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L’assenza di diplomazia sta isolando Washington

 

DI PAUL CRAIG ROBERTS

paulcraigroberts.org

La dissoluzione dell’Unione Sovietica aveva tolto i freni all’unilateralismo di Washington. I Neoconservatori, appena saliti al potere, avevano colto l’occasione e sostituito la diplomazia con le minacce e la coercizione. Uno dei peggiori esempi viene dalla presidenza di George W. Bush, quando il Vicesegretario di Stato, Richard Armitage, aveva intimato al Pakistan di fare quello che gli era stato ordinato, altrimenti sarebbe stato bombardato fino ad essere riportato all’età della pietra. Abbiamo fatto una cosa del genere ad un’autorità come lo stesso Presidente pakistano, che aveva poi obbedito agli ordini.

Nel caso della Russia dell’era Putin, questo livello di minaccia è eccessivo, dal momento che la Russia può contrattaccare. Perciò l’intimidazione è stata ridimensionata ad un: “fate come vi diciamo, altrimenti vi imporremo sanzioni.”

Le sanzioni sono una affermazione di egemonia di una nazione nei confronti di un’altra. Sono l’asserzione che chi impone le sanzioni dispone di un’autorità extra-legale che consente di dare ordini ad altri stati sovrani e punirli in caso di rifiuto.

Una volta rimosse le pastoie all’unilateralismo di Washington, le sanzioni sono diventate uno strumento della politica estera degli Stati Uniti ed hanno sostituito la diplomazia. L’amministrazione Clinton le ha usate in Iraq. Quando le Nazioni Unite avevano reso noto che le sanzioni imposte all’Iraq dal regime Clinton avevano causato la morte di 500.000 bambini iracheni, Lesley Stahl, nel corso del programma televisivo nazionale “60 minutes” aveva chiesto al Segretario di Stato (ebrea) di Clinton se le sanzioni fossero valse la morte di mezzo milione di bambini. Madeleine Albright aveva detto di si, “il prezzo è giustificato.”

Gli Ebrei la pensano allo stesso modo nei confronti dei Palestinesi. Dal momento che i Palestinesi sono stati derubati della loro nazione da Israele, che senso hanno i Palestinesi? Ucciderli è la risposta di Israele. Come aveva detto un ministro israeliano, noi stiamo solo facendo quello che gli Americani avevano fatto ai Nativi Americani, gli Indiani. Visto che l’America condivide con Israele questa infamia, non meraviglia che Washington ponga sempre il veto su tutte le risoluzioni dell’ONU contro Israele per i suoi crimini nei confronti dei Palestinesi. I due stati criminali sono uniti davanti al mondo intero.

E, secondo il punto di vista di Washington, da allora “ne è valsa la pena,” dal momento che nel 21° secolo l’America è riuscita a distruggere, in parte o completamente, sette nazioni, e sta tuttora lavorando su diverse altre.

Ogni volta che una nazione non segue i suoi ordini, Washington impone sanzioni. Iran Corea del Nord, Russia e Venezuela sono state tutte colpite dalle sanzioni di Washington. Come se non bastasse, Washington costringe anche altre nazioni, compresi i suoi alleati europei, ad imporre sanzioni, con la minaccia, in caso di disobbedienza, di essere a loro volta sanzionati.

Tutto ciò ha funzionato fino a quando la rivendicazione di Washington della propria egemonia mondiale non è diventata eccessiva. Questo si è verificato quando Trump, sotto la guida di Israele e dei suoi agenti neoconservatori (i consiglieri di Trump), ha denunciato e ritrattato l’accordo sul nucleare siglato fra Stati Uniti, Iran, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania.

Quando i vassalli europei di Washington hanno rifiutato di recedere dal trattato che loro stessi avevano firmato, Trump li ha minacciati di sanzioni.

Tutta l’Europa soffre di un alto tasso di disoccupazione. Le sanzioni di Washington sono peggiorative per l’Europa, dal momento che quest’ultima ha instaurato nuovi, proficui rapporti commerciali con l’Iran. Finalmente l’Europa ha capito. Washington sta dicendo all’Europa che deve soffrire economicamente, in modo che Washington possa imporre un’egemonia da cui l’Europa non trarrà nessun beneficio.

Questo è troppo anche per i governi europei e per quello britannico, che sono vassalli di Washington fin dal 1945. Su Internet, ma non sui media di regime, si parla apertamente di ribellione. Fonti ufficiali europee e comunitarie vanno dicendo che è tempo che l’Europa faccia i propri interessi invece di quelli di Washington. Anche la dirigenza dell’Unione Europea, una creazione della CIA, è in rivolta.

Sarà una ribellione di lunga durata o solo la sceneggiata degli Europei, da un bel pezzo sul libro paga di Washington, che chiedono più soldi? Quanto dovrà sborsare Washington per placare la rivolta europea?

Vladimir Putin ha dovuto ingoiare insulti e provocazioni per anni, aspettando che l’arroganza di Washington incrinasse il suo impero europeo. Forse la pazienza di Putin sta dando i suoi frutti, e sta succedendo proprio ora.

Ci sono i segnali che Washington si sta isolando da sola. Washington ha ordinato all’India ed anche alla Turchia, un membro della NATO, di non acquistare sistemi d’arma russi, ma entrambe le nazioni hanno mostrato a Washington il dito medio, respingendone l’ingerenza nei propri affari interni ed hanno proseguito con le trattative di acquisto.

Il Presidente della Commissione Europa, Jean Claude Juncker, ha detto che è tempo per l’Europa di instaurare nuovamente rapporti con la Russia e smettere di attaccarla. L’Unione Europea, una creazione della stessa CIA, si rivolterà contro Washington?

E’ possibile. Washington ha minacciato di sanzioni la Germania se parteciperà al progetto del gasdotto russo North Stream 2, che dovrebbe portare energia all’Europa. Washington preferirebbe che l’Europa si fermasse per mancanza di energia, piuttosto che saperla dipendente dalla Russia, dal momento che questa dipendenza diminuisce l’influenza di Washington sull’Europa.

La tedesca Merkel, da sempre la meretrice di Washington, ha cambiato opinione. Ha annunciato che gli Stati Uniti non sono più un partner politico affidabile e che la Germania “deve riprendere il destino nelle proprie mani.” L’ultimo sondaggio indica che l’82% dei Tedeschi è d’accordo con lei sul fatto che Washington è un “partner inaffidabile.”

Washington, crogiolandosi nella sua mitica incompetenza, sta ora incrinando tutti i rapporti nell’ambito dell’impero, minacciando di guerre commerciali i suoi stessi alleati. All’interno dell’amministrazione Trump non c’è nessuno con la competenza necessaria per capire che il “problema commerciale” dell’America è di natura esclusivamente interna e non è dovuto al Messico, al Canada, alla Cina o all’Europa.

Il gravissimo problema commerciale americano è causato dalla globalizzazione, dall’economia neoliberista e dalle banche di investimento di New York.

Il deficit della bilancia commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è dovuto alla delocalizzazione dei posti di lavoro americani. Prodotti come i pantaloni Levis, le scarpe Nike, i computer della Apple, una volta realizzati in America da lavoratori americani, ora vengono fabbricati all’estero, dove i salari e i relativi costi di conformità sono molto più bassi. Quando queste merci, fabbricate all’estero per il mercato americano dalle multinazionali statunitensi, ritornano negli Stati Uniti per essere vendute, arrivano come importazioni. Perciò, è la produzione delocalizzata delle multinazionali americane la causa principale del deficit commerciale degli Stati Uniti.

Comunque, questo dato di fatto, indiscutibile e basilare, non viene mai riportato dai media di regime, dagli economisti neoliberisti o dalle agenzia di statistica governative. Il pretesto è che è tutta colpa della Cina, del Messico o del Canada. Non potreste mai sapere che tutto questo è il risultato diretto della sete di profitto delle corporations americane.

E’ successo che, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il governo socialista dell’India e quello comunista della Cina avevano deciso che il capitalismo sarebbe stato la nuova tendenza del futuro, ed hanno aperto il loro mercato del lavoro ai capitali stranieri.

Le aziende americane che non avevano voluto abbandonare le loro sedi storiche e le maestranze locali delocalizzando la produzione erano state costrette a farlo dalle minacce delle banche di investimento di New York. Ai produttori locali era stato detto di trasferire le attività produttive in Cina, dove il minor costo del lavoro avrebbe gonfiato i profitti o prepararsi ad essere assorbiti da quelle corporation che avevano già incrementato gli introiti spostando le attività all’estero.

Le ragioni per cui i lavori ad elevata produttività e ad alto valore aggiunto sono usciti dall’America sono Wall Street e l’avidità dei manager e degli azionisti. Come sempre succede, i gruppi di interesse al potere e i loro fantocci di Washington danno la colpa agli stranieri, proteggendo in questo modo se stessi.

In ogni caso, ora hanno dato inizio a quella che è stata erroneamente definita una “guerra commerciale.” In effetti, l’amministrazione Trump non è in guerra con la Cina o con le altre nazioni. E’ in guerra con le multinazionali americane che hanno delocalizzato all’estero la produzione destinata al mercato interno e con le banche di New York che le hanno costrette ad agire così. I dazi non colpiranno le esportazioni cinesi ma la produzione esternalizzata delle corporations statunitensi. I dazi aumenteranno i prezzi che gli Americani dovranno pagare per i prodotti che le società americane fabbricano in Cina.

I Dazi di Trump su acciao ed alluminio fanno lievitare i costi dei prodotti primari (input) utilizzati dall’industria americana. Aumentare i prezzi di questi input significa incrementare anche i prezzi dei prodotti industriali a base di acciaio e di alluminio, danneggiando così la competitività degli Stati Uniti. Questo è esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare il protezionismo. Il protezionismo dovrebbe operare minimizzando i costi dei prodotti primari e proteggere quelli dei prodotti finiti tramite la tassazione della concorrenza straniera. In altre parole, si abbassano i prezzi delle merci prodotte in patria e si alzano quelli dei concorrenti di importazione.

Gli economisti neoliberisti avevano mentito quando avevano assicurato che gli incarichi professionali di alta qualifica trasferiti all’estero sarebbero stati rimpiazzati da posti di lavoro migliori per gli Americani. Come si vede bene dai dati ufficiali delle buste paga, queste occupazioni sostitutive sono peggiorative, consistendo per lo più in mansioni di tipo domestico a bassa retribuzione, tipici lavori da paesi del terzo mondo.

L’esternalizzazione dele attività produttive è stata disastrosa per l’America. Il conseguente deficit della bilancia dei pagamenti è il male minore. La mancanza di lavori ad alta retribuzione ha diminuito il potere di acquisto dei consumatori. Per mantenere il tenore di vita, i consumatori hanno rimpiazzato la diminuzione del salario con il debito.

Il risultato è che il 41% degli Americani non ha 400 dollari da spendere in caso di emergenza.

Sono stati duramente colpiti anche i bilanci di quegli stati che erano un tempo i motori dell’economia manufatturiera, mettendo in dubbio la loro capacità di far fronte agli obblighi previdenziali. I benefici della delocalizzazione produttiva si sono concentrati in un piccolo gruppo di manager ed azionisti e sono del tutto insignificanti di fronte agli enormi costi collaterali dell’esternalizzazione che gravano sull’economia e sulla forza lavoro americana.

La robotizzazione peggiorerà di molto la situazione. Gli intelligentoni che lavorano così alacremente per rimpiazzare gli umani nella forza lavoro sono, infatti, stupidi. Stanno distruggendo il sistema sociale. I dazi non possono proteggere i posti di lavoro persi a causa dei robot. Inoltre, i robot non comprano case, mobili, auto, vestiti, divertimenti, cibo, bevande, telefonini e computer. Tutti i soldi risparmiati sostituendo le persone con i robot non sono disponibili per l’acquisto dei prodotti fabbricati dai robot. Crolla la domanda al consumo. L’unica soluzione è la socializzazione dei mezzi di produzione, che rende tutti i membri della società comproprietari del prodotto finito.

Anche questa è una soluzione parziale perché non lascia capire come la gente utilizzerebbe il proprio tempo e cosa succederebbe a chi non deve lavorare e sviluppare le proprie capacità professionali.

Il capitalismo, nonostante affermi di riuscire, col tempo, ad allocare le risorse in maniera efficiente, ha un orizzonte molto ristretto, i profitti del trimestre successivo. Tutto quello che riguarda questo sistema è a breve termine. Siamo arrivati al punto che i dirigenti distruggono una società indebitandola, solo per poter ricomprare le azioni della compagnia, alzandone la quotazione borsistica e le loro “gratifiche da rendimento.”

Riducendo il peso dell’economia, la conseguenza della massimizzazione dei profitti a breve termine è quella di rendere gli Stati Uniti più bellicosi. Il saccheggio diventa un modo per mantenere a galla il sistema. E così, l’egemonia sugli altri diventa un mezzo di sopravvivenza.

Con l’amministrazione Trump i nodi stanno arrivando al pettine. La personalità provocatoria di Trump, unita alla belligeranza dell’egemonia neoconservatrice genera guerre nelle più svariate forme. Il conflitto economico con cui Washington sta minacciando i suoi vassalli può portare ad un’Europa indipendente, amichevole nei confronti della Russia.

Il declino della potenza egemonica di Washington è il prerequisito per la resurrezione dell’economia americana. Quando il saccheggio è fuori discussione, la politica deve rivolgersi all’interno. La responsabilità delle multinazionali deve poter nuovamente includere gli impiegati, i clienti e le comunità locali, oltre che gli azionisti. Bisogna rivitalizzare lo Sherman Anti-trust Act, i monopoli devono essere smantellati, le banche troppo grandi per fallire devono essere smembrate, e la produzione delocalizzata all’estero deve essere riportata in patria tassando le multinazionali in base a quello che producono per il mercato americano, in patria o all’estero.

Storicamente, il commercio estero è stato irrilevante per lo sviluppo economico degli Stati Uniti. Un ceto medio di recente formazione aveva dato vita ad un mercato al consumo che era stato più che sufficiente a garantire la prosperità di un settore industriale e manufatturiero di vasta portata. Questa America ricca è stata distrutta dalla globalizzazione. La rinascita dell’America aspetta una nuova classe dirigente che non abbia l’arroganza dell’”eccezionalismo”, che sia in grado di rifiutare il ruolo di bullo planetario e che si concentri sui problemi domestici.

 

Paul Craig Roberts

Fonte: www.paulcraigroberts.org

Link: https://www.paulcraigroberts.org/2018/06/05/absence-diplomacy-isolating-washington-paul-craig-roberts/

05.06.2018

Scelto e tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.