Il punto sulla guerra

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Il 21 settembre, Putin ha annunciato la mobilitazione parziale delle riserve dell’armata russa. Mobilitazione è un nome antico, che ci riporta ad altri tempi e ne rievoca le cupe atmosfere. Il provvedimento, nella sua laconica semplicità, mi pare essere l’ammissione del sostanziale fallimento dell’”operazione militare speciale” iniziata il ventiquattro febbraio scorso.

Per la verità il fallimento era già evidente da molto tempo per chi voleva vederlo. Che le cose non fossero andate per il verso giusto lo si era già capito all’inizio del conflitto, quando i russi si erano dovuti ritirare dai dintorni di Kiev e Sumy abbandonando la popolazione russa locale alla vendetta del regime. Poteva una tale cinica operazione essere “prevista e volontaria” quando al contempo si sosteneva che per non danneggiare i civili si evitava persino di distruggere i ponti, le ferrovie e le centrali elettriche, evidentemente legittimi obbiettivi di valore militare in qualsiasi guerra?

Per indovinare che l’Ucraina fosse una trappola accuratamente preparata negli anni dagli americani non occorrevano certo acuti e paranoici complottisti: era cosa sbandierata nelle televisioni di tutto il mondo, solo che nessuno ci trovava nulla da ridire: in fondo costruire una trappola per i perfidi russi sulla pelle degli ucraini non è amorale, ma cosa buona e giusta per i media occidentali. Perciò i migliori analisti di controparte pensavano che l’intervento militare paventato non ci sarebbe stato, ma che la risposta russa sarebbe stata “astuta e asimmetrica”, come le mosse passate di Putin li avevano preparati a credere. Per convincersene, dicevano, bastava osservare l’evidente insufficienza delle forze armate ammassate ai confini per un compito quale l’occupazione di un grande paese come l’Ucraina. E in questo avevano ragione, come poi i fatti hanno dimostrato.

Ma il Cremlino la vedeva diversamente. Con tutta probabilità, nelle previsioni dei vertici russi c’era la caduta del regime di Kiev a seguito della distruzione dell’aeronautica, delle principali infrastrutture militari e dell’”occupazione leggera” di una considerevole parte del territorio ucraino. Certamente se l’operazione fosse riuscita in un tempo ragionevolmente breve, si sarebbe trattato di un clamoroso successo di strategia militare, una versione maggiore della presa della Crimea.

In qualche modo il Cremlino, come si dice dalle mie parti, ha tentato di nuovo di fare le nozze coi fichi secchi. Ma questa volta non c’era nessuna sorpresa e gli invitati non ci sono stati. La storia, come è noto, non si fa con i se. L’Ucraina ha resistito, sostenuta da tutto l’occidente (ma questo era ovvio a prescindere), e l’elegante, ingegnosa, ma rischiosa “operazione speciale” è andata incontro al suo sfavorevole destino, come non raramente capita ai piani eleganti e ingegnosi.

A quel punto poteva sembrare indispensabile prenderne atto e cambiare di conseguenza, ma, sorprendentemente, per qualche ragione che non saprei indicare, si è preferito continuare ad attaccare con forze numericamente di molto inferiori confidando sulla superiorità aerea e di fuoco. Non so che senso strettamente militare potesse avere la decisione di portare avanti una guerra d’attrito, forse era una bella prova di abilità strategica ed anche efficace se si fosse trattato di distruggere le sole risorse ucraine, ma dal momento che si trattava di una delle innumerevoli guerre americane per procura, mi pare che, almeno politicamente, la mossa non avesse senso alcuno. E l’uso della forza militare è solo un altro modo di fare politica. In un conflitto contro l’intero occidente, il tempo è un fattore decisivo: se si lascia ad un nemico in possesso di immense risorse militari, industriali e finanziarie il tempo di riarmarsi e di organizzare un nuovo esercito, la situazione non può che farsi difficile.

Comunque sia, i fatti parlano chiaro, il presidente Putin è stato infine costretto a richiamare altri uomini, facendo un passo in più dentro trappola ed un altro verso una possibile escalation ad una guerra totale con l’occidente. Ancora una volta il Cremlino pare inseguire l’iniziativa occidentale, apparentemente incapace sia di anticipare le mosse del nemico che di rispondere ad esse tempestivamente e con convincente decisione. Tuttavia pare che a questo punto i russi abbiano finalmente capito che l’occidente non si fermerà a meno che qualcuno non gli rompa davvero i denti. Eppure, per me incomprensibilmente, il Cremlino non ordina ancora la distruzione sistematica delle infrastrutture ucraine e meno che mai si decide di far saltare in aria qualche palazzo del potere a Kiev.

Quel che vogliono gli americani è distruggere la Russia, una volta per tutte e costi quel che costi (soprattutto agli altri), ma i russi, almeno fino ad adesso,  non sembravano crederci davvero e continuavano a cercare un modus vivendi seguendo una curva che li ha posti sempre di più con le spalle al muro, fino a che non rimarrà loro che arrendersi o lanciare una guerra totale, cosa che Washington, probabilmente, conta che a quel punto non avranno più il coraggio e la determinazione di fare.

Putin ha parlato di trecentomila nuovi coscritti  (per ora), e certo occorreranno mesi prima che arrivino in Ucraina e nel frattempo l’occidente può preparare le contromosse. Insomma è l’inizio di una guerra con tutti i crismi che sarà lunga e sanguinosa e avrà le sue vittorie e le sue sconfitte, come tutte le guerre, ma una guerra, non dobbiamo dimenticarlo, voluta, provocata ed iniziata dagli Stati Uniti e nella quale noi europei siamo stati trascinati come si conviene a delle colonie comandate da una classe dirigente asservita al colonizzatore.

Naturalmente siamo chiamati a combattere in prima linea (be, non proprio in prima, ma subito dietro agli ucraini), mentre i padroni bianchi se ne stanno ben nascosti ad un oceano di distanza. E noi, volenti o nolenti, dovremo combattere. Spero almeno che gli italiani, ora che dopo le finte emergenze sanitarie sono finalmente scesi in guerra contro le loro stesse leggi fondamentali, per decenza, evitino quantomeno di votare ancora una volta per gli amici del giaguaro.

D’altra parte pare che il Cremlino abbia infine capito che se anche i russi si ritirassero da qualsiasi territorio ivi compreso Voronez, tanto per accontentare quel genio del nuovo primo ministro britannico, anche se riconsegnassero la Crimea su un piatto d’argento affinché gli americani possano installarci basi navali e missilistiche, anche se si offrissero di rimborsare il debito contratto dal governo fantoccio ucraino nei confronti dell’occidente, anche in quel caso non sarebbe ancora abbastanza, le sanzioni sarebbero “alleggerite”, ma non tolte e gli obbiettivi dello zio Sam non muterebbero di una virgola.

La posta in gioco è per gli Stati Uniti la conservazione dell’egemonia imperiale sul mondo, per la Russia la sopravvivenza come stato indipendente. Uno dei due deve cedere, non sembra ci sia spazio per un negoziato, almeno non fino a quando i neocons avranno in mano il potere effettivo in America.

D’altra parte i russi hanno già provato negli anni 90 cosa significa per loro non essere più una nazione sovrana e confido che non trovino  più comodo un destino di tipo sudamericano, di inferiorità materiale e culturale, ma con il favoloso privilegio di mangiare le polpette di Mac Donald,  di acquistare camicie cinesi nei negozi Zara e di poter sognare di ottenere la magica carta verde per potersi finalmente sentire americani. Noi italiani, tutto sommato, è questo che abbiamo scelto, perciò non siamo certo qualificati a far loro la morale, ma c’è da dire che lo abbiamo scelto quando, almeno materialmente, era conveniente: con la situazione odierna non lo è neanche più. Sarebbe solo stupido.

Spero dunque che la trappola americana a dissanguamento non funzioni anche perché, parlando più egoisticamente, mi pare che l’esistenza di una Russia indipendente e alternativa potrebbe darci qualche possibilità in più di evitare quello spaventoso futuro di ristrettezze economiche, dittatura sanitaria, propaganda ideologica incessante e semi schiavitù elettronica che il protrarsi di un’egemonia unipolare americana sembra rendere sempre meno evitabile.

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