GESU' USCIREBBE DALL'IRAQ ?

DI WILLIAM BLUM
Killing Hope

La buona notizia è che i repubblicani hanno perso.

La cattiva notizia è che hanno vinto i democratici.

Il problema scottante – il ritiro degli USA dall’Iraq – resta lontano dalla soluzione come prima.

Una chiara maggioranza di americani è contraria alla guerra e quasi tutti sarebbero contentissimi se i militari USA cominciassero a lasciare l’Iraq domani, se non oggi. Il resto del mondo tirerebbe un gran respiro di sollievo e la sua lunga storia d’amore con il luogo nel mondo delle fiabe chiamato “America” potrebbe cominciare a rivivere.

Un sondaggio del Dipartimento di Stato condotto in Iraq l’estate scorsa ha affrontato l’atteggiamento della popolazione nei confronti dell’occupazione americana. A parte i curdi – che hanno aiutato gli USA prima, durante e dopo l’invasione e l’occupazione, e non si considerano iracheni – la maggior parte delle persone favoriva un ritiro immediato, con una percentuale che a seconda della zona andava dal 56% all’80%.

A seguito, Il loro prossimo massacro (Abdul Ilah Al Bayaty, Hana Al Bayaty, Ian Douglas, Dirk Adriaensens – BRussells Tribunal); La guerra è già persa (Tariq Ali – The Guardian); Afferra questa Guerra e Gettala Via (Ron Jacobs – Alt Press Review)Il rapporto del Dipartimento di Stato aggiungeva come in tutte le regioni eccetto le zone curde la maggioranza delle persone ha detto che la partenza delle forze della coalizione le avrebbe fatte sentire più sicure e avrebbe fatto diminuire la violenza. [1]

George W. ha dichiarato pubblicamente che se il popolo iracheno chiederà agli Stati Uniti di andare via, gli USA andranno via. Ha anche dichiarato che gli Iracheni “non sono contenti di essere occupati. Neanch’io sarei contento se fossi occupato”. [2]

Eppure, malgrado tutto ciò, e molte altre cose, gli Stati Uniti restano, con previsioni fatte da funzionari del Pentagono che le forze americane staranno in Iraq per anni. Grandi basi militari USA vi vengono costruite; non sono progettate come strutture temporanee. Ricordate che 61 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno ancora importantissime basi in Germania. Cinquantatré anni dopo la fine della guerra di Corea gli USA hanno decine di migliaia di soldati nella Corea del Sud.

Washington insiste di non poter lasciare l’Iraq finché non avrà completato l’addestramento e l’armamento di una forza di polizia e di un esercito che mantengano l’ordine. Questo non solo introduce migliaia di altri uomini armati – spesso in uniforme – nelle atrocità quotidiane che imperversano, ma implica che gli Stati Uniti siano preoccupati del benessere e della felicità del popolo iracheno, un’asserzione resa bizzarra dall’infliggere da quasi quattro anni a questa stessa gente mille e una varietà di inferno sulla terra, distruggendo letteralmente la sua civiltà antica e moderna. Ci viene chiesto di credere che i militari americani non partono perché delle cose terribili accadrebbero ai loro amati fratelli iracheni. (“Vi bombardiamo perché ci preoccupiamo per voi” … adatta per scriverla sulla fiancata di un missile cruise.) Proprio mentre scrivo queste cose, il 14 novembre, leggo: “Un’incursione notturna USA ha ucciso sei persone a Baghdad est, popolata principalment! e da sciiti, innescando rabbiose proteste antiamericane. Funzionari iracheni hanno detto che trenta persone sono morte in un’incursione USA sulla roccaforte sunnita di Ramadi”. [3]

Allo stesso tempo l’occupazione americana alimenta l’ostilità dei sunniti verso i “collaborazionisti” sciiti, e viceversa. E naturalmente ciascun attacco chiama la rappresaglia. E i cadaveri si accumulano. Se gli americani se ne andassero, le due parti potrebbero negoziare e partecipare alla ricostruzione dell’Iraq senza essere marchiate come traditori. Il governo iracheno perderebbe il suo marchio da Quisling. E le forze di sicurezza non avrebbero più l’handicap di essere percepite come chi lavora a favore di infedeli stranieri contro compatrioti Iracheni.

E allora perché gli Yanquis non se ne vanno a casa e basta? Tutto questo non è piuttosto strano? Tremila di loro morti, decine di migliaia criticamente menomati. Eppure restano. Diamine, si rifiutano assolutamente anche solo di proporre una tabella di marcia per il ritiro. Nessun piano di uscita. Niente di niente.

No, non è strano. È petrolio.

Il petrolio non è stata l’unica motivazione dell’invasione e occupazione americana, ma gli altri obiettivi sono stati già raggiunti – eliminare Saddam Hussein a beneficio di Israele, cancellare l’uso iracheno dell’euro al posto del dollaro per le transazioni petrolifere, espandere l’impero in Medio Oriente con nuove basi.

Le compagnie petrolifere americane sono state attive sotto l’occupazione, e ancor prima dell’invasione, preparandosi per un massiccio sfruttamento delle enormi riserve petrolifere irachene. Chevron, ExxonMobil e altri sono tutti pronti a partire. Quattro anni di preparativi ora stanno arrivando a maturazione. La nuova legge irachena sul petrolio – scritta in un luogo chiamato Washington, DC – sta per essere applicata: istituirà accordi con compagnie petrolifere straniere, privatizzando buona parte delle riserve petrolifere irachene a condizioni estremamente vantaggiose. L’unico problema sarà la sicurezza, proteggere gli investimenti delle compagnie petrolifere in un paese senza legge. Per questo hanno bisogno dei militari americani lì vicino. [4]

Che giurassico pazzo furioso che sono!

I leader del partito democratico pensano che le elezioni legittimino il loro perseguimento di un percorso centrista. Arnold Schwarzenegger attribuisce la sua rielezione come governatore della California al suo spostamento al centro (o almeno al suo fingerlo). Loro e i loro colleghi ci farebbero credere a tutti che il popolo americano si sia risolutamente spostato al centro, abbandonando gli “estremi”. Ma è davvero così? Io sostengo che la maggior parte degli americani sono liberali, e molti anche più a sinistra. Penso che questo sarebbe rivelato se al pubblico venissero poste comande sulle seguenti linee:

Vi piacerebbe avere un servizio di cure sanitarie gestito dallo Stato, che ponga termine agli ospedali e alle aziende sanitarie a fine di lucro, e che copra tutti i residenti per tutte le malattie a prezzi accessibilissimi?

Pensate che quando le aziende si trovano di fronte alla scelta se ottimizzare le loro entrate o fare quel che è meglio per l’ambiente e la sanità pubblica, dovrebbero scegliere sempre a favore dell’ambiente?

Pensate che l’aborto sia una questione che è meglio lasciare a una donna e al suo medico?

Pensate che gli Stati Uniti dovrebbero essere ufficialmente una nazione del tutto secolare oppure una basata su credenze religiose?

Pensate che le grandi aziende e i loro comitati di azione politica esercitino troppo potere politico?

Pensate che i salari dei dirigenti aziendali siano molto esagerati?

Pensate che i tagli alle tasse per i super ricchi stabiliti dall’amministrazione Bush dovrebbero essere cancellati e le loro tasse dunque aumentate?

Pensate che il salario minimo dovrebbe essere aumentato a quello che viene chiamato un “salario vivibile”, che sarebbe di almeno 10 dollari l’ora?

Pensate che tutta l’educazione, comprese le scuole mediche e di diritto, dovrebbero essere gratuite, sovvenzionate dal governo?

Pensate che il governo dovrebbe prendere tutte le misure necessarie a garantire che le aziende abbiano piani pensionistici per tutti i lavoratori e che i fondi pensionistici siano salvaguardati?

Pensate che l’invasione e l’occupazione dell’Iraq siano state uno sbaglio?

Pensate che l’appoggio che gli Stati Uniti danno a Israele sia eccessivo?

Approvate il trattamento delle persone catturate dagli Stati Uniti come parte della loro cosiddetta Guerra al Terrore – la perdita completa dei diritti umani e legali, e l’assoggettamento alla tortura?

Per quei lettori che pensano che stia presumendo troppo quanto al disincanto degli americani verso il loro sistema economico, suggerisco loro di dare un’occhiata al mio saggio: “The United States invades, bombs, and kills for it, but do Americans really believe in free enterprise?” (Gli Stati Uniti invadono, bombardano, e uccidono per lei, ma gli americani credono davvero nella libera impresa?) [5]

E per quei lettori che si chiedono da dove verrebbero tutti i soldi per pagare l’educazione, le cure mediche, ecc., tenete presente che un anno del budget militare degli USA – dico un anno – è pari a più di 30.000 dollari l’ora per ogni ora da quando è nato Gesù Cristo.

Il grande giudice

All’inizio di questo mese il Dipartimento di Stato USA ha tolto il Vietnam dalla sua lista mera di nazioni che giudica siano gravi violatrici della libertà religiosa. Ciò è accaduto pochi giorni prima di una visita del presidente Bush in Vietnam. Il Dipartimento ha negato ogni connessione fra i due eventi. Tuttavia, per citare George Bernard Shaw: “Manco per sogno”.

Cancellando il Vietnam, il Dipartimento di Stato stava ignorando la Commissione sulla libertà religiosa internazionale del governo USA, un organo consultivo con mandato del Congresso, che aveva chiesto che il Vietnam fosse mantenuto sulla lista. La Commissione ha anche chiesto vi vengano aggiunti Pakistan e Turkmenistan. Anche questo è stato ignorato dalla Casa Bianca. [6]

Di solito considerazioni di politica estera svolgono un ruolo decisivo nel determinare chi è incluso e chi no sulle varie liste del Dipartimento di Stato. Non è cosa da poco, poiché l’inclusione in una delle liste può portare a sanzioni economiche e di altro genere. Così è un’altra arma che Washington ha a disposizione per piegare il mondo alla sua volontà.

Oltre al rapporto sulla libertà religiosa, il Dipartimento di Stato pubblica moralisticamente dei rapporti annuali che classificano i paesi del mondo quanto a diritti umani, guerra alle droghe, traffico di persone e guerra al terrorismo, oltre a mantenere una lista di gruppi “terroristi”. Il Dipartimento ha posto il Venezuela nella peggiore categoria della lista sul traffico di persone, affermando che “il Venezuela è una fonte, transito e paese di destinazione per donne e bambini trafficati a fini di sfruttamento sessuale e lavoro forzato” e che “Il governo del Venezuela non soddisfa gli standard minimi per l’eliminazione del traffico e non sta facendo sforzi significativi per farlo”. [7]

È tutto piuttosto arbitrario e la maggior parte di quanto il rapporto del Dipartimento di Stato dice del Venezuela si potrebbe dire anche degli Stati Uniti e di altri paesi sviluppati. A Washington da molti anni ci sono stati regolarmente casi di diplomatici stranieri che hanno “schiavizzato” e violentato giovani che avevano portato con sé dall’estero per lavorare in casa propria. Questo continua a ripetersi e non sembra ci sia una politica chiara e dura del Dipartimento di Stato per assicurarsi che ciò non avvenga più. Le storie vengono riferite ogni volta che una giovane, dopo anni di “schiavitù” in un quartiere residenziale di Washington, fugge. “Schiavitù” è il termine veramente usato dalle autorità legali.

Classificare così il Venezuela è arbitrario come includere Cuba sulla lista dei sostenitori del terrorismo perché alcune Black Panther americane dirottarono degli aerei a Cuba 25 o 30 anni fa, e per via di un attivista basco che vive a Cuba, che per la Spagna non è un problema, ma che gli USA vogliono sfruttare politicamente.

Attenzione: segue asserzione estremista. (Potreste non vederla più stampata, quindi ritagliate e conservate)

La Francia è sul punto di approvare una legislazione che renda un crimine negare il genocidio degli armeni ad opera dei turchi all’epoca della prima guerra mondiale.

Negare l’olocausto degli ebrei ad opera dei tedeschi è un crimine in Germania, Belgio, repubblica ceca, Francia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Spagna, Svizzera e Israele.

Negli Stati Uniti non è un crimine negare l’olocausto americano, anche se questo particolare fenomeno storico abbraccia Vietnam, Laos, Cambogia, Corea del Nord, Guatemala, El Salvador, Grenada, Indonesia, Iraq, Brasile, Cile, Cuba, Grecia, Timor Est, Angola, Nicaragua, Afghanistan, Haiti, Jugoslavia, Colombia, e vari altri paesi cui Washington ha concesso i suoi preziosi doni di libertà e democrazia.

Ma quanto ci vorrà prima che i neo-Con e i neo-Dem d’America metteranno insieme le loro teste e renderanno un crimine affermare l’olocausto americano? Politici e media vanno in giro con pali lunghi tre metri per non toccarlo.

Il caso che non è ancora chiuso

Ho seguito da vicino il caso del volo PanAm 103, fatto esplodere da una bomba terrorista su Lockerbie, in Scotland, nel 1988, uccidendo 270 persone, e ne ho scritto spesso. Per più di un anno dopo l’evento USA e Regno Unito insistettero che Iran, Siria e un gruppo palestinese erano stati dietro l’attentato, finché nel 1990 non arrivò la preparazione alla Guerra del Golfo e per l’operazione si desiderò l’appoggio di Iran e Siria. Improvvisamente, nell’ottobre del 1990, gli USA dichiararono che dopo tutto dietro l’attentato c’era la Libia – lo stato arabo che appoggiava di meno la preparazione USA alla Guerra del Golfo e le sanzioni imposte contro l’Iraq.

Alla fine, nel 2001, un libico, Abdelbaset al Megrahi, è stato condannato all’ergastolo per il crimine, anche se il suo coimputato libico, accusato dello stesso crimine e con le stesse prove, è stato assolto. Il processo è stato la proverbiale parodia della giustizia, che altrove ho discusso nei dettagli. (“Sono assolutamente sbalordito, stupefatto”, ha detto il professore scozzese di diritto che è stato l’architetto del processo. “Ero estremamente riluttante a credere che qualsiasi giudice scozzese avrebbe condannato chiunque, perfino un libico, sulla base di simili prove”.)[8] Il principale testimone dell’accusa, il disertore libico Abdul Majid Giaka, preparato e presentato dalla CIA, era un personaggio totalmente equivoco che non sapeva granché né aveva accesso a granché, e che fingeva di essere altro solo per ricevere più pagamenti dalla CIA. E la CIA lo sapeva. L’Agenzia ha rifiutato di desecretare integralmente i documenti su di lui, usando la sua scusa standard –! che questo avrebbe rivelato metodi e fonti riservate. È emerso che era riluttante perché i documenti mostravano come la CIA lo considerasse inaffidabile.

Poi nel 2005 abbiamo saputo che una prova chiave che collegava la Libia al crimine era stata messa lì dalla CIA.[9] Proprio come nei film gialli. Proprio come nelle teorie cospirative.

Per chiunque abbia ancora dubbi sulla natura farsesca del processo, ecco che arriva Michael Scharf, un procuratore che ha lavorato sul caso del volo 103 al Dipartimento di Stato ed era consulente legale dell’ufficio antiterrorismo quando i due libici furono incriminati per l’attentato. Nell’ultimo anno ha formato giudici e pubblici ministeri in Iraq nel processo che ha portato alla condanna a morte di Saddam Hussein. Scharf ha recentemente affermato che il caso della PanAm “era largamente basato su questo informatore [Giaka]. Solo al processo ho saputo che questo tizio era un matto e che la CIA non aveva alcuna fiducia in lui e che sapeva che era un bugiardo. Era un caso così pieno di buchi che sembrava formaggio svizzero”. Dice che il caso aveva un obiettivo “diplomatico piuttosto che puramente legale”. [10]

Victor Ostrovsky, che ha lavorato nel servizio segreto israeliano Mossad, ha scritto del Mossad ciò che si può dire con altrettanta correttezza della CIA: “Questa sensazione che puoi fare quello che vuoi a chiunque vuoi per tutto il tempo che vuoi perché hai il potere”. [11]

Così speriamo che Abdelbaset al Megrahi sia davvero colpevole. Sarebbe una terribile infamia se passasse il resto della sua vita in carcere semplicemente perché nel 1990 i piani egemonici di Washington per il Medio Oriente avevano bisogno di un capro espiatorio comodo, che capitò fosse il suo paese. Comunque nei prossimi mesi la Commissione scozzese per il riesame dei casi criminali dovrà riferire se ritiene che in questo caso ci sia stato un errore giudiziario.

E a proposito, il mio solito promemoria, la Libia non ha mai confessato di aver compiuto questa azione. Se ne è solo accollata la “responsabilità”, nella speranza di ottenere l’abolizione di varie sanzioni di cui è oggetto.

William Blum
Fonte: http://www.killinghope.org/
Link: http://members.aol.com/bblum6/aer39.htm
24.11.2006

Traduzione a cura di LUCA TOMBOLESI

Note:

[1] Washington Post, 27 settembre 2006, p.22, articolo più tabella; anche 4 agosto 2006, p.10 per il desiderio degli iracheni che gli USA se ne vadano.

[2] Washington Post, 14 aprile 2004

[3] BBC, 14 novembre 2006

[4] Antonia Juhasz, “The Bush Agenda: Invading the World, One Economy at a Time”, capitolo 6; Greg Muttitt, “Oil Pressure”, Foreign Policy In Focus, 28 agosto 2006, www.fpif.org; Joshua Holland, “Bush’s Petro-Cartel Almost Has Iraq’s Oil”, AlterNet, 16 ottobre 2006, www.alternet.org/story/43045

[5] http://members.aol.com/superogue/system.htm

[6] Agence France Presse, 13 novembre 2006

[7] State Department report on Trafficking in persons, dal sito web del Dipartimento, visionato il 21 novembre 2006

[8] http://members.aol.com/bblum6/panam.htm

3 Comments
  1. marzian says

    IL LORO PROSSIMO MASSACRO

    DI ABDUL ILAH AL BAYATY, HANA AL BAYATY, IAN DOUGLAS, DIRK ADRIAENSENS
    Brussels Tribunal

    Il governo della Green Zone e le sue milizie stanno attaccando i civili in tutto l’Iraq per arrestare la resistenza.

    Gli
    Stati Uniti e tutte le forze di occupazione sono responsabili
    legalmente e moralmente della protezione di tutti i civili Iracheni.

    Non esiste grado di atrocità che possa spezzare l’unità e la sovranità geopolitica dell’Iraq.

    La
    comunità umana deve svegliarsi. Le sofferenze del popolo Iracheno sono
    tragiche e criminali. Intere città sono sotto assedio: Fallujah,
    Sammara, Kirkuk, Haditha, Hit, Ramadi. Latifiyah, Tarmiyah, Baaquba,
    Moqdadiyah, Buhruz, Madaen, Abualkhasib, Al-Zubeir, Fahamma, Tel Afar,
    Husaiba.

    Intere
    zone suburbane di Baghdad sono attaccate dalle milizie e dalle forze di
    polizia dell’attuale governo settario: Adhamiyah, Al-Jihad, Ghazaliyah,
    Al- Amiriyah, Al-Huriyah, Al-Suleikh, Al-Saidiyah, Haifa Street,
    Al-Baladiyat, Al-Durah, Palestine Street.

    Lo
    scopo di questi attacchi è fermare una resistenza all’occupazione che è
    in crescita. Adesso la resistenza è presente in ogni parte del paese:
    nel nord, nel centro e nel sud. Coinvolge tutte le popolazioni
    dell’Iraq: gli Arabi, gli Sciiti, i Sanniti, i Turkomanni, i secolari,
    i Kurdi, gli Assiri e altri Cristiani, e i Sabbiti e i Yaziidi.

    L’occupazione
    non ha un futuro in Iraq. Anche se sconfitta, l’occupazione si rifiuta
    di accettare la propria sconfitta fino a quando non le avrà provate
    tutte. Sembra che l’amministrazione Statunitense ritenga che una guerra
    civile salverà la sua reputazione e i suoi piani. Gli strateghi fanno
    di tutto per dimenticare che uccidere civili è un crimine politico e
    morale e che è probito dalla legge internazionale, chiunque sia il
    responsabile e qualunque ne sia la causa. Definire la morte di civili
    come una guerra civile non solleva dalle responsabilità che gravano
    sulle forze locali, regionali e internazionali, che hanno il dovere di
    fronte alla legge di fermare la mattanza. Le uccisioni genocide, le
    punizioni collettive, e i crimini contro l’umanità commessi durante i
    giorni scorsi a Baghdad da parte delle milizie settarie che partecipano
    al governo, e con la partecipazione della polizia del governo e la
    complicità dell’occupazione, devono essere fermate.

    Piuttosto
    che accettare l’evidente realtà che solamente la resistenza
    nazional-popolare, armata, politica e civile ha il potere e la
    legittimità per portare stabilità, democrazia e pace in Iraq, gli Stati
    Uniti stanno facendo di tutto per sfuggire a questa realtà delle cose
    divertendo lo sguardo dalla tragica situazione Irachena alle sue mosse
    diplomatiche con la Siria e l’Iran.

    Gli
    Stati Uniti non possono sfuggire alla realtà della proprie
    responsabilità nella distruzione dell’Iraq come nazione e come stato.
    Sono gli Stati Uniti che hanno provato a costruire, fin dall’invasione,
    un artificiale stato Iracheno non fondato sui diritti di cittadinanza,
    ossia sui principi guida di tutti gli stati moderni, compreso l’Iraq
    fin dal 1925, ma bensì uno stato basato su principi etnici e settari.

    Gli
    Stati Uniti dimenticano che l’Iraq non può essere diviso; che la sua
    identità Arabo Musulmana è una realtà culturale e geopolitica, e che
    non esiste stato moderno che possa essere costruito se non sul
    principio di cittadinanza libera da ogni discriminazione. Il suo
    parlare di guerra civile è ipocrita. Gli USA stanno facendo di tutto
    per fare infiammare la situazione fino a quel punto.

    L’intera
    comunità internazionale, e specialmente i vicini dell’Iraq, hanno
    l’interesse morale, politico ed economico nel dare l’Iraq agli
    Iracheni, nella difesa della sua unità e integrità, e di aiutare l’Iraq
    a liberarsi dall’occupazione e a realizzare la piena sovranità sulla
    sua terra, le sue risorse e il suo destino.

    Azione urgente!

    Richiamiamo
    tutte le istituzioni, governative e non governative, e il mondo alla
    necessità di opporsi al crescente terrore con il quale si sta
    confrontando il popolo Iracheno.

    Sindacati,
    istituzioni educative, parlamenti, gruppi per i diritti umani e persone
    ordinarie possono levare la propria voce per fermare la crescente
    tragedia nel mentre l’occupazione e i suoi clienti locali mettono in
    gioco la vita degli Iracheni per la propria pelle politica.

    Solo la fine dell’occupazione può porre fine a queste atrocità. Poniamo fine all’occupazione adesso!

    Versione originale:

    Abdul Ilah Albayaty (BRussells Tribunal Advisory Committee)
    Hana Albayaty (BRussells Tribunal Executive Committee)
    Ian Douglas (BRussells Tribunal Advisory Committee)
    Dirk Adriaensens (BRussells Tribunal Executive Committee)

    Fonte: http://www.brusselstribunal.org/
    Link: http://www.brusselstribunal.org/Massacre.htm
    28.11.2006

    Versione italiana

    Fonte: http://www.radiokcentrale.it
    Link: http://www.radiokcentrale.it/articolinuovaera/itapiece213.htm

    Traduzione a cura di Melektro per http://www.radioforpeace.info



  2. marzian says

    LA GUERRA E’ GIA’ PERSA

    DI TARIQ ALI
    The Guardian

    Lo zelo ideologico ha contribuito a distruggere l’Iraq, rinvigorire i Talebani ed aumentare la minaccia terroristica

    Quando
    una guerra va molto male e le sue giustificazioni si sono rivelate
    essere bugie, insistere che un Iraq "democratico" sia visibile
    all’orizzonte e che "dobbiamo mantenere la rotta" diventa una fantasia
    totale. Cosa faranno?

    Negli
    Stati Uniti è stato spolverato un gruppo di anziani di Foggy Bottom [1]
    per stendere un rapporto. Questo gruppo ha ammesso quello che l’intero
    mondo (tranne Downing Street) sapeva già: l’occupazione è un disastro e
    la situazione si fa più infernale ogni nuovo giorno. Dopo che i
    cittadini degli Stati Uniti hanno votato di conseguenza nelle elezioni
    di medio termine, la Casa Bianca ha sacrificato il signore della guerra
    al Pentagono, Donald Rumsfeld.

    Il
    signore della guerra di Downing Street, comunque, è ancora nei paraggi.
    Simile ad uno zombi nel suo negare che ci sia qualcosa di serio che
    stia andando male a Baghdad o Kabul. Tutto, per lui, può ancora essere
    rimediato con una dose di medicina umanitaria (un veleno così potente e
    audace che non è possibile alcuna resistenza). I suoi disperati
    tentativi di giocare allo statista lo hanno reso uno zimbello nelle
    capitali arabe e nella Zona Verde di Baghdad. L’Iraq è il cordone
    ombelicale che lo lega al suo destino.

    Nel
    frattempo, i vecchiacci di Washington riconoscono l’estensione del
    disastro. Le loro descrizioni sono forti, le loro prescrizioni deboli e
    patetiche: "Siamo d’accordo con l’obiettivo della politica statunitense
    in Iraq, come dichiarato dal presidente: un Iraq che possa governarsi,
    sostenersi e difendersi da solo". In qualche altro punto raccomandano
    un accordo con Tehran e Damasco per preservare la stabilità nel
    dopo-ritiro, implicando che Baghdad non potrà mai più essere
    indipendente. Il compito di chiedere un completo ritiro nei prossimi
    mesi è stato lasciato ad un realista militare, il Colonnello Generale
    William Odom. Si tratta di un’opinione condivisa dagli Iracheni (sciiti
    e sunniti) secondo vari sondaggi. L’occupazione, ci informa Kofi Annan,
    ha creato una situazione ben peggio che sotto Saddam Hussein.

    Com’era
    differente nei primi giorni che seguirono la presa di Baghdad! Due
    filoni emersero nel campo vittorioso. Il Pentagono voleva un veloce
    accordo con i generali di Hussein per fondare un nuovo regime in modo
    che gli Stati Uniti e le truppe ausiliari potessero ritirarsi nella
    basi presso l’Iraq settentrionale ed il Kuwait per controllare il
    risultato. Il dipartimento di Stato e gli ausiliari di Downing Street
    volevano la spietata applicazione del "potere duro" e una lunga
    occupazione per fondare un nuovo Iraq come modello del "potere soft"
    statunitense per l’intera regione.

    Questa
    non è mai stata un’opzione presa seriamente. E’ infatti
    l’incondizionato supporto degli Usa per Israele che preclude ogni
    possibilità di potere soft in Iraq o in qualunque altra parte. E’
    improbabile che usare Fatah per promuovere un conflitto civile in
    Palestina migliorerà le cose. Persino i regimi più filo-statunitense
    nella regione – Arabia Saudita, Egitto, Giordania e gli stati del
    Golfo, che eseguono gli ordini di Washington – permettono ora virulente
    denunce delle politiche occidentali nei media per tenere a bada i loro
    cittadini.

    Nessuno
    degli scenari discussi a Washington, anche dai Democratici, prevede un
    totale ritiro degli Stati Uniti. Si tratterebbe di una sconfitta troppo
    insostenibile per essere contemplata, ma la guerra è già stata persa,
    insieme a mezzo milione di vite irachene. E’ improbabile che cercare di
    ritardare la sconfitta (come in Vietnam) con un "brusco aumento" delle
    truppe funzionerà.

    Il
    parlamento britannico, ancor più supino del suo equivalente Usa, ha
    votato contro ogni indagine ufficiale (compresa la Hutton [2]) sul
    coinvolgimento britannico nella guerra, quando ben sapeva che una
    maggioranza nel paese si opponeva a continuare questo conflitto. Lo
    zelo ideologico di Blair ha contribuito a distruggere l’Iraq,
    rinvigorire i Talebani in Afghanistan, aumentare la minaccia
    terroristica in Gran Bretagna e introdurre leggi repressive che non
    erano in vigore nemmeno nella Seconda Guerra Mondiale. Il suo stesso
    miserabile partito e l’opposizione hanno accondisceso a queste misure
    repellenti. E’ ora di un cambio di regime… qui.

    L’ultimo libro di Tariq Ali è Pirates of the Caribbean: Axis of Hope[email protected]

    [1] Quartiere di Washington dove si trova il Dipartimento di Stato Usa.

    [2]
    Autore del rapporto ufficiale che doveva verificare se Downing Street
    avesse deliberatamente fuorviato l’opinione pubblica con dati esagerati
    sulle potenzialità belliche dell’Iraq.

    Versione originale

    Tariq Ali
    Fonte: http://www.guardian.co.uk/
    Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/story/0,,1975750,00.html
    20.12.2006

    Versione italiana

    Fonte: http://www.radiokcentrale.it/
    Link: http://www.radiokcentrale.it/articolinuovaera/itapiece217.htm

    Traduzione a cura di Carlo Martini per http://www.radioforpeace.info

  3. marzian says

    Afferra questa Guerra e Gettala Via

    Di Ron Jacobs – 27 Dicembre 2006

    “Ogni
    pistola prodotta, ogni nave da guerra varata, ogni razzo sparato,
    significano nel loro senso ultimo un furto nei confronti di coloro che
    stanno morendo di fame e non hanno di che nutrirsi, di quelli che hanno
    freddo e non hanno di che coprirsi.”
    – Presidente Dwight D. Eisenhower, April 16, 1953

    Parliamo
    di caduta nell’abisso. George Bush e i suoi alleati al Pentagono stanno
    prendendo in considerazione la possibilità di incrementare il numero
    delle truppe che sono presenti in Iraq con l’invio di altri 40.000
    soldati. Questa idea è sostenuta da alcuni membri del Congresso, anche
    se John McCain è il solo che sinora ha espresso pubblicamente il
    proprio sostegno. Questo nonostante il fatto che più del 60% dei
    residenti Americani vuole che le truppe se ne escano dall’Iraq il prima
    possibile piuttosto che il più tardi possibile. Non solo la posizione
    di Bush rappresenta un’altra stilettata inflitta all’idea che è il
    popolo degli Stati Uniti a governare il paese, è un calcio sonoro
    sferrato sulla faccia degli elettori. Tuttavia fin tanto che il
    Congresso continua a concedere alla Casa Bianca e al Pentagono tutto il
    denaro che vogliono per combattere la guerra, qualunque altra azione
    legislativa in materia vale meno di zero. In senso contrario rispetto
    alle iniziative domestiche di Bush quali il No Child Left Behind act
    – una legge che impone ai singoli stati di seguire certe direttive del
    governo federale senza la concessione di alcun finanziamento – il
    Congresso provvede un finanziamento illimitato agli sforzi di guerra
    senza imporre alcuna linea guida, e tanto meno senza richiedere in
    cambio alcuna prova di successo.

    Non
    è che questo rappresenti un qualcosa di inusuale. Determinate richieste
    di finanziamento raramente vengono vagliate con attenzione dal
    Congresso. Due fra le più ovvie di queste riguardano entrambe il Medio
    Oriente. La prima è il costante finanziamento ottenuto da Tel Aviv, non
    importa quale sia l’uso che ne fa o come lo faccia. La seconda è
    costituita dalle previsioni in bilancio che riguardano quei paesi che
    sono dotati delle grandi sorgenti di profitto petrolifere. Qualche
    volta il denaro di quest’ultima viene destinato alla politica di
    sostegno a favore di un regime che è vicino agli interessi di
    Washington e talvolta viene usato per distruggere un regime con idee
    diverse. In Iraq, questa seconda richiesta è stato portata al suo
    estremo storico. In altre parole, un regime che appare essere capace a
    malapena di mantenere il potere viene sostenuto con l’immane potere
    militare Statunitense – al costo di approsimativamente 180 milioni di
    dollari al giorno. Naturalmente questo è il solo costo finanziario
    perchè i costi umani non si possono calcolare, ma qui seguono alcuni
    numeri grezzi che li riguardano: durante il corso della guerra, le
    truppe Statunitensi hanno subito perdite ad una media di due vite al
    giorno, un qualcosa come circa mezzo milione di Iracheni sono morti [ed
    è probabile che il numero sia maggiore piuttosto che inferiore], più di
    20.000 soldati Americani sono stati feriti, assieme ad un numero
    sconosciuto di Iracheni.

    Nonostante
    queste statistiche la guerra continua. Infatti, come è stato fatto
    notare sopra, il conflitto potrebbe benissimo intensificarsi. I
    Democratici strillano tanto sulla loro frustrazione nei riguardi della
    guerra e dicono che loro le cose le faranno in maniera diversa,
    tuttavia fra loro sono ben pochi quelli che hanno dato una qualunque
    indicazione genuina che faccia intendere il rifiuto di finanziare la
    guerra. Invece un buon numero di loro ha firmato le raccomandazioni
    dell’essenzialmente irrilevante Iraqi Study Group, il cui
    rapporto suggerisce di continuare la guerra semplicemente attribuendo
    un nuovo nome alla missione delle truppe ed eventualmente ritirando le
    unità di combattimento – una mossa che secondo il rapporto del
    Washington Post lascerebbe nel paese il 75% delle truppe. Inoltre, non
    un singolo Senatore Democratico ha votato contro la nomina a Segretario
    della Difesa di Robert Gates, uomo della CIA e apologo della guerra.
    Adesso, non so voi come la pensiate, ma tutto questo mi pare il tipico
    ‘business as usual’. Il primo test per il Congresso a maggioranza
    Democratica verrà subito dopo che i nuovi rappresentanti avranno preso
    il loro posto e si presenterà nella forma di una richiesta di 100
    miliardi di dollari per la continuazione della Guerra in Iraq. A parte
    qualche rumore che viene dall’ala sinistra del partito – nella maggior
    parte dei casi dal rappresentante al Congresso dell’Ohio Denis Kucinich
    – non c’è stata indicazione alcuna che faccia intendere che questa
    richiesta non verrà soddisfatta. A dir la verità, una veloce lettura
    degli articoli dei giornali che hanno a che fare con questa richiesta
    mi porta a credere che il solo problema che avranno i Democratici con
    il finanziamento richiesto dall’amministrazione a favore della guerra è
    la maniera nella quale verrà richiesto. Invece delle richieste di
    emergenza che Messers Bush e Cheney tendono a preferire, i Democratici
    vogliono che le richieste di finanziamento alla guerra siano ricomprese
    nel budget annuale.

    Recentemente, il veterano contro la guerra Mike Ferner, parlando in rappresentanza dei gruppi Voices for Creative Nonviolence & Veterans For Peace,
    ha annunciato la richiesta di mobilitazione degli attivisti contro la
    guerra affinchè nelle loro città in tutto il paese occupino gli uffici
    di quei Rappresentanti e di quei Senatori che hanno votato in favore
    del finanziamento alla guerra. Queste azioni si svolgeranno nel mese di
    Febbraio, dato che il Congresso apre i lavori alla fine di Gennaio e la
    sopracitata richiesta di finanziamento sarà una delle prime proposte di
    legge nell’agenda dei lavori. Questa è una buona idea e a dir la
    verità, consiglierei di spingersi anche più in là. Usiamo la
    mobilitazione per la marcia di massa fino al Pentagono che è prevista
    il prossimo 17 Marzo per inscenare una protesta di sitdown: occupate il
    prato e rifiutatevi di lasciarlo. Non c’è alcun dubbio che le prossime
    due marce contro la guerra del 27 Gennaio e del 17 Marzo sono
    importanti, ma, se tutte le indicazioni sono corrette, manifestazioni
    come queste fino ad ora sono solo riuscite a far dichiarare ai
    rappresentanti elettivi la propria opposizione alla guerra, senza fare
    poi niente di concreto nei suoi confronti. Dipende da noi di far sì che
    rimangano legati alle proprie parole. Rimanercene seduti nei loro
    uffici fino a quando non hanno risposto alle nostre domande o hanno
    deciso di chiamare la polizia è logicamente il prossimo passo. Così
    l’idea è quella di un sit-in massiccio sul prato del Pentagono. La si
    definisce un’azione per far crescere le contraddizioni. Gli Stati Uniti
    potrebbero usarne una parte. Pensateci. Se queste idee non fanno per
    voi e la vostra gente, forse una di più lo farà. O una combinazione di
    altre. Se ci ricordiamo delle proteste di Seattle nel 1999 contro la
    WTO – World Trade Organisation, ricorderemo quanto furono effettive nel
    sollevare il livello di consapevolezza e di opposizione agli scopi del
    capitalismo globale. Ricorderemo come erano organizzati in maniera
    efficace i dimostranti e come ogni cosa venne gestita a livello locale.
    Non c’è dubbio che le vere dimostrazioni si tennero a Seattle [e in
    molti altri posti negli anni seguenti], ma se vogliamo credere ai
    sondaggi, il numero di residenti Statunitensi che si oppongono alla
    guerra è sufficientemente alto da poterci sedere sul prato del
    Pentagono e intraprendere azioni a livello locale. È nel nostro
    interesse fermare immediatamente questa guerra. Dobbiamo farlo anche
    nell’interesse del Congresso.

    Ron Jacobs è l’autore di "The Way the Wind Blew: A History of the Weather Underground" (Haymarket Series)

    Traduzione a cura di Melektro per http://www.radioforpeace.info

    http://www.radiokcentrale.it/articolinuovaera/itapiece219.htm

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