La verità e' la cosa meno pertinente nel caso della bomba a Gaza

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di RAMZY BAROUD
Importa poco se la mente direttiva dietro l’uccisione di tre americani a Gaza lo scorso 15 ottobre sia un gruppo palestinese o l’intelligence israeliana. Ciò che e’ rilevante e’ che il popolo palestinese, la sua leadership, la resistenza e le sue aspirazioni nazionali ne porteranno interamente il peso. La censura della parte più debole – incapace di contrastare le crudeli accuse dei sempre tempestivi media mondiali – e’ la caratteristica che infetta da decenni il conflitto in Medio Oriente. Ad esempio, nonostante il razzismo inerente e la palpabile disumanizzazione che tale dichiarazione genera, i genitori palestinesi vengono di norma accusati di invitare i propri figli al “martirio” in cambio di un misero guadagno: un pò di dollari versati da qualche governo arabo, a tutto vantaggio dell’immagine macchiata di Israele. Con l’inimitabile furbizia dei carismatici media, principalmente americani, tali dichiarazioni, messe in giro da qualche sconosciuto fanatico estremista israeliano, si trasformano rapidamente per definire uno stadio critico, e servono come soddisfacente razionalizzazione offerta – e persino da essi sostenuta – ai dirigenti al top di Capitol Hill.
Tenendo presente ciò, la dichiarazione delle fazioni palestinesi della resistenza – già screditate e definite “terroristiche” da Washington – che rinnega l’assassinio dei diplomatici a Gaza, non otterrà alcuna empatia.
Certo, i palestinesi potrebbero benissimo essere i perpetratori. Sono pieni di rabbia e la rabbia, spesso, chiede ed esige vendetta. Per comprendere questo valore, bisognerebbe vedere quest’equazione non da un editoriale di un giornale americano, completamente testuale e dai giudizi non corretti, ma da una tenda a brandelli, piantata da un profugo palestinese a Rafah, reso senzatetto ancora una volta per il semplice fatto di essere un palestinese che ha avuto la sfortuna di abitare presso una colonia israeliana illegalmente costruita nella sua terra.

Nell’ “ondata di distruzioni” – così l’ ha descritta Amnesty International – che si e’ abbattuta su Gaza dal 9 al 12 ottobre, e che si e’ ripetuta pochi giorni dopo, 1240 palestinesi hanno perso la casa. Amnesty, riferendosi a pratiche simili ripetutesi nel corso di questi tre anni, ha dichiarato che “le distruzioni arbitrarie sono illegali e costituiscono un crimine di guerra”.
Le agenzie umanitarie affiliate a quella dell’ONU, l’UNRWA, hanno contato 114 “rifugi per profughi” completamente demoliti dai bulldozers dell’esercito israeliano, e 117 parzialmente danneggiati. L’UNRWA ha reso noto che, nella sola Rafah, una piccolissima cittadina secondo ogni definizione, 7.532 persone erano state rese senzatetto a causa di simili raids israeliani negli ultimi tre anni. Mentre la distruzione materiale, con tutta la sua gravità, e’ rimediabile, la vita umana non lo e’. 15 palestinesi, incluso diversi bambini, sono stati uccisi nell’ “incursione” israeliana, decine feriti. Le statistiche di quest’ultimo crimine di guerra sono completamente sconcertanti, ed esso e’ stato condannato da molti governi ed agenzie per i diritti umani in tutto il mondo, con l’eccezione degli Stati Uniti, l’auto-proclamatosi “onesto mediatore”, che ha definito l’assalto israeliano come “diritto di Israele all’auto-difesa”.
“E’ parte dell’auto-difesa”, ha dichiarato al quotidiano israeliano Ha’aretz un anonimo ufficiale del Dipartimento di Stato americano. Precedentemente, Richard Boucher, portavoce del Dipartimento, aveva espresso lo stesso sentimento, aggiungendo l’ignominioso paragone dei profughi con i terroristi.

Ai profughi di Rafah manca rifugio, cibo ed acqua, ma di certo non il senno. Sono ben informati, come il resto dei palestinesi, su chi fornisce ad Israele il suo vasto assortimento di armi, i bulldozers che di routine demoliscono le loro case, fino ai giubbotti anti-proiettile che i soldati indossano durante i barbari raid notturni contro i civili esausti. I molti miliardi di dollari USA in aiuti militari ad Israele sono serviti a demolire sistematicamente le infrastrutture civili per anni – fabbriche, case, scuole, moschee e chiese – un fatto che i palestinesi, che hanno pianto innumerevoli morti, vittime di queste armi, sanno troppo bene.

I palestinesi conoscono questa doppiezza. Per anni hanno tollerato l’uso bizzarro del veto americano al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’ultimo dei quali datato 14 ottobre 2003, poche ore prima dell’esplosione dell’auto a Gaza. E’ stato John Negroponte che ha ostacolato una risoluzione di condanna alla costruzione del muro di apartheid da parte di Israele, il quale ha già fagocitato gran parte della Cisgiordania. Proprio recentemente, gli USA hanno posto il veto ad un’altra risoluzione ONU che chiedeva ad Israele di non nuocere fisicamente al presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat. Quella che oggi e’ nota come “Dottrina Negroponte” – il veto automatico USA a qualsiasi risoluzione di condanna ad Israele al Consiglio – non e’ altro che un assegno in bianco affinché il governo di Ariel Sharon proceda con la sua politica anti-pace, con la conquista di nuovi obiettivi territoriali, barriere, muri, insediamenti illegali ed assassini impuniti.

Eppure gli obiettivi del governo israeliano implicano qualcosa di più. Resta Gaza, che, sebbene già tagliata a fette, crivellata di colonie illegali, costruzioni militari e checkpoint e degradata da un livello di povertà senza fine, offre ancora una parvenza di rifugio alle fazioni della resistenza che sono riuscite a sopravvivere alla brutalità delle sanguinose “incursioni” di Israele. Senza la sottomissione di Gaza, Israele non e’ in grado di imporre ai palestinesi la sua detestabile visione della pace. Un’invasione in grande stile di Gaza produrrà migliaia di vittime, se non addirittura una incredibile catastrofe umanitaria. Per invadere Gaza, dunque, Israele ha bisogno di un impegno americano ancora maggiore, di un mandato, illimitato abbastanza da fornire uno scudo politico a Sharon ed ai suoi scagnozzi che metta a tacere qualsiasi dannosa protesta internazionale.

A causa di ciò, ed a causa del tentativo israeliano di istigare il coinvolgimento diretto degli USA sul campo, l’intelligence israeliana può essere stata senz’altro la mente dietro l’assassinio dei tre americani a Gaza. Mentre lo stile degli attacchi palestinesi non e’ affatto un mistero, la morte mediante telecomando e’ il metodo ideale di assassinio dell’intelligence israeliana, usato con profusione e precisione durante i tre anni di intifada.

Le fazioni palestinesi raramente negano la responsabilità dei loro attacchi, non importa quanto prive di tatto essei possano apparire. In molte occasioni, più di una fazione ha rivendicato lo stesso attacco, in modo da confondere l’esercito israeliano e disinnescare la sua risposta. La ferma negazione di ogni coinvolgimento nell’uccisione dei diplomatici USA a Gaza – da parte di tutti i gruppo della resistenza con parole nette e chiare – e’ un indicatore importante del fatto che la resistenza palestinese sia innocente del letale attacco. Il chiaro, perpetuo complotto di Israele per fare in modo che i palestinesi entrino in diretto conflitto con gli USA – come si può dimenticare il tentativo dell’intelligence israeliana di far passare l’11 settembre come il “lavoro” del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina? – e’ troppo evidente, anche agli elementi più radicali della resistenza palestinese. I gruppi palestinesi si sono dimostrati intelligenti abbastanza da non fornire mai una mano ad Israele.

I veri colpevoli potranno non essere mai catturati, anche se qualche giovane palestinese dal volto contuso “confesserà” di aver organizzato l’attacco. Ahimè, importa poco chi sia il vero architetto del sofisticato attentato. Il verdetto e’ già stato pronunciato dai governi complici di Israele e Stati Uniti, e l’Autorità palestinese, per distanziarsi da qualsiasi accusa, sta “dando la caccia” ai “terroristi” tra i profughi di Gaza che, secondo Arafat, “non solo hanno commesso un atto criminale” ma “hanno anche tradito la causa del loro popolo”.

In tempi come questo, le prove, le motivazioni, la verità ed i giusti processi sono un vocabolario puramente ornamentale e, tristemente, il meno rilevante tra tutti.

traduzione a cura di www.arabcomint.com
da Palestine Chronicle

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