LE MORTI IRREALI DEI GIORNALI

Astrazioni superficiali
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DI NORMAN SALOMON

La morte è sempre presente nelle notizie. Dagli incidenti d’auto sotto casa fino alle catastrofi in luoghi remoti, gli eventi mortali sono raccolti dalla macina dei media televisivi. La copertura è continua – ed è quasi sempre superficiale.

Sarebbe scorretto incolpare i giornalisti di non riuscire a rispettare gli standards che gli artisti eludono comunemente. Per secoli, innumerevoli poeti hanno tentato di trascrivere in parole l’ineffabile sulla morte. E’ facile solo quando è fatto male.

E’ inoltre difficile pensare ad un qualsiasi altro argomento così frequentemente e terribilmente divulgato dai notiziari. I notiziari di morte sono solitamente così piatti che possono essere scambiati per risultati di partite o previsioni meteo.

In particolare è consuetudine degli organi di informazione USA il riportare la morte in termini banali quando è in corso una guerra e i morti sono causati dal governo americano.

Quando una notizia dell’ultimo minuto irrompe tra i cliché evocando la crudezza del massacro, il risultato può essere memorabile. Nel seguito è riportato il passaggio di un articolo dell’aprile 1999 di Robert Fisk, reporter di un quotidiano indipendente londinese a proposito degli USA – Il bombardamento condotto dalla NATO su un obiettivo in Yugoslavia:

“All’interno del profondo groviglio di cemento, plastica e ferro, nel quale una volta c’era il camerino per il make-up vicino allo studio della televisione serba, c’era tutto quello che restava di una giovane donna, bruciata viva quando il missile della NATO era esploso nella sala radiofonica di controllo. Meno di sei ore dopo, la Segretaria di Stato per lo sviluppo internazionale [di nazionalità inglese], Clare Short, dichiarava che il luogo era un ‘obiettivo legittimo’.
Non è stato un argomento meritevole di discussione con i feriti – tra cui un giovane tecnico che era stato estratto da centinaia di tonnellate di cemento, nel quale era incastrato, solo tramite l’amputazione delle gambe…. Dal tramonto di ieri sera, 10 corpi intrappolati – due dei quali donne — sono stati tirati fuori da sotto il cemento, un altro uomo è morto in ospedale e altri 15 tra tecnici e segretarie giacciono ancora sepolti.”

Confrontate questo resoconto con il facile entusiasmo per la guerra aerea della NATO dell’editorialista del New York Times, che aveva scritto il giorno prima:

“Sarebbe ora di spegnere le luci a Belgrado: ogni centrale elettrica, tubatura dell’acqua, ponte, strada ed impianto industriale militare è stato colpito.”

O considerate il contrasto tra l’orribile articolo di Fisk ed il gergo televisivo che nella stessa settimana il Time ha portato alla luce in prima pagina:

“Oggi la NATO ha iniziato il suo secondo mese di bombardamenti contro la Yugoslavia, con nuovi colpi contro gli obiettivi militari, che hanno interrotto i rifornimenti di acqua ed energia elettrica ai civili…”

Tale contrasto tra il giornalismo facile e l’esperienza umana della morte fa parte anche dell’ambiente televisivo standard relativo agli avvenimenti nazionali.
Giorni fa, nello stato della California era tutto pronto per l’esecuzione di Michael A. Morales nella camera della morte di San Quentin.
Ma i notiziari hanno parlato di ritardi dopo che due anestesisti hanno rifiutato di praticare l’iniezione letale.

Il consenso pubblico alle uccisioni prospera sulle astrazioni. E d’altro canto, queste astrazioni (come la frase “iniezione letale”, che ho appena usato) sono agevolate dai media.

Il reportage sulla pena di morte è di solito distante anni luce da ciò che accade realmente. Siamo abituati a questo genere di distanze. Dalla nostra nascita, abbiamo visto migliaia di programmi televisivi — dagli show di intrattenimento ai notiziari — che hanno l’intento di rappresentare la morte, ma in realtà non fanno niente del genere. Non è difficile capire perché agli spettatori televisivi venga nascosto così tanto sulla morte.

Per quelli che sono bravi a parlare di politiche di morte come soluzione, sia che la morte venga gestita dal “Dipartimento della Difesa” o dal “Dipartimento di Correzione”, gli eufemismi sono vitali. L’annebbiamento evita di percepire ciò che non resisterebbe alla luce del sole.

“I funzionari di governo non vogliono che il pubblico americano veda la pena di morte come un atto letale, distruttivo e violento che non è realmente necessario,” dice Bryan Stevenson, direttore esecutivo della Equal Justice Initiative dell’ Alabama. “Perciò noi rendiamo più accettabile ed oscuro l’atto di uccidere una persona, che non è più una minaccia per nessuno, tramite protocolli e procedure che puntano a confortare il pubblico. Il problema è che l’uccisione intenzionale di un altro essere umano è sempre dolorosa e scioccante. Come i medici, le guardie carcerarie e chiunque sia vicino alla pena capitale scoprono velocemente, non esiste un modo facile per uccidere un essere umano che non deve morire.”

Ma i media televisivi hanno molti comodi metodi con cui raccontare l’uccisione di esseri umani.

Norman Solomon

Fonte: www.counterpunch.org

Link: http://www.counterpunch.org/solomon02232006.html

23.02.06

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FULVIO

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