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La guerra a fumetti di Peter Jackson

 

CHRIS HEDGES
truthdig.com

Subito all’inizio, il film sulla Prima Guerra Mondiale del regista-produttore Peter Jackson  “They Shall Not Grow Old” [Loro non invecchieranno], che trasforma in modo quasi miracoloso i tremolanti e sgranati filmati d’archivio in bianco e nero dalla guerra in una moderna stravaganza tridimensionale, ci bombarda con i cliché utilizzati per nobilitare la guerra. I veterani, parlando sulla musica di sottofondo, dicono cose come “Non me la sarei persa”, “Rifarei tutto da capo perché mi piaceva la vita da soldato” e “Mi ha fatto diventare un uomo.” Deve essere stato abbastanza difficile, dopo la guerra, trovare una piccola minoranza di veterani disposti a pronunciare ad alta voce simili stupidaggini. La vita militare è una forma di servitù, un’esposizione prolungata al combattimento che ti lascia distrutto, segnato a vita da traumi e spesso talmente insensibile da avere difficoltà nelle relazioni interpersonali, l’ultima cosa che fa la guerra è proprio quella di renderti un uomo.

Molto più comune era stata l’esperienza dell’attore Wilfrid Lawson, che era stato ferito in guerra e, come conseguenza, aveva una placca metallica nel cranio. Beveva in modo pesante per alleviare il dolore incessante. Nelle sue memorie “Inside Memory”, Timothy Findley, che recitava con lui, ricordava che Lawson “andava sempre a letto ubriaco fradicio e passava tutta la notte trascinato da un incubo all’altro, spesso gridando, più spesso urlando, molto spesso lottando fisicamente per liberarsi dalle lenzuola che lo intralciavano e dalle minacce nascoste nell’ombra.  Batteva i pugni contro le pareti, gridando” Aiuto! Aiuto! Aiuto!”  The noise, my dear—and the people. [Il rumore, mia cara, e la gente].

David Lloyd George, il Primo Ministro della Gran Bretagna in tempo di guerra, nelle sue memorie aveva usato un linguaggio come questo per descrivere il conflitto:

… vanità inesauribile che non ammetterà mai un errore… individui che preferirebbero la morte di milioni di persone piuttosto che, da leader, dover ammettere, anche con se stessi, di essersi sbagliati… la notorietà raggiunta attraverso un egoismo miope e testardo, insuperabile fra tutti i disastri conosciuti causati dall’umano autocompiacimento… un pessimo progetto gestito male… ordini impossibili emessi da generali che non avevano idea di cosa significasse realmente l’esecuzione dei loro comandi… questa folle impresa… questa iniziativa torbida e confusa.…

Il British Imperial War Museum, uno degli sponsor del film di Jackson, non aveva alcun interesse che venisse ritratta l’oscura realtà della guerra. La guerra può essere selvaggia, brutale e dura, ma è anche, secondo il mito, nobilitante, eroica e disinteressata. Si può credere a queste idiozie solo se non si è mai stati in combattimento, ed è questo che ha permesso a Jackson di realizzare una versione fumettistica e colorizzata della guerra.

Il poeta Siegfried Sassoon in “The Hero” aveva catturato tutta l’insensibilità della guerra:

“Jack è morto come avrebbe desiderato” aveva detto la madre,
Ripiegando la lettera che aveva letto.
“Il colonnello scrive così bene.” Qualcosa si era rotto
Nella voce stanca che tremava quasi a soffocarsi.
Aveva levato a metà lo sguardo. “Noi madri siamo così orgogliose
Dei nostri soldati morti.” Poi suo il volto si era chinato.

L’ufficiale era uscito in silenzio.
Aveva raccontato alla povera vecchina alcune bugie galanti
Che avrebbero nutrito tutti i suoi giorni, senza dubbio.
Perché mentre tossiva e borbottava, i suoi occhi deboli
Avevano brillato di un dolce trionfo, pieno di gioia,
Perché era stato così coraggioso, il suo glorioso ragazzo.

Aveva pensato a come “Jack”, vigliacco, inutile perdigiorno,
Si era fatto prendere dal panico nella trincea quella notte, quando la mina
Era scoppiata a Wicked Corner; come ci aveva provato
A farsi rimandare a casa; e come, alla fine, era morto,
Fatto a pezzettini. E a nessuno sembrava importare,
Tranne a quella donnina solitaria con i capelli bianchi.

I nostri stessi generali e politici, che quasi vent’anni fa avevano dato inizio alla più grossa cantonata strategica nella storia americana e che hanno sprecato quasi 6 trilioni di dollari in Medio Oriente in conflitti che non possiamo vincere, non sono meno egoisti ed incompetenti. Le immagini delle nostre guerre vengono attentamente controllate e censurate, proprio come quelle della Prima Guerra Mondiale. Mentre la futilità e la carneficina umana dei nostri attuali conflitti sono raramente riconosciute in pubblico, si potrebbe sperare di poter affrontare, un secolo dopo, l’idiozia suicida della Prima Guerra Mondiale.

Leon Wolff, nel suo libro “In Flanders Fields: The 1917 Campaign”, scrive della Prima Guerra Mondiale:

Non aveva significato nulla, non aveva risolto nulla e non aveva dimostrato nulla; e così facendo aveva ucciso 8.538.315 uomini e ne aveva feriti in modi diversi 21.219.452. Degli altri 7.750.919 prigionieri o dispersi, più di un milione furono in seguito presunti morti; quindi le morti totali (senza contare i civili) si avvicinano ai dieci milioni. I difetti morali e mentali dei leader della razza umana sono stati verificati in modo abbasta preciso. Uno di questi leader (Woodrow Wilson) aveva poi ammesso che la guerra era stata combattuta per interessi commerciali; un altro (David Lloyd George) aveva detto ad un giornalista: “Se la gente sapesse la verità, la guerra si fermerebbe domani, ma ovviamente non la sanno e non possono saperla. I corrispondenti la verità non scrivono e [comunque] la censura non la farebbe passare.”

Nel film non si parla della colossale stupidità del Quartier Generale britannico, che aveva mandato centinaia di migliaia di ragazzi inglesi della classe operaia, che si vedono sogghignare con i denti cariati davanti alla macchina da presa, in ondate dopo ondate, settimane dopo settimane, mese dopo mese, nelle fauci delle mitragliatrici tedesche, per essere uccisi o feriti. Non c’è un’analisi seria sulla ferrea censura che aveva nascosto al pubblico la realtà della guerra e che aveva visto la stampa diventare il megafono dei guerrafondai. Non ci sono indagini su come la guerra era stata usata dallo stato, così come lo è oggi, come scusa per sradicare le libertà civili. Non si guarda all’immensa ricchezza accumulata dai produttori e dai fornitori di armi o come il conflitto avesse indebitato la Gran Bretagna, con i costi legati alla guerra pari al 70% del prodotto nazionale lordo. Certo, vediamo qualche immagine di ferite raccapriccianti, digitalizzate a colori, sì, sentiamo come i ratti mangiassero cadaveri, ma la guerra nel film è attentamente coreografata, spogliata dei suoni assordanti, degli odori ripugnanti e soprattutto della paura paralizzante e del terrore che trasformavano un campo di battaglia un incubo dello Stige. Vediamo cadaveri, ma non ci sono immagini ravvicinate della lenta agonia di quelli che erano morti con orribili ferite. Immagini sterilizzate come queste sono una vera e propria pornografia di guerra. Il fatto che non siano più a scatti e sgranate e che siano state colorate e in 3D non fa altro che dare una lucentezza moderna ad un vecchio porno di guerra.

“Quando non c’erano operazione belliche in atto, era davvero divertente essere in prima linea,” dice un veterano nel film. “Era una specie di vacanza in campeggio, all’aria aperta, con una infarinatura di pericolo per renderla più interessante.”

Commenti insipidi come questi fanno capire che cosa si pensasse della guerra in patria. Lo scontro fra una popolazione civile che vedeva la guerra come “una specie di campeggio all’aria aperta” e quelli che l’avevano vissuta aveva scavato un solco profondo. Il poeta Charles Sorley aveva scritto: “Mi piacerebbe tanto uccidere il principale responsabile della guerra, chiunque egli sia.” E il giornalista e autore Philip Gibbs aveva notato che i soldati nutrivano un odio profondo per i civili che credevano in queste bugie. “Odiavano le donne sorridenti per la strada. Detestavano i vecchi. … Desideravano che i profittatori morissero asfissiati dai gas velenosi. Pregavano Dio che convincesse i Tedeschi a mandare gli Zeppelin sull’Inghilterra, per far conoscere alla gente il vero significato della guerra.”

Studi commissionati dalle forze armate hanno stabilito che dopo 60 giorni di combattimenti continui, il 98% dei sopravvissuti manifestava sintomi gravi di tipo psichiatrico. La caratteristica comune nel 2% in grado di sopportare combattimenti prolungati era una predisposizione verso “personalità aggressive e psicopatiche.” Il tenente colonnello David Grossman aveva scritto: “Non è troppo lontano dalla realtà ipotizzare che un combattimento continuato e inevitabile farà impazzire il 98 per cento di tutti gli uomini, mentre il restante 2 per cento era già pazzo quando era arrivato lì.”

I circoli militari nella società americana sono onnipotenti come lo erano durante la Prima Guerra Mondiale. I simboli della guerra e del militarismo, oggi come allora, sono ammantati di un’aura quasi religiosa, specialmente nella nostra democrazia fallita. I nostri incompetenti generali, come David Petraeus, che con i suoi colpi di testa ha solo prolungato la guerra in Iraq e aumentato il numero dei caduti e la cui idea di armare ribelli “moderati” in Siria è stata una disfatta, vengono glorificati, così come il cocciuto e vanaglorioso generale Douglas Haig, il comandante in capo britannico, contrario ad innovazioni come il carro armato, l’aereo e la mitragliatrice, che aveva definito “un’arma molto sopravvalutata.” Credeva che la cavalleria avrebbe avuto il ruolo decisivo nella vittoria in guerra. Haig, nella battaglia della Somme, il 1 luglio 1916, nel primo giorno dell’offensiva aveva visto morire sotto i suoi occhi 60.000 uomini. Nessuno dei suoi obbiettivi militari era stato raggiunto. Ventimila morti nella terra di nessuno. I feriti avevano gridato per giorni interi. Tutto questo non aveva smorzato l’ardore di Haig nel sacrificare i propri soldati. Determinato a portare al successo il suo piano di sfondare le linee tedesche e scatenare le sue tre divisioni di cavalleria sul nemico in fuga, aveva continuato le ondate d’assalto per quattro mesi, fino a quando l’inverno lo aveva costretto a fermarsi. Alla fine delle operazioni belliche imposte da Haig, l’esercito aveva subito più di 400.000 vittime, senza aver ottenuto nulla. Il tenente colonnello E.T.F. Sandys, che aveva visto 500 dei suoi soldati uccisi o feriti il primo giorno sulla Somme, aveva scritto due mesi dopo: “Non ho mai avuto un momento di pace dal 1° luglio.” Poi si era sparato in una stanza d’albergo di Londra. Il libro illustrato di Joe Sacco “The Great War”, un panorama senza parole lungo 24 piedi [7,3 m.] che descrive il primo giorno della Battaglia di Somme, rivela più verità sugli orrori della guerra dell’elaborato restauro di vecchi filmati da parte di Jackson.

Lo storico militare B.H. Liddell Hart, che aveva partecipato alla guerra, ha scritto nel suo diario:

Lui [Haig] era un uomo di un supremo egoismo e una totale mancanza di scrupoli, che, con la sua smodata ambizione, ha sacrificato centinaia di migliaia di uomini. Un uomo che ha tradito anche i suoi più devoti assistenti e il governo che aveva servito. Un uomo che è riuscito a raggiugere i suoi fini con inganni non solo immorali, ma addirittura criminali.

L’avvocato americano Harold Shapiro, dopo la Prima Guerra Mondiale, aveva esaminato le cartelle cliniche dell’esercito per conto di un veterano disabile. Era rimasto sconvolto dalla realtà messa a nudo da questi referti e dall’errata percezione della guerra da parte della gente comune. I referti medici, aveva scritto, facevano diventare “tutto quello che avevo letto e sentito in precedenza una finzione romanzata, un’isolata reminiscenza, una vaga generalizzazione o una deliberata propaganda.” Nel 1937 aveva pubblicato un libro intitolato “What Every Young Man Should Know About War” [Tutto quello che ogni giovanotto dovrebbe sapere sulla guerra]. Era stato ritirato dalla circolazione quando gli Stati Uniti erano entrati nella Seconda Guerra Mondiale e mai più ristampato. E’ stato il modello per il mio libro “What Every Person Should Know About War” [Quello che tutti dovrebbero sapere sulla guerra].

Shapiro ha scritto nel suo capitolo “Le reazioni mentali”:

D: Che cosa potrebbe accadermi dopo aver baionettato in faccia il mio nemico?

Potresti sviluppare un tic-rapido, isterico, improvviso, spasmi convulsivi con contrazioni dei muscoli del viso.

D: Cosa potrebbe accadermi dopo aver baionettato il mio nemico nell’addome?

Potresti essere colto da contrazioni addominali.

D: Cosa potrebbe succedermi dopo aver assistito a fatti particolarmente orribili?

Potresti essere colto da cecità isterica.

D: Cosa potrebbe accadermi se trovassi insopportabili i lamenti dei feriti?

Potresti sviluppare una sordità isterica.

D: Cosa potrebbe accadermi se dovessi essere di corvè alla rimozione dei cadaveri?

Potresti sviluppare anosmia (perdita del senso dell’olfatto).

Il pacifista tedesco Ernst Friedrich aveva raccolto nel suo libro del 1924, “War Against War,” 200 fotografie di ferite raccapriccianti, mucchi di cadaveri in fosse comuni, impiccagioni ed esecuzioni di disertori (alle loro famiglie veniva detto che erano “morti per ferite”) e di atrocità sul campo di battaglia censurate al pubblico. Aveva contrapposto le immagini alla propaganda che romanticizzava il conflitto. I suoi 24 primi piani di soldati con ferite al volto orribilmente deturpanti rimangono difficili da guardare. Friedrich era stato arrestato nel 1933, con l’avvento dei nazisti al potere, il suo libro bandito e il suo museo contro la guerra chiuso. Nel suo libro, la foto di un soldato morto e seminudo in una trincea porta la scritta: “Madri! Questo è stato il destino dei vostri figli in guerra; prima assassinati, poi spogliati e infine abbandonati come cibo per animali.”

Analizzare con onestà le guerre passate ci dà la possibilità di comprendere quelle attuali. Ma questa è una lotta erculea. Il pubblico è nutrito dal mito e lo anela. Rinvigorisce e nobilita. Celebra presunte virtù nazionali e capacità militari. Permette ad una popolazione alienata di sentirsi parte di un collettivo nazionale impegnato in una nobile crociata. La celebrazione della forza distruttiva delle nostre armi ci fa sentire personalmente potenti. Tutte le guerre, passate e presenti, sono praticamente ammantate in questo mito. Quelli che ne hanno criticato lo spreco e la carneficina, come Keir Hardie, il capo del Partito Laburista Indipendente, sono stati derisi pubblicamente. Il libro di Adam Hochschild “To End All Wars” descrive la lotta dei pacifisti e di una manciata di giornalisti e dissidenti che, durante la guerra, avevano cercato di far conoscere la verità e che erano stati derisi, messi a tacere e spesso incarcerati.

“Pochi di noi possono aggrapparsi al proprio vero essere abbastanza a lungo da scoprire le verità memorabili su noi stessi e su questa terra vorticosa a cui ci aggrappiamo”, aveva scritto J. Glenn Gary, un veterano della Seconda Guerra Mondiale, in “The Warriors: Reflections on Men in Battle” [I guerrieri: riflessioni sugli uomini in battaglia]. “Questo è particolarmente vero per gli uomini in guerra. Il grande dio Marte, quando entriamo nel suo regno, cerca di accecarci e, quando ce ne andiamo, ci dà da bere una tazza colma delle acque del Lete.”

Jackson termina il film con una canzonetta dell’esercito sulla prostituzione. “Potresti dimenticare il gas e la granata”, dice la canzone, “ma non dimenticherai la Mademoiselle! Hinky-dinky, parlez-vous?”

Decine di migliaia di ragazze e donne, i cui fratelli, padri, figli e mariti erano morti o paralizzati, e le cui case erano state sovente distrutte, si erano ritrovate povere e spesso senzatetto. Erano state facili prede per i bordelli, inclusi quelli a conduzione militare e per i magnaccia che servivano i soldati. Non c’è nulla di divertente o di carino nello stare coricate su una stuoia di paglia e venire violentate da almeno 60 uomini al giorno, a meno che tu non sia lo stupratore.

“Lascia parlare il dolore”, ci ricorda William Shakespeare, “l’angoscia che non parla sussurra al cuore oppresso e l’invita a spezzarsi.”

È una fortuna che tutti i partecipanti alla guerra siano morti. Troverebbero il film un altro esempio della mostruosa menzogna che negava la loro realtà, ignorava o minimizzava la loro sofferenza e che non ha mai messo sotto accusa i militaristi, i carrieristi, i profittatori e gli imbecilli che avevano favorito la guerra. La guerra è la ragion d’essere della società tecnologica. Scatena i demoni. E quelli che traggono profitto da questi demoni, ora come allora, lavorano alacremente per tenerli nascosti.

Chris Hedges

 

Fonte: truthdig.com
Link: https://www.truthdig.com/articles/peter-jacksons-cartoon-war/
11.02.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.