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HOTEL RUANDA

di KEITH HARMAN SNOW [*]

Che cosa è accaduto in Ruanda nel 1994 ? L’opinione diffusa è che si sia verificato un genocidio calcolato a causa dell’animosità tribale profondamente presente tra la tribù a maggioranza hutu al potere e la minoranza tutsi. Secondo questa storia, almeno 500.000 e forse 1,2 milioni di tutsi – e alcuni hutu moderati – furono spietatamente eliminati in pochi mesi, la maggior parte uccisi col machete. Gli assassini in questa versione furono gli estremisti hutu delle Forze Armate Ruandesi, l’esercito hutu, appoggiato dalle famigerate e disumane milizie Interahamwe – “quelli che uccidono ininterrottamente”.
“In circa tre mesi di crudeltà, tra l’aprile ed il luglio 1994”, ha scritto, dieci anni dopo, l’esperta in genocidi Samantha Power, “in Ruanda ha avuto luogo un genocidio più efficiente di quello portato avanti dai nazisti durante la IIa guerra mondiale. I carnefici erano un assortimento vario di gentaglia: estremisti ubriaconi che cantavano ‘potere agli hutu, potere agli hutu’; soldati e uomini della milizia in uniforme intenti a distruggere i tutsi Inyenzi, o ‘scarafaggi’; abitanti dei villaggi che non avevano mai pensato di uccidere ma che decisero di unirsi al delirio generale”. [1]

Il pluripremiato film Hotel Rwanda [**] offre una versione hollywoodiana e l’ultima rappresentazione di questo cataclisma. Il film è accurato? E’ stato progettato per apparire come una storia vera. E’ avvenuto un genocidio in Ruanda come ampliamente dipinto e universalmente riconosciuto? Con migliaia di hutu che fuggono in Ruanda per paura del governo tutsi e delle sue corti criminali, è necessaria un’altra lettura degli eventi? [2] Samantha Power – giornalista vincitrice del Premio Pulitzer – dice la verità? [3]

Centinaia di migliaia di persone sono state uccise, questo è chiaro. C’è stata una strage su larga scala di tutsi. E di hutu. Bambini e donne anziane sono stati uccisi. C’è stata una violenza di massa. Ci sono stati molti atti di genocidio. Ma è stato genocidio o guerra civile?

“Penso che sia una buona domanda alla quale non è stata data adeguata risposta” dice Howard French, ex dirigente dell’East Africa Bureau per il New York Times e autore di Africa: Un Continente da Conquistare. French ha lavorato sul terreno in Africa Centrale (1993-1999) e la sua inchiesta sull’esercito ribelle tutsi RPF che insegue e massacra centinaia di migliaia di hutu in Congo è eccezionale.

“Una minoranza del 15% [tutsi RPF] intraprende un’azione per assumere il controllo di un paese e governarlo su base etnica e con la forza delle armi, e lo sta facendo da anni. Due presidenti vengono assassinati”. Howard French è chiaro. “Non ci sono scuse per la carneficina. Ma queste sono cose che conducono nella direzione della guerra civile, in modo opposto al racconto a senso unico che ci è stato fatto, di questi dolci, innocenti tutsi, che ci ricordano Israele, contro i selvaggi hutu che a cuore freddo macellavano persone per tre mesi”.

Dalle primissime parole, quando l’immagine deve ancora apparire e lo schermo è completamente nero, il film Hotel Rwanda porta gli spettatori a pensare in un certo modo su quanto è accaduto in Ruanda nel 1994. Ecco una storia sul bene contro il male. Si sente un’inquietante voce africana, chiaramente l’annunciatore di un programma radiofonico, che descrive i tutsi come ‘scarafaggi’. La voce è tetra e il cataclisma incommensurabile, come ognuno ti racconterà, e lo schermo nero sottolinea il buio cattivo dell’Africa. Questa voce di terrore ricorre in tutto il film a tormentare gli innocenti rifugiati tutsi, sullo schermo, e gli spettatori inchiodati ai loro posti.

I bravi ragazzi sono i tutsi, le vittime del genocidio. Non sono assassini nel film: non sono mai assassini. Alla fine del film, quando viene mostrata una forza di guerriglia ben abbigliata – i ‘ribelli’ dell’RPF (Fronte Pariottico Ruandese) – sono i liberatori. Sono disciplinati, organizzati. Tengono al sicuro dietro le loro linee un ordinato campo delle Nazioni Unite. Non uccidono le infermiere della Croce Rossa, o bambini orfani, nel film: li riuniscono alle loro famiglie.

Gli hutu nelle storie del genocidio in Ruanda sono sempre i cattivi, e sono tutti cattivi. Ogni hutu è un genocidaire – per usare l’orribile termine francese inserito nei contesti inglesi per sottolineare ulteriormente l’orrore, l’orrore (sic). Gli hutu sono il diavolo incarnato. I tutsi sono santi. Invero, essi sono irreprensibili, perché vittime del genocidio. La moglie del direttore dell’Hotel porta una croce chiara intorno al collo, per ricordarci che i tutsi sono il popolo prescelto. Quando l’eroe delle Nazioni Unite, generale Romeo Dallaire, ora celebrato, stringe le mani al diavolo – e su questo concordano il suo libro e il film – le stringe agli hutu. Questa è la struttura del film Hotel Rwanda. Dietro, c’è, oggi, un’industria.

Nel film, i tutsi sono disumanizzati dagli hutu e dai media hutu, e questo in parte corrisponde alla realtà. Ma i media pro-tutsi dell’ RPF che operavano in Ruanda dopo il 1991, per esempio, erano ugualmente disumanizzanti, e ugualmente malvagi, ma il film non ce lo racconta. Le forze di guerriglia tutsi furono le prime ad autodescriversi come Inyenzi o scarafaggi: non erano paragonabili agli insetti che ognuno detesta, erano forze militari ben addestrate, segrete e coordinate che attaccavano la notte e si ritiravano di giorno. [5] Erano capaci di colpire, fuggire e uccidere con efficacia. Non è stato un uso peggiorativo, come è stato fatto nel film Hotel Rwanda, sebbene sia stato imbastardito e rivolto contro i tutsi dagli attacchi dei media in Ruanda. Radio Mille Collines e altri media anti-RPF del partito del Presidente, il National Republican Movement for Democracy and Development (MRND – Movimento Nazionale Repubblicano per la Democrazia e lo Sviluppo), [6] non erano gli unici a incitare all’odio e all’assassinio. Anche, Radio Muhabura, controllata dall’RPF, diffondeva l’odio etnico e incitava ad uccidere, ma questa era – secondo Hollywood – una guerra con un solo esercito, gli spietati hutu. [7]

I Pilastri di Hotel Rwanda

“Human Rights Watch, per indagare sul genocidio, ha inviato Alison des Forges (nella foto sotto), le cui lunghe inchieste sono raccolte nel trattato sul genocidio in Ruanda intitolato Leave None to Tell the Story. E’ un’ironia sull’ironia che quelli che potrebbero raccontare la storia siano zittiti da narratori ‘autorizzati’ come Alison des Forges.

“Alison des Forges è una bugiarda”, sostiene il giornalista del Camerun Charles Onana, autore di The Secrets of the Genocide (I Segreti del Genocidio). “E’ una BUGIARDA”. Paul Kagame, generale dell’RPF e presidente del Ruanda, ha citato Onana in giudizio per diffamazione in un tribunale francese: Kagame ha perso. [8]

“Des Forges ha scritto un libro che è diventato la bibbia sul Ruanda”, dice Jean Marie Higiro, ex-direttore del Rwandan Information Office (ORINFOR), che è fuggito con la sua famiglia nell’aprile del 1994. “Chiunque pone in rilievo il suo libro, sebbene parte di ciò che ha prodotto sia finzione. Non penso che sia una bugiarda intenzionale, ma non so perché ha indagato sugli abusi dei diritti umani degli hutu ma non sugli abusi dei diritti umani dell’RPF”.

Hotel Rwanda si basa sui pilastri del rapporto sui diritti umani, ma in realtà riprende il celebrato testo We Regret To Inform You That Tomorrow We Will Be Killed With Our Families (Noi ci rammarichiamo di informarla che domani saremo uccisi con le nostre famiglie) di Philip Gourevitch, il principale esperto sull’Africa della rivista New Yorker.

“Il piccolo libro di Gourevitch dovrebbe essere obbligatorio da leggere per capi di stato e ministri della difesa di tutta l’Africa”, ha scritto la cronista del Guardian Victoria Brittain, “e così da tutti i funzionari delle Nazioni Unite coinvolti nelle operazioni di pace e aiuto umanitario, dal Segretario Generale in giù, e dai capi degli ordini missionari di Stati Uniti, Francia e Belgio”. Brittain è una collaboratrice della rivista Nation per il genocidio in Ruanda. E’ da notare che un giudice statunitense per l’immigrazione di St. Paul, Minnesota, ha imposto il libro di Gourevitch come lettura obbligatoria per tutti quei legali che hanno a che fare con i rifugiati ruandesi che chiedono asilo politico. [9]

Ciò che non sappiamo di Philip Gourevitch è che suo cognato, Jamie Rubin, era la guida di Madeleine Albright e, tramite lui, Gourevitch ha impiantato nelle mente pubblica una ristretta prospettiva sul Ruanda. I fondi per il libro di Gourevitch venivano dall’United States Institute for Peace (Istituto per la Pace degli Stati Uniti), un ramo del Dipartimento di Stato . [10] Intimo amico del presidente ruandese Paul Kagame, Philip Gourevitch non è un giornalista imparziale, quantunque possiate aver amato il suo libro, o esserne stati colpiti, perché si è schierato, e ha raccontato soltanto la storia da una parte, e l’ha raccontata male, ed è stato premiato per il suo fine lavoro nel raccontarla male.

“Gourevitch inizia la storia con i tutsi come sante vittime”, dice Howard French del Times. “E non credo che Gourevitch sia uno stupido. Penso che si tratti solo di pura disonestà intellettuale… Gourevitch usciva ogni mese sul New Yorker con questa storia sul Ruanda, molto ben scritta e – se non conoscete i fatti – molto irresistibile… come un Israele dell’Africa centrale e i tutsi come gli ebrei dell’Africa centrale. Questa è una materia potente. Ma io sono qui, in Africa centrale, e vedo che la realtà è molto, molto diversa”. [11]

Il tema del genocidio in Ruanda – vero o falso che sia – ha fatto nascere un’industria che ruota intorno ad un semplice piano. L’uscita del film Hotel Rwanda segna il colpo di grazia alla lunga analisi che mira a stabilire se i fatti, l’orribile realtà e gli sporchi dettagli su che cosa sia realmente accaduto in Ruanda siano stati accomodati in una storia chiara e pulita, storia che prolifera nei media, nel film, nella letteratura, nei seminari sul genocidio e nei lavori per la riconciliazione, ed è il discorso predominante nelle accademie. Il giornalista del Quebec Robin Philpot lo chiama “il racconto giusto e corretto”. [12]

La Falsificazione della Coscienza Americana

E’ diventata una mitologia: la mitologia del genocidio del Ruanda o, meglio, la mitologia dell’Olocausto dei Tutsi. Ma, come lo studioso africano Amos Wilson lo pone semplicemente nella Falsificazione della Coscienza Africana, “non puoi comprendere il presente se prima non conosci il passato”.

Per capire la crescita della mitologia sul genocidio in Ruanda, si consideri prima il testo di Hotel Rwanda – The Official Companion Book (Hotel Ruanda – La Guida Ufficiale), che descrive il processo di “portare la vera storia di un eroe africano nel film” [13]. Il libro cancella i fatti basilari sul ruolo dell’RPF e dei suoi sostenitori nella guerra in corso per la regione africana dei Grandi Laghi, guerra che ha portato a circa sette milioni di morti dall’inizio dell’invasione dell’RPF dall’Uganda nell’ottobre 1990. Il libro, invece, offre una linea del tempo più breve degli eventi che accentuano o esagerano qui punti che servono alla predominante mitologia di Hotel Rwanda, ed esclude quei fatti che minerebbero questa mitologia: l’intera struttura della brutale, sanguinaria guerra per il controllo del Ruanda è oscurata.

Ottobre 1990: Guerriglieri dell’RPF invadono il Ruanda dall’Uganda; l’RPF è principalmente composto di tutsi. Un cessate il fuoco è firmato il 29 marzo 1991.

Primo: la suddetta affermazione usa il termine definitivo per l’azione dell’RPF: invasione. L’Esercito Patriottico Ruandese invase il Ruanda dall’Uganda. Comunque, il contesto dell’ascesa al potere dell’RPF è cancellato. L’infiltrazione dell’RPF in Ruanda iniziata intorno al 1986 dopo Yoweri Museveni, con potenti sostenitori occidentali, aprì la sua strada al potere in Uganda. Paul Kagame, attuale presidente del Ruanda, era a capo del Directorate of Military Intelligence (Direzione dell’Ufficio Informazione Militare) di Museveni. Più tardi, addestrato dall’esercito statunitense a Fort Leavenworth, Kansas, Kagame divenne Generale dell’RPF. Ma, l’invasione dell’RPF fu una grossa violazione della legge internazionale contro una nazione sovrana – un punto che l’industria di Hotel Rwanda ignora.

Mai condannata dalla “comunità internazionale”, la “battaglia” dell’RPF era sostenuta da potenti agenti e istituzioni occidentali, inclusi la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, che hanno soffocato il Ruanda con programmi di austerità in perfetta sincronia con l’assalto dell’RPF. Questo ha condotto al crescente diffondersi della violenza strutturale in tutto il Ruanda. Combinato con la caduta dei prezzi del caffé sul mercato mondiale, per milioni di ruandesi divenne impossibile sbarcare il lunario all’inizio degli anni Novanta. La sofferenza causò nuove perdite non viste in Ruanda per decenni.

La maggioranza della popolazione nel Ruanda, assediata dalla propaganda di fazioni opposte – uno spettro degli interessi politici allineati con o contro l’RPF o il governo del Ruanda di Juvenal Habyarimana – trovò i capri espiatori secondo la loro posizione nella società. Gli interessi economici predominavano poiché una piccola élite controllava sempre più la vita e la morte dei molti. La crescente rivolta e la violenza sistematica provocarono ostilità tra e nei gruppi, e le élite che controllavano i canali dei media di tutti i partiti iniziarono ad usare le loro giurisdizioni per seminare la rivalità etnica come vernice per l’ordine del giorno più profondo: la guerra di classe.

Gli hutu sono stati criminalizzati tanto quanto i tutsi. “Giornali a favore dell’opposizione rappresentavano i capi dell’MRND [governo hutu] essenzialmente come corrotti e cattivi” scrive Jean-Marie Higiro. Erano “bugiardi, idioti, animali, assassini assetati di sangue e guerrafondai. Alcuni di questi giornali pubblicarono immagini del presidente Habyarimana coperto di sangue”. [14]

L’RPF e i tutsi ruandesi rifugiati avevano proprie pubblicazioni. La più nota di queste è Impuruza, pubblicata negli Stati Uniti (1984-1994). I rifugiati tutsi si unirono a Roger Winter, il Direttore della Commissione per i Rifugiati degli Stati Uniti, per aiutare i fondi della pubblicazione. L’editore, Alexander Kimenyi, è un rwandese e professore della California State University. Come la maggior parte delle pubblicazioni dell’RPF, Impuruza circolava clandestinamente in Ruanda tra le élite hutu e tutsi.

“Una nazione in esilio, un popolo senza guida, ‘gli ebrei d’Africa’, una nazione senza stato” scrisse Festo Habimana, il presidente dell’Association of Banyarwanda in Diaspora USA, sul primo numero di Impuruza. Habimana chiedeva l‘unità dei rifugiati tutsi. “Ma il nostro successo dipenderà interamente dal nostro sforzo e dalla nostra unità, non attraverso la comunità mondiale come alcuni pensano…. Fino a che siamo in fuga, senza guida, gli affari come al solito saranno sempre la loro politica. Siamo un popolo molto abile e capace con molte benedizioni. Che cosa stiamo apettando? Il genocidio?” [15]

L’Association of Banyarwanda in Diaspora USA, presenziata da Roger Winter, organizzò l’International Conference on the Status of Banyarwanda [Tutsi] Refuges (Conferenza Internazionale sullo Stato dei Rifugiati Banyarwanda [tutsi]) a Washington, DC nel 1988, e qui fu scelta una soluzione militare al problema tutsi. La Commissione americana per i Rifugiati fornì sistemazione e trasporto. [16] Winter è in buoni rapporti con USAID, e un alleato da lungo tempo di Susan Rice, ex Vice Segretario di Stato per gli Affari Africani (1997-2001), Assistente Speciale del Presidente Clinton (1995-1997) e membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale (1993-1997). Winter è anche un fedele sostenitore di Donald Payne.

Winter faceva da portavoce per l’RPF e i loro alleati ed è apparso come ospite sui maggiori canali televisivi americani come PBS e CNN. Philip Gourevitch e Roger Winter ebbero contatti con i media americani nell’interesse dell’RPF, particolarmente con il Washington Post, il New Yok Times e la rivista Time. Roger Winter e Donald Payne continuano a manipolare gli affari africani: i più rilevanti sono le recenti asagerazioni sul genocidio in Darfur, Sudan, per cui Donald Payne si rese garante del Darfur Genocide Accountability Act (Atto di Responsabilità del Genocidio nel Darfur).

Secondo: il linguaggio del messaggio dell’ottobre 1990 sottolinea il punto ugualmente discrepante che l’RPF “era principalmente formato da tutsi”. Secondo la mitologia del genocidio, il cataclisma in Ruanda fu una battaglia tribale tra hutu e tutsi, con qualche coinvolgimento della Francia.

Chi erano gli elementi non tutsi dell’RPF, per lo più composto da tutsi? Qual è l’implicazione? Erano hutu? Come potevano gli hutu combattere accanto ai tutsi se gli hutu stavano sterminando tutti i tutsi in base ad un piano organizzato e predeterminato? Il termine “hutu moderato” invita ad un simile indovinello: che cosa è un “hutu moderato” nella struttura legale internazionale del genocidio? [35]

La definizione di genocidio dovrebbe essere messa in discussione se si evidenziano motivi politici, economici o di classe – in opposizione a quelli etnici – dietro le centinaia di migliaia (o 1.2 milioni) di morti che sono stati inequivocabilmente attribuiti ai ‘genocidari’ hutu. Un esame più profondo del “genocidio” in Ruanda fa sorgere tali domande. La definizione di ciò che costituisce un genocidio non è così chiara e definita come hutu contro tutsi, o elenchi di tutsi colpiti contro nessun elenco, senza considerare il terrore ora invocato nell’anima di chi ascolta la parola Interahamwe.

Dopo l’ingresso dell’ottobre 1990, l’agenda riportata dal libro omette ogni riferimento all’RPF fino al febbraio 1993, come se i supposti ribelli “eroici” fossero pazientemente rimasti fuori dalla guerra ai confini dell’Uganda. Ma i massacri ci furono nel nord del Ruanda dopo l’invasione nell’ottobre 1990 e dopo il cessate il fuoco del 1991 e furono commessi dall’RPF. Decine di migliaia di riugiati fuggirono dai distretti di frontiera per paura delle atrocità dell’RPF.

(Io – l’autore – ricordo perfettamente la turista traumatizzata che scese dal retro di un piccolo pick-up che aveva appena attraversato il confine tra Ruanda e Uganda nel 1991. Io ero a Kasindi, nel sud-ovest dell’Uganda. Il rwandese che sedeva vicino alla donna occidentale fu colpito da un cecchino dell’RPF mentre la macchina percorreva la strada, fu poi fermata e perquisita dall’RPF che prese l’uomo ormai ucciso).

Dal 1990 in poi, cellule terroristiche dell’RPF cominciarono ad infiltrarsi a Kigali, la capitale, e in tutte le aree del Ruanda, e con esse arrivarono le atrocità che furono frequentemente addossate al governo di Habyarimana, inclusi uccisioni, massacri e sparizioni. Dal marzo 1993, i deportati all’interno (IDP) avevano raggiunto il milione di persone. L’RPF praticava la politica della messa a ferro e fuoco: essi non volevano amministrare un territorio o trattare con la popolazione locale. L’RPF deportava le persone, svuotava i campi di profughi interni e avanzava. Uccidevano alcuni prigionieri, li seppellivano in fosse comuni o bruciavano i corpi e usavano i sopravvissuti per trasportare munizioni, scavare trincee o cucinare.

Secondo un rwandese, ora negli Stati Uniti: prima del 1994, la maggior parte dei tutsi che aveva un lavoro in Ruanda raccoglieva contributi per il programma politico e militare dell’RPF, le persone avevano paura di rifiutarsi di pagare la tassa obbligatoria.

Il governo di Habyarimana rispose al terrore con la repressione in generale, ma la ”comunità” internazionale per i diritti umani si era già schierata nella guerra: il governo hutu di Habyarimana fu accusato di “genocidio” contro i tutsi fin dal 1993; le atrocità RPF furono ignorate o giustificate.

“Ci furono molti uccisioni da parte dell’RPF in Ruanda tra il 1990 e il 1994”, racconta Jean-Marie Higiro, “ma non ci furono indagini; furono automaticamente attribuite dalla comunità internazionale al partito di Habyarimana [MRND]. E così sappiamo che l’RPF usò quel genere di strategia per offuscare l’immagine dei suoi oppositori”. [17] Jean-Marie Higiro cita anche il giornale tutsi Impuruza, la pubblicazione edita dal professore Alexandre Kimenyi, che accusa il governo di Habyarimana di commettere il genocidio contro i tutsi: questo prima del 1993.

Febbraio 1993: L’RPF invade di nuovo il Ruanda. Gli estremisti hutu citano l’invasione come prova del piano tutsi di eliminarli e iniziano a richiedere misure preventive.

In primo luogo, l’RPF non lasciò mai il Ruanda e non smise mai di uccidere. Seguendo le ragionevoli domande del giornalista Robin Philpot, come risponderebbero i cittadini statunitensi se guerriglieri canadesi – sapendo che i loro genitori sono nati o hanno vissuto negli Stati Uniti – li invadessero da Toronto? Gli americani li chiamerebbero “estremisti”? Che cosa [accadrebbe] se pochi militanti islamici, che di proposito invadessero gli Stati Uniti, prendessero il World Trade Center? Il governo americano ricorrerebbe a misure preventive? Chiameremmo gli invasori un “esercito ribelle”? Estremisti? Li chiameremmo terroristi?

“E’ normale, nel cercare la giustizia, condannare una delle parti in guerra per violazioni dei diritti umani”, scrive Robin Philpot, “e non porsi domande sulla moralità degli aggressori, quelli che hanno violato i principi di tutte le carte dei diritti umani che siano mai state redatte? E’ giusto gridare per come un governo viola i diritti e chiudere un occhio su chi lancia una guerra aggressiva?” [18]

Hotel Washington

Dal 1993 in poi, l’RPF ha continuato a introdurre il suo piede sanguinario alle porte del Ruanda, e la comunità internazionale ha continuato a stringere le viti sul governo di Habyarimana. Sempre vigili e eccitati nel pubblicizzare gli abusi dei diritti umani compiuti dai governi – sia inventati, che esagerati o reali – la comunità per i diritti umani ha continuato a chiudere gli occhi sulle atrocità dell’RPF, sulle infiltrazioni terroristiche e sulla conquista di terra insanguinata. Sostenuto da potenti fazioni negli Stati Uniti, Inghilterra e Belgio, l’RPF ha manovrato e manipolato la sua strada verso il potere nella stessa Kigali, dove – sotto gli Arusha Peace Accords (Accordi di Pace di Arusha) – un battaglione di soldati dell’RPF era dislocato in un luogo strategico all’interno del centro cittadino. L’RPF ha immediatamente fortificato le sue difese sotto lo sguardo del generale dell’ONU Romeo Dallaire (ora ritenuto un eroe dai politici canadesi). La mitologia attribuisce all’RPF l’imperativo di “fermare la guerra” contro i tutsi.

Metà luglio 1994: Le forze tutsi dell’RPF conquistano Kigali e il genocidio termina. In un periodo di 100 giorni, quasi 1.000.000 di ruandesi è stato ucciso.

Mentre è possibile che “circa un milione di ruandesi sia stato assassinato” in quei 100 giorni, è anche vero che l’RPF ha trucidato, bombardato, massacrato, assassinato o torturato centinaia di migliaia di persone – inclusi soldati, politici, ufficiali di governo e innocenti civili hutu e tutsi. L’RPF ha fatto uso di controllo dell’informazione, operazioni psicologiche e tattiche praticate dai militari statunitensi: furono creati cronisti ‘embedded’; l’accesso alle zone di battaglia ristretto; le prove del massacro dell’RPF cancellate, o i massacri furono imputati agli estremisti hutu, o alle milizie Interahamwe o alle Forze Armate Ruandesi di governo. Il giornalista britannico Nick Gordon ha raccontato dei forni crematori dove l’RPF bruciava i corpi. Dopo il doppio assassinio presidenziale del 6 aprile 1994, la stampa occidentale – inclusi Joshua Hammer (Newsweek), Raymond Bonner, James C. McKinley Jr. e Donatella Lorch (New York Times) – abbandonarono il loro percorso per citare “disciplina professionale” e “notevole autocontrollo” esercitati dalle forze di invasione ribelli dell’RPF. La stampa trasformò il doppio assassinio presidenziale in “un misterioso incidente di volo”, ma questi erano i rottami fumanti della verità.

L’investigatore per L’Alta Commissione delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Robert Gersony, ha riferito nel settembre 1994 sull’uccisione da parte dell’RPF di oltre 30.000 hutu – in un periodo di due mesi – e ha fatto un dettagliato resoconto di luoghi, date e natura dei crimini, come pure dei metodi usati per uccidere e far sparire i corpi. Gersony identificò anche i capi dell’RPF responsabili delle uccisioni. Il rapporto delle Nazioni Unite non è mai stato pubblicato.

Spettatori interessati potrebbero sbirciare dietro la propaganda di Hotel Rwanda e arrivare alla Metro Goldwyn Meyer. [19] Tra i dirigenti della MGM, senza sorpresa, dato che il film non racconta il vero ruolo degli Stati Uniti in Ruanda, vi sono l’attuale direttore delle United Technologies e il generale statunitense (in ritiro) Alexander Haig. Le United Technologies sono negli affari di guerra e “Comando io qui!” Al Haig fungeva da segretario di stato dell’attore hollywoodiano di nome Ronald Reagan.

L’hotel del film non è il vero Hotel des Mille Collines. I ribelli RPF tutsi non entrarono a Kigali, la capitale del Ruanda ma furono a Kigali fin dall’inizio. L’RPF ottenne un punto d’appoggio a Kigali attraverso i costanti inganni e manipolazioni del “processo di pace” e con il supporto dei loro sostenitori internazionali, specialmente gli Stati Uniti.

“Riguardo alle motivazioni della leadership dell’Interahamwe e dei suoi giovani, esse erano rappresentate dal denaro”, osserva Jean-Marie Higiro. Alcuni uomini d’affari hutu distribuivano prestiti, contribuendo ai partiti politici sia del governo rwandese che dei ribelli RPF. “Queste persone volevano fare affari: la gente era motivata da interessi diversi”.

“Molti uomini d’affari hutu e tutsi prosperarono sotto il regime Habyarimana”, riferisce Higiro. “Essi ricevettero contratti e prestiti da banche del governo e improvvisamente divennero ricchi. Durante questo periodo di incertezza, essi diedero denaro all’RPF, MRND e partiti di opposizione – sempre speculando sul vincitore. Questo è il motivo per cui, dopo la guerra, pochissimi uomini d’affari hutu che avevano contribuito all’RPF riaprirono i loro affari immediatamente. Questo è il motivo per cui alcuni uomini d’affari tutsi che contribuirono all’RPF fecero un eccellente calcolo. Dopo la guerra raccolsero i profitti”.

I professori Christian Davenport (U. Maryland) e Allan Stam (Dartmouth) pubblicarono, nel 2004, una ricerca che mostrava che le uccisioni iniziarono con un piccolo e zelante gruppo di miliziani hutu, ma rapidamente generarono una cascata senza limiti, con hutu e tutsi che giocavano i ruoli sia di attaccanti che di vittime. La ricerca provocò un incendio: i media li sgridarono accusandoli di negare il genocidio.

“La nostra ricera suggerisce che molte delle vittime, probabilmente la maggioranza, erano hutu – non c’erano abbastanza tutsi in Ruanda all’epoca per spiegare tutte le morti riportate… Quando metti insieme tutto, ciò che appare è più un’uccisione di massa politicamente motivata che un genocidio. Molti individui, sia hutu che tutsi, hanno sistematicamente usato l’assassinio di massa per raggiungere fini politici, economici e personali”. [20]

Alcuni fatti del film sono veri. Per cominciare, nel senso di “diritti umani” e “filantropia”, le potenze occidentali tradirono il popolo del Ruanda. I bianchi furono rapidamente evacuati, i neri abbandonati, inclusi i molti africani esponenti di agenzie internazionali. La Francia ha armato la parte hutu, mentre gli Stati Uniti hanno armato la parte tutsi. C’era un uomo di nome Paul Rusesabagina e, un giorno, avrebbe lavorato all’Hotel des Mille Collines, ma era il manager dell’Hotel Des Diplomats. I ribelli tutsi furono accusati dell’assassinio dei presidenti di Ruanda e Burundi, ma il film ci convince che non lo fecero, quando tutto suggerisce il contrario. Ed è certamente vero che centinaia di migliaia di ruandesi morirono.

Hotel Rwanda è un lavoro di finzione. In quanto ad artefatto culturale prodotto dall’opulenta industria occidentale per gli opulenti consumatori occidentali, ma focalizzato su una cultura distante ed esotica della quale gli opulenti consumatori occidentali poco sanno, serve a consolidare i pilastri ideologici della disinformazione che lo precedeva e su cui è stato costruito.

Secondo molte e diverse fonti attendibili, inclusi gli ospiti dell’albergo:

Il Ruanda non è stato abbandonato dalle potenze occidentali: Belgio, Francia, Inghilterra e Stati Uniti furono tutte militarmente coinvolte nel conflitto del 1994. Poiché ci sono connessioni tra Israele e l’attuale governo, è verosimile che anche gli israeliani fossero coinvolti. Non c’erano osservatori al genocidio, ma partecipanti attivi in uno spietato scontro militare.

L’hotel non era sotto stato d’assedio come il film suggerisce – un elegante matrimonio si tenne là durante la lotta, nel quale si sposava la sorella dell’uomo d’affari tutsi Kamana Claver, il quale aveva contratti con il governo hutu. Secondo uno degli ospiti, i potenti hutu e tutsi andavano e venivano regolarmente. Quando l’acqua all’hotel fu chiusa, costringendo i “rifugiati” a bere l’acqua della piscina, non fu chiusa dai genocidari hutu, come fa intendere il film, ma dall’esercito RPF tutsi, che tolse l’energia alla città.

Il generale Bizimungu appare nelle prime scene del film, prima del doppio assassinio presidenziale: eppure, quando l’aereo fu abbattuto il 6 aprile del 1994, il generale Bizimungu era ancora colonnello ed era lontano da Kigali. Secondo un ospite dell’hotel, che resta anonimo per paura di rappresaglie, Paul Rusesabagina non aveva quell’influenza suggerita dal film.

“Paul era un uomo molto semplice come me di fronte agli Interahamwe. Se gli è stato possibile salvare alcuni tutsi nella sua casa, è stato molto probabilmente aiutato da alcuni amici influenti dell’Interahamwe, dice Georges Rutaganda. Egli era vulnerabile quanto me e non poteva opporre alcuna azione contro il volere della milizia e ancora meno dell’esercito. Mente quando fa finta di chiamare in aiuto il generale Bizimungu, perché l’Hotel des Mille Collines era sotto la giurisdizione del Colonnello Renzaho. Bizimungu viveva sulle linee di frontiera settentrionali della guerra, arrivò a Kigali soltanto 4 giorni dopo che l’aereo era stato abbattuto e non l’ho mai visto all’hotel”.

Georges Rutaganda, il malvagio venditore di birra e, in precedenza, uccisore di tutsi in Hotel Rwanda, scrive che Paul Rusesabagina non era un direttore dell’hotel, disinteressato e apolitico, ma un importante membro attivista di un partito politico nazionale. Il 12 aprile 1994, Rusesabagina si trasferì all’Hotel des Mille Collines, dove agì come nuovo direttore (il precedente era stato evacuato dalle truppe straniere). Hotel Rwanda parla di Rusesabagina all’Hotel Des Mille Collines prima del doppio assassinio presidenziale del 6 aprile. Rutaganda sostiene di aver visitato l’hotel e visto ospiti sia hutu che tutsi, inclusi: Rubangura Vedaste, Mutalikanwa Félicien, Dr. Gasasira Jean Baptiste, Kamana Claver, Kajuga Wicklif, Rwigema Celestin, Kamilindi Thomas, e altri ancora.

Rutaganda sostiene che pochissimi soldati dell’UNAMIR (Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per il Rwanda) erano in zona e erano secondari alla sicurezza: i Gendarmi hutu dell’esercito FAR stavano presidiando un posto di blocco all’ingresso principale. Sostiene anche che i “rifugiati” nel convoglio ONU che furono mandati indietro al posto di blocco “erano la vera élite della tribu etnica dei tutsi. Erano stati davvero stimolati da cattive intenzioni che sarebbero state una grande occasione per decapitare il gruppo etnico tutsi. Erano tra loro famiglie di primi ministri, di dottori, di avvocati, di grandi uomini d’affari, di persone altamente istruite, di professori, ecc.”.

Se il “genocidio” è stato così organizzato e calcolato, e pronto a colpire, allora Rutaganda ha un punto molto interessante: come è accaduto che l’élite della tribù tutsi sia stata protetta ed avacuata dalle truppe UNAMIR e dai gendarmi hutu? Naturalmente, tutti gli hutu come assassini e nessuno crederà a un genocidario: Georges Rutaganda fu condannato alla prigione a vita dall’ICTR.

“Georges Rutaganda cooperò con le Nazioni Unite per salvare tutte quelle persone”. L’investigatore dell’ICTR Phil Taylor offre un irresistibile ritratto del diavolo stesso: Rutaganda non incitava i crimini per odio, si appellava per la calma e il rispetto per la Croce Rossa; Rutaganda non è mai stato accusato di rapimento e schiavitù sessuale descritti nel film; e Rutaganda non ha mai trafficato in machete. Invero, nel gennaio 1994, l’Human Rights Watch (Osservatorio per i Diritti Umani) identificò un uomo d’affari inglese che aveva importato decine di migliaia di machete in Rwanda. [21] E il rapimento era fuori dall’agenda fino a che Hillary Clinton ha svelato e impegnato 600.000 dollari per la prima condanna di rapimento dell’ICTR.

Il film offre un fittizio colonnello Oliver delle Nazioni Unite (Nick Nolte) come sostituto del generale canadese Romeo Dallaire, che è assente dal film. (Si ritiene che Dallaire abbia chiesto troppi soldi ai produttori per l’uso del suo nome o personaggio). In apparenza, il generale Romeo Dallaire lavorava non come un imparziale soldato delle Nazioni Unite ma come un agente dell’esercito RPF invasore. Dallaire si avvicinò ai comandanti militari hutu per convincerli a seguire i venti di cambiamento e abbracciare il programma RPF. Dallaire era raramente presente all’hotel, ma il suo sostituto (Nolte) è sempre là.

L’Economia Politica del Genocidio

Prima del cataclisma del 1994, l’RPF pose la sua base politica in Belgio. Quando i “portatori di pace” belgi vengono assassinati dagli “hutu” in Hotel Rwanda, la falsa inferenza è che l’uccisione calcolata dei belgi da parte dei genocidari avrebbe provocato un ritiro dell’UNAMIR dal Rwanda. In realtà, i belgi furono immediatamente uccisi perché furono visti come complici politici di un branco di terroristi spietati, l’esercito invasore RPF.

Non erano i soldati UNAMIR che proteggevano l’hotel ma gendarmi affiliati degli hutu inviati dal governo hutu. Questo fatto sfida la mitologia del “genocidio”. Se l’hotel era pieno di tutsi colpiti dal genocidio, perché erano protetti dagli stessi architetti di quel supposto genocidio? L’Hotel non era pieno soltanto di tutsi (rifugiati dal genocidio): era pieno di potenti tutsi e hutu (per lo più tutsi) con connessioni politiche ed economiche a potenti fazioni sia interne che esterne al Rwanda.

Domande sulla composizione degli invasori RPF “principalment tutsi” provoca domande sulla composizione etnica delle milizie Interahamwe e le relazioni commerciali che trascendevano l’etnicità. Tali dettagli sono trascurati nel riduzionismo occidentale sul Rwanda – perché contraddicono l’ufficiale e gemogliante industria dell’olocausto del Rwanda e le finzioni del Dipartimento di Stato americano:

– Robert Kajuga, era il presidente tutsi del notorio “genocida” Interahamwe rwandese;
– Kamana Claver era un uomo d’affari tutsi e frequente destinatario di grossi contratti governativi del “genocida” governo hutu;
– Celestin Sebulikoko era un uomo d’affari tutsi e forte sostenitore del principale partito politico hutu (MRND); si ritiene che sia scomparso per mano RPF;
– Un tutsi di nome Mpangaza, che lavorava per l’industria rwandese di governo TRANSINTRA, apparentemente equipaggiò con una potente arma un posto di blocco Interahamwe al centro di Kigali nel 1994; era un ben noto Interahamwe; vive in pace in Rwanda adesso;
– Il figlio di Juvenal Gatorano, un agente di dogana tutsi con il Ministro delle Finanze del governo Habyarimana, è sempre stato visto alle riunioni Interahamwe.

Questi fatti, se veri, forniscono prove certe che non è stato un genocidio coordinato quello è accaduto in Rwanda nel 994, ma una guerra civile, e una guerra per procura occidentale, con profonde motivazioni politiche, economiche e militari dietro le atrocità. Atti di genocidio certamente ci sono stati, poiché sono stati commessi crimini contro l’umanità, ma “atti” di genocidio non costituiscono genocidio nella definizione data dalla struttura legale internazionale sul genocidio. Un intero gruppo etnico potrebbe essere cancellato, diciamo gli ultimi 100 nomadi Penan di Sarawak, per esempio, ma se essi sono incidentalmente eliminati nel processo di abbattimento delle loro foreste, non è necessariamente genocidio. Ugualmente doloroso, gli Stati Uniti avrebbero potuto annientare fino all’ultimo giapponese, ma pochi oggi parlerebbero di genocidio riferendosi al lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

La natura calcolata ha confermato come la base del genocidio in Rwanda abbia sempre girato intorno alle “supposte” liste dei genocidari hutu: liste di tutsi che furono conseguentemente eliminati perché, anzitutto, erano tutsi. “Ogni esercito avrebbe liste dei suoi nemici politici”, sostiene l’investigatore ICTR Phil Taylor. “Ciò non è insolito”. Il governo rwandese probabilmente aveva le sue liste, l’RPF aveva le proprie, e entrambi sono andati in giro ad assassinare i propri nemici. Taylor sostiene che l’accusa non ha prodotto alcuna lista come prova usata per condannare.

Gli avvocati del Pentagono del Judge Advocacy General Corps (JAG) hanno pesantemente deviato l’ICTR; non c’è stato un solo verdetto contro i soldati tutsi dell’RPF o i loro capi; e il primo accusatore ICTR Carla Del Ponte è stata rimossa dall’incarico per i suoi tentativi di perseguire i tutsi. [22] “L’ICTR rischia essendo parte del problema anziché la soluzione”, ha scritto Filip Reyntjens, storico belga e testimone esperto del genocidio, nel 2004. “Non posso più essere coinvolto in questo precesso”. [23]

In Hotel Rwanda, i genocidi hutu infamano i ribelli tutsi dell’RPF per aver abbattuto l’aereo ed ucciso i due presidenti, e perché il film demonizza ogni hutu, lo spettatore è convinto che gli hutu stiano mentendo, deviando l’attenzione dalle loro sporche azioni. Comunque, la prova suggerisce che una cellula di terrore RPF a Kigali abbattè l’aereo presidenziale. Sull’aereo c’era anche un generale delle Forces Armee Rwandais, un bersaglio cardine per l’RPF. Il precedente segretario generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali disse al giornalista Robin Philpot che la Central Intelligence Agency (CIA) era quasi certamente coinvolta.

“Fin dal 1997”, scrive un gruppo di legali spagnolo che (2005) archiviò la causa contro Paul Kagame e il suo quadro RPF, “un gruppo di investigatori nominati dall’ICTR – Michel Hourigan, Alphonse Breau e James Lyons – ha rilasciato dei rapporti, poi tenuti segreti, che rivelavano che l’attacco fu pianificato da militari RPF d’alto rango e non dagli estremisti hutu come era stato ritenuto fino ad allora. Queste rivelazioni furono corrobarate nel 2004 dalla notevole testimonianza di Abdul Ruzibiza, membro del commando RPf che perpetrò l’attacco all’aereo presidenziale”. [24]

I disertori RPF attribuiscono all’RPF l’abbattimento dell’areo che trasportava i capi del Rwanda e del Burundi. L’ufficiale di lungo corso RPF Lt. Alyos Ruyezi sostiene che il piano per l’assassinio fu complottato in un incontro dell’RPF il 31 marzo 1994:

“Il presidente dell’incontro era il generale maggiore Paul Kagame ed erano presenti i seguenti ufficiali: colonnello Kayumba Nyamwasa, colonnello Théoneste Lizinde; colonnello luogotenente James Kabarebe; maggiore Jacob Tumwine e il capitano Charles Karamba. Ho sentito Paul Kagame chiedere al colonnello Lizinde di riferire sulle sue investigazioni e ho visto il colonnello Lizinde dare a Paul Kagame una mappa del luogo scelto per colpire l’aereo, ecc.” [25]

Ruyenzi accusa anche il generale Paul Kagame di aver diretto i massacri di civili hutu e tutsi, sia sul campo che nella sistemazione nei forni crematori per sbarazzarsi delle prove. Ruyenzi è soltanto un cecchino con una storia irresistibile. Sostiene di essere stato testimone del bombardamento di villaggi con elicotteri da guerra, di massacri,torture ed esecuzioni sommarie come linea di condotta. Molte delle atrocità contro i diritti umani commesse dal regime di Kagame sono state documentate dalle organizzazioni per i diritti umani.

“Il generale James Kabarebe era il comandante dell’esercito genocida opposto”, dice Howard French, riferendosi alla campagna militare americana, rwandese e ugandese in cui a centinaia di migliaia di rifugiati hutu è stata data la caccia e poi massacrati in Congo. L’8% erano donne e bambini; il 50% erano sotto i 15 anni. [26] Il contro-genocidio contro gli hutu continua ancora oggi: al momento in cui si scrive, le forze sono allineate per sterminare i rimanenti 40.000 hutu nel Congo: sono tutti ritenuti genocidari che abbandonarono il Rwanda nel 1994, persino se molti sopravvissuti del FDLR erano troppo giovani per aver partecipato al genocidio. [27]

I funzionari Sabena non furono sorpresi e impressionati dall’aver ricevuto una chiamata da un certo direttore dell’hotel nel Rwanda, come descritto dal film: una settimana prima dell’invasione del Rwanda da parte dell’RPF nell’ottobre 1990, la Sabena Airlines rispedì il suo equipaggio (piloti, hostess) lontano dall’Hotel des Mille Collines e fuori dal Burundi per trascorrere le loro notti. Non fu una decisione casuale: era un’azione politica calcolata volta ad assicurare la salvezza degli impiegati della compagnia di fronte all’imminente guerra. Sabena era molto ben informata. Azienda belga nata nell’era dell’aviazione post-Leopold nel Congo, Sabena fu più tardi usata per trasportare diamanti, e probabilmente coltan (columbio-tantalite) fuori da Kigali dall’élite RPF, le cui basi di nuovo erano a Bruxelles. Si crede che la definitiva “bancarotta” di Sabena sia servita a coprire le loro tracce e a proteggere i capi da ogni possibile futura azione legale a partire dal loro saccheggio nel Congo.

Che dire circa l’elusivo magnate americano di diamanti Maurice Tempelsman e della sua connessione con Bill e Hillary Clinton e dei diamanti usciti da Kigali? “Non credo che sia mai stato scritto niente sul New York Times”, disse Howard French. French riferisce che Tempelsman si serve di Lawrence Devlin, precedente capo della stazione CIA nello Zaire di Mobutu, e che mantiene stretti legami con la CIA. Tempelsman fa anche parte del consiglio d’amministrazione dell’Harvard AIDS Institute e dell’Africa-America Institute (Donald Payne è profondamente coinvolto con l’AAI), si riferisce che sia stato l’amante di Madeleine Albright e uno delle 99 persone che accompagnarono Bill Clinton nel suo giro vittorioso nell’Africa Centrale. [28]

Perché gli Stati Uniti hanno bloccato tutti i tentativi di investigare sull’abbattimento dell’aereo e del doppio assassinio presidenziale che ha fatto esplodere il cataclisma del 6 aprile 1994? Perché le Nazioni Unite non hanno aperto un’inchiesta?

L’RPF oppose ogni intervento militare in Rwanda dopo l’aprile 1994. L’RPF conosceva la situazione militare dell’esercito rwandese (il morale e le munizioni) e non voleva alcun intervento militare che gli strappasse la sua vittoria. I suoi ufficiali a Washington, Londra e Bruxelles raccontarono a chiunque ascoltasse che una forza internazionale si sarebbe scontrata con la resistenza militare RPF.

Insensibile Oscurità

Notevolmente, la fonte per il capitolo cronografico di Hotel Rwanda Companion Book è il Central Intelligence Agency World Factbook 2004 (il primo capitolo è pieno di frodi standard e appare senza attribuzione). [29] Non è sorprendente allora che i ruoli di Stati Uniti e altre potenze occidentali e corporazioni multinazionali esterne siano nascosti.

Le omissioni più grossolane ruotano intorno alla Repubblica Democratica del Congo: la distruzione in corso e lo spopolamento del Congo ricevono una copertura notevolmente povera dalla stampa al contrario della regione del Darfur nel vicino Sudan, malgrado l’ovvia evidenza che la scala e la natura delle atrocità contro innocenti civili in Congo sia stata ben peggiore, più lunga e profonda a partire dalle sofferenze umane non necessarie.

Dopo aver consolidato il potere in Rwanda nel 1994, e proseguendo i massicci crimini contro l’umanità, l’RPF ha bombardato e smantellato campi di rifugiati nel Congo orientale (allora Zaire) nell’estate del 1996, con ulteriori massicce e grossolane violazioni della legge internazionale e della Convenzione di Ginevra. Il nuovo goveno RPF non ha mai tentennato nella sua efficace tattica di richiamare l’attenzione sul genocidio in corso contro i tutsi – gli ebrei d’Africa – che furono “abbandonati dagli Stati Uniti e dall’Europa” a soffrire il destino del genocidio.

Il pretesto del “genocidio” in corso contro i tutsi è stato usato dall’RPF più e più volte per giustificare le più grossolane e ostili violazioni della legge internazionale e dei diritti umani. Continuando a implementare ciò che ora è chiaramente un piano premeditato e ben coordinato, e con il completo supporto militare logistico e tattico da parte del Pentagono e delle compagnie private militari rifornite dall’esterno, incluse Halliburton, Ronco e Military Professional Resources Incorporated, l’RPF seguì la sua vittoria in Rwanda invadendo il territorio sovrano del Congo (Zaire), la sua vasta regione occidentale. Contando sulla precedente alleanza militare, sull’addestramento e basi di retrovia in Uganda, l’alleato RPF con Yoweri Museveni e l’Ugandan Peoples Defense Forces (UPDF) per avanzare nel Congo, fa cadere lo stretto amico di Habyarimana, il presidente del Congo (Zaire) Mobutu Sese Seko, e conquista il vasto Congo ricco di minerali.

“La comunità internazionale ha rifiutato di fare effettiva pressione per spingere il Rwanda a creare condizioni di sicurezza”, ha scritto lo studioso sul Rwanda David Newbury, nel 1996. [30] Gruppi marginali come il Rally for the Return of Refugees and Democracy in Rwanda hanno ripetutamente fatto eco a questa ovvia verità. “La continua prevalenza dell’impunità ha incoraggiato i capi dell’RPF/RPA a perpetrare crimini contro l’umanità, crimini di guerra e atti di genocidio in Rwanda e DRC (Democratic Republic of Congo) senza timore di persecuzione. Ha consolidato il potere e il benessere di elementi criminali all’interno del regime dittatoriale guidato dall’RPF”. [31]

E così accade oggi. Paul Kagame e James Kabarebe e il governo tutsi del Rwanda continuano a destabilizzare la Regione africana dei Grandi Laghi con infiltrazioni di cellule di terrore in tutto il vicino Congo, come fecero in Rwanda (1985-1994). Sono pacificati per mezzo di concessioni o corteggiati, vittime sante del genocidio, e godono della totale impunità e di tutti i benefici di un gruppo d’élite. Allo stesso modo, l’allarme stampa dell’Human Rights Watch (Osservatorio per i Diritti Umani) del primo luglio 2005, per esempio, indirizzato al governo congolese, è una velata difesa degli interessi rwandesi e americani in DRC: è scritto da Alison Des Forges, da Kigali. [32]

Sia il film Hotel Rwanda che il libro abilmente racchiudono l’intera mitologia del genocidio in Rwanda e il supposto eroismo dell’attuale presidente Paul Kagame e del Rwanda Patriotic Front (RPF). I fatti veri e profondi che ricevono poca attenzione, se non nulla, sono:

1 – l’invasione illegale del Rwanda da parte dell’RPF dall’Uganda nel 1990;
2 – il suo record dei crimini di guerra commessi dal 1990 al 1994;
3 – il duplice assassinio RPF dei presidenti hutu del Burundi e del Rwanda il 6 aprile 1994;
4 – il massiccio contro-genocidio dell’RPF di centinaia di migliaia di hutu rifugiati in Congo (Zaire), di rifugiati che ritornavano in Rwanda dal Congo e hutu nello stesso Rwanda;
5 – le ripetute invasioni e i continui saccheggi e devastazioni del Congo da parte dell’RPF, con il coinvolgimento e la sanzione degli ufficiali RPF ad alti livelli, che ancora continua;
6 – i ruoli di istituzioni, individui e corporazioni occidentali e i benefici economici e politici che provengono ad essi, a spese dell’Africa e del suo popolo.

Che cosa ha motivato Paul Rusesabagina? E’ interessante notare che Rusesabagina è stato ampiamente lodato e finanziariamente ricompensato per la sua storia, i diritti della sua storia, e per il suo allineamento con il governo USA e gli ufficiali militari in servizio a vari ordini del giorno politici e militari. Nel 2000, è stato premiato con l’Immortal Chaplain’s Prize e ha ricevuto una stretta di mano dal senatore USA Bob Dole. Rusesabagina viaggiava con una scorta del Pentagono e il suo omonimo nel film Don Cheadle in Darfur, Sudan, nel 2004, per portare l’attenzione sul discutibile “genocidio” occorso là. [33] Chiaramente, le Rwandan Defense Forces (le Forze di Difesa Rwandesi) furono inviate in Darfur, dove prestano servizio come guerrieri per procura americani. [34]

Hotel Rwanda è l’ultima produzione di una campagna di guerra psicologica protratta. E’ un pericoloso lavoro di propaganda di agitazione poiché bagna occhi ampi e ingenui e tocca gli aperti e attenti cuori degli spettatori occidentali. E’ ingannevole e quando gli spettatori lasciano il cinema con popcorn e cioccolato tra i denti lo lasciano pensando di sapere qualcosa su ciò che è accaduto in Rwanda. Come spettatori ci piace l’idea di essere istruiti, mentre invece siamo stati indottrinati, e gli insidiosi effetti dell’indottrinamento sono incompresi. Hotel Rwanda semplifica l’attenzione, il semplice riduzionismo che è universalmente manifesto nelle rappresentazioni occidentali dell’Africa.

Phil Taylor, primo investigatore per l’International Criminal Tribunal on Rwanda (ICTR) lo dice a proposito. “Per ciascuno che ha seguito strettamente la crisi in Rwanda nel 1994, il film Hotel Rwanda, altamente sollecitato, è pura esposizione di propaganda interrotta da lotte nell’azione”.

Il razzismo e la segregazione che finirono nel cataclisma del 1994 in Rwanda, dove c’erano condizioni e conseguenze molto differenti tra bianchi e neri, continuano ad essere rappresentati oggi. Raccontare e riraccontare la storia nella sua vera natura del ‘genocidio’ in Rwanda ruota intorno a un sistema di segregazione istituzionalizzata. Accanto ad essi sono le voi selezionate dei non-bianchi che convalidano il discorso predominante. Questi ‘esperti’ includono Alison Des Forges, il generale Romeo Dallaire, Philip Gourevitch, Victoria Brittain, Samantha Power, Mahmood Mamdani e molti, molti altri.

“Credono ad Alison Des Forges perché è bianca e non credono a me perché sono nero e non parlo inglese così bene” dice Jean-Marie Higiro. “Essa è l’esperta, anche se era un’osservatrice e io un partecipante”.

Non possiamo intimamente conoscere le avversità di Paul Rusesabagina, o il trauma di Romeo Dallaire, o i dolori di Jean-Marie Higiro, o la sofferenza degli altri sopravvissuti al cataclisma del Rwanda, e dobbiamo sondare le nostre anime sul loro profitto: la lotta del bene contro il male regna in noi tutti. Invero, c’è una certa arroganza dietro questo scritto, perché non ero un partecipante in Rwanda. Ma ogni esitazione che ho nello sfidare il ‘racconto giusto e proprio’ è sopraffatta dall’oscenità dell’ovvia ingiustizia.

Se la verità è la prima vittima in guerra, allora quelli di noi che sono fortunati osservatori devono lavorare continuamente per risuscitarla. Nell’Africa Centrale, oggi, la verità si mescola con le anime dei morti, abbandonate tra le urla non ascoltate di quasi sette milioni di persone – principalmente gente innocente – la cui vita su questa terra arriva ad una conclusione raccapricciante e senza significato.

Keith Harman Snow*
Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=%20SN20051016&articleId=1096
16.10.05

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PATRIZIA

*Giornalista freelance e un nvestigatore che dipende interamente dalle donazioni e dai contributi volontari undividuali. Ha vissuto sotto la soglia della povertà per oltre una decade e ha continuato a lavorare come volontario per tre organizzazioni umanitarie no-profit. Senza il vostro sostegno, non potrà continuare a fare questo importante e penetrante lavoro. Il suo sito Web è www.allthingspass.com

NOTE:

1. Samantha Power, “Remember the Blood Frenzy of Rwanda” Los Angeles Times, April 4, 2004.
2. Tribunali locali per il genocidio, o tribunali Gacaca, iniziarono ad operare in Rwanda nel marzo 2005. Cfr.: Edras Ndikumana, “Rwanda’s Hutus Flee Genocide Courts” 19 April 2005; e “Rwandan President asks Fleeing Residents to Return” Reuters, June 3, 2005.
3. Samantha Power, A Problem from Hell: America in the Age of Genocide.
4. Howard French, “In Zaire Forest Hutu Refugees Near the End of the Road” New York Times, March 13, 1997; cfr. anche Howard French, Africa: A Continent for the Taking: The Tragedy and Hope of Africa.
5. Rene’ Lemarchand affermò nel suo autorevole testo Rwanda and Burundi (Pall Mall Press, 1970) che “il termine Inyenzi è correntemente usato dentro e fuori il Rwanda per riferirsi a unità di guerriglia su piccola scala guidate dai tutsi e addestrate e organizzate fuori dal Rwanda e che vanno da circa 6 a 10 uomini.”
6. Mouvement Republicain National pour la Démocratie et le Développement or National Republican Movement for Democracy and Development (MRND) [Movimento Repubblicano Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo] 7. L’Iceberg del Conflitto in Africa nella Regione dei Grandi Laghi: Processo Contro Quei Responsabili per i Crimini Nascosti Contro l’Umanità, Forum Internazionale per la Verità e la Giustizia nella Regione Africana dei Grandi Laghi .
8. Charles Onana, The Secrets of the Genocide…
9. Cfr: Pierre-Damien Mvuyekure, “Philip Gourevitch’s Platonic and Conradian Eyes on the Genocide in Rwanda” in Ishmael Reed’s Konch.)
10. Cfr: http://www.usip.org/peacewatch/1998/1298/profile.html
11. Intervista, Howard French, 30 marzo 2005.
12. Robin Philpot, Rwanda: Colonialism Dies Hard, versione inglese pubblicata online dal Taylor Report.
13. Terry George, Ed., Hotel Rwanda – The Official Companion Book, Newmarket Press, 2005.
14. Un foglio inserito per la pubblicazione, autunno 2005, da Jean-Marie Vianney Higiro.
15. Alcuni di essi sono: Alliance edito da Alliance National Unity (RANU), un’ organizzazione che più tardi cambiò il nome in Rwandan Patriotic Front (RPF); Congo Nil, edito in Belgio da Francois Rutanga; Impuruza, edito da Alexander Kimenyi negli Stati Uniti; Inkotanyi, edito dall’ RPF; Intego, edito da Jose Kagabo in Francia; Munyarwanda, edito dall’Association of Concerned Banyarwanda in Canada; Avant Garde; Le Patriote; Huguka e Umulinzi.
16. Il termine Banyarwanda si riferisce all’etnico Tutsi, d è stato più spesso usato per descrivere i rifugiati tutsi in Congo (Zaire).
17. Mouvement Republicain National pour la Démocratie et le Développement or National Republican Movement for Democracy and Development (MRND).
18. Robin Philpot, Rwanda: Colonialism Dies Hard, pubblicato online in inglese dal Taylor Report.
19. “Perception management” è l termine contemporaneo per “propaganda” e anche esso è un’industria.
20. Cfr: the GenoDynamics Project.
21. Frank Smythe, Arming Rwanda, Human Rights Watch, January 1994.
22. Cfr. Wayne Madsen, Covert Action Quarterly.
23. Cfr.: Rory Carroll, “Genocide Tribunals ‘Ignoring Tutsi Crimes” Guardian, January 13, 2005.
24. The Iceberg of the Conflict in Africa of the Great Lakes Region: Lawsuit Against those responsible for the Concealed Crimes Against Humanity, The International Forum for Truth and Justice in the Great Lakes Region of Africa,
25. Second Lt Aloys Ruyenzi, Major General Paul Kagame Behind the Shooting Down of Late President Habyarimana’s Plane: An Eye Witness Testimony, Norway, July 5, 2004.
26. David Newbury, “Convergent Catastrophes in Central Africa” November 1996.
27. Front for the Democratic Liberation of Congo (FDLR) [Fronte per la Liberazione Democratica del Congo], forze nel Congo orientale 40.000.
28. Cfr: Wayne Madsen, Genocide and Covert Operations in Africa, 1993-1999, Mellon Press, 1999.
29. Per magiori informazioni, cfr: .
30. David Newbury, “Convergent Catastrophes in Central Africa” November 1996.
31. RDR Calls for the Prosecution of Crimes Against Humanity and Other Violations of the International Law Committed by the Rwandan [RPF/RDF] Army, Rally for the Return of Refugees and Democracy in Rwanda, Press Release 9/2001, September 2001.
32 Alison Des Forges, D.R. Congo: Civilians Killed as Army Factions Clash, Human Rights Watch, Press Release, July 1, 2005.
33. Cfr: http://www.immortalchaplains.org/Prize/Ceremony2000/Rusesabagina/rusesabagina.htm
34. “Rwanda Defense Forces” era il nome adottato al posto del precedente Rwanda Patriotic Front/Army.
35. Jean Marie Higiro sostiene: “Studiosi e giornalisti dividono gli hutu in due categorie: moderati e estremisti cheseguono i miti di Hollywood. Non suggeriscono mai che c’erano hutu che non appartenevano ad alcuna categoria. C’erano quelli che erano terrorizzati da entrambe le parti e che fuggivano per la loro vita.
Studiosi e giornalisti non fanno lo stesso per i tutsi e naturalmente neppure per l’RPF persino se l’RPF era un insieme di supremazisti, repubblicani e monarchici tutsi. Questi supremazisti sono profondamente insediati nel governo. Tito Rutaremara, uno degli ideologi dell’RPF, è uno di essi, il generale Ibingira, il macellaio di Kibeho sono alcuni di essi.

Pubblicato da Olimpia

  • Zret

    Perché angustiarsi tanto? non sono i cristiani più di un miliardo nel mondo? Non portano essi in ogni dove amore, pace e concordia? Noi italiani abbiamo socci, il nuovo messia, noi cattolici abbiamo B 16, la vitamina che tutto guarisce. Mi raccomando: ricordatevi degli embrioni e della famiglia!!!