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Dobbiamo linciare il nostro passato

 

CHRIS HEDGES
truthdig.com

JONESBORO, Georgia. Ero salito a bordo dell’autobus del “Via col vento Tour” subito fuori il deposito locomotive, costruito nel 1867 per sostituire quello bruciato durante la Guerra Civile. Gli edifici ospitano attualmente il museo “La strada per Tara.” All’interno si trova una collezione di cimeli del film “Via col vento,” comprese bambole raffiguranti Mammy, impersonata nel film da Hattie McDaniel e i mutandoni e il cappellino verde indossato da Vivien Leigh, che faceva la parte di Scarlett O’Hara.

Rick, l’autista dell’autobus, aveva fatto partire la colonna sonora, scritta e narrata da uno storico del posto, Peter Bonner. Abbiamo ascoltato la storia, ben nota, del nobile Sud e della sua “Causa Persa.” Abbiamo sentito parlare del coraggio dei soldati confederati a Jonesboro, che avevano combattuto eroicamente il 31 agosto e l’1 settembre 1864, nel disperato tentativo di impedire all’esercito dell’Unione di entrare ad Atlanta. Siamo stati resi edotti della raffinatezza e del fascino delle bellezze sudiste. Abbiamo imparato che la guerra era stata combattuta non per proteggere l’istituto della schiavitù ma la sacralità dei diritti dello stato. Infine, siamo stati rassicurati sul fatto che gli schiavi fedeli, “mamme,” “zie,” e “zii,” amavano tutti i loro padroni bianchi, erano riamati e non desideravano affatto l’amancipazione.

Che questo mito persista e che magari sia anche cresciuto insieme alla polarizzazione della nazione, spesso lungo linee di demarcazione razziali, significa che interi segmenti della popolazione americana non riescono più a comunicare fra di loro. Una volta che il mito ha sostituito la storia, non c’è modo di avere una discussione razionale basata su fatti verificabili. Il mito permette alle persone di negare la propria identità e i propri crimini e ne consente la continuazione. E’ solo confrontandoci con il passato che possiamo porre fine al perpetuarsi di questi crimini sotto altre forme.

Quando la lealtà verso la tribù è più importante della verità, dei fatti o della giustizia (una forma di tribalismo, come si vede nelle udienze del candidato alla Corte Suprema, Brett Kavanaugh), la società aperta si estingue. Le riparazioni nei confronti degli Afroamericani non sono solo giuste, sono l’unico modo con cui noi, come nazione, allo stesso modo delle riparazioni tedesche nei confronti degli Ebrei, possiamo costruire una storia condivisa, basata sulla verità, fare ammenda per i crimini della nazione e ribaltare il retaggio della supremazia bianca. La causa sudista, come aveva scritto Ulysses S. Grant nelle sue laconiche memorie, era stata “una delle peggiori per cui un popolo avesse mai combattuto, e quella che aveva meno scuse di tutte.”

Dave Blight in “Race and Reunion: The Civil War in American Memory [Razza e riunificazione: la Guerra Civile nella memoria americana] documenta come, nei decenni successivi alla guerra, i bianchi nel sud e nel nord avessero furiosamente riscritto la storia del conflitto. “Fino a che in America avremo una politica della razza, avremo [anche] una politica sulla memoria della Guerra Civile,” fa notare Blight. La causa scatenante della guerra, la necessità di emancipare quattro milioni di persone tenute in schiavitù, è stata cancellata, ha affermato, ed è stata sostituita con la “denigrazione della dignità dei neri e dal tentativo di cancellare questa emancipazione dalla narrativa nazionale sulle cause del conflitto.” Come aveva lamentato W.E.B. Du Bois nel suo libro “Black Reconstruction,” in cui prendeva in considerazione il breve periodo post-bellico 1865 – 1877, quando agli Afroamericani del sud era stato concesso un po’ di spazio politico affinché potessero risollevare le loro sorti, “ben pochi sforzi erano stati fatti per conservare la documentazione riguardante sforzi, discorsi, lavoro e salario, case e famiglie della gente di colore. Tutto questo è praticamente sparito sotto una massa di scherni, caricature, deliberate omissioni e inesattezze.”

La Guerra Civile, descritta in romanzi e film come “Via col vento,” storiografie come “The Civil War” di Shelby Foote e programmi televisivi, come la serie di documentari sul conflitto a cura di Ken Burn, viene di solito ridotta a racconti sull’eroico spirito di sacrificio e sul coraggio dimostrato dai soldati nordisti e sudisti mentre combattevano una lotta fratricida. Le orribili sofferenze, gli onnipresenti saccheggi, gli stupri e gli insensati massacri sono romanticizzati. (Per ogni tre soldati caduti sul campo di battaglia, altri cinque erano periti di malattia e, in tutto, durante la guerra erano morti 620.000 americani, il 2% della popolazione). Nel frattempo, la lotta veramente importante, quella della popolazione di colore per l’affrancamento dalle catene e per la libertà, viene praticamente oscurata da tutta questa narrativa di autocommiserazione ed autoesaltazione dei bianchi.

Via col vento,” il romanzo del 1936 di Margaret Mitchell ha venduto più di 30 milioni di copie in tutto il mondo e, secondo un’indagine, è il secondo libro preferito dagli Americani dopo la Bibbia. La versione cinematografica del 1939 è il film che, al netto dell’inflazione, è al primo posto nella classifica degli incassi di tutti i tempi. Il libro e il film sono un’ostinata celebrazione di un mito storico, una cancellazione della storia ed un esempio di supremazia bianca.

Il romanticismo della Causa Persa e la venerazione dei capi militari confederati esercita una forte presa sulle fantasie dei bianchi, specialmente fra quelli in cui l’emarginazione politica ed economica è diventata più pronunciata. Il mito della Confederazione ricorda la regressione in un passato favoloso che avevo visto all’opera in Yugoslavia, durante la guerra in Bosnia, un conflitto etnico che era durato dal 1992 al 1995. Quella regressione aveva dato agli Yugoslavi, non importa se Serbi, Mussulmani o Croati, che erano stati marginalizzati da un collasso economico e da un sistema politico fallito, identità artificiali, radicate in un passato mitologico di gloria, nobiltà e superiorità morale. Aveva permesso loro di idolatrare le loro originali, innate e presunte virtù. Queste fantasticherie su un passato idealizzato erano state accompagnate dalla demonizzazione delle etnie rivali, una demonizzazione usata dai demagoghi per fomentare quell’odio e quella violenza che avevano poi portato ad una guerra selvaggia.

“Era un uomo che aveva rinunciato al suo paese per poter combattere per lo stato confederato, che, 150 anni fa, era più importante della singola nazione,” aveva detto l’anno scorso il Capo di Gabinetto della Casa Bianca ed ex Generale del Corpo dei Marines, John Kelly, riferendosi al comandante militare confederato Robert E. Lee, un proprietario di schiavi. “In quei giorni, la lealtà verso lo stato veniva sempre per prima. Oggi è differente.” Kelly aveva addossato la colpa della Guerra Civile alla “incapacità di arrivare ad un compromesso,” aggiungendo che “gli uomini e le donne di buona volontà, in entrambi gli schieramenti, avevano preso quelle decisioni che erano state dettate dalle loro coscienze.”

Durante la mia gita in autobus in Georgia, nell’audio-guida [che ci avevano fatto ascoltare] una donna aveva impersonato Scarlett O’Hara, con, in sottofondo, la colonna sonora del film del 1939: “Ora sedetevi e godetevi questo viaggio a ritroso nel tempo, nell’epoca della cavalleria, delle gentili signore e dei campi di cotone, chiamata il Vecchio Sud.”

Il tema della visita potrebbe essere sintetizzato in “Via col Vento descrive accuratamente la vita nel Sud durante e dopo la Guerra Civile.” Fatti e personaggi del romanzo e del film sono, più e più volte, correlati ad episodi e a persone realmente esistite. In questo contesto, niente potrebbe essere più deleterio della rappresentazione degli uomini e delle donne tenute in schiavitù.

“Ho scoperto che, 144 anni fa, una domestica di colore amava così tanto i suoi ‘padroni’ da chiedere di essere sepolta nel loro cimitero di famiglia…. E quando ho saputo che i suoi padroni avevano acconsentito di buon cuore a quella richiesta di sepoltura, ho dovuto concludere che doveva esserci un legame più saldo, forse addirittura un rapporto affettuoso fra schiavo e padrone e fra padrone e schiavo,” scrive Bonner nel suo libriccino “Lost in Yesterday,” in vendita al Road to Tara Museum. “Questa univoca e spesso fraintesa relazione è stata rappresentata dalla letteratura e dall’industria dello spettacolo, secondo me, in una moltitudine di modi inappropriati.”

Bonner continua sostenendo che gli schiavi nel libro e nel film, Mammy, Pork, Prissy e Big Sam, tutti sostenitori della Confederazione e leali alla famiglia O’Hara, sono la vera rappresentazione di molti, probabilmente la maggior parte, dei neri nel Sud prebellico. Cita la minuscola lapide ai piedi [della tomba] di Philip e Eleanor Fitzgerald nel cimitero locale, dove si legge: “Grace, serva negra dei Fitzgerals” e insiste che “Grace era stata trattata come un membro della famiglia.

Che di Grace, sulla lapide, sia stato omesso il cognome e che sia stata seppellita, come un cagnolino, ai piedi dei suoi padroni sono cose che sembrano sfuggire a Bonner. Grace aveva una famiglia? Una madre? Nonni? Zie? Zii? Cugini? Un marito? Figli suoi? O erano stati tutti venduti dai suoi amati padroni?

Ci eravamo fermati alla casa della piantagione di Stately Oaks, risalente al 1839, che, prima di essere spostata all’interno della città, era circondata da più di 163 ettari di terreno. Ora fa parte del Margaret Mitchell Memorial Park. La residenza ospita figuranti in costumi dell’epoca, comprese le uniformi dei Confederati, l’equivalente del mettere allegri attori, vestiti con uniformi delle SS, a fare le guide turistiche di Auschwitz.

Nelle squallide, sovraffollate catapecchie fuori Stately Oaks, i bambini nascevano, vivevano e morivano da schiavi. Passavano tutta la vita impegnati in lavori estenuanti, in miseria e povertà. Guardavano in agonia le loro madri, i loro padri, le sorelle, i fratelli che venivano venduti, senza più nessuna possibilità di rivederli. Vivevano costantemente nella paura e nell’umiliazione. Erano bastonati, incatenati, frustati, castrati e talvolta sparati o impiccati. Per i prorietari di schiavi era routine stuprare le ragazze e le donne di colore, alle volte di fronte alle stesse famiglie e spesso vendevano i loro figli di razza mista.

Come patriarchi del tempo passato,” aveva scritto nel suo diario, nel marzo del 1861, Mary Chesnut, una donna bianca del South Carolina, “i nostri uomini vivono tutti nella stessa casa, con le mogli e le concubine e i mulatti che si vedono in ogni famiglia assomigliano in parte ai bambini bianchi. Ogni signora sarà in grado di dirvi chi sono i padri dei bambini mulatti di tutte le famiglie, ma non della propria. Sembra quasi pensare che siano caduti dalle nuvole.

La tradizione del Sud, come ha fatto notare James Baldwin, “non è affatto una tradizione.” E’ “una leggenda che contiene un’accusa. E questa accusa, detta in modo più semplice di come si dovrebbe, è che il Nord, vincendo la guerra, aveva lasciato al Sud solo un modo per affermare la propria identità: i Negri.”

L’abilità di ignorare gli orrori della schiavitù, di cancellare fisicamente la sua realtà e di costruire al suo posto un mondo fantastico, tutto bianco, di bontà, coraggio e virtù ci mostra il profondo malessere all’interno della società americana. La maggior parte dei monumenti ai Confederati è stata eretta, con il patrocinio della United Daughters of the Confederacy, fra il 1890 e il 1920, il periodo in cui il terrore di essere linciati dal Ku Klux Klan era al suo apice. Queste statue dovevano servire a romanticizzare la supremazia bianca e a suddividere i neri in “negri” buoni e cattivi. Non ci sono statue dei governatori e dei senatori responsabili della ricostruzione o dei leaders politici di colore, per non parlare dei capi delle rivolte degli schiavi, come Nat Turner o Denmark Vesey. Per i pochi generali confederati, come James Longstreet, che, dopo la guerra, avevano sostenuto i diritti dei neri non ci sono statue, così come non ce ne sono per i 186.000 soldati di colore (134.111 provenienti dagli stati schiavisti) che avevano prestato servizio nell’esercito dell’Unione. Lo storico James Lowell definisce il Sud “un panorama di rimozione.”

“I monumenti pubblici,” scrive lo storico Eric Foner, “vengono eretti da chi ha il potere sufficiente per determinare quali parti della storia valga la pena commememorare e che tipo di rappresentazione storica debba essere tramandata.”

Una delle più oltraggiose celebrazioni pubbliche della supremazia bianca e la Stone Mountain, subito fuori Atlanta. Vi sono, scolpite nella grigia pietra, le imponenti figure del Presidente Confederato Jefferson Davis e dei generali Robert E. Lee e Thomas “Stonewall” Jackson. Questi leaders confederati, tutti a cavallo, si tengono il cappello sul cuore. La scultura copre più di 6000 metri quadrati di superfice rocciosa ed è alta 120 m. E’ il più grande bassorilievo del mondo. E’ anche la località più visitata della Georgia.

William Faulkner aveva pubblicato “Absalom, Absalom,” la sua lancinante condanna della schiavitù e del Vecchio Sud nello stesso anno in cui la Mitchell aveva pubblicato “Via col Vento.” Il padrone di schiavi pieno d’odio, veterano della Confederazione, Thomas Sutpen, del romanzo di Faulkner, a differenza dei personaggi di “Via col vento,” è un “malvagio demoniaco.” Sutpen, che pratica il sesso interraziale, compra gli schiavi “con la stessa cura e sagacia con cui sceglie il resto del bestiame, cavalli, muli e bovini.” Faulkner si rende conto che “il passato non è mai morto. Non è neanche passato,” è sottoposto a una continua revisione da parte di quelli che cercano di giustificare e di nascondere i propri crimini. Ci ha messo in guardia sul fatto che le bugie che raccontiamo a noi stessi, su noi stessi, portano allo squallore morale e all’autodistruzione.

L’autobus aveva fatto tappa al Patrick Cleburne Memorial Cemetery, dove si trovano i resti di circa 1000 soldati confederati, morti nella battaglia di Jonesboro. La maggior parte di loro non ha un nome. I vialetti fra le tombe [visti dall’alto] ricordano la bandiera dei Confederati. Una bandiera confederata sventola all’ingresso.

“Nel 1872, lo stato della Georgia aveva incaricato Stephen Cars, un ebanista locale, di disseppellire i resti dei soldati della Confederazione e di risistemarli qui, nel Patrick Cleburne Memorial Cemetery,” continua la registrazione audio. “Il Sig. Cars non ha seppellito più di mille soldati tutto da solo. Il Sig. Cars aveva uno schiavo di nome Tom che, dopo la battaglia di Jonesboro era andato via con un capitano yankee. Dopo la guerra, Tom era ritornato a casa del Sig. Cars, chiedendo di poter riavere il suo lavoro. E’ stato il 1872 l’anno in cui Tom e il Sig. Stephen Cars hanno riseppellito in questo cimitero i soldati confederati. Tempo fa ho raccontato questa storia ai responsabili per le attività edili della Georgia, che si occupano del cimitero, e loro mi avevano fatto notare che Tom assomiglia molto allo schiavo Big Sam della O’Hara.”

L’autobus aveva fatto una sosta davanti ad una casa verde di 10 stanze, costruita nel 1880, appartenuta al presidente del Middle Georgia College.

Ai tempi della ricostruzione, non era consentito che cinque Sudisti si potessero incontrare senza la presenza di uno sceriffo federale,” aveva detto Bonner nell’audio-guida. “In ‘Via col vento’ le riunioni si tenevano in segreto. A Jonesboro erano segrete quelle riunioni che riguardavano i problemi che la città si trovava a dover affrontare, compresa la violenza a shantytown [la parte della città abitata dalla gente di colore]. Shantytown era un vero e proprio quartiere di Jonesboro e di molte altre città con una numerosa popolazione di ex schiavi senza casa o senza lavoro. Quando questa casa è stata restaurata, nel 1995, era stata scoperta una stanza segreta nel sottotetto, usata probabilmente per quelle riunioni segrete. C’era anche una scala murata che portava in cantina. Nello scantinato qualcuno aveva creduto di aver trovato una galleria. Però, dopo ulteriori ricerche, si era scoperto che non era un tunnel, ma un riparo dai bombardamenti, in cui le autorità cittadine avevano pianificato di conservare i documenti della contea se e quando fossero riandati in guerra” (cioè, se e quando avessero ricominciato a combattere contro l’Unione).

E’ facile presumere che questa casa fosse anche un luogo d’incontro per gli sgherri armati del Ku Klux Klan che cavalcavano di notte, in fila per quattro, per le vie di Jonesboro allo scopo di terrorizzare i neri di “shantytown.” Più di 4000 persone sono state linciate negli Stati Uniti fra la fine della Guerra Civile e la Seconda Guerra Mondiale. La Georgia, con 589, è al secondo posto come numero di linciaggi. Solo il Mississippi, con 654 omicidi, è riuscito a fare di più.

Il linciaggio in Georgia era uno spettacolo pubblico molto popolare, che poteva continuare per ore e comprendere sadiche torture e mutilazioni. I bambini facevano vacanza da scuola e ai lavoratori veniva dato il giorno libero per poter assistere all’evento. Quando Sam Hose, reo di aver ucciso con un’ascia un uomo bianco che gli aveva puntato contro una pistola,  era stato linciato, il 23 aprile 1899, presso Newman, Georgia, ad assistere c’erano 1000 persone. Molte erano arrivate da Atlanta con treni appositamente allestiti. Hose era stato spogliato e incatenato ad un albero. I suoi giustizieri gli avevano accatastato intorno pezzi di legno intrisi di kerosene. Gli avevano tagliato le orecchie, le dita e i genitali. Gli avevano scorticato la faccia. Alcuni, che facevano parte della folla, lo avevano pugnalato. La legna era stata accesa.

Gli unici suoni usciti dalle labbra della vittima, anche quando il suo sangue sfrigolava al fuoco, erano state le parole: ‘Oh, mio Dio! Oh, Gesù,’” scrive Leon Litwack in “Trouble in Mind: Black Southerners in the Age of Jim Crow.” “Prima ancora che il corpo di Hose si fosse raffreddato, il suo cuore e il suo fegato erano stati rimossi e tagliati a pezzetti e le sue ossa erano state frantumate in piccole scaglie. La folla si era azzuffata per conquistare questi souvenir e i ‘possessori più fortunati’ avevano ricavato delle discrete cifre rivendendoli. (I piccoli frammenti di osso andavano a 25 centesimi l’uno, un pezzo di fegato ‘cotto bello croccante’ si vendeva a 10 centesimi). Si dice che, subito dopo il linciaggio, uno dei partecipanti fosse partito alla volta della capitale dello stato, con la speranza di consegnare al governatore della Georgia una fettina del cuore di Sam Hose.”

Su un albero vicino al luogo del linciaggio c’era un cartello con la scritta “Dobbiamo proteggere le nostre donne del Sud.

Nel maggio del 1918, Mary Turner, incinta di otto mesi, aveva denunciato pubblicamente il linciaggio di suo marito, Hazel “Hayes” Turner, che era stato ucciso il giorno prima. Aveva minacciato di trascinare in tribunale quelli che lo avevano linciato. Una folla di diverse centinaia di persone a Valdosta, Georgia, le aveva dato la caccia. Avevano legato le caviglie di questa donna incinta e l’avevano appesa ad un albero a testa in giù. Le avevano cosparso i vestiti di benzina e le avevano dato fuoco. Qualcuno aveva usato un coltello da macellaio per aprirle il ventre. Il feto era caduto a terra e aveva vagito per un po’. Uno della folla aveva schiacciato la testa del bambino con il tacco dello stivale. Centinaia di colpi di pistola erano stati esplosi contro il corpo della donna. L’Associated Press aveva riferito che Mary Turner aveva fatto “commenti inappropriati” sul linciaggio del marito e che “la popolazione, con sua indignazione, aveva protestato per i suoi commenti e per il suo comportamento.”

Nel 1984, parlando dei linciaggi, l’editrice ed attivista Ida B. Wells aveva affermato che “i nostri Cristiani americani sono troppo impegnati a sottrarre dalle fiamme [future] dell’inferno le anime dei Cristiani bianchi, per salvare le vite di quelli neri dai roghi attuali, accesi dai Cristiani bianchi.”

James Baldwin, nella seconda metà del 20° secolo, aveva ripetutamente messo in guardia gli Americani bianchi sul fatto che il loro incessante rifiuto a confrontarsi onestamente con il loro passato, e con loro stessi, avrebbe causato delle distorsioni grottesche, quelle che, decenni dopo, vediamo incarnate in Donald Trump. “C’è un costo salato da pagare,” aveva scritto, “per una vita vissuta come una bugia.”

“Le persone pagano per quello che hanno fatto e, sopratutto, per quello che hanno permesso a loro stesse di diventare,” aveva scritto Baldwin. “E pagano, semplicemente, con le vite che conducono. La cosa importante qui è che la somma di queste rinunce individuali è una minaccia per la vita in tutto il mondo. Questo perché, in generale, intesi come entità morali, politiche e sessuali, gli Americani bianchi sono probabilmente la più disturbata e sicuramente la più pericolosa popolazione, di ogni possibile colore, che si possa trovare oggi al mondo.”

Il primo linciaggio in Georgia di cui si ha notizia era avvenuto nel 1880 nei pressi di Jonesboro. Sappiamo solo il nome della vittima, Milly Thompson. Nessuno sa se Thompson fosse maschio o femmina. Non ci sono tracce di crimini commessi da Thompson. Ma ho il sospetto che, come nel caso della maggior parte dei linciaggi, il delitto commesso da Thompson fosse un crimine di libertà. Se eri nero, in questa terra di valorosi cavalieri e di bellezze sudiste, e contestavi la tua condizione di merce umana e la deferenza e la sottomissione che eri obbligato ad avere verso i bianchi, loro ti uccidevano.

Chris Hedges

Fonte: truthdig.com
Link: https://www.truthdig.com/articles/lynching-the-past/
01.10.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.