Cosa significa essere cittadini italiani in questo momento?

Comunicato da parte di "Universitari per i diritti" gruppo appartenente all'Università di Bologna, tra i partecipanti il professor Luigi Contadini. Passiamo il messaggio.

AVVISO PER I LETTORI: ComeDonChisciotte continua a subire la censura delle multinazionali del web: Facebook ha chiuso definitivamente la nostra pagina a dicembre 2021, Youtube ha sospeso il nostro canale per 4 volte nell'ultimo anno, Twitter ci ha sospeso il profilo una volta e mandato ulteriori avvertimenti di sospensione definitiva. Per adesso sembra che Telegram non segua le stesse logiche dei colossi Big Tech, per cui abbiamo deciso di aprire i nostri canali e gruppi. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale "Ultime Notizie".

Cosa significa essere cittadini italiani in questo momento?

Siamo un gruppo di docenti universitari preoccupati per lo stato di cittadinanza nel nostro paese, l’Italia. È una questione che riguarda tutti. Osserviamo con estrema preoccupazione l’evoluzione di una situazione politica che ha introdotto per tutta la popolazione una precarizzazione della cittadinanza sulla base di una serie di provvedimenti dal fondamento scientifico e giuridico alquanto discutibili e soprattutto non dibattuti.
Quale strumento per realizzare tutto questo è stato adottato il green pass -nelle sue varie declinazioni- che ha introdotto la precarizzazione della cittadinanza, poiché può scadere se non si rinnova l’adesione incondizionata ai vari decreti che si susseguono cambiando imprevedibilmente le regole del momento. L’essere cittadini è diventato un contratto a termine, per di più con condizioni non definite, arbitrarie e che possono cambiare nel tempo. Il green pass, lungi dallo scopo inizialmente dichiarato di rendere gestibili gli spostamenti fra stati europei in periodo di intensa circolazione virale, risulta essere un dispositivo finanziario ed economico prima ancora che un dispositivo di tutela della salute. “Il green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare ad esercitare le proprie attività con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose” (conferenza stampa di Mario Draghi, 22 luglio 2021). Affermazione che si è rivelata totalmente falsa e inattendibile, smentita tra l’altro dal numero di casi tra i vaccinati, e, tuttavia, passata sotto silenzio.
Siamo diventati cittadini a tempo determinato. Questa normativa e il modo di gestire la pandemia ha prodotto una distorsione nel modo di gestire i diritti civili: i diritti costituzionali vengono concessi previa accettazione dell’adesione ad una campagna vaccinale definita emergenziale ma oramai parte di un sistema, in tempi e modi continuamente ridefiniti.
“Mi vaccino perché non ho alternative.”
La coercizione con la quale si sta compiendo questa imposizione, è mascherata da una scelta “civica”, e veicolata attraverso l’accettazione di un “consenso” informato che in molti casi diventa una liberatoria per chi de facto impone l’obbligo. Anche laddove non vige l’obbligo, si genera una tale spirale di ansia generata dalla pressione a conformarsi, con tutte le frizioni relazionali e nel tessuto sociale che ne discendono, che basterebbe da sola a criticare la misura. Come prima cosa, la campagna vaccinale in Italia, portata avanti in modo assai virulento e intimidatorio, si è attivata producendo odio e discriminazione profonda, e non da ultimo arrivando addirittura a privare della possibilità di lavorare coloro che scelgono di non vaccinarsi (almeno tre volte, per il momento) – scelta garantita dall’articolo 32 della Costituzione Italiana, nonché dal regolamento 2021/353 del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa del 14 giugno 2021. Davanti a tutto ciò, l’Università tace, aderisce, ed esegue. E dal primo febbraio 2022 recepisce pedissequamente l’obbligo vaccinale per tutto il personale dipendente (strutturato, non strutturato, docente e tecnico-amministrativo) senza promuovere, anzi stigmatizzando, qualsiasi discussione o dubbio.
Quale quindi il ruolo dell’università come Istituzione indipendente e fucina del pensiero critico e del confronto dialettico?
Davanti a tutto ciò siamo fortemente preoccupati. È tempo di parlare, confrontarsi, e provare ad uscire da questa situazione. Anche perché è inevitabile prendere comunque una posizione, anche con il silenzio. Quale “reputazione” ne consegue per il mondo accademico e della ricerca italiano a livello internazionale? Qui sta morendo la vocazione all’apertura e al confronto dialettico e inclusivo dell’università italiana.
È importante recuperare la capacità di leggere le situazioni consapevolmente, informare in modo indipendente e dibattere in modo intellettualmente onesto, rifuggendo la polarizzazione sistematica tra due fazioni demagogicamente contrapposte e la censura. Questo sia nell’ambito della sanità pubblica, sia in uno scenario internazionale sempre più complesso quale quello che si è delineato nelle ultime settimane. Il metodo adottato è il medesimo e su questo l’Università, con la U maiuscola, può e deve fare tanto.

Chi volesse mettersi in contatto con il gruppo, può scrivere a

[email protected]

Universitari per i diritti – Università di Bologna

 

Articolo pubblicato da Giulio Bona per ComeDonChisciotte.org

Potrebbe piacerti anche
blank
Notifica di
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
0
È il momento di condividere le tue opinionix
()
x