CUI PRODEST ?

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DI MAURIZIO BLONDET

Tenere la mente fredda fra stragi e bombe è difficile.
E’ umano non sottrarsi all’allarme, al panico, alla sensazione che tutti e ciascuno di noi siamo bersaglio di un potere invisibile e irrazionale: i kamikaze, l’odio che esprimono verso tutti, provoca una sorta di cecità volontaria.
Ogni tentativo di ragionare e distinguere, in questi momenti, viene sentito come un “rompere il fronte” dell’Occidente.
Come un tradimento, un accordo col nemico.
E così, è vietato formulare la domanda primaria: chi è il nemico, veramente?Perciò, bisogna anzitutto chiedersi se la mente che coordina gli attentati a Londra, Madrid, Sharm el-Sheik (e domani Milano o Roma), non voglia proprio ottenere questo scopo: accecarci di odio reattivo, impedirci di distinguere.
Qui a Londra l’ha detto con chiara improntitudine lo scrittore anglo-olandese ed ebreo Ian Buruma.
“I jihadisti non odiano la Gran Bretagna per le politiche di Blair, per Israele o gli Usa”, ma perché “il nostro è il mondo della jahiliyya”, ossia il mondo dove l’Islam non regna, dove regna l’ “oscurità”.
Nell’Islam cova una mentalità “che produce massacri” non per una ragione indagabile, ma “come atto esistenziale”.
E ovviamente, ecco la conclusione: “nessun negoziato è possibile con gente che vuole ammazzare quanti più infedeli può allo scopo di instaurare il regno divino dei veri credenti”.
“Nessun negoziato è possibile”: è questa esattamente la tesi di Israele e dei neocon che comandano a Washington.

I palestinesi non hanno esigenze e ragioni legittime, è inutile accedere alle loro domande; vogliono solo uccidere.
Il loro odio è immotivato e irrazionale.
E va trattato con la mera violenza, con un odio uguale e contrario.
Chi è che vuole portarci, noi europei, a pensare come gli israeliani?
Chi ha interesse a chiuderci nella loro stessa paranoia?
Da tempo il regime Bush, e il regime Sharon, accusano gli europei di essere “molli” con gli islamici estremisti.
“Molli”, ossia disposti a sentire le loro ragioni, se ne hanno.
“Molli”, cioè disposti a ripetere: cercate di risolvere il problema palestinese con qualche giustizia, e forse l’odio islamico avrà un motivo in meno.
Cerchiamo di non chiudere gli occhi sulle atrocità americane in Irak e in Afghanistan, mettiamo fine all’occupazione, e forse il mondo islamico cesserà di sentirsi sotto attacco.

 
Ora, il regime Bush e il regime Sharon ci dicono, con malcelata soddisfazione: vedete a cosa porta la vostra politica.
Siete anche voi i bersagli, come noi.
Tanto vale essere duri, colpire, ridurre le libertà civili e politiche al vostro interno, visto che lasciano troppo spazio agli irrazionalismi musulmani.
E se fosse proprio questo lo scopo di questa catena di attentati?

Non ho “prove” da fornire in questa fase precoce delle cose.
Qualche indizio: per esempio il fatto che Alan Greenspan iniettò un’enorme liquidità (40 miliardi di dollari) proprio nei giorni precedenti la strage di Londra; e che in quei giorni c’era un’esercitazione che simulava quel che avveniva nella tragica realtà, nella sotterranea.
E che i “terroristi suicidi” sono partiti da Luton: sede della ICTS, la compagnia ebraica che “sorvegliava” gli aeroporti americani l’11 settembre – quanto bene li sorvegliasse l’abbiamo visto.
D’accordo, non sono prove.
Posso dire quello che m’insegna la lunga esperienza di giornalista, purtroppo esperto di stragi.

Gli attentati indiscriminati, non mirati a un nemico preciso ma a una folla, a una intera nazione, non hanno senso.
O ne hanno uno solo: di macchiare per sempre la causa sotto la cui bandiera vengono commessi.
Di liquidare per sempre le ragioni di quella bandiera.
Sono controproducenti per il gruppo che li commette.
Così la strage a Beslan ha liquidato ogni rivendicazione cecena.
Così in Italia, mi dice l’esperienza, gli attentati “neri” indiscriminati (strage di Bologna) hanno liquidato la causa “fascista”.
E l’esperienza mi dice che quegli attentati non erano “fascisti”, ma del Ministero degli Interni.
Per essenza, gli attentati-strage sono parte di una “strategia della tensione”.
E la strategia della tensione – parte integrante della guerra psicologica – è per essenza una strategia di Stato.
O di servizi segreti.

A maggior ragione, quando stragi indiscriminate vengono coordinate su un vastissimo scacchiere internazionale.
Al grande pubblico sfuggono le difficoltà tecniche che gruppi di terroristi, diciamo così “privati”, devono risolvere per colpire insieme a Londra e a Sharm el-Sheik in rapida successione.

E’ Al Qaeda?
I giornali inglesi più israelofili ammettono: Al Qaeda non “dà ordini”, ma “ispira” azioni ed emulazioni.
Ci devono spiegare come riesce a “ispirare” la cadenza precisa dei tempi, “ispirare” trasporti di esplosivi e coordinazione da professionisti, “ispirare” documenti falsi e finanziamento e addestramento, “ispirare” suicidi con tanta facilità: e non in Palestina dove il suicidio, come ha notato Ken Livingstone, sindaco di Londra, obbedisce a una chiara necessità tattica: “i palestinesi non hanno caccia e missili, hanno solo combattenti che accettano di morire per la causa nazionale”.
Ma suicidarsi a Londra o a Sharm?
Date retta a un vecchio cronista: certe cose sono possibili solo a servizi segreti, a eserciti forniti di commando (“Special Operations”), a Stati.
Stati interessati alla strategia della tensione.

Ma li abbiamo visti, ripresi da telecamere, gli esecutori: tutti musulmani, con facce da pakistani, da etiopici, da giamaicani.
Ci si consenta di non dilungarci su questa ingenuità.
Di regola, i mandanti delle “strategia della tensione” scelgono gli esecutori nel campo più lontano dal loro, anzi opposto a loro: nel gergo si chiama “metodo della leva lunga”, e anche “false flag operation”.
Ad attentare fisicamente al Papa fu un estremista di destra turco.
Il mandante: il KGB.
Che si guardò bene dall’usare le BR, troppo rosse e contigue.
Leva lunga.

Sharm el-Sheik.

L’attentato, hanno detto gli egiziani, “non è contro i turisti occidentali, è contro l’Egitto”.
Domanda: chi è il nemico potenziale dell’Egitto?
Chi ha interesse a far apparire l’Egitto come uno Stato insicuro, infido?
Nel 1954, attentati contro interessi americani colpirono il Cairo e Alessandria, proprio mentre Nasser, appena giunto al potere, si rivolgeva a Washington come Stato – protettore.
Estremisti arabi, si disse.

Alla fine, per caso, un ordigno scoppiò fra le mani di un attentatore maldestro: che era un cittadino egiziano, ma ebreo.
Si scoprì che tutta la serie dei colpi era stata organizzata da un inviato del Mossad, che pescava gli esecutori fra gli ebrei d’Egitto, ben fieri di “aiutare Israele”.
Un ministro israeliano, Lavon, si dovette dimettere.
Gli ebrei iracheni, decenni or sono, furono terrorizzati da una serie di attentati contro le sinagoghe in Iraq: si appurò poi che era stata una manovra di israele, per “convincere” i suoi ebrei iracheni ad emigrare nella “terra promessa”.

Infinita è la lista degli attentati “false flag” fatti da Israele: sono loro gli specialisti insuperabili, gli esperti in questo truce campo.
Il Mossad non ha nemmeno bisogno di mandare all’estero un gran numero di agenti: in ogni paese ci sono ebrei disposti ad “aiutare”.
Li chiamano “sayanim”.
E coloro che si rifiutano di aiutare i fratelli in atti criminali pericolosi, mai e poi mai li denunceranno. Mubarak è vecchio.
Chi ha possibilità di vincere un’elezione semi-libera?
Tutti gli analisti sono d’accordo: i “Fratelli Musulmani”.
Possono avere il 25-30% dei voti, la maggioranza relativa.
I Fratelli Musulmani non sono “moderati” (questa storia dell’islamismo “moderato” è la più ridicola); sono “massimalisti” a parole, ma compromissori nella pratica, tanto più ora che si sentono vicini a governare.
Sono pronti a fare compromessi, a fare alleanze all’interno.
Sono come il PCI anni ’60 in Italia: a parole, volevano né più né meno che la rivoluzione bolscevica; nei fatti, puntavano al sottogoverno, alle regioni “rosse”, al potere nei Comuni, al “compromesso storico” a livello nazionale.
I “Fratelli Musulmani” non hanno alcun interesse ad attentati terroristici, specialmente ora.
Ed hanno epurato le loro frange jihadiste ormai da anni.
La polizia di Mubarak ha stroncato con le brutte i terroristi jihadisti degli anni ’80, sono tutti in galera.
Da dove vengono questi nuovi jihadisti?
Capaci di colpire a Sharm, che è isolata nel deserto, e occhiutamente sorvegliata dalla polizia egiziana, perché il turismo è la maggior risorsa del Paese?
Beh, guardate una carta: quanto dista Sharm da Eilat.

Cui prodest?
Non mancheranno lettori che mi accuseranno: rompi il fronte, è tradimento di fronte al nemico comune, che ci minaccia tutti.
Mi limito a notare che non si vincerà mai il nemico, se non si guarda nella direzione giusta.
E’ la cosa più stupida combattere un “nemico” inesistente o strumentale, mentre ci si chiudono volontariamente gli occhi sul mandante.
O addirittura è vietato parlarne.
Quello, il mandante, continuerà fino a quando sarà nel suo interesse.
Il terrorismo “islamico” non avrà mai fine, finché non si scorge la testa che lo coordina sul piano mondiale.
Sul piano mondiale: la vastità del teatro di Al Qaeda coincide stranamente con quella imperiale Usa – Israeliana.
Madrid e Londra, Bali e Sharm, Iraq e Pakistan.
Quante organizzazioni possono vantare una tale capacità mondiale?
E noi?
Siamo le vittime predestinate.
Di una stupidità colossale, la nostra.
Andiamo a chiedere “consiglio” a Israele su come battere il terrorismo islamico. Facciamo addestrare i nostri uomini dai loro.
Appaltiamo la “sicurezza” dei nostri aeroporti, dei nostri porti, delle nostre frontiere, ad agenzie private israeliane “specializzate in anti-terrorismo”.
Ci mettiamo il nemico in casa.
E lo paghiamo persino, per il servizio.
Maurizio Blondet
Fonte:www.effedieffe.com
24.07.05

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