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la Marcinelle di Foggia, il depistaggio sui caporali e l’impunità degli imprenditori schiavisti

DI GIORGIO CREMASCHI

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Dopo la strage di sedici di loro, domani 8 agosto i braccianti scioperano con la USB e manifestano dal ghetto di Rignano a Foggia.
Per una terribile coincidenza di date, domani è anche l’anniversario della strage di Marcinelle, in Belgio. L’8 agosto 1956 136 migranti italiani morirono assieme a tanti altri minatori belgi e di tutta Europa, nell’incendio di una miniera. Fu contemporaneamente una tragedia del lavoro e della emigrazione, a cui tanti italiani erano costretti dalle spaventose condizioni di miseria e disoccupazione del nostro paese.

Oggi un pezzo di Marcinelle è a Foggia, mentre centinaia di migliaia di giovani hanno ripreso ad emigrare dal Mezzogiorno dove dilagano povertà e disoccupazione. È lo sfruttamento del lavoro che è tornato a governare il mondo come e più di sessant’anni fa. E il dominio dello sfruttamento colpisce sia chi per lavoro lascia il nostro paese, sia chi per lavoro viene qui a morire.
I 16 braccianti uccisi a Foggia sono vittime di un incidente sul lavoro “in itinere”. È questo il termine con cui formalmente si definiscono gli incidenti e le morti che colpiscono chi sta raggiungendo o lasciando il posto di lavoro. Per questa ragione i morti sul lavoro, che nelle statistiche immediate arrivano a 800 persone all’anno, poi raddoppiano nel conto ufficiale. Si aggiungono ai morti dentro i posti di lavoro coloro che vengono uccisi mentre ci arrivano o li stanno lasciando.

I 16 braccianti di Puglia dovrebbero essere considerati morti sul lavoro “in itinere”. Dovrebbero, ma non lo sono. Perché per essere riconosciuti come tali si dovrebbe essere assicurati all’Inail, fruire di trasporti concordati con l’impresa che ti assume e naturalmente avere un contratto regolare e rispettato. Se i braccianti avessero visti riconosciuti tutti questi loro diritti di legge, assieme anche a quello di una abitazione dignitosa, molto probabilmente sarebbero ancora tutti vivi. Ma anche se – per il disastro e la colpevole incuria pubblica nella quale sono lasciate le nostre strade come l’esplosione di Bologna contemporaneamente dimostra – se fossero stati egualmente vittime di un incidente stradale al ritorno dal lavoro, quei braccianti e loro famiglie si vedrebbero riconosciuto un risarcimento ora negato.

Che c’entra tutto questo con la denuncia ipocrita che oggi tutto il regime politico mediatico fa della piaga del caporalato? I caporali sono solo l’ultimo anello della lunga catena dello sfruttamento e possono operare solo perché all’altro capo di quella catena c’è chi li usa per aumentare i propri guadagni.

Se i braccianti lavorassero secondo le condizioni della legge e della dignità umana, i caporali non avrebbero nulla da fare. Ma siccome gli imprenditori, agricoli, dell’industria alimentare, della distribuzione commerciale ignorano legge e dignità, e spendono per i braccianti un quinto di ciò che dovrebbero, allora i caporali trovano il loro ruolo.

Il caporalato è un effetto, non una causa, se si vuole colpire lo sfruttamento e distruzione della vita nei campi di Puglia, come di tante parti d’Italia, bisogna guardare in alto, a ricchi imprenditori italiani che stanno in Confagricoltura, Confindustria e nelle associazioni della grande distribuzione. Altrimenti si fa depistaggio, gli schiavisti in doppiopetto restano impuniti e i loro profitti di sangue prosperano.

Ora le autorità parlano di rafforzare i controlli di polizia nelle strade, quando si dovrebbero mandare ispettori nei campi e guardia di finanza negli uffici. Così lo stato è complice del caporalato e protettore degli sfruttattori.

I pomodori che arrivano nelle nostre tavole sono intrisi di sudore e sangue, come il carbone che negli anni 50 giungeva dal Belgio per scaldare le nostre case. Ora come allora, solo la lotta contro gli sfruttatori che stanno in alto può cambiare le cose.

 

Giorgio Cremaschi

Fonte: www.facebook.com

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7.08.2018

Pubblicato da Davide

Un commento

  1. La questione è molto più complessa di come appare.

    Sono anni che vengono fatte Leggi per favorire certi tipi di sfruttamento, e gli ultimi della fila sono solo i più sfortunati.

    Qualcuno ne parla, ma sempre senza fare nomi.

    Cito:

    Deregulation. Crollo delle ispezioni. Evasione e illegalità
    prosperano dove era nata la solidarietà. Tra ristoranti, bar, alberghi
    in Romagna

    Ad esempio, a Torino una tabaccheria paga 1.114 euro al mese la
    cooperativa multiservizi M&G di Roma per avere un lavoratore, pagato
    solo 688 euro netti per 87 ore mensili. Se la tabaccheria avesse
    assunto un dipendente, avrebbe speso non meno di duemila euro, più
    ferie, tfr, malattia.

    Poi ci sono i trucchi: a Ravenna la Mib Service, che è una coop
    multiservizi, paga un cooperante 350 euro lordi per 41 ore di servizio
    in un albergo, più 1.332 euro di trasferta. Un’elusione clamorosa, fatta
    perché le trasferte non vengono tassate: «A volte l’Agenzia delle
    Entrate queste cose le becca e manda le multe, ma visto che le
    cooperative hanno vita breve (circa due anni), l’unico a pagare è il
    lavoratore. Gente inesperta, spesso stranieri, che arriva alla camera
    del lavoro per chiedere aiuto», spiega Marco Sala, sindacalista dei
    trasporti della Cgil di Bergamo, che continua: «Di cooperative ne ho
    incontrate davvero poche. Chiudono non appena sentono aria di guai e
    riaprono con un altro nome, un’altra sede, un altro prestanome, magari
    straniero che neanche sa di avere una cooperativa intestata».

    L’altro problema è il crollo delle ispezioni che potrebbe derivare dallo
    sfortunato matrimonio tra gli ispettori di Inps, Inail e funzionari del
    ministero del Lavoro, finiti sotto il cappello dell’Ispettorato
    nazionale del Lavoro. L’unione, avvenuta nel 2017, è rimasta solo sulla
    carta: gli ispettori dell’Inps e dell’Inail hanno ritenuto più
    conveniente per loro lasciare il reparto ispettivo per rientrare
    stabilmente all’interno dei rispettivi enti. Così molte posizioni sono
    rimaste scoperte e le ispezioni, che erano già poche, perché toccavano
    non più del 2 per cento delle aziende italiane, sono crollate: si è
    passati dalle 244 mila del 2012. .

    https://infosannio.wordpress.com/2018/08/09/la-grande-truffa-delle-false-coop-cosi-le-societa-di-comodo-sfruttano-i-lavoratori/

    Ora, da un lato si depenalizza una procedura odiosa, dall’altra si fa in modo che le Ispezioni siano sempre più difficili.

    E parliamo di lavori che fono a qualche anno fa erano svolti senza problemi, non di raccogliere uranio a mani nude!

    Ma se lo Stato non è in grado di garantire chi lavora sotto gli occhi di tutti ed è pienamente in regola, potrà mai farlo nei riguardi di che , ufficialmente , nemmeno esiste?
    Potranno mai circondare un campo baracche abusivo e controllare tutti?

    Diciamo che dovremmo rivoltare tutto il Paese come un calzino, e ricominciare da capo?