I misteri del Cremlino

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Da Nestor Halak per Comedonchisciotte.org

Durante la guerra fredda nei servizi segreti occidentali, tra i commentatori politici e persino tra i giornalisti c’erano esperti che venivano definiti “cremlinologi” per la loro supposta abilità nel decifrare i segnali provenienti dalle sempre più o meno misteriose stanze del Cremlino. Tempo prima, Churchill aveva addirittura definito la Russia come un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma: frase non proprio elegante, ma che rende il suo pensiero. Certo la mania russa per il segreto ha molto contribuito al sorgere di questa fama ed anche oggi, a più di trent’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, le intenzioni, le mosse e i ragionamenti della dirigenza russa continuano ad essere di difficile interpretazione.

Eppure, paradossalmente, il presidente Putin e gli altri personaggi ai vertici dello stato  russo si esprimono  con una franchezza sconosciuta ai potentati occidentali, tuttavia il disegno complessivo della loro politica continua ad essere sfuggente. Forse dipende dal fatto che i media ci hanno abituato alla prevedibile ipocrisia dei nostri dirigenti, forse per una leggera discrepanza tra il mondo russo e quello europeo che non ce lo fa sentire estraneo, come per esempio quello arabo o cinese, ma la cui stessa vicinanza diventa un ostacolo per cogliere le differenze.

Di fatto, se si prendono in considerazione le azioni russe a partire, diciamo, dal colpo di stato americano a Kiev, viene da chiedersi se abbiano un senso complessivo coerente.

Proviamo a riassumere la situazione per sommi capi. L’ucraina è sempre stata di vitale importanza per la Russia, l’errore di fondo è stato quello di permettere che lo stato sovietico si frantumasse lungo le linee amministrative  delle repubbliche che spesso avevano un senso solo all’interno di uno stato unitario. Ma al momento nessuno sembrava più in grado di decidere alcunché. Chiaramente la maggior parte dell’Ucraina e la Bielorussia facevano parte a buon diritto del mondo russo e dovevano rimanere entro i confini della federazione fin da subito, molto più di quanto fosse necessaria, per esempio, la presenza della Cecenia, per la quale si è invece combattuta una lunga guerra.  Ma per non mettere troppa carne al fuoco, partiamo pure dal golpe di Maidan.

La reazione russa, nonostante l’importanza vitale dell’Ucraina, è parsa troppo legalista e politicamente debole. Infatti, nonostante il successo clamoroso avuto in Crimea, l’appoggio alle repubbliche ribelli del Donbass non è stato sufficiente e la crisi, invece di essere risolta a caldo, è stata solo rimandata nel tempo: probabilmente se i russi fossero intervenuti in forze in quel momento reagendo con decisione alla provocazione colorata, la questione ucraina sarebbe oramai chiusa da anni poiché l’esercito di Kiev all’epoca non pareva in grado di resistere ad un attacco diretto.

Perché, dunque, invece di porre fine al governo illegittimo dei golpisti dopo la disfatta di Delbatsevo, profittando di una guerra già avviata da altri i russi hanno accettato di congelare il conflitto e di iniziare un inutile e interminabile tentativo di negoziato con gli autori del putch chiaramente controllati da Washington? Pochi giorni fa l’ex cancelliere Merkel (che, per inciso, passa per essere uno dei migliori statisti europei degli ultimi anni: a voi immaginare il livello dei peggiori), ha candidamente confessato che gli accordi di Minsk erano solo un trucco per dar tempo all’Ucraina di rafforzarsi e ricostituire un esercito credibile, per costringere la Russia alla guerra con il solito scopo finale: insediare a Mosca un governo filooccidentale, dividere il paese in pezzi ed usarli come fonte di materie prime quasi gratuite. Insomma: il ritorno agli anni novanta.

Davvero il Cremlino non sapeva? Davvero non prevedeva come sarebbe finita la trattativa? Se gli americani avessero voluto trovare un accordo di convivenza , non avrebbero organizzato il colpo di stato in Ucraina, non avrebbero espanso la Nato fino ai confini russi, non avrebbero fomentato il separatismo nel Caucaso, non avrebbero cercato di impadronirsi dell’Asia centrale. Cosa induceva i russi a pensare che improvvisamente avessero cambiato politica e che fossero diventati partner affidabili per un negoziato?

Una spiegazione da certi avanzata per tale misterioso comportamento è che la Russia del 2014 non era pronta a sopportare sanzioni del livello di quelle imposte dopo il febbraio del 2022. Non nego che ci possa essere del vero in questo, sicuramente dal 2014 al 2022 il paese è diventato più solido e indipendente dal punto di vista economico e finanziario, tuttavia non si può non constatare che gravi  sanzioni erano comunque già state imposte dopo l’annessione della Crimea: è sufficiente questa differenza di grado nella severità delle sanzioni a spiegare l’atteggiamento conciliante del Cremlino? O, nonostante tutto, c’era da parte russa una volontà di mantenere i legami, di non inimicarsi ulteriormente l’occidente, una sorta di aspettativa che, chiariti gli equivoci, se si fosse mostrata remissiva sarebbe stata infine riammessa nel consesso delle legittime nazione europee col rango di competenza?

Fatto sta che gli accordi di Minsk sono stati sottoscritti, accordi che non riconoscevano né l’appartenenza della Crimea alla Russia né l’indipendenza del Donbass, ma una semplice autonomia amministrativa nell’ambito dello stato ucraino, autonomia che invece non sarebbe spettata a città francamente russe come Kharkov o Odessa, un’impegno formale a non aderire alla Nato: tenuto conto della natura del potere ucraino, un risultato minimale. Eppure neanche questi accordi sono mai stati rispettati, né mai c’è stata l’intenzione da parte occidentale di rispettarli. Intanto, sotto il naso della Russia, continuavano a venire tranquillamente uccisi decine di migliaia di russi intrappolati nei confini della ex repubblica sovietica dell’Ucraina dalla caduta dell’Urss. Per di più il regime di Kiev che si era dovuto fin dall’inizio appoggiare a forze nazionaliste estremiste nate in Galizia, sfoggiava con orgoglio una specie di parodia tragicomica dei nazisti storici con a capo un ebreo.

Nonostante tutto questo si poteva ancora credere nella possibilità di un accordo? Il Cremlino ci credeva? E se non ci credeva, perché portava avanti le trattative mentre gli americani continuavano ad armare Kiev e a ricostruire il suo esercito? Per cosa si arma un paese se non per una guerra futura? Palesemente Washington non aveva nessuna intenzione di trovare un compromesso. E perché mai avrebbero dovuto? L’Ucraina è vitale per i russi, ma è solo uno strumento per gli americani. La guerra era esattamente ciò che volevano: tanto sarebbe scorso sangue altrui. Una guerra civile in Russia rappresentava per loro una specie di sogno, ancor di più se lunga e sanguinosa. Inoltre avrebbe diviso la Russia dall’Europa, altro cruciale obbiettivo geopolitico. Lo si voglia ammettere o no, è esattamente ciò che hanno ottenuto. Almeno fino ad ora.

Molti si aspettavano dai russi una mossa asimmetrica da esperti giocatori di scacchi per evitare che ciò accadesse, ma in conclusione hanno comunque ritenuto opportuno continuare i negoziati per otto anni fin quando gli americani non avevano finito di preparare i loro fantocci. Se i piani di Washington sono intuibili, tutt’altra cosa si direbbe per quelli di Mosca.

Poiché i media occidentali sono sostanzialmente inguardabili, per tentare di afferrare un barlume di verità, spesso ci si rivolge ai commentatori di parte russa, o almeno a quelli non arruolati negli squadroni di propaganda occidentali, commentatori che, abbastanza stranamente, anche se russi, sono il più delle volte residenti negli Stati Uniti, cioè nella tana del lupo. Al massimo in Inghilterra: la dependance.

Il Saker, prima dell’inizio della guerra, nonostante le alte strida di allarme di Washington, sostenne fino all’ultimo che il conflitto non sarebbe scoppiato, che la Russia non aveva né l’intenzione, né la sostenibilità economica per l’annessione di una parte consistente dell’Ucraina e che perciò avrebbe contrastato l’occidente con contromosse asimmetriche di irridente astuzia. Puntualmente le sue previsioni non si sono avverate.

Il Cremlino si è al contrario lanciato, esattamente come andavano allarmando gli americani, in una  operazione militare che poi si è rivelata brillante, forse, ma essenzialmente dimostrativa, con forze che sarebbero state sufficienti per conquistare tutto il Belgio in pochi giorni. Lo scopo? A quanto pare costringere l’Ucraina, cioè gli americani che dell’Ucraina tirano i fili, a trattare un accordo. La dichiarazione era più o meno questa: guardate quanto siamo forti e capaci e decisi, adesso volete trattare seriamente o vi dobbiamo far male sul serio?

Sfortunatamente quello che gli americani volevano era esattamente il massacro, una guerra civile, la più lunga e sanguinosa possibile, alle porte della Russia. Non era prevedibile? Non era implicito nell’atteggiamento tenuto fino ad allora? Minsk non insegnava nulla? Speravano in un rinsavimento degli ucraini che non erano più nemmeno padroni del loro paese? In una rivolta popolare? In un golpe di quell’esercito che era stato finanziato, armato e rimesso in piedi dagli americani? Probabilmente qualcosa di simile.

Eppure gli accordi di Minsk erano già una grande concessione da parte russa e qualcosa di conveniente per  l’Ucraina in sé: ne avrebbero preservato l’integrità territoriale (tranne la Crimea che in fondo non era mai stata roba loro), e non avrebbero certo diminuito un’indipendenza che già non possedevano più, ma era anche evidente che a Washington non gliene poteva fregare di meno dell’integrità dell’Ucraina o del benessere del popolo ucraino.

In sostanza l’ operazione militare speciale, per quanto militarmente brillante, era politicamente basata su basi fragili, infatti già a fine marzo fu chiaro che l’intimidazione non aveva funzionato. L’unica cosa che poteva realmente fermare i piani dei neocon americani era un sonoro pugno sul naso, non la finta di un pugno sul naso.

Cosa realmente si è pensato a questo punto nelle segrete stanze del Cremlino? Quali considerazioni sono state fatte? Quali fazioni si sono scontrate? Da fuori, sembrava non muoversi foglia.  Ci si è semplicemente limitati a ritirare le truppe dalle posizioni intenibili con quell’organico ed a continuare per tutta l’estate una guerra sostanzialmente statica in Donbass e nel sud dell’Ucraina: apparentemente il piano era la distruzione progressiva dell’esercito nemico con il contingente già impegnato senza usare rinforzi, con piccoli guadagni territoriali locali. Né si voleva procedere alla distruzione sistematica delle infrastrutture ucraine e neppure era stato possibile liberare il cuore del Donbass dai bombardamenti che andavano avanti da otto anni ed erano, tutto sommato, uno dei motivi principali dell’intervento.

Ma il nemico esiste, non sta fermo ad aspettare e fa le sue contromosse. Mentre tutto questo stancamente progrediva, massicci aiuti occidentali tentavano di ricostituire l’esercito ucraino lontano dal fronte al fine non tanto vincere la guerra, cosa quasi impossibile, ma semplicemente continuarla e causare alla Russia il maggior danno possibile in attesa di un auspicato crollo economico e politico, probabile o meno che fosse. Miliardi in finanziamenti ed armi sono stati profusi da tutto l’occidente. E alla fine dell’estate questi sforzi hanno dato qualche frutto.

Ancora una volta, data l’inguardabilità dei media occidentali, chi voleva conoscere qualche briciola di verità, si rivolgeva a commentatori filorussi che perlopiù si erano occupati fino ad allora di illustrare i progressi, mai decisivi, delle truppe sul campo.

Martyanov (anche lui parla rigorosamente dagli Stati Uniti, come il Saker, come Orlov), ammoniva tutti di non dare importanza alle minuzie militari, ma di guardare allo schema generale, soprattutto all’ottima prestazione dell’economia russa, asserendo che era l’occidente, non la Russia sul punto di crollare. Dopo aver dato dell’idiota a chiunque non avesse una laurea in questioni militari e agli alti burocrati americani anche se la laurea ce l’avevano, concludeva che di guerra possono parlare solo i laureati all’accademia e neanche tutti. Una posizione, in fondo,  molto simile a quella dei “giornalisti” del covid, secondo i quali di covid potevano parlare solo i medici e neanche tutti, ma solo quelli che la pensavano come main stream comandava.  Al contrario, per come la vedo io, la ragione o il torto in una discussione non sono determinati né dai titoli, né dal potere né dall’aggressività e nemmeno dall’intelligenza: ha ragione semplicemente chi porta le argomentazioni (o le prove se del caso), più convincenti.

Comunque sia, la guerra va vinta sul campo di battaglia e lasciar passare mesi di quasi stallo dopo che l’azione iniziale non ha avuto successo, ha inevitabilmente delle conseguenze. Quando l’esercito ucraino, pesantemente sostenuto, come si è detto, dagli occidentali è stato in grado di riprendere l’iniziativa, è riuscito a riconquistare notevoli porzioni del terreno perduto all’inizio, soprattutto perché i russi erano ancora troppo pochi per poter tenere i lunghi fronti ucraini. Non che ciò abbia avuto un peso decisivo sul piano militare, ma non rappresentava certo un successo per la Russia, e l’immagine nel nostro mondo conta. E comunque, se si vuole vincere una guerra, qualche iniziativa bisogna pur prenderla.

A quel punto il presidente Putin si è finalmente deciso a superare la prima fase che chiamerei intimidatoria e a ordinare una mobilitazione parziale, continuando peraltro a chiamare quella che era oramai chiaramente una guerra “operazione militare speciale”. Va da sé che una mobilitazione ha più successo quando si avanza piuttosto che quando si arretra, ma tant’è.

Perché questo ritardo? Si pensava di poter comunque distruggere progressivamente l’esercito nemico con i pochi uomini impiegati anche persistendo a non attaccare le infrastrutture? Anche senza affondare i colpi e continuando a fare concessioni tipo l’accordo per l’esportazione del grano, il rilascio asimmetrico di prigionieri, la fornitura energetica ai paesi cobelligeranti? Oppure erano le numerose posizioni di potere ancora occupate dall’elite filooccidentale all’interno della dirigenza russa che si facevano sentire? Gente che magari vedrebbe di buon occhio un ritorno agli anni novanta? Non è dato di sapere.

Piuttosto sconcertante è parsa anche la manovra di incorporazione delle quattro province (parzialmente) occupate proprio in concomitanza con le controffensive ucraine e poco prima dell’abbandono della capitale di una di esse. Il momento non sembrava esattamente il migliore. Perché annettere solennemente una città che si sta per abbandonare al nemico? Per assicurare che “torneremo” come il generale Mac Arthur nelle Filippine? Non saprei dire.

Fatto sta che siamo giunti di nuovo all’inverno e alla situazione corrente. Dopo il ritiro da Kherson che gli esperti filorussi ritengono militarmente vantaggioso, vanno avanti feroci combattimenti nel Donbass, ma la situazione generale continua ad essere grosso modo statica nonostante la mobilitazione abbia oramai tre mesi di vita.

Cosa accadrà nel prossimo futuro?  I russi, che questa volta, a quanto si dice, hanno accumulato o stanno finendo di accumulare un esercito stavolta adeguato al compito, attaccheranno decisamente e senza guanti di velluto o continueranno la guerra di logoramento sulle trincee del Donbass in attesa che gli occidentali, fiaccati dalle loro stesse sanzioni e dall’esaurimento progressivo della carne da cannone si decidano finalmente a trattare? E nel caso, cosa tratteranno? La neutralità dell’Ucraina? Il cambio di regime a Kiev? L’annessione delle quattro provincie? Cosa garantirà il rispetto degli accordi?

Per il momento i falchi di Washington stanno ottenendo più o meno ciò che volevano, almeno dal punto di vista militare: una sanguinosa guerra civile pagata soprattutto dall’Europa che forse, chissà, se protratta abbastanza a lungo potrebbe davvero indebolire talmente la Russia da causare l’agognato cambio di regime. O almeno questo è ciò che sperano, realistico o meno che sia. Se non funzionerà, potranno sempre dichiarare la vittoria e lasciare ciò che rimane dell’Ucraina a sé stessa, come hanno fatto in Afghanistan.

Provate a pensare all’esistenza di una guerra simile tra il Messico e gli Stati Uniti, magari in Texas, non sarebbe considerata già un bel successo dai nemici dell’America, indipendentemente dall’esito scontato?

Il colonnello Mac Gregor e Scott Ritter, ex militari americani, prevedono che entro l’inverno ci sarà una grande offensiva russa che porrà fine alla guerra e imporrà all’occidente le condizioni russe. E gli occidentali non potranno farci nulla, sia perché non dispongono delle forze necessarie per intervenire direttamente, sia perché una guerra diretta tra le due maggiori potenze nucleari sarebbe troppo pericolosa.

A dire il vero, stiamo tutti aspettando qualcosa di simile, ma il Cremlino la penserà davvero allo stesso modo? Fin’ora  i segnali sono stati talmente contrastanti da indurre molta incertezza sulle sue vere intenzioni. Prima si minaccia la stessa Kiev, ma poi ci si ritira parlando di un “gesto di buona volontà”; si proclama l’inaffidabilità degli occidentali, ma poi si fa di tutto per negoziare nuovi accordi con loro; si conquistano città con mesi di combattimenti (vedasi Lyman) e poi non le si presidia adeguatamente; si denuncia l’accordo sul corridoio del grano dopo che il nemico ne ha approfittato per attaccare Sevastopoli, ma il giorno dopo si ritorna sulla decisione; si proclama che le infrastrutture civili non saranno toccate e poi si finisce per colpire gli snodi elettrici, ma senza completare il lavoro, tralasciano strade ferrovie e ponti, si annettono territori e poi li si abbandona: insomma, si fa un passo avanti e uno indietro.

Si ha un bel dire che tutto ciò serve a contenere danni e vittime, intanto, a quanto risulta, più di centomila soldati ucraini sono già stati uccisi, decine di migliaia di civili sono morti dal 2014 e così un numero imprecisato, ma non certo trascurabile di militari russi … è difficile fare una guerra umanitaria, c’è il rischio che si finisca per fare più morti  che mai.

In queste condizioni  non è poi così facile capire come andrà a finire, non tanto per i dubbi sulle forze militari in campo quanto piuttosto sulla linea più propriamente politica del Cremlino.

Ci sarà davvero l’offensiva che tutti si aspettano? I militari russi sono davvero in grado di vincere la guerra velocemente? Si tratterà un accomodamento senza scatenare l’avanzata? Si aspetterà la primavera?  L’eventuale attesa, non darà la possibilità al nemico di riorganizzarsi ancora una volta?

Mentre le mosse degli occidentali paiono tutte orientate alle pubbliche relazioni, quelle del Cremlino sembrano fatte apposta per peggiorare l’immagine della Russia e non solo davanti all’opinione pubblica occidentale, ma anche a quella interna che in certi settori comincia ad essere fortemente critica sulla conduzione delle operazioni.

Tutti stanno aspettando, ma il Cremlino, come sempre, rimane lontano e impassibile.

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