Figlio mio quanto mi costi! Il 66% degli italiani rinuncia a fare figli perchè costa troppo: la denatalità prima vittima della guerra fra poveri

Figlio mio quanto mi costi! Il 66% degli italiani rinuncia a fare figli perchè costa troppo: la denatalità prima vittima della guerra fra poveri



Di Domenico Moro per ComeDonChisciotte.org


Nel 2025 sono nati in Italia circa 355mila bambini, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale, e sono morte 652mila persone, con un saldo negativo di -297mila, come se fosse sparita l’intera città di Catania. La Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, ha reso pubblico un dossier da cui risulta che il 66% degli italiani fa sempre meno figli perché questi costano troppo. Inoltre, il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio. Solo il 5,5% dice di non volere figli. Il problema, quindi, non sono gli immigrati che sono troppi, ma gli italiani che stanno diventando troppo pochi.

In base alle proiezioni di Eurostat, la popolazione italiana, che nel 2026 è di 58,9 milioni, a pari condizioni (stesso tasso di natalità e stessa intensità del flusso migratorio di oggi), passerà nel 2050 a 55,7 milioni o a 49,5 milioni in caso di blocco totale dell’immigrazione (l’ipotesi vannacciana). Questi dati dipendono anche dall’emigrazione di cittadini italiani. Nel 2026 oltre 6,5 milioni di questi, spesso giovani con alti titoli di studio, sono all’estero, alla ricerca di migliori salari e condizioni di vita. Visto che fare figli è difficile soprattutto per ragioni economiche, il vero problema è che i salari italiani negli ultimi decenni sono diminuiti e che il welfare per le famiglie e a favore delle donne che lavorano si è ridotto (a partire dagli asili nido e dalla assistenza ai genitori anziani).

Giusto qualche giorno fa l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), riportava che tra 1990 e 2024 il salario reale dei lavoratori italiani del settore privato (ma il settore pubblico non sta meglio) è diminuito del 6,6%, mentre mediamente i salari dei paesi Ocse sono aumentati del 35%.

Le persone nel capitalismo sono considerate come possessori di una merce (sebbene particolare), la forza lavoro.

La forza lavoro, come ogni merce, ha un proprio valore, che corrisponde non solo alle merci che servono per il mantenimento in vita giornaliero, ma anche al tempo/costo per farla crescere, istruirla, curarla, ecc. Oggi il tempo di preparazione della forza lavoro si è allungato e, di conseguenza, il costo della sua riproduzione è molto alto e le famiglie non ce la fanno a sostenerlo.

Fare figli potrebbe voler dire ridursi in povertà o ritornare alla situazione dei nostri antenati della prima metà del Novecento, che mettevano al mondo tanti figli (oltre che essere dovuto alla più alta mortalità infantile, serviva carne da cannone per le mire imperialistiche di Mussolini e del capitale italiano), senza stare troppo a preoccuparsi di garantirgli un decente standard di vita.

Il valore della forza lavoro è, però, storicamente determinato. Ciò vuol dire che è dato dal livello delle merci (beni e servizi) che in un certo periodo storico, cioè in certe condizioni di produttività, di cultura e di rapporti di forza tra lavoratori e capitale, sono ritenute essenziali al mantenimento della forza lavoro. Quanto al salario, esso è il prezzo della merce forza lavoro e oscilla attorno al suo valore. Infatti, uno degli strumenti maggiormente utilizzati dal capitale per contrastare la caduta del saggio di profitto è proprio quello di ridurre il salario della forza lavoro al di sotto del suo valore.

Ciò significa ridurre il consumo del lavoratore al di sotto dello standard a cui si era arrivati, dato un certo sviluppo della società. Quindi, i lavoratori italiani, a fronte di salari diminuiti, resistono all'abbassamento dello standard di vita a cui si sono abituati, scegliendo di non riprodursi.

Per tutte queste ragioni, il capitale importa immigrati da paesi più poveri, specie da paesi extra-comunitari, perché lì i salari reali sono più contenuti e il valore della forza lavoro è più basso, specialmente il suo costo di riproduzione. Quindi, stranieri a basso costo, al posto di italiani ad alto costo. Se non vogliamo ridurci a essere un paese di vecchi e garantirci il diritto alla genitorialità, non serve a nulla attaccare gli immigrati e progettare impossibili e costosissime remigrazioni di milioni di persone.

Quello che serve è fare una battaglia a livello nazionale per alzare i salari pubblici e privati sia degli italiani sia degli immigrati e per sviluppare un welfare adeguato per i bambini e i vecchi, in modo che l'attività di cura non pesi solo sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La questione salariale è, però, legata al modo di produzione economico. Infatti, l’Upb dice anche che la causa dell’arretramento dei salari italiani risiede nell’aumento del part-time involontario, che in Italia è molto maggiore che negli altri paesi europei (falsando anche le statistiche sul tasso di occupazione, che aumenta con il giubilo della Meloni).

Un’altra causa sta nella deindustrializzazione, a sua volta dovuta alle delocalizzazioni all’estero, dove il costo del lavoro è più basso. Infatti, sono diminuiti i posti di lavoro nell’industria e sono aumentati quelli nei servizi, che in media offrono contratti più deboli e compensi più leggeri. Oltre a questo, va ribadito che bisogna lottare contro il caporalato e il lavoro nero e che se un uomo o una donna lavorano precariamente o a tempo parziale, magari fino a 40 o anche a 50 anni, non possono certo pianificare di fare dei figli. Tutto questo dipende soprattutto dalle riforme del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu, alla riforma Biagi, a quella Fornero, al Jobs Act), che, votate da centro-destra e centro-sinistra, negli ultimi 40 anni hanno prodotto precarietà e abbassamento dei salari, allo scopo di rendere più competitive le merci italiane sul mercato globale e innalzare i profitti capitalistici. Va aggiunto, inoltre, che tali riforme e la riduzione del welfare sono dovute anche ai vincoli di bilancio dei Trattati europei e all’adozione dell’euro, che, impedendo di usare come leva competitiva sui mercati globali la svalutazione della valuta, favorisce il ricorso alla riduzione salariale.


In definitiva, la causa del calo dei salari sta nel modello economico orientato all’export e improntato al neoliberismo. Quindi, come dicevo in un mio articolo recente sul declino dell’auto europea e l’ascesa di quella cinese, va fatta una battaglia non solo per aumentare i salari, ma per superare il modello produttivo attuale e introdurre un sistema misto pubblico-privato, basato sui consumi interni e su di un ruolo maggiore dello Stato nell’economia, ad esempio rinazionalizzando quelle imprese che sono state privatizzate con esiti disastrosi, ad esempio Telecom e, come mostra la cronaca più recente, l’Ilva di Taranto.

Ciò, però, non può essere raggiunto attraverso una guerra fra poveri e meno poveri, tra immigrati e italiani, che ha l’effetto di dividere i lavoratori e deviare l'attenzione verso temi secondari.

Ciò può essere fatto solo con una lotta unitaria, come sta già accadendo in alcuni settori lavorativi, malgrado molti italiani non ne siano coscienti, a causa del silenzio dei media. Basti solo pensare allo sciopero, organizzato da alcuni sindacati di base, che per giorni ha bloccato la distribuzione logistica di Bologna, per la protesta di lavoratori immigrati e italiani contro la morte di Farik.

La lotta contro il razzismo e la xenofobia non è un vezzo da “sinistra fucsia”, ma un aspetto necessario alla ripresa e al dispiegamento della lotta di classe nel nostro paese.

Il problema, quindi, non è solo il ceto politico, ma il sistema capitalistico, specialmente quello puro, nella forma neoliberista e imperialista. Il ceto politico è subalterno (funzionale, meglio) agli interessi del grande capitale. Per contrastare questa situazione, bisogna darsi da fare e muoversi in prima persona. Votare alle elezioni non basta, bisogna mobilitarsi. E, invece, pare che molti italiani deleghino tutto alla politica. Ma la politica non può che essere il riflesso della società. E se la società oscilla tra pessimismo cosmico, apatia e perseguimento del proprio piccolo tornaconto individuale, c'è poco da meravigliarsi dello stato in cui versano i partiti e il paese.


Di Domenico Moro per ComeDonChisciotte.org

01.08.2026


Domenico Moro si occupa di globalizzazione e di economia politica internazionale. E’ autore di Globalizzazione e decadenza industriale e Nuovo compendio del

NOTE

https://www.statigeneralidellanatalita.it/wp-content/uploads/2026/07/VOLERE-O-POTERE-DOSSIER-2026-light-def.pdf

ii Barbara Gobbi, "Il 62% degli italiani rinuncia a fare più figli: costa troppo", Il Sole24ore, 29 luglio 2026.

iii https://ec.europa.eu/eurostat/web/population-demography/population-projections/database

iv Gianni Trovati, "Il gelo dei redditi: -1,6% rispetto al '90, l'Irpef frena la crisi ma non la risolve", Il Sole24ore, 22 luglio 2026.

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Commenti (4)

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    1. RixGa 3 agosto 2026

      Condivido una riflessione sulla denatalità di un altro sito.

      "TEMPO

      Un lavoratore medio oggi esce di casa alle sette, rientra alle sette di sera. Se fa un figlio, questo nel frattempo se ne sta dai nonni, all'asilo, al doposcuola, in qualche struttura. La catena di cura è esternalizzata interamente.
      Il genitore è una figura intermittente, una presenza marginale.

      Chi cresce davvero un figlio oggi?
      La società. I nonni se ci sono (cosa sbagliatissima). Lo Stato. L'algoritmo degli schermi.

      Il dibattito sulla denatalità verte sempre sul discorso degli incentivi economici, degli asili gratuiti ecc.
      Quello che nessuno vuole fare è rimettere in discussione un modello che ha reso IL TEMPO un lusso di classe.
      Con la tecnologia nel 2026 stiamo ancora parlando delle canoniche 8 ore di lavoro (se va bene) e la pensioncina a 70 anni.

      La conclusione è semplice, una società che costringe entrambi i genitori a lavorare a tempo pieno per sopravvivere non è strutturata per accogliere la vita.

      Il figlio non è un progetto da gestire nelle ore residue. È una presenza che richiede presenza. Tempo. E il tempo è l'unica cosa che il sistema si è preso per intero.

      Il tempo, rubano il tempo e crescono loro i nostri figli ma a pochi sembra interessare.

      WI"

    1. lysmata 2 agosto 2026

      L'aumento dei salari é una rivendicazione delle sinistre da tempo immemore.
      E sul piano lógico é la strategia número uno per evitare che le classi lavoratrici muoiano di fame.
      Ma c'é un ma.

      Se i lavoratori di Stellantis e di WV prendono piú denaro, quel denaro extra si ripercuote evidentemente sul prezzo dei bidoni di auto che producono. Un Golf oggi costa 40mila euro!

      E il dipendente del Signor Rossi, lavoratore non qualificati della Ferramenta Rossi e Figlie, pretenderà giustame te uno stipwndio almeno simile a quello di un operario in fabbrica alla WV. Hai voglia di vendere viti e tasselli per produrre il tuo stesso salario!

      Aumenti estemporanei dei salari cosí come l'autore afferma sono la morte della piccola e media impresa. La finiremo tutti a lavorare per Amazon. Non si sa bene chi comprerà il kakatoio per gatti elettronico ma non importa.

      E se la vera svolta non fosse aumentare i salari ma ridurre l'imposizione fiscale a lavoratori e aziende? Prendí un salario che va tassato del 50 % e quando, con quel che ti rimane, vai a fare Gasolio il 57% se ne va in altre tasse ( IVA e accise). La luce con IVA, l'acqua con IVA, il telefono con IVA EC ecc ecc. IVA al 22% !
      Dove sono i sindacati? Ah, si, a mangiar gamberi e a organizzare blocchi a Bologna, strumentali alla política ma sostanzialmente inutili.

      C 'é qualcuno capace di giocare un pó coi numeri e di render chiaro a tutti, dati alla mano e una volta per tutte, che se la tua busta paga lorda é di 2000 tu riesci a malapena a goderti 200 euro?

    1. sarah 2 agosto 2026

      Analisi esclusivamente economica che riporta dati di fatto ben noti e oggetto di innumerevoli dibattiti. Rispettabile l'analisi dell'autore che evidentemente intendeva inquadrare il problema solo nella cornice macroeconomica del paese. Non può però bastare per spiegare interamente il fenomeno: la visione offuscata del futuro, spesso alla base della denatalità, ha motivazioni più complesse che non poggiano soltanto sull'aritmetica ma in generale sulla percezione di forte disagio che spesso si sperimenta nel difficile tentativo di comprendere la società attuale, evidentemente sulla via di un rapido declino. E non mi meraviglia affatto che il cosiddetto italiano medio non si appassioni ad una focosa lotta di classe da condividere con gli immigrati. Quest' astrazione non trova riscontro nella realtà, anzi l'elevato tasso di immigrazione ha determinato un innegabile senso di sradicamento dal proprio contesto sociale con conseguente tendenza all'isolamento e alla "atomizzazione" non solo dei nuclei familiari ma addirittura delle singole persone. Ciò che l'autore descrive più o meno come il "badare al proprio orticello". La realtà che ci circonda è caratterizzata da malcelata scarsità e dipinge un quadro disomogeneo che non appartiene più a nessuno. Non a caso, i ricorrenti episodi di criminalità giovanile non sono a mio avviso, come suggerisce una romantica visione di sinistra, un anelito di riscatto sociale che attende di essere guidata in una nuova lotta di classe, ma null'altro che l'epifenomeno della dissoluzione. Una dissoluzione di cui il calo di natalità fa sicuramente parte.

    2. absitiniuriaverbis 3 agosto 2026

      Mi ha fatto riflettere di piu' il tuo equilibrato commento di quanto ha fatto l'articolo a senso unico. Tuttavia, se andiamo al sodo, alle questioni economiche si puo', volendo, mettere mano e produrre risultati anche nel corto periodo assumendoo che questo sia il motivo di fondo. Cosa di cui dubito, ritengo che sia una concausa.

      Tuttaltro discorso e' quello che citi relativo alla dissoluzione. Lo chiami epifenomeno che pio' essere inteso in senso letterale medico/biologico come un acccessorio ad un processo principale od in senso filosofico/neuroscentifico come sottoprodotto passivo dell'attivita' cerebrale che non influenza il comportamento. Ovvero e' come il fumo di un vecchio treno: c'e', si vede, ma non fa andare avanti il treno.

      In ogni caso, la dissoluzione richiede invece trasformazioni individuali che, almeno secondo teorie di numeri che fanno massa critica che genera cambiamento, richiedono tempi tuttaltro che corti. Una volta c'era la Bella addormentata nel bosco, oggi ci sono i bruti addormentati comunque e dovunque.
      Gli individui hanno paura di cambiare ma la paura non allontana la morte, allontana la vita.

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