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Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org

Molti capiscono l’importanza dell’economia nella propria vita, e da qui nella vita sociale, essendo l’economia un fenomeno essenzialmente politico.

I livelli di competenza possono essere i più disparati, ma possiamo dividere l’intera categoria dei curiosi d’economia in due fazioni contrapposte.

Una è composta da quelli che pensano che l’economia abbia una sua dinamica “naturale”, cioè costituisca un sistema che si autoregola da solo, compensando automaticamente eventuali squilibri interni se solo lo si lascia libero di operare; un sistema all’interno del quale ognuno è responsabile unico del proprio successo (o insuccesso) economico.

L’altra è invece composta da quelli che invocano una ferrea regolamentazione e controllo istituzionali dell’economia, per governarne le dinamiche e correggerne gli squilibri, avendo tra gli obiettivi primari il benessere generale e la giustizia sociale.

Rozzamente potremmo etichettare queste due ideologie in “liberista” e “statalista”.

Ovviamente nessuno dei due principi nega radicalmente qualunque ragione e logica della controparte.

Ad esempio un “liberista” si rende perfettamente conto che senza precise e garantite regole del gioco i liberi commerci diverrebbero una giungla impraticabile, così come uno statalista ammette che la libera iniziativa è un’esigenza umana spontanea e naturale, che può produrre frutti preziosi per se stessi e per la società intera.

Un assunto che però dovrebbe trovare tutti concordi è l’evidenza che l’economia, ancor prima di diventare “economia politica”, è una “economia monetaria”. Senza l’uso della moneta resterebbe solo il baratto a sostenere i liberi scambi commerciali, che sono storicamente il motore dell’evoluzione sociale e civile tra gli umani. Ma col semplice baratto è ovvio che aumenterebbero enormemente le difficoltà nello scambiarsi reciprocamente beni e servizi, rallentando di conseguenza le dinamiche economiche, come era di fatto agli albori della storia umana.

Da questa banale considerazione deriva un assunto fondamentale quanto ignorato o peggio negato: la moneta non è una merce. Se, per assurdo, la moneta fosse una merce come tutte le altre (ad es. la moneta d’oro), ogni scambio commerciale costituirebbe fondamentalmente un baratto, e non esisterebbe l’economia moderna, ma ci troveremmo ancora dentro logiche di autosussistenza, che guardano più all’età della pietra che a quella delle tecnologie avanzate.

La moneta quindi non è una merce, quanto piuttosto una convenzione, un patto sociale istituzionalmente garantito, e come tale va governato, pena l’accumularsi di squilibri e sperequazioni divergenti verso l’inevitabile collasso sistemico, spesso addolcito con la terminologia un po’ meno catastrofista di “crisi economica”. E quando non basta più stratificare la popolazione in classi sociali di ricchezza e povertà estreme, non resta che la violenza della guerra per andare oltre la crisi, ricostruendo poi sulle macerie un nuovo sistema economico, fondato però su principi talvolta vecchi, già rivelatisi intrinsecamente fallimentari per i più, ma favorevoli a minoranze privilegiate che detengono il potere politico in forza di quegli stessi privilegi economici, comunque ottenuti.

Il nostro attuale occidente atlantista è stato il banco di prova di tali sistemi iperliberisti, che sfruttando le moderne tecnologie hanno finito per monopolizzare le risposte alle esigenze primarie dell’individuo: SALUTE, ALIMENTAZIONE, SICUREZZA.

Sono le stesse esigenze degli animali d’allevamento. Il buon pastore sa come soddisfare queste esigenze, così come sa imporre le regole al suo gregge, rendendolo obbediente e ordinato. Utilizza anche solo simbolicamente il bastone e il cane da guardia, cioè la paura che obbliga i singoli governati al rispetto dell’autorità.

Nel caso degli umani è quasi lo stesso: la paura indotta non deriva tanto dal tocco del bastone o dal morso del cane da guardia (salvo che con i ribelli irriducibili nella pubblica piazza), ma dalla negazione dei bisogni primari: paura di ammalarsi e morire, paura della fame e della miseria, paura di essere aggrediti da entità ostili e malevole, dai “cattivi”, apparentemente nemici anche del padrone.

Per comprendere l’avanzata del totalitarismo nel governo della polis, basta comprendere l’avanzata delle divergenze statistiche nell’economia a base monetaria dominata dal principio “liberista” a danno di quello “statalista”, o per meglio dire dominata dall’interesse privato, individualista, a detrimento dell’interesse pubblico, o bene comune (inteso non come oggetto di patrimonio pubblico, come un monumento o un paesaggio, bensì come benessere materiale distribuito e serenità spirituale condivisa).

Le minoranze privilegiate da questo sistema, o che si credono tali e perciò ne difendono a spada tratta le fondamenta, a questo punto obiettano che lo statalismo è il male, che le istituzioni pubbliche sono inefficienti, corrotte, oppressive della libera iniziativa, e che solo depotenziandole e riducendole ai minimi termini si può restituire all’economia la libertà necessaria per farla nuovamente prosperare a vantaggio di chiunque.

Il paradosso è che hanno ragione, salvo il non accorgersi che sono proprio i vertici elitari della società, i “padroni universali”, a governare questo sfacelo dell’organizzazione pubblica, per imporre di nascosto il loro prevalente potere economico, tramite loro rappresentanti che occupano i posti di comando nelle istituzioni pubbliche della politica, ma anche della sanità, dell’istruzione, dei media, dell’esercito e forze dell’ordine, della giustizia, della moneta, delle infrastrutture, ecc.

Per non parlare degli oligopoli produttivi, ormai quasi totalmente privatizzati, cioè “legittimamente” in mano loro, che realizzano la maggior parte del PIL nazionale e sovranazionale, imponendo le politiche favorevoli alla loro crescita finanziaria illimitata e irresponsabile verso ogni altro effetto collaterale della massimizzazione e concentrazione dei profitti.

Il cortocircuito “ideologico” di costoro è quindi quello di demonizzare il principio antagonista (pubblico, sociale), dopo che è stato stravolto, minato alla radice proprio dal prevalere del proprio principio di riferimento, quello privatistico individualista.

Questa è la storia che stiamo vivendo, con tutti gli effetti collaterali delle pandemie artificiali, dei rimedi “salvavita” che aumentano la mortalità generale, della moneta esclusivamente elettronica integrata alla “società della sorveglianza (e del ricatto)”, della propaganda di stato a reti unificate, della censura delle eroiche voci libere rimaste sul campo, delle truffe climatiche ambientaliste nel mentre s’inquina mortalmente l’ambiente in tutti i modi possibili, coperti dall’incuria dei controllori e dal segreto di Stato, dalla propaganda gender e dalla distruzione scientifica della formazione culturale e morale dei giovani, ecc. ecc. In una parola siamo tutti vittime di una politica che ha come obiettivo primario il male comune, dalla quale non possiamo far altro che difenderci, ma con armi sempre più spuntate, a cominciare dall’astensione al voto, in bilico tra l’irrilevanza e l’autolesionismo.

Concludendo, la moneta è una grande invenzione, irrinunciabile in questa fase storica, ma insieme a tutti i suoi indiscussi pregi e meriti offre l’irrefrenabile tentazione di procurarsela con ogni mezzo, lecito e illecito, fino a intenderla come un fine anziché un mezzo. Un fine che si trasforma facilmente da ragionevole desiderio di benessere e sicurezza futura in sete di potere illimitato, che si autoalimenta alienandosi sempre più dagli scopi più umani, dalla dimensione animica e spirituale di ciascuno di noi, sia vincente che perdente in questa competizione divisiva, di tutti contro tutti, per l’accumulazione di ricchezza personale. E questo produce e giustifica l’ingiustificabile sperequazione delle ricchezze e dei poteri, assieme all’ipocrisia di professarsi democratici.

Arrivati a questo punto, alla soglia dell’autodistruzione nichilista, l’unica ancora di salvezza che vedo è nella fusione di ragione e istinto, di utilizzo dal basso della capacità critica e dell’amore per la vita, che va ben oltre i confini egoistici, per abbracciare l’infinito, irraggiungibile, passando dal nostro prossimo, che è lì bisognoso del nostro affetto disinteressato, così come l’ambiente in cui viviamo, passando dalla sacralità del nostro corpo e di tutte le forme di vita che ci circondano e ci pervadono, in un’armonia che neppure riusciamo a cogliere nella sua meravigliosa complessità.

Occorre farsi piccini, un tempo si diceva “timorati di Dio”, per distinguere il bene dal male, e onorare il nostro onere-onore d’intervenire, anche solo col pensiero inizialmente, affinché prevalga il bene, consapevolmente. La conoscenza della meccanica monetaria (più semplice di quanto vorrebbero farci credere molti sedicenti esperti) oggi è una tappa cruciale di questo percorso a ostacoli, da affrontare per riappropriarsi della dignità di essere donne e uomini veri, così come Dio ci ha fatti, forti, liberi di autodeterminarci, e belli dentro.

Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org

17/05/2023

Alberto Conti. Laureato in Fisica all’Università Statale di Milano, docente matematica e fisica, sviluppatore software gestionale, istruttore SAP, libero pensatore, collaboratore di Giulietto Chiesa, padre di famiglia, appassionato di filosofia, psicologia, economia politica, montagna, fotografia, fai da te creativo, sempre col gusto alla risoluzione dei problemi.

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