Le elezioni ai tempi del virtuale

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Da Nestor Halak per Comedonchisciotte.org

Col dilagare della rappresentazione elettronica della realtà nella vita della gente, soprattutto mano a mano che si allarga il numero dei “nativi digitali”, si va sempre più diffondendo la sensazione illusoria che la realtà sia soprattutto un fatto mentale e che sia reversibile a piacimento, un poco come predica la “teoria gender” rispetto al sesso.

La gente tende sempre più a dimenticare che tutto ciò che la circonda, a cominciare proprio dai dispositivi elettronici, è qualcosa di ben materiale e tangibile e che la nostra società estremamente complessa (e come tale molto fragile), è sostenuta da tutto un insieme di organizzazioni, reti e istituzioni molto reali e concrete senza le quali tutto cessa di funzionare. Questa complessità è organizzata politicamente.

Uscendo per strada pochi riescono ancora a pensare che dietro a quella strada c’è chi decide di costruirla, chi la costruisce, chi la illumina e la manutiene, chi garantisce l’ordine pubblico, chi paga gli stipendi, chi da elettricità ai telefonini e costruisce la rete che li fa funzionare: tutto viene dato per scontato, quasi funzionasse da sé al di fuori di qualsiasi organizzazione.

Da dove l’elettricità, il gas, l’acqua, la benzina? Qualcuno ancora se lo chiede? Chi gestisce le reti che ce li consegnano in casa? Chi produce il cibo, le cose, i telefonini, gli oggetti? Forse i supermercati, Amazon, le stampanti laser, le start up, la Cina? E se li produce la Cina o la Russia o l’Arabia, perché ce li danno a noi, cosa diamo loro in cambio? O lo fanno perché ammirano così tanto i nostri straordinari “valori europei”? Chi gestisce e come tutta quella complessa rete di organizzazioni che è l’Italia, l’Europa? Quanti sopravviverebbero se si fermasse anche solo per poco tempo?

La partecipazione alla cosa pubblica consiste oramai nel mettere un “like” qua e la, nel recensire qualche albergo nel quale abbiamo soggiornato, nel guardare la televisione che ci suggerisce cosa dobbiamo pensare, nel pubblicare autoscatti e foto delle zucchine al forno che abbiamo mangiato l’altra sera da Sarah (con l’acca che fa tanto States), in un delirio di protagonismo sempre più solipsistico e disperato.

In realtà il potere appartiene interamente a chi controlla quelle reti e quelle organizzazioni che fanno funzionare la società, ma il fatto di poter dire la propria su “face book”, purché sia “la cosa giusta”, s’intende, e il continuo scorrere davanti agli occhi di spettacoli virtuali dove sostanzialmente tutto è possibile e reversibile, ci da l’illusione di possedere un briciolo di quel potere e che tutto avvenga come per magia premendo un pulsante.

La grande e capillare propaganda che negli ultimi anni è stata dedicata all’antipolitica, ci ha convinti tutti che la politica non è l’arte di governare la società, ma una cosa sporca, da evitare il più possibile, così che il potere potesse passare, col nostro consenso e ovviamente con la salvaguardia della nostra privacy (per questo deve firmare qui, qui e qui), sempre più dalle istituzioni tradizionali, continuamente svalutate, ad altre organizzazioni cosiddette “private” mistificate come qualcosa di politicamente neutrale e dedicate solo all’efficienza e alla snellezza di funzionamento.

In realtà la differenza principale che passa tra il pubblico ed il privato è che il primo è infinitamente più trasparente e controllabile del secondo. Si sa sempre chi è il presidente, chi è il ministro, come è stato nominato, si conoscono i provvedimenti che prende, è costretto bene o male a giustificarli, deve in qualche modo piacere al pubblico se vuole essere rieletto, risponde pubblicamente di quello che fa.

Al contrario le grandi istituzioni “private” sono completamente opache, i nomi e i ruoli non sono pubblicizzati, le decisioni sono spesso segrete, non necessitano di motivazioni né sono soggette al giudizio di elettori per quanto distratti, frastornati dalla propaganda e privati di scelte davvero alternative.

E’ evidente che organizzazioni quali Google o Microsoft esercitano sui cittadini un potere pari o superiore a quello di molti stati, un potere quasi totalmente irresponsabile, monopolistico e fuori da qualsiasi controllo da parte degli utenti.

Il grande lancio propagandistico dell’antipolitica è servito e serve tuttora proprio a permettere all’elite che controlla queste organizzazioni attive a livello mondiale possa esercitare un potere a tal punto senza limiti che spesso è sostanzialmente sconosciuto.

Mentre le scelte politiche vengono fatte in maniera sempre più opaca e sempre più spacciandole per scelte tecniche,  i cittadini continuano a ritenere “sporca” e corrotta la politica ufficiale visibile e neppure si pongono il problema  di quella  sommersa che prende decisioni sulle loro teste senza che loro neppure lo sappiano.

Eppure quest’ultima è talmente “corrotta” che non ha neppure più senso parlare di corruzione: l’inganno e il tradimento degli interessi collettivi a favore dei gruppi che la controllano è semplicemente il suo scopo, il suo funzionamento normale, istituzionale, per così dire da regolamento.

Anche quella parte della società che dissente da tutto ciò, la parte per molti versi più sveglia, cosciente ed attiva, cade spesso nelle trappole predisposte dal sistema, può credere ad esempio che l’astensione alle elezioni possa danneggiare la credibilità del sistema sottraendogli legittimazione. Eppure è evidente che sia pure sempre meno significativamente di un tempo, i risultati elettorali al netto degli astenuti contano ancora qualcosa nell’equilibrio del potere, altrimenti non dedicherebbero loro tutta queste attenzioni.

Certi sono capaci di credere con tutto il cuore che a Trump hanno rubato l’ elezione, ma allo stesso tempo non vanno a votare perché loro “non si fanno prendere in giro”. Se le elezioni non contano, cosa hanno rubato a Trump? Pensano che tornare presidente senza passare dalle elezioni sia più facile?

In realtà l’astensione è ricercata dal sistema stesso, è solo un mezzo di cui si serve per tenere sotto controllo il dissenso e va quasi sempre a suo favore. Lo si è visto perfettamente in queste ultime elezioni i cui tempi e modi sono stati scelti per ostacolare i movimenti della vera opposizione  e massimizzare l’astensione. Il politico, per quanto non necessariamente un’aquila, è comunque più scaltro dell’elettore medio perché è stato scelto tra tanti.

Meno gente si occupa della cosa pubblica, meglio è per loro, più possono trasferire potere da dove questo, se non altro, si vede (parlamenti, governi, pubbliche istituzioni), a dove è nascosto e si può esercitare senza alcun freno.

L’astenuto per protesta è convinto che mostrare a questo modo la sua rabbia e il suo risentimento sia utile a cambiare la società, proprio come succede nel mondo virtuale di Hollywood che ormai moltissimi hanno introiettato come surrogato della realtà. Nelle trame hollywoodiane, “fare la cosa giusta”, denunciare l’inganno, equivale a debellare il male: la fatica è poca. D’altra parte, l’astenuto intimista e rinunciatario è convinto che sia possibile rifugiarsi ancora di più nel privato, dove si illude che sarà lasciato in pace. Nella realtà per cambiare le cose occorre molto lavoro, molta politica, occorre prendere parte al gioco, infiltrare le pedine nelle maglie del sistema, occorre prendere il controllo delle reti che formano il potere, contrastare gli avversari punto su punto, ad ogni occasione: è qualcosa di molto diverso dal mettere un “like” ad un “post” o inveire alla tastiera.

Occorre prima di ogni altra cosa un’organizzazione politica che abbia un’ideologia ed un programma di fondo. Nell’attuale situazione di dilagante apoliticità, quando un possibile embrione di tale organizzazione si costruisce, occorre coltivarlo come cosa preziosa.

Negli ultimi anni il dissenso in Italia e in Europa, si è manifestato attorno ad alcuni temi chiave, per semplificare ne cito soltanto due tra i più emblematici e concreti: il rifiuto delle politiche covidiane ed il rifiuto di partecipare alla guerra americana nei confronti della Russia, due politiche tra le tante che “infiniti addussero lutti agli achei” per dirla con Omero.

La larga maggioranza del paese si è dimostrata a proposito di questi due temi del tutto acquiescente, ma nonostante ciò si è venuto a formare un dissenso misurabile in milioni di persone. Sarebbe bastato che questi milioni, coerentemente con quanto avevano fino ad allora manifestato, avessero votato per uno dei piccoli movimenti che si sono presentati esplicitamente per lottare contro le politiche covidiane e contro la partecipazione alla guerra americana contro la Russia. per avere in parlamento una rappresentanza significativa di questa posizione politica. Una rappresentanza che avrebbe intralciato le politiche covidiane e la guerra alla Russia o, quantomeno, avrebbe fornito visibilità e testimonianza davanti a tutto il mondo dell’esistenza di milioni di persone che legittimamente dissentono dalla linea dal governo e dal potere.

Invece, grazie principalmente all’astensione, questi milioni non hanno oggi alcuna rappresentanza istituzionale e continueranno a non avere accesso ai media che contano, che sono quasi l’unico mezzo efficace per poter rappresentare di fronte alla maggioranza della gente un punto di vista alternativo. E senza un punto di vista alternativo, in pratica non c’è scelta. La grande maggioranza, infatti, può scegliere solo se gli vengono rappresentate le varie opzioni possibili  e più o meno in maniera paritaria. Non riesce da sola a costruirsi un’alternativa, occorre mostrargliela. Invece, adesso, i milioni di dissenzienti è come se non esistessero. Si può tranquillamente ripartire coi vaccini e proseguire la guerra. Non è forse questo un grande servizio reso al potere dagli astenuti  che credevano di combatterlo?

In realtà queste elezioni politiche sono state un disastro: date le premesse,sono andate nel modo più favorevole possibile al sistema e ai partiti di regime.

Se con il netto peggioramento in corso delle condizioni di vita degli italiani, non si poteva ragionevolmente sperare che vincessero i partiti di governo più direttamente responsabili e più direttamente asserviti agli interessi stranieri come il PD e i suoi cespugli, si è comunque evitata una loro eccessiva punizione.

Inoltre si è ottenuta un’alternanza  al potere  che aiuta a mantenere l’illusione che tra i contendenti ci sia qualche effettiva differenza e conseguentemente che la democrazia ancora esista.

Persino il partito dei voltagabbana ha ottenuto un incredibile 15%, probabilmente in virtù del reddito di cittadinanza: saranno anche loro un utile strumento del regime.

Infine, come da previsioni, ha vinto il partito meno coinvolto nei disastri degli ultimi due anni, ma senza avere la maggioranza assoluta, alleato con altri che hanno invece attivamente sostenuto Draghi e le sue politiche, il che lo espone doversi moderare ancora di più anche in quei rari e marginali temi dove poteva avere una posizione leggermente eccentrica rispetto a quella obbligatoria dettata da Washington e ribadita dai suoi leccapiedi di Bruxelles.

La vera opposizione non è neppure rappresentata. Non si dovrà neppure avere il fastidio di ascoltarla in aula o di doverla brevemente recensire in televisione. Cosa si può chiedere di più alla provvidenza?

Perciò niente paura, l’Italia rimane unanime e allineata con i valori europei, con il democratico presidente Zelensky e con le regole del mondo civilizzato e ne seguirà i destini.

Magari si darà meno enfasi al sentito problema dei matrimoni gay e più attenzione  alla dedica di qualche strada ai martiri delle foibe, altro tema di grandissima attualità.

Gli inguaribili ottimisti diranno: sempre meglio di Draghi! Sarà, però è anche vero che, così su due piedi, non mi viene in mente nessun candidato premier peggiore di Draghi.

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