Il ministro dell’Istruzione Fioramonti ha dato le dimissioni

DI ANDREA ZHOK

facebok.com

Il ministro dell’Istruzione Fioramonti ha dato le dimissioni.
Pur avendolo criticato più volte devo dire che questa volta ha agito con dignità e correttezza, mantenendo la parola data.

Il problema del mancato miliardo di ripristino dei finanziamenti precedenti, che è la ragione addotta per le dimissioni, è naturalmente un aspetto simbolico. Il punto non è che un miliardo supplementare avrebbe rovesciato le sorti della formazione pubblica nel nostro paese. Il punto è che una volta di più, come è accaduto praticamente senza eccezioni negli ultimi decenni, la pubblica istruzione è stata considerata un ambito marginale, minore, dove ‘fare cassa’ se necessario. E bene ha fatto il ministro a segnalarlo.

I problemi della formazione pubblica in Italia sono colossali. Siamo il paese OCSE che ha colpito più duramente i finanziamenti di Scuola, Università e Ricerca dopo la crisi subprime, pur partendo già da uno standard di finanziamento basso.

Decenni di ristrettezze economiche si sono accavallate con una miriade di “riforme a costo zero” con l’intento – drammaticamente imbecille – di rendere efficiente il sistema affamandolo.

Questo è stato l’argomento costante in tutte le ‘riforme’ che si sono succedute, il cui senso è sempre stato quello di ‘unire l’utile al dilettevole’, perseguendo il sogno cretino dei nostri ceti dirigenti: migliorare tagliando.

La dinamica nella Pubblica Istruzione non è dissimile da quella che è stata applicata in altri ambiti, salvo che per la particolare intensità con cui si è preteso di ‘riformare’ il sistema.

Si partiva dalla constatazione di problemi e carenze, per dire e dirsi che un sistema così problematico non meritava di essere senz’altro finanziato: prima bisognava ‘riformarlo’ e poi i finanziamenti sarebbero venuti, riversandoli su di un sistema finalmente virtuoso e funzionale.

Ma naturalmente ogni ‘riforma a costo zero’ è di fatto un incremento di lavoro collaterale, di aggiornamento, di burocrazia che di fatto sottrae risorse alle finalità primarie dell’Istruzione. Perciò l’esito fatale di tutte le nostre ‘riforme’ (praticamente una a legislatura dal 1990) è sempre stata quello di peggiorare il servizio e demotivare la docenza.
In attesa di incrementi del finanziamento mai pervenuti.

Da tempo oramai scuole e università perdono una quantità colossale di tempo e risorse nel solo espletamento di una miriade di attività collaterali che dovrebbero servire sulla carta a migliorare il servizio, ma che in effetti si risolvono in una rincorsa a compiacere la burocrazia ministeriale per poter accedere a finanziamenti condizionali che permettano di sopravvivere.

Si sono messi in piedi sistemi barocchi di rendicontazione di tutto, dai dettagli più meschini delle spese di cancelleria, o delle missioni, al tentativo di raggiungere ‘target’ farlocchi, parametri di ‘qualità’ che solo per un caso fortunato possono cogliere fenomeni reali; si passa il tempo a redigere rapporti preparatori, autovalutazioni, curricula ‘europei’, prospetti, resoconti di ogni attività svolta da amplificare in termini autoelogiativi, a inviare documentazioni, a svolgere statistiche incrociate, a sottoporre ‘prodotti’, a dispiegare ‘progetti’ che diano l’impressione di essere ‘dinamici e attrattivi’ e consentano di attingere a qualche mancia.

In questa atmosfera delirante, studiare e insegnare sono divenuti sempre più aspetti marginali, alla cui coltivazione si può dedicare il tempo libero.

Mettersi a fare qui un elenco dei problemi contemporanei del sistema dell’Istruzione pubblica è improponibile. Dai sistemi di selezione del personale, ai salari, alle infrastrutture cadenti, alla totale mancanza di prevedibilità delle cadenze concorsuali, ecc. ecc. bisognerebbe fare un’indagine conoscitiva sul campo prima anche solo di iniziare a immaginare modifiche di qualunque natura.

Una cosa però è certa. Se si vuole arrestare il collasso del sistema della pubblica istruzione bisogna iniziare a fare due cose che sono l’esatto inverso di quanto è stato fatto finora: bisogna procedere ad una seria riduzione degli obblighi burocratici, ad una delegificazione e semplificazione che riconsegni risorse allo studio (inclusa la ricerca) e all’insegnamento; qui si possono mantenere alcune delle riforme fatte, dedicandosi a migliorarne l’implementazione, ma eliminando al contempo tutta una miriade di obblighi burocratici che non incidono in alcuna misura sul cuore dell’istruzione.
E poi bisogna puramente e semplicemente rimettere del denaro in circolo, non nella forma di ‘sforzi eccezionali’ una tantum, ma in quella di un incremento, magari moderato, ma di cui si garantisce la permanenza nel tempo, in modo da consentire programmazioni sensate, uscendo dal perenne spirito di emergenza e ‘ultima spiaggia’.

 

Andrea Zhok

Fonte: /www.facebook.com

Link: https://www.facebook.com/andrea.zhok.5/posts/1410113725836689

26.12.2019

Pubblicato da Davide

Precedente Dite di volere una rivoluzione (russa)?
Prossimo Geopolitica applicata al 2019: un anno dopo

16 Commenti

  1. Tutta la politica economica dell’Europa è basata sul risparmio perenne, all’implosione, alla decrescita obbligatoria. Basti pensare al budget dei comuni che per legge non può essere maggiore di quello dell’anno precedente.

    Ovviamente questo si sta traducendo nella retrocessione dei paesi europei nella classifica della ricchezza e dei servizi, con grande vanto della Germania di essere la prima tra i pezzenti.

  2. In un report del FMI (di cui ho perso il link) anni fa si diceva che l’istruzione deve diventare una questione di ceto: solo le famiglie più benestanti che si possono permettere i costi crescenti dell’istruzione potranno avere figli laureati. Gli altri si arrangino nei bassifondi della scala sociale. Ovviamente i vertici politici non si mettono a discutere gli ordini del FMI, né quelli di Bruxelles. Sennò che ci stanno lì a fare?

  3. È uno di quei momenti in cui si sviluppa una brutta idea a proposito della politica, dei politici, dell’economia, ecc.
    Mentre da un lato i media fanno di tutto per celebrare (al solito) le capacità del sistema Italia, ci sono queste notizie che lasciano trasparire che “non ci sono i soldi”.
    Mi viene una crisi di nervi. Qualcuno potrebbe dirmi chiaramente qual è la situazione di cassa? È o non è un dovere della “classe dirigente” informare i cittadini sulla situazione?
    E se la situazione è difficile, perché non si smette di festeggiare e si procede con i tagli?
    Qualcuno conserva ancora un po di “senso pratico”?
    In fondo, questi sarebbero gli “amministratori della cosa pubblica”. Esiste qualcuno ancora responsabile, che sappia dire le cose come stanno?
    Perché dobbiamo sempre ritrovarci ad agire all’ultimo secondo quando tutto ti sta crollando addosso?

  4. E questo ministro, che “purtava i scarp del tennis”, si sarebbe dimesso per una questione di principio? Perché non aveva abbastanza soldi per la scuola?

    Va beh dai, raccontatemi la prossima….

  5. Ma più che le dimissioni ,che non sono altro un puntare i piedi verso un governo Conte che non lo ha voluto ascoltare nelle sue richieste .
    Mi interessa sapere se sta uscendo o non dal 5S come leggo e sento sui media ,perché se forma un gruppo parlamentare tutto suo vuol dire che i 5S sono già in piena fase di “decomposizione”e prossimi al collasso.

  6. E’ sicuramente una buona notizia!

    Oltre a essersi speso per “inserire nella offerta formativa corsi di studi di genere o potenziare i corsi di studi di genere già esistenti”, si legge da Repubblica che:

    Il ministro ha spiegato che da settembre prossimo “tutte le scuole dedicheranno 33 ore all’anno, circa un’ora a settimana, alle questioni relative ai cambiamenti climatici”. Fioramonti ha detto che “molte materie tradizionali, come geografia, matematica e fisica, saranno studiate in una nuova prospettiva legata allo sviluppo sostenibile” e che “l’intero ministero sta cambiando affinché la sostenibilità e il clima siano al centro del modello educativo”.

    Questa l’eredità del ministro 5S che tornò dal Sudafrica. Un rientro dei “cervelli” che ci saremmo volentieri risparmiato. Purtroppo i 5S, come hanno scovato Conte, hanno scovato anche questo.

    Il problema è che loro se ne vanno, ma le schifezze restano.

  7. meglio che se ne’ e’ andato. Avrebbe solo trascinato la scuola ancora piu’in basso, se possibile. Non ne sentiremo la mancanza.

  8. La scuola italiana serve solo a tenere i ragazzi fuori dalle strade,ma questi perdono tempo prezioso nel loro futuro inserimento sociale,a meno che si laureino e vadano a lavorare al mc donald oppure in un qualsiasi call-center.Il futuro è purtroppo questo,a meno che si sia immanicati,ma questa è un’altra storia.E c’è ancora qualcuno che crede si possa investire in questo progetto inutile.

  9. Se n’è andato per mancanza di fondi ma non prima di racimolare soldi per la propaganda gender! Che vada all’inferno!
    P.S. Il prossimo sarà uguale.

  10. il vecchio Indro montanelli scriveva della scuola,facciano tutte le riforme ke vogliono ma se nn si mandano a casa quel 40% di tesserati raccomandati,ecc,nn si caverà un ragno dal buco

  11. Si tende spesso ad accusare la scuola di essere in declino da decenni, inadeguata a formare risorse lavorative spendibili sul mercato, si dà la colpa ai sindacati, ai docenti, ai dirigenti o alla politica; innegabilmente c’è del vero ed ognuna delle parti citate ha le sue colpe e le sue responsabilità ma ragionando esclusivamente in questi termini si rischia di perdere di vista la ragione profonda di un declino che è insita nel sistema economico stesso.
    Quando avere un pezzo di carta faceva ancora la differenza, la scuola era nozionista, autoritaria e dirigista, oggi che il pezzo di carta, dal punto di vista sociale, è privo di valore, abbiamo una scuola reduce di svariate riforme finalizzate a correggere nozionismo, autoritarismo e dirigismo. Se prendiamo atto di questo paradosso non è difficile arrivare alla conclusione che la radice del problema sia esterna alla scuola e non solo interna.
    Occorrerebbe riflettere in primo luogo sulla differenza tra cultura, istruzione e formazione professionale e sul significato e la funzione che queste cose dovrebbero avere nella società e nel mondo del lavoro. Spessissimo si riscontra una discrepanza tra livello culturale e di istruzione, tra scolarizzazione e ruolo lavorativo, tra ciò che si sa, ciò che si è e ciò che si sa fare.
    Penso che sia evidente che agire sulla sola scuola non possa risolvere tali discrepanze ma che queste andrebbero affrontate in sede politica e nel mondo dell’economia e del lavoro, altrettanto evidente quanto il fatto che nessun esponente politico o dell’imprenditoria abbia alcun interesse a cambiare significativamente lo stato delle cose.

  12. Zhok a mio parere si perde nei dettagli e dimentica un aspetto fondamentale: per attuare riforme degne di tal nome ed in grado di migliorare l’istruzione (così come ogni ambito della struttura socio-economica del Paese) bisogna prima eliminare la classe dirigente completamente asservita al mondialismo (consapevolmente o meno, non penso abbiano tutti le capacità e la visione d’insieme necessarie per comprendere cosa ci sia in ballo), nell’Italia attuale non vedo come questo sia possibile. Per quanto riguarda Fioramonti che dire, ennesimo burattino pronto a propinare un bel mix di gender e ambientalismo pilotato ai ragazzi, al suo posto ne arriverà un altro uscito dallo stesso stampino. I motivi delle sue dimissioni non mi interessano granché, parliamo di un mero esecutore, un travet, le macro-decisioni per quel che riguarda un settore di enorme importanza come quello dell’istruzione vengono prese da altre parti, non certo da un ministero della colonia Italia che ha il solo compito di eseguire (come la nostra storia ci dimostra continuamente). Eviterei inoltre di cascare nella trappola del “ha agito con dignità”: uno che accetta l’incarico di ministro in un governo composto dai seguaci della macelleria sociale PD + movimento dei finti ribelli non sa neppure cosa significhi la parola dignità, più probabile che sia stato scaricato per motivi interni.

  13. Se vogliamo credere alle parole allora potremmo anche credere al Fioramonti, ma i motivi delle sue dimissioni sono ben altri… il partito di #Giuseppi ha un regista, il solito Goffredo Bettini, con la benedizione del Zinga e vari sponsor. Perfino il fantasma di Giorgino La Malfa si aggira dietro le quinte. Il bubbone forse nascerà intorno a #Fioramonti, l’unico ministro grillino che piaceva a anche a sinistra, voleva più tasse (su plastic e sugar tax), ed era un frequentatore assiduo della Link Campus University di Vincenzo Scotti… Dio lo mantenga in vita, perché finché c’è lui c’è anche il PD, che col suo 18% resterà al governo per tutta la legislatura. E cmq il golpe non lo farà Salvini, ma il PD con i fuoriusciti dal MoV… nulla di nuovo sotto il sole, Ursula regna sovrana, è potente e lotta contro di noi…

  14. Un inadeguato, a dirla pulita, che in un barlume di lucidità ha fatto l’ unica cosa eensata. Ne metteranno un altro equivalente, perchè il programma è ricreare la servitù della gleba.

  15. “Decenni di ristrettezze economiche si sono accavallate con una miriade
    di “riforme a costo zero” con l’intento – drammaticamente imbecille – di
    rendere efficiente il sistema affamandolo”

    Non c’è niente di imbecille in quello che è stato fatto nei decenni. Lo scopo è quello di rendere il sistema pubblico inefficiente e preparare la venuta del privato.

  16. Questo guitto di un movimento dalle origini nebulose, membro di un governo non passato per le urne e con un premier non eletto estremamente arrogante e minaccioso contro il capo dell’opposizione è solo una comparsa di una sceneggiata senza senso e senza sbocco, se non le dimissioni immediate del governo e le immediate elezioni.
    Se sperano di liberarsi di Salvini mandandolo a processo il 20 gennaio, come certamente faranno stando alle parole di Conte oggi, cercando di eliminarlo per via processuale, si sbagliano di grosso.
    Intanto gli fanno vincere le elezioni emiliane il 26 gennaio, e poi il disperato tentativo dei 5 stellasse di eliminarlo per evitare le elezioni e la loro conseguente scomparsa, con le inevitabili vendette personali di un Salvini premier su Conte, Renzi e Di Maio, non faranno che suscitare una gigantesca ondata di sdegno popolare.