È in arrivo un’altra Hiroshima… se non la fermiamo in tempo

John Pilger
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Quando mi ero recato per la prima volta ad Hiroshima, nel 1967, l’ombra sui gradini era ancora lì. Era l’immagine quasi perfetta di un essere umano a proprio agio: gambe divaricate, schiena piegata, una mano sul fianco mentre sedeva in attesa dell’apertura della banca.

Alle otto e un quarto della mattina del 6 agosto 1945, lei e la sua sagoma erano state impresse a fuoco nel granito.

Avevo guardato quell’ombra per un’ora o anche più, poi ero sceso in riva al fiume, dove i sopravvissuti vivevano ancora nelle baracche. Avevo incontrato un uomo di nome Yukio, con impresso sul petto il motivo della camicia che indossava quando la bomba atomica era stata sganciata.

Mi aveva descritto un enorme lampo sulla città, “una luce bluastra, qualcosa di simile ad un corto circuito,” dopo di che il vento aveva soffiato come un tornado ed era caduta una pioggia nera. “Ero stato gettato a terra e avevo notato che dei miei fiori erano rimasti solo gli steli. Tutto era tranquillo e silenzioso e, quando mi sono alzato, c’erano persone nude, che non dicevano nulla. Alcuni di loro non avevano pelle o capelli. Ero sicuro di essere morto.” Nove anni dopo ero tornato a cercarlo, ma era morto di leucemia.

Nessuna radioattività nelle rovine di Hiroshima,” diceva la prima pagina del New York Times il 13 settembre 1945, un classico di deliberata disinformazione. “Il generale Farrell“, aveva riferito William H. Lawrence, “ha negato categoricamente che [la bomba atomica] abbia prodotto una radioattività pericolosa e duratura.”

Solo un giornalista australiano, Wilfred Burchett, si era coraggiosamente spinto fino ad Hiroshima subito dopo il bombardamento atomico, sfidando le autorità di occupazione alleate che controllavano i “comunicati stampa.”

Scrivo questo come un avvertimento per il mondo,” aveva scritto Burchett sul London Daily Express del 5 settembre 1945. Seduto tra le macerie, con la sua macchina da scrivere Baby Hermes, aveva descritto i reparti ospedalieri pieni di persone senza ferite visibili, che morivano per quella che aveva chiamato “un’epidemia atomica.”

Per questo motivo gli erano state ritirate le credenziali di corrispondente, era stato messo alla gogna e calunniato. L’aver testimoniato la verità non gli è mai stato perdonato.

Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki era stato un vero e proprio omicidio di massa premeditato, che aveva utilizzato un’arma assolutamente criminale. Era stato giustificato con le stesse bugie che formano lo zoccolo duro della propaganda bellica americana del 21° secolo, con un nuovo nemico ed un nuovo bersaglio: la Cina.

In tutti i 75 anni da Hiroshima in poi, la menzogna più dura a morire è che la bomba atomica era stata sganciata per porre fine alla guerra nel Pacifico e salvare vite umane.

Anche senza il bombardamento atomico,” aveva concluso il Sondaggio del 1946 sui bombardamenti strategici degli Stati Uniti, “la supremazia aerea sul Giappone avrebbe potuto esercitare una pressione sufficiente a provocare una resa incondizionata e ovviare alla necessità di un’invasione. Sulla base di un’indagine dettagliata di tutti gli fatti, e supportati dalle testimonianze dei leader giapponesi sopravvissuti coinvolti, è opinione del Sondaggio che … il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra [contro il Giappone] e anche se non fosse stata pianificata o presa in considerazione alcuna invasione.”

L’Archivio Nazionale di Washington contiene documenti sulle aperture di pace giapponesi, già nel 1943. A nessuna era stato dato seguito. Un cablogramma trasmesso il 5 maggio 1945 dall’ambasciatore tedesco a Tokyo e intercettato dagli Americani diceva chiaramente che i Giapponesi erano alla disperata ricerca di pace, inclusa una “capitolazione, anche a condizioni severe.” Non ne era stato fatto nulla.

Il Segretario alla Guerra americano, Henry Stimson, aveva detto al presidente Truman di “aver paura” che l’Aeronautica statunitense avrebbe talmente “spianato a suon di bombe” il Giappone che la nuova arma non sarebbe stata in grado di “mostrare la propria forza.” Stimson in seguito aveva ammesso che “non erano stati fatti sforzi, e neanche erano stati presi in seria considerazione, per ottenere una resa e non dover usare la bomba [atomica].”

I colleghi di politica estera di Stimson (guardando in avanti all’era del dopoguerra che, all’epoca, stavano modellando “a nostra immagine“, come aveva affermato uno dei più famosi pianificatori della Guerra Fredda, George Kennan) avevano detto senza mezzi termini di essere desiderosi di “battere i Russi con la bomba [atomica], ostentandola come una pistola al fianco.” Il generale Leslie Groves, direttore del Progetto Manhattan che aveva realizzato la bomba atomica, aveva testimoniato: “Non c’è mai stata alcuna illusione da parte mia sul fatto che la Russia  fosse il nostro nemico e che il progetto fosse stato portato avanti con questo intento.”

Il giorno dopo l’annientamento di Hiroshima, il presidente Harry Truman aveva espresso la sua soddisfazione per il “travolgente successo” dell’esperimento.

L'”esperimento” era continuato ancora per molto tempo dopo la fine della guerra. Tra il 1946 e il 1958, gli Stati Uniti avevano fatto esplodere 67 bombe nucleari nelle Isole Marshall nel Pacifico: l’equivalente di un Hiroshima (e più) al giorno per 12 anni.

Le conseguenze umane e ambientali erano state catastrofiche. Durante le riprese del mio documentario, La guerra imminente contro la Cina, avevo noleggiato un piccolo aereo ed ero volato sull’atollo di Bikini, nelle Isole Marshall. Era qui che gli Stati Uniti avevano fatto esplodere la prima bomba all’idrogeno del mondo. Rimane una terra avvelenata. Le mie scarpe erano risultate “non sicure” al contatore Geiger. Le palme avevano forme strane Non c’erano uccelli.

Avevo attraversato la giungla fino al bunker di cemento dove, alle 6.45 del mattino del 1° marzo 1954, era stato premuto il pulsante. Il sole, che era già sorto, si era nuovamente levato e aveva vaporizzato un’intera isola nella laguna, lasciando un vasto buco nero, che, visto dall’aria, rappresenta uno spettacolo minaccioso: un vuoto mortale in un luogo di bellezza.

Il fall-out radioattivo si si era diffuso rapidamente e “inaspettatamente.” La storia ufficiale afferma che “il vento era improvvisamente cambiato.” Era stata la prima di molte bugie, come rivelano i documenti declassificati e la testimonianza delle vittime.

Gene Curbow, meteorologo incaricato di monitorare il sito del test, aveva dichiarato: “Sapevano dove si sarebbe diretta la ricaduta radioattiva. Anche il giorno stesso dell’esplosione, avevano ancora l’opportunità di evacuare le persone, ma [le persone] non erano state evacuate; io stesso non sono stato evacuato … Gli Stati Uniti avevano bisogno di un po’ cavie per studiare quali sarebbero stati gli effetti delle radiazioni.”

Come ad Hiroshima, quello che era avvenuto in segreto nelle Isole Marshall era stato un esperimento calcolato, fatto sulla pelle di un gran numero di persone. Si trattava del Progetto 4.1, che era iniziato come uno studio scientifico sui topi ed era poi diventato un esperimento su “esseri umani esposti alle radiazioni di un’arma nucleare.”

Gli abitanti delle Isole Marshall che avevo incontrato nel 2015, così come i sopravvissuti di Hiroshima che avevo intervistato negli anni ’60 e ’70, soffrivano di una serie di tumori, sopratutto di cancro alla tiroide; migliaia erano già morti. Aborti spontanei e parti di feti morti erano comuni, i bambini che sopravvivevano erano spesso orribilmente deformi.

A differenza di Bikini, il vicino atollo di Rongelap non era stato evacuato durante il test della bomba H. Direttamente sottovento a Bikini, il cielo di Rongelap si era oscurato ed erano piovuti quelli che all’inizio erano sembrati fiocchi di neve. Cibo ed acqua erano stati contaminati e la popolazione era stata decimata dai tumori. Questo vale ancora oggi.

Avevo incontrato Nerje Joseph, che mi aveva mostrato una sua fotografia di quando era bambina a Rongelap. Aveva terribili ustioni al viso e le mancavano molti dei suoi capelli. “Il giorno in cui è esplosa la bomba stavamo facendo il bagno al pozzo,” mi aveva detto. “La polvere bianca aveva iniziato a cadere dal cielo. Avevo allungato la mano per prendere la polvere. L’avevamo usata come sapone per lavarci i capelli. Pochi giorni dopo, i miei capelli avevano iniziato a cadere.

Lemoyo Abon mi aveva detto: “Alcuni di noi agonizzavano. Altri avevano la diarrea. Eravamo terrorizzati. Avevamo pensato che fosse la fine del mondo.”

Il film dell’archivio ufficiale degli Stati Uniti che avevo incluso nel mio film parla degli isolani come di “selvaggi molto ben disposti.” Nei giorni successivi all’esplosione, si vede un funzionario dell’Agenzia per l’Energia Atomica degli Stati Uniti vantarsi che Rongelap “è di gran lunga il luogo più contaminato sulla Terra,” aggiungendo che “sarà interessante ottenere una misura dell’assorbimento umano [della radioattività] da persone che vivono in un ambiente contaminato.”

Scienziati americani, tra cui medici, hanno costruito carriere illustri studiando l'”assorbimento umano.” Eccoli nel filmato tremolante, nei loro camici bianchi, attenti a prendere appunti. Quando un adolescente isolano era morto, la famiglia aveva ricevuto un biglietto di condoglianze dallo scienziato che lo aveva esaminato.

Ho visitato come giornalista cinque “epicentri” nucleari in tutto il mondo, in Giappone, nelle Isole Marshall, in Nevada, in Polinesia e a Maralinga, in Australia. Ancor più della mia esperienza di corrispondente di guerra, questo mi ha insegnato la spietatezza e l’immoralità del grande potere, cioè del potere imperiale, il cui cinismo è il vero nemico dell’umanità.

Questo mi ha colpito con forza quando filmavo nel poligono di Taranaki a Maralinga, nel deserto australiano. In un cratere a forma di piatto c’era un obelisco su cui era scritto: “Un’arma atomica britannica è stata testata qui il 9 ottobre 1957.” Sul bordo del cratere c’era questo cartello:

ATTENZIONE: RISCHIO DI RADIAZIONI
I livelli di radiazione per alcune centinaia di metri intorno a questo punto potrebbero essere superiori a quelli considerati sicuri per un’occupazione permanente.

A vista d’occhio, ed oltre, il terreno era irradiato. Il plutonio grezzo giaceva qua e là, sparso come polvere di talco: il plutonio è così pericoloso per gli esseri umani che un terzo di milligrammo dà una probabilità del 50% di cancro.

Le uniche persone che avrebbero potuto vedere il cartello erano gli indigeni australiani, per i quali non c’erano stati avvertimenti. Secondo un resoconto ufficiale, quelli fortunati “erano stati fatti filare come conigli.”

Oggi, è una campagna di propaganda senza precedenti a farci scappare come conigli. Non dobbiamo minimamente mettere in discussione il torrente quotidiano di retorica anti-cinese, che sta rapidamente superando il torrente di retorica anti-russa. Tutto ciò che è cinese è cattivo, anatema, una minaccia: Wuhan …. Huawei. Che confusione quando a dirlo è poi il “nostro” leader più vituperato.

La fase attuale di questa campagna era iniziata non con Trump ma con Barack Obama, che, nel 2011, era volato in Australia dare il via al più grande concentramento di forze navali statunitensi nella regione Asia-Pacifico dalla Seconda Guerra Mondiale. All’improvviso, la Cina era diventata una “minaccia.” Questa era una sciocchezza, ovviamente. Quella che veniva minacciata era la psicopatica e incontrastata autoconsiderazione dell’America come nazione più ricca, di maggior successo e più “indispensabile.

Quello che non è mai stato in discussione è la sua abilità di prepotente, con più di 30 membri delle Nazioni Unite che soffrono di qualche tipo di sanzioni americane e una scia di sangue che attraversa paesi indifesi bombardati, con  governi rovesciati, elezioni manipolate, risorse saccheggiate.

La dichiarazione di Obama è conosciuta come il “Perno sull’Asia.” Uno dei suoi principali sostenitori era stato il suo Segretario di Stato, Hillary Clinton, che, come aveva rivelato Wikileaks, voleva rinominare l’Oceano Pacifico “Mare Americano.”

Mentre la Clinton non ha mai nascosto il fatto di essere una guerrafondaia, Obama è stato un maestro di marketing. “Affermo chiaramente e con convinzione,” aveva dichiarato il novello presidente nel 2009, “che l’impegno dell’America è di cercare la pace e la sicurezza di un mondo senza armi nucleari.

Obama ha aumentato la spesa per le testate nucleari più velocemente di qualsiasi altro presidente dalla fine della Guerra Fredda. È stata sviluppata un’arma nucleare “utilizzabile.” È conosciuta come Modello B61 12 e, secondo il generale James Cartwright, ex capo dello Stato Maggiore Congiunto, “il fatto che siano diventate più piccole [ne rende l’uso] più immaginabile.”

L’obiettivo è la Cina. Oggi, più di 400 basi militari americane circondano in pratica la Cina con missili, bombardieri, navi da guerra ed armi nucleari. Dall’Australia del nord attraverso il Pacifico, fino al Sud-Est Asiatico, al Giappone e alla Corea e attraverso l’Eurasia fino all’Afghanistan e all’India, le basi formano, come mi ha detto uno stratega statunitense, “il cappio perfetto.”

Uno studio della RAND Corporation, che dai tempi del Vietnam pianifica tutte le guerre americane, è intitolato War with China: Thinking Through the Unthinkable [Guerra alla Cina: pensare tramite l’impensabile]. Su incarico dall’esercito degli Stati Uniti, gli autori evocano il famigerato slogan dello stratega in capo della Guerra Fredda, Herman Kahn: “pensare l’impensabile.” Il libro di Kahn, On Thermonuclear War [Sulla guerra termonucleare], elaborava un piano per una guerra nucleare “vincibile.”

La visione apocalittica di Kahn è condivisa dal Segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo, un fanatico evangelico che crede nel “Rapimento della Fine.” È forse l’uomo più pericoloso al mondo. “Ero direttore della CIA“, si era vantato, “abbiamo mentito, imbrogliato, rubato. Era come se avessimo dei veri e propri corsi di formazione.” L’ossessione di Pompeo è la Cina.

Lo scopo finale dell’estremismo di Pompeo è di rado, se non mai, discusso nei media anglo-americani, dove i miti e le fabbricazioni sulla Cina sono l’assoluta normalità, così come le bugie sull’Iraq. Il sottotesto di questa propaganda è un razzismo violento. Definiti “gialli” anche se sono bianchi, i Cinesi, per il solo fatto di essere cinesi, sono l’unico gruppo etnico a cui è stato vietato con un “atto di esclusione” l’ingresso negli Stati Uniti. Secondo la cultura popolare sono minacciosi, inaffidabili, “subdoli,” depravati, infetti, immorali.

Una rivista australiana, The Bulletin, ha il compito di promuovere la paura del “pericolo giallo,” come se tutta l’Asia stesse per cadere per forza di gravità sulla colonia per soli bianchi.

Come scrive lo storico Martin Powers, “riconoscendo il modernismo cinese, la sua moralità secolare e il fatto che i suoi contributi al pensiero liberale erano una minaccia per il volto europeo, è diventato necessario sopprimere il ruolo della Cina nel dibattito sull’Illuminismo …. Per secoli, la minaccia della Cina al mito della superiorità occidentale l’ha resa un facile bersaglio agli attacchi di tipo razziale.”

Sul Sydney Morning Herald, l’instancabile fustigatore della Cina Peter Hartcher ha descritto coloro che diffondono l’influenza cinese in Australia come “ratti, mosche, zanzare e passeracei.” Hartcher, che cita favorevolmente il demagogo americano Steve Bannon, ama interpretare i “sogni” dell’attuale élite cinese, di cui, apparentemente, è al corrente.

Questi sarebbero ispirati dal desiderio per il “Mandato del cielo” di 2000 anni fa. Ad nauseam.

Per combattere questo “mandato,” il governo australiano di Scott Morrison ha consentito l’intallazione in uno dei paesi più tranquilli della Terra e il cui principale partner commerciale è la Cina, di missili americani per un valore di centinaia di miliardi di dollari che possono essere lanciati contro la Cina.

Il trucco è già evidente. In un paese storicamente segnato dal razzismo violento nei confronti degli asiatici, gli Australiani di origine cinese sono stati costretti a formare gruppi di vigilantes per proteggere gli addetti alle consegne. I video girati con il telefonino mostrano un addetto alle consegne preso a pugni in faccia e una coppia cinese in un supermercato fatta oggetto di insulti razzisti. Tra aprile e giugno, ci sono stati quasi 400 attacchi razzisti contro Asiatici-Australiani.

Non siamo i vostri nemici,” mi ha detto in Cina uno stratega di alto rango, “ma se voi [in Occidente] decidete che lo siamo, allora dobbiamo prepararci senza indugi.” L’arsenale cinese è piccolo rispetto a quello americano, ma sta crescendo rapidamente, in particolare nello sviluppo dei missili antinave.

Per la prima volta“, ha scritto Gregory Kulacki dell’Union of Concerned Scientists, “la Cina sta discutendo di mettere in allerta i propri missili nucleari, in modo che possano essere lanciati rapidamente in caso di attacco … Questo sarebbe un cambiamento significativo e pericoloso nella politica cinese …

A Washington avevo incontrato Amitai Etzioni, professore emerito di affari internazionali alla George Washington University, che aveva scritto che era stato pianificata un’”accecante offensiva contro la Cina, con attacchi che potrebbero essere erroneamente percepiti [dalla Cina] come tentativi preventivi di eliminare le sue armi nucleari, mettendola così di fronte al terribile dilemma di ‘usarle o perderle,’ cosa che porterebbe ad una guerra nucleare.”

Nel 2019, gli Stati Uniti avevano organizzato, per lo più in gran segreto, la loro più grande esercitazione militare dai tempi della Guerra Fredda. Un’armada di navi e bombardieri a lungo raggio aveva fatto le prove generali per un “Concetto di battaglia aeronavale con la Cina” [Air-Sea Battle Concept for China – ASB], bloccando le rotte marittime nello stretto di Malacca e tagliando l’accesso della Cina a petrolio, gas e ad altre materie prime dal Medio Oriente e dall’Africa.

È il timore di un tale blocco che ha visto la Cina sviluppare la sua Belt and Road Initiative lungo la vecchia via della seta verso l’Europa e costruire con urgenza piste strategiche sulle scogliere e sugli isolotti contesi nelle isole Spratly.

A Shanghai avevo incontrato Lijia Zhang, una giornalista e scrittrice di Pechino, tipica esponente di una nuova classe di schietti anticonformisti. Il suo libro più venduto ha il titolo ironico Il Socialismo è grande! Cresciuta nella caotica e brutale Rivoluzione Culturale, ha viaggiato e vissuto negli Stati Uniti e in Europa. “Molti Americani immaginano“, aveva detto, “che i Cinesi vivano una vita miserabile e repressa, senza alcuna libertà. L’idea del pericolo giallo non li ha mai abbandonati … Non hanno idea che esistono all’incirca 500 milioni di persone uscite dalla povertà e, secondo alcuni, sarebbero anche 600 milioni.”

Le epiche conquiste della Cina moderna, la sua sconfitta della povertà generalizzata, l’orgoglio e la soddisfazione della sua popolazione (misurata scientificamente da agenzie di sondaggio americane, come Pew) in Occidente sono intenzionalmente tenuti nascosti o fraintesi. Questo da solo è un commento sul deplorevole stato del giornalismo occidentale e sull’abbandono di una comunicazione obbiettiva.

Il lato oscuro repressivo della Cina e quello che ci piace chiamare il suo “autoritarismo” sono la facciata che ci è permesso vedere quasi in esclusiva. È come se fossimo alimentati dalle storie senza fine del malvagio e supercattivo Dr. Fu Manchu. Ed è ora di chiederci il perché, prima che sia troppo tardi per fermare la prossima Hiroshima.

John Pilger

Fonte: johnpilger.com
Link: http://johnpilger.com/articles/another-hiroshima-is-coming-unless-we-stop-it-now
03.08.2020