Le parole del nemico [2]

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Di Roberto Pecchioli, ideeazione.com

Le parole hanno potere e conferiscono potere. Chi controlla il linguaggio, controlla il pensiero e impone una visione del mondo. La lingua è la memoria collettiva naturale di un popolo, scrisse William B. Yeats; non è soltanto veicolo della comunicazione, ma instrumentum regni, sofisticato congegno al servizio del dominio. Perciò sono tanto pericolosi i vocabolari delle parole buone e cattive, giuste e sbagliate, prodotti dalle istituzioni accademiche e dai centri di potere anglosassoni.

Ricordavamo l’ostracismo verso la parola “campo”, che, nell’immaginario dei decostruttori di parole, rammenta addirittura la schiavitù imposta alle popolazioni di colore impiegate in agricoltura. Lavoro dei campi, andare nei campi, sono espressioni proibite perché “possono contenere connotazioni negative per i discendenti della schiavitù e per i lavoratori immigrati”. Occorre infatti “onorare e riconoscere l’inclusione e rifiutare le ideologie di supremazia bianca, antiimmigrati e antineri”. Tutto questo solo per aver pronunciato la parola campo.

Cattiva coscienza; ma che c’entrano i popoli che non hanno tratto alcuno in schiavitù e hanno, semmai, fornito braccia per l’agricoltura e l’industria, carne da cannone per le guerre imperiali?  E se, oltre a campo, abolissimo la parola cotone, il prodotto delle piantagioni su cui sudavano gli schiavi? Non osiamo pensare come ribattezzare il Campo di papaveri dipinto da Monet, o la poesia Campi di Castiglia di Antonio Machado: una deculturazione impressionante. Di cancellazione in cancellazione, mascherata da “inclusione”, un altro dei termini omnibus, chiave per conquistare il cuore delle anime belle, l’esito è un lessico ridotto al minimo, disseccato, inservibile per esprimere concetti complessi, le infinite sfumature del pensiero umano. Proprio quello è l’obiettivo. Una docente spagnola ha scritto una guida (tutti ci vogliono guidare!) per un nuovo lessico senza generi. L’Unico al potere, alla faccia della libertà e della “differenza”, un’altra parola capovolta.

Il linguaggio “inclusivo” in realtà esclude: nega o cela il sesso/genere, nasconde le caratteristiche delle persone, confonde la realtà sino a far dubitare dei propri occhi. Quando è utilizzato in testi scritti – con abuso di asterischi, schwa ed altri segni prima riservati ai linguisti – ritarda la comprensione del testo e i tempi di lettura. Rende più ignoranti, incerti, semina dubbi, ci allontana dalla verità e da noi stessi. In particolare, genera difficoltà ogni forma linguistica che sostituisce con acrobazie verbali il “maschile generico”, riferito a gruppi o concetti misti o non ascrivibili a un genere specifico.

I problemi di comprensione riguardano ogni fascia di età, istruzione, sesso. Particolarmente indigesta al lettore risulta la volontà degli stregoni della lingua di “rendere visibili le persone non binarie”, attraverso l’uso di forme neutre inesistenti e di complicate circonlocuzioni. Riportiamo la definizione di Wikipedia, Bibbia mondialista. “Le identità non binarie sono identità di genere che sono al di fuori del cosiddetto binarismo di genere, ovvero non strettamente e completamente maschili e femminili. Le identità non binarie talvolta possono rientrare nel termine ombrello transgender, poiché le persone non binarie si identificano tipicamente con un genere diverso dal genere assegnato (???) ma possono anche essere soltanto non conformi a tale genere. “Beninteso, “l’identità di genere è distinta e indipendente dall’ orientamento sessuale”. Frasi involute e sgrammaticate degli inventori di concetti e categorizzazioni neolinguistiche: transgender, orientamento sessuale, genere assegnato alla nascita, nativo americano (ex indiano). Pensiamo ancora di non essere oggetto di un attacco ai fondamenti del nostro essere?

Il glossario dell’ecologia verbale del Sierra Club inizia con alcune proibizioni: riguardano il prefisso “trans” e le parole migrante, schiavo, bianco e il verbo denigrare. Come nascondere la polvere sotto il tappeto: ciò che le parole rappresentano non sparisce, il male non si trasforma in bene, né il cieco ritrova la luce da non vedente. Vietato esprimersi da una prospettiva “cisgenere, bianca, eterosessuale e con privilegio economico. “Cisgenere” (cisgender) è il neologismo criptico che designa noi, coloro che “si riconoscono nel genere assegnato alla nascita”. Nauseante è il richiamo alla lotta di classe fatto dai ricchi, un imbroglio che la sinistra di ieri avrebbe colto in un attimo. Obbligatorio è chiedere a ogni persona o comunità come vuole essere chiamata. Meglio dire “afrodiscendente” che nero o anche afroamericano.

Fortemente consigliato, nel mondo angelico della neolingua, è informarsi preventivamente sulla “sensibilità” dell’interlocutore riguardo alla sua età (si potrebbe incorrere in un nuovo peccato, l’”ageismo”) e al genere percepito, per evitare gaffe sui pronomi personali: lui, lei, neutro, eccetera. Un approccio destinato ad evitare non le offese, ma il giudizio. Il divieto di valutare è il meccanismo più inquietante della neolingua, unito alla rimozione della verità: ciò che vedo è filtrato dall’ambiente, dal timore di chiamare ogni cosa con il suo nome – l’esercito delle vittime e la psicopolizia del pensiero sono in agguato – dalla volontà soggettiva sovrana, dall’impossibilità di chiamare pane il pane, se non dopo essermi accertato che non rechi turbamento, offesa o non venga considerato “discriminazione”. Il risultato finale supera la censura, l’autocensura, e finanche il lessico spolpato, ridotto all’osso di Orwell. Il destino dell’umanità – esausta al termine della riconfigurazione – è l’afasia, il silenzio impaurito: puro totalitarismo.

Le correzioni neolinguistiche riguardano tutti gli ambiti della vita, con particolare riferimento al sesso, il genere, la razza (la parola ultra vietata) la classe, l’età, il cosiddetto “abilismo”, una delle invenzioni più insidiose dei Cagliostro della parola. I neo vocabolari hanno un’altra cosa in comune, la preferenza per il linguaggio “person first”, l’l’intersezione di tutte le torsioni verbali.

Ci rendiamo conto di aver disorientato il lettore con una serie di termini che ignora, per sua fortuna. Bisogna tuttavia svelarne la natura per riconoscerli e comprenderne il potenziale decostruttivo e distruttivo: parole, categorie, concetti del nemico. Partiamo dall’”ageismo”, orrendo termine raccolto dall’Accademia della Crusca, tempio della lingua. Si tratta, nella difficoltà di tradurlo o di ricorrere a espressioni composte, del cacofonico adattamento di “ageism”. Correttamente, significherebbe “giudizio legato all’età”. La penetrazione neolinguistica colpisce anche la Crusca, che lo definisce “discriminazione, pregiudizio o marginalizzazione di una persona in relazione all’età; in particolare discriminazione nei confronti degli anziani. “Le parole del nemico conquistano le casematte della lingua, piegando i significati.

Fondamentale è la categoria di “discriminazione”. In base al nuovo evangelo, è discriminazione qualsiasi giudizio o opinione negativa. Un’altra irruzione nel territorio scivoloso dello psico reato. Ciò a cui ambisce l’apparato neolinguistico è proibire il pensiero in quanto distingue, sceglie o rifiuta un comportamento, un sistema di valori. La discriminazione da combattere è un atto preciso, concreto, volto a nuocere a qualcuno per il solo fatto di ciò che è o di ciò che pensa. La discriminazione si misura sul terreno solido delle azioni, non sulla sabbia mobile dei pensieri e delle proclamazioni.

La neolingua ha inventato la “discriminazione positiva”, curioso ossimoro, capolavoro neolinguistico, usato per attribuire valore morale e civile al fatto di riservare posti di lavoro, funzioni, carriere, benefici non in base al merito, ma all’appartenenza a una minoranza difesa dal Verbo “corretto”. Sostituisce vecchie ingiustizie – vere o presunte – con fiammanti privilegi. Se dai il posto a me in quanto membro di un collettivo “disagiato” commetti un’ingiustizia a danno di chi non fa parte di categorie protette. Se la discriminazione è un atto esecrabile da punire penalmente, come è possibile trasformarla in positiva se è diretta a favorire chi ieri – forse – era sfavorito, o, peggio, lo erano i suoi antenati? Il rimedio è peggiore del male, indizio della natura ideologica dell’inversione cognitiva.

Recente è l’invenzione del concetto di “abilismo”, l’idea che non si debba considerare “normale”, positivo o conforme a natura, possedere certe qualità e caratteristiche – fisiche o intellettuali – rispetto a chi ne è privo. In un’università americana è stato intimato ai docenti: “siate consapevoli del razzismo, del classismo, del sessismo, dell’eterosessismo, del cis-sessismo (riguardo i transessuali), dell’abilismo (riguardo chi usa sedie a rotelle) e di altre tematiche di privilegio e oppressione”. Un testo dal linguaggio iniziatico, in cui spicca l’uso inappropriato, decontestualizzato dell’insulto definitivo – razzismo – mentre tutti gli altri termini tendono a colpevolizzare, negare valore e dignità a determinate idee e preferenze senza contrastarle nel merito.

Ancora Wikipedia: “l’abilismo è lo stigma (addirittura!) e la discriminazione nei confronti delle persone disabili e, più in generale, il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile. In una prospettiva abilista, la disabilità è vista come un difetto invece che un aspetto della varietà umana, mentre il corpo-mente non disabile è considerato la norma, quindi ciò che vi si discosta è visto come inferiore, negativo ed ha meno valore. L’abilismo è un’oppressione sistemica, cioè è una visione del mondo che si manifesta a tutti i livelli della società, come il razzismo, il sessismo, l’omobitransfobia (!!!). La discriminazione abilista viene perpetrata indistintamente verso ogni tipo di disabilità (fisica, intellettiva o mentale).”

Un concentrato ideologico di parole e concetti “nemici”, ai quali opponiamo un’esperienza personale. L’autore di queste note è stato per lungo tempo balbuziente; conosce la derisione, gli sguardi di commiserazione, rammenta le opportunità perdute per un difetto poi superato. Tuttavia non ha mai pensato che la parola balbuziente fosse un insulto o una forma di disprezzo. Semplicemente, dava nome a un fatto, mentre l’ossessione “abilista” nega una condizione o ne vieta la rappresentazione verbale.

Per il Sierra Club “non sempre ci rendiamo conto dei modi in cui il nostro discorso riflette pregiudizi inconsci nei confronti delle persone con disabilità. L’esempio più comune è l’uso della parola pazzo come peggiorativo.” Propone di “riconoscere e celebrare la neurodiversità ed evitare parole come sordo o cieco, alzarsi in piedi, zoppo, storpio, basso, menomato, eroico (???) portatore di handicap. “La sottrazione delle parole agisce sul cervello impedendo di esprimere ciò che constatiamo per assenza – o stigmatizzazione- della parola corrispondente. Impedisce di vedere, quindi valutare, quello che abbiamo davanti agli occhi, confrontare, descrivere.

L’espediente linguistico detto “person-first” consiste nel sostituire al termine “dannoso” una locuzione che inizia con la parola “persona”, talora con esiti ridicoli: homeless, senzatetto, diventa “persona priva di casa”. Gli sventurati sarebbero certo più felici se la classe dominante risolvesse il problema, piuttosto che inventare termini insensati. Non va meglio ai carcerati, “persone condannate che sono state incarcerate”. Il disabile si trasforma in “persona con disabilità” e la prostituta è “persona che lavora nel campo del sesso”. Le parole decaffeinate. Nelle intenzioni la modifica “aiuta a non definire le persone in base a una sola delle loro caratteristiche”. Ma “io sono io e la mia circostanza”, rifletteva Ortega. Il meccanismo finisce per negare ciò che vede, focalizzando ancor più quello che intende nascondere.

La falsa normalizzazione produce indifferenza, incapacità di fornire concreta solidarietà a chi ne ha bisogno. Il paraplegico è ridefinito “persona che utilizza una sedia a rotelle”. Sconcertante: gli occhiali rosa della Stanford University affermano – testuale – che “gli utenti (!!!) di sedie a rotelle spesso le trovano uno strumento essenziale per la loro libertà invece di considerarle una prigione.” La lotta all’ “abilismo” è peggiore del male.

L’“ageismo “vieta “ipotesi sulle persone basate sulla percezione della loro età. C’è un motivo per menzionare l’età di una persona?” Ma constatare la qualità di vecchio, giovane, anziano, non è un insulto o una discriminazione. Dobbiamo vedere, ragionare, parlare con gli occhi, la volontà, la bocca del potere. Perse le parole, atrofizziamo aree intere del cervello e siamo alla mercé del giudizio altrui, che è sempre pre-giudizio. Nel capitolo dedicato a “classe e potere”, gli autori della guida gettano la maschera: impongono di evitare termini complessi “per non escludere alcuno dalla conversazione”, prescrivendo altresì di non ostentare posizioni o curricula, sempre per amore di inclusione. Obbligatorio abbassare noi stessi e pretendere lo stesso dagli altri: apologia dell’ignoranza, odio della distinzione e dell’eccellenza.

Quando precetti simili provengono dall’alto, significa che mirano a trasformarci in esseri di plastilina, manipolabili, acritici. Aboliscono le parole per non affrontare le realtà e le condizioni che descrivono: meglio non dire classe alta e bassa, classico, volgare, vita di bassa qualità, rischio, poveri, bisognosi. Ci vogliono come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. E, ciò che più conta, non ho la voglia, la forza, la capacità, i pensieri per cambiare la società. Nell’ultima parte dell’elaborato, tratteremo razza, genere, sessualità, “salute riproduttiva”, nella prospettiva neolinguistica, sino al vocabolario della Johns Hopkins University, che prevede, di fatto, nientemeno che l’abolizione della donna.

Di Roberto Pecchioli, ideeazione.com

20.06.2023

Roberto Pecchioli, studioso di geopolitica, economia e storia, svolge un’intensa attività pubblicistica in ambito saggistico. Collabora con riviste e siti web di cultura e informazione indipendente.

Foto: Idee&Azione

Fonte: https://www.ideeazione.com/le-parole-del-nemico-2/

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