CASO SGRENA, I SOSPETTI E LA RAGIONE

DI MASSIMO FINI

L’accusa agli americani di aver teso volutamente un agguato a Giuliana Sgrena e Nicola Calipari perché “sapevano troppo”, lanciata ‘apertis verbis’ da Pier Scolari e ripresa, come sospetto, da alcuni talk show di ieri, sospetto fatto proprio anche dal giornalista Gad Lerner, è infame e del tutto ingiustificata. Se avevano quell’obbiettivo gli americani, che occupano l’Iraq e tengono in piedi un governo fantoccio, avevano mille altri modi per centrarlo senza esporre direttamente le loro truppe in divisa, mettere in grave imbarazzo il proprio governo e creare un incidente diplomatico con l’alleato più «fedele» (fedele, ahimè, sì, come lo sono i cani ma non leale, come dovrebbero essere gli uomini, perché non sono leali tutti gli ambigui rapporti che noi teniamo in Iraq, per salvare eventuali sequestrati ma non solo, con quelli che dovremmo combattere — esattamente come avvenne in Libano — né è leale che il nostro contingente a Nassirya, dopo l’attentato di due anni fa, se ne stia asseragliato nella propria base, avendo preso, con ogni probabilità, accordi sotterranei con la guerriglia e riducendo il proprio controllo del territorio a pura parata).

Il sospetto dell’«agguato» fa torto anche all’intelligenza di Nicola Calipari.
Se il nostro 007, suggestionato da Giuliana Sgrena, a sua volta suggestionata dai suoi sequestratori, che facevano il proprio gioco, aveva questo sospetto l’ultima cosa da fare era correre all’aeroporto di notte, al buio, durante un temporale, su una strada pattugliata dagli americani. La cosa più ragionevole da fare, se c’era questo sospetto, era raggiungere, immediatamente dopo la liberazione della giornalista de il manifesto, la base della U.S. Army più vicina, ‘consegnarsi’ agli americani e chiedere loro di essere scortati fino all’aeroporto.
Né c’era alcun bisogno di rientrare così frettolosamente in Italia, quella notte stessa. La Sgrena aveva passato trenta notti sola, da prigioniera, ne poteva sopportare ancora una, da libera, in una base americana, magari raggiunta dal fratello e da Pier Scolari.
Probabilmente Calipari è stato tradito dalla fretta, dalle pressioni che gli venivano da Roma dove non vedevano l’ora di esibire, a fini politici, la liberazione dell’ostaggio.
Su queste cose, anche, dovremmo riflettere prima di lanciare accuse infamanti all’alleato che ci siamo volontariamente scelti. Che poi da questo alleato, che dalla caduta dell’Urss esprime un’aggressività straordinaria ed è in preda ad un delirio di onnipotenza, vadano prese le distanze e che si debbano ritirare le nostre inutili truppe dall’Iraq è tutt’altro discorso.
Non da far pesare adesso, non ora, bensì a tempo debito a mente fredda e per ragioni ben più profonde di quelle dovute ad un ‘fuoco amico’ di cui gli stessi americani sono rimasti più volte vittime, in Iraq e in Afganistan.
Massimo Fini
Fonte:http://forum.quotidiano.net
7.03.05

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