LE DURE REGOLE DELLA GUERRA

DI MASSIMO FINI

Capisco che sia difficile da digerire per chi, come noi, ha dei soldati laggiù, ma la sentenza con cui il giudice milanese, Clementina Forleo, ha assolto dall’accusa di terrorismo cinque islamici che, in Italia, a Milano e Cremona, reclutavano combattenti per la guerra in Iraq è ineccepibile. Sostenere il contrario significa negare la legittimità della resistenza, della lotta partigiana, della guerriglia contro truppe straniere che occupino il proprio Paese, legittimità che esiste da che mondo è mondo, che fa parte dello ius belli consuetudinario.
Tale legittimità è stata recepita anche dalla Convenzione Onu che, all’articolo 2, riconosce e legittima “anche gruppi armati e movimenti diversi dalle forze istituzionali dello Stato nella misura in cui si attengano al diritto internazionale di guerra, per cui le attività violente o di guerriglia poste in essere in contesto bellico non possono essere perseguite (non sono cioè attività criminali ndr) a meno che non degenerino in azioni di terrore indiscriminato verso la popolazione civile”.Perché in un contesto bellico, qual è indiscutibilmente quello iracheno, un atto armato sia considerato terroristico e quindi criminale e perseguibile deve essere rivolto principalmente contro la popolazione civile. Né vale obiettare che, come fa il Pubblico Ministero milanese Armando Spataro, che i cinque islamici reclutavano kamikaze (cosa, peraltro, che il Gup Forleo non ha ritenuto provata) perché coi kamikaze c’è “il rischio di fare stragi indiscriminate di militari e di civili”. Punto primo: se ad essere colpiti, sempre in un contesto bellico, sono dei militari non ci può mai essere terrorismo in senso criminale perché i militari nemici sono esattamente l’obiettivo, legittimo, dei combattenti. Non c’è terrorismo, in senso criminale, nemmeno se l’attacco ai militari viene portato con modalità terroristiche come è avvenuto a Nassiriya. Altrimenti dovremmo considerare terroristi e criminali i partigiani che fecero l’attentato di via Rasella. Ma nessun Tribunale si è mai sognato di perseguire Bencivegna e i suoi compagni. Ancor meno può essere considerata terroristica l’uccisione del maresciallo Simone Cola morto in combattimento. A meno che non si pretenda che un guerrigliero che si vede puntare contro una mitragliatrice da un elicottero non abbia il diritto di rispondere. Questa è la guerra, queste sono le sue regole e la sua logica.

Punto secondo: i civili. Certamente un kamikaze pur puntando un obiettivo militare può uccidere dei civili. Ma anche le bombe americane, in Iraq o in Afghanistan o in Jugoslavia, hanno fatto strage di civili (che i comandi Usa chiamano “effetti collaterali”), ma nessuno ritiene che quelle bombe siano atti di terrorismo e chi le ha lanciate un criminale da perseguire penalmente. Le qualità dell’atto, di guerra o di guerriglia, non perseguibile, oppure di terrorismo, criminale e perseguibile, non è data dal soggetto che lo pone in essere, kamikaze o meno che sia, ma dall’obiettivo che si prefigge. Se l’obiettivo è militare è atto di guerra o di guerriglia se è civile è terrorismo. Gli aviatori giapponesi che con i loro aerei si gettavano a corpo morto sulle navi nemiche, i kamikaze appunto, sono sempre stati considerati degli eroi e dei martiri, non solo in Giappone.

Terrorismo è quindi l’attacco alle Torri gemelle, perché compiuto al di fuori di un contesto bellico, oppure gli attentati all’ambasciata di Giordania del 7 agosto 2003, al quartier generale delle Nazioni Unite, dove perse la vita de Mellho, del 19 agosto, alla moschea dell’imam Alì a Najaf del 29 agosto, perché, pur svolgendosi in un contesto bellico, avevano come obiettivo esclusivamente dei civili. E come tali sono stati condannati dall’Onu con la Risoluzione 1511. È lecito, sempre in un contesto bellico, far prigioniero qualunque straniero, militare o civile, che abbia la nazionalità di uno Stato belligerante e nemico. Non è lecito, ed è invece criminale anche se non terroristico, fare ricatti sulla pelle di questi prigionieri e tantomeno torturarli o ucciderli perché ciò contravviene alla Convenzione di Ginevra secondo la quale i prigionieri di guerra vanno trattati con rispetto.

Ho l’impressione che noi occidentali, e in particolare noi italiani, ci si sia dimenticati che cos’è una guerra. Quando uno Stato decide di fare una guerra (e poco importa che la chiami “operazione di pace” perché a considerarla tale bisogna essere in due) legittima i suoi soldati all’assassinio, che è invece il massimo crimine in tempo di pace, ma deve ovviamente accettare la possibilità che anche i propri soldati siano, altrettanto legittimamente, uccisi. Ecco perché prima di entrare in guerra bisognerebbe pensarci non una ma dieci volte, invece di piangere poi ostentate lacrime di coccodrillo sui propri caduti.

Massimo Fini
Fonte: www.ilgazzettino.it
26.01.05

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