nell’ego, ma in ciò che è comune a tutti, riconoscibile nelle profondità dell’essere.

Tutto ciò che è esterno a noi dovrà prima o poi essere riassorbito con la morte, quindi si dissolverà al risveglio come un vano sogno: ma quello che è dentro di noi, il Logos che ognuno porta in sé, è ciò che resta.

Comprendiamo, dunque, l’assurdità di tutta quella filosofia, che a partire da Hegel, ha preteso di guardare al pensiero razionale, alla logica per dedurre l’Essere e il Nulla. Essere e Nulla sono pura quiete, e da essi non può dunque sorgere il divenire. Il movimento, ossia il divenire, è nell’intuizione concreta che è in relazione con la vita: è l’esistenza ad essere in continuo divenire. Lo sforzo dell’astrazione, per quanto condotto al suo massimo grado, non può mai prescindere dal fatto che l’astrazione stessa è l’atto che si ricava dalle intuizioni, che guardano alla vita. Ne consegue che l’Essere non può venire dedotto dal pensiero. Il pensiero astratto ed oggettivo, nella pretesa di comprendere l’esistenza sub specie aeterni, la fraintende. L’Essere, inteso come Assoluto, non si lascia pensare, perché il pensiero ha a che fare con l’esistenza che ci dà solo le singole realtà, che esso astrae facendone delle universalità. Tuttavia, non appena viene ricondotta nell’universalità del pensiero astratto, l’esistenza si volatilizza: essa è movimento, contraddizione, discontinuità, possibilità, e non può essere compresa nelle categorie della mediazione e dello sviluppo necessario all’idea. Perciò il pensatore speculativo alla Hegel raggela la vita nel pensiero, nella comprensione razionale, mentre l’esistenza è “passione infinita” e “inter-esse”, quelli propri di ogni singolo infinitamente interessato al proprio esistere.

L’esistenza, per essere pensata, richiede un soggetto concreto che si rapporti ad un oggetto concreto, un pensatore soggettivo che accolga nel pensiero la realtà esterna oggettiva. La verità, allora, non è identità astratta di pensiero ed essere: la verità è soggettività e oggettività, cioè appropriazione di un’interiorità e di un’esteriorità. Ma che razza di verità è questa?

È la verità di un fenomeno cerebrale, coscienziale e volontaristico, il cui flusso ci sospinge sempre in avanti, sottraendoci a noi stessi, al nostro vero sé profondo e alla sua conoscenza diretta.

La coscienza, schopenhauerianamente intesa, contiene il mondo come rappresentazione e lo supporta. Il mondo, dunque, va considerato un fenomeno coscienziale, in cui, tuttavia, esiste l’aspetto duale delle cose, impossibile da condurre all’unità senza far venir meno il mondo stesso. La coscienza è la contenitrice del tempo, ed essa stessa non partecipe del tempo. Il presente, come punto inesteso tra passato e futuro, è il luogo reale su cui la coscienza poggia. Il passato esiste come ricostruzione del presente, così come anche il futuro. Ma in virtù dell’aspetto duale si ha che, se è vero che il passato dipende dal presente, è altrettanto vero che questo stesso presente dipende dal passato, la cui concatenazione causale l’ha dovuto generare. Ecco che ci troviamo di fronte ad un’antinomia kantiana, insanabile, irrisolvibile, essenziale alla stessa coscienza, che ci sospinge dall’una all’altra posizione, poiché entrambe sono insostenibili se considerate ferme e isolatamente. Tutto questo, ancora una volta, ci fa dire che il mondo è un fenomeno.

Noi però, a differenza di Severino, non parliamo di eterni coscienziali che appaiono e scompaiono, incappando in assurdità nel rendere tutto eterno, fermo e immutabile, esistente come in una pellicola cinematografica. Noi parliamo di un fenomeno, in cui le cose sono e non sono. Se da una parte Severino si rende conto, kantianamente, che è la coscienza a fare il mondo che appare, dall’altra fa di questo stesso mondo apparente una cosa in sé, un essere eterno somma di tutti gli essenti. Costui non si rende conto che il mondo, proprio in virtù del fatto che appare, va considerato un fenomeno, in cui ciò che appare scompare, e come tale non può essere eterno, sicché i momenti eterni di cui parla sono contraddizioni, ossimori. Egli si inventa una coscienza infinita e un apparire infinito per superare queste sue incongruenze, ma così cade in assurdità, anche solo per il fatto che l’infinità è un concetto astratto non identificabile, che genera paradossi. Severino ha filosofato senza rendersi conto delle assurdità che andava dicendo e delle contraddizioni in cui incappava. I presunti “essenti eterni” sono dei fantasmi partoriti dalla sua fantasia filosofica, che ha innalzato il fenomeno a cosa in sé.

La filosofia non può fare altro che prendere atto che il mondo è affetto da una contraddizione e giungere alla cognizione del mistero che lo racchiude: essa è la contemplazione di tale mistero. Di questo sappiamo, di non sapere. Oltre questa verità c’è la grande verità silenziosa e misteriosa della gnosi.

Di Andrea Grieco, ComeDonChisciotte.org

Le riflessioni di un filosofo sulla filosofia della nostra epoca

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org