BUTTIGLIONE IL CATALIZZATORE

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DI GIULIETTO CHIESA

Ci voleva Mr. Buttiglione per far esplodere la nuova, inedita, inattesa potenza del Parlamento Europeo! Ma ci voleva anche l’insipienza di José Manuel Barroso. E tante altre simultanee coincidenze.

Al presidente designato della Commissione del 2004 è toccato, suo malgrado, inaugurare la serie storica delle “sfiducie”. Non c’era mai stata prima di ora. E lui l’ha creata – si può dire – con le sue stesse mani. Con la complicità di Silvio Berlusconi, s’intende, che gli ha messo tra le gambe il più improbabile, il più indigeribile, dei commissari. E gli ha imposto di collocarlo nel posto più inaccettabile, più insostenibile , più provocatorio per una – come si è visto – larghissima quota di deputati del nuovo parlamento.

Così, quando Barroso si è presentato davanti a un parlamento gremito in ogni ordine di posti, con il viso tirato di chi non ha dormito la notte a fare i calcoli, è ha sostanzialmente ritirato la Commissione su cui aveva lavorato da luglio a ottobre, tutti hanno capito che si stava vivendo un momento di quelli che restano nella memoria, e forse nella storia. Ha detto poche parole, e ha tratto una conseguenza giusta: votare in quelle condizioni, con la certezza matematica della sconfitta, sarebbe stato nocivo per le istituzioni. Rinviato a novembre, dunque. Mentre il presidente del parlamento, Josep Borrell, gli suggeriva, coram populo, con una buona dose di sarcasmo, di leggersi con attenzione la mozione che i gruppi socialista, verde, comunista e liberaldemocratico avrebbero presentato nell’ipotesi che egli avesse tentato di andare al voto comunque. In quella breve paginetta c’era la sintesi di una crisi politica, e anche la trasformazione del “caso Buttiglione” in un “caso Barroso”. Da relativamente piccolo il problema era divenuto già molto grande. E lo rimane.

Perchè era evidente, dopo le audizioni dei commissari da parte delle diverse commissioni del parlamento, che non era stato soltanto Buttiglione a venire impallinato dai deputati. La stessa sorte era toccata ad un altro commissario designato (all’energia), il socialista ungherese Laszlo Kovac, anche lui respinto a maggioranza di voti dalla commissione parlamentare corrispondente. E altri tre commissari avevano evitato la sfiducia per il classico rotto della cuffia, accompagnati nel giudizio finale da documenti variamente critici delle loro performances. Barroso è invece rimasto abbarbicato ai nomi che gli erano stati imposti e ha concentrato tutti i suoi sforzi nel tentativo di aggirare, blandire, spiazzare, ricattare i parlamentari. Esponendo loro una serie di sillogismi una più dubbio dell’altro. Indebolendo me indebolite la Commissione nei confronti del Consiglio dei Ministri. Indebolendo me indebolite il parlamento. Mentre tutti capivano, giorno dopo giorno che il parlamento stava guadagnando forza.

Qui il povero Buttiglione ha svolto la funzione di detonatore, unificando nella critica a Barroso ostilità delle più diverse provenienze e composizioni. Buttiglione il catalizzatore, Buttiglione la scintilla. Ma non quella divina, bensì quella che attizza gl’incendi. Buttiglione è diventato il simbolo di una prova di forza. Le sue tremende gaffes su questioni come il ruolo della donna, schiacciato nell’angusto spazio tra la camera da letto, la cucina e l’educazione dei figli sotto la tutela e la protezione dell’uomo. O come quella sul peccato omosessuale, si sono innestate bruscamente sui ricordi degl’insulti di Berlusconi al deputato Shultz, al conflitto d’interessi, al governo che cancella il falso in bilancio, agli attacchi alla magistratura.

Buttiglione commissario alla Giustizia, alle Libertà e ai diritti umani diventava un boccone troppo amaro, una vera e propria sfida. Così si era venuto delineando, nella settimana cruciale, un rapido volgere di umori. Nel gruppo socialista, nonostante il suo vertice fosse inizialmente intenzionato a una gestione morbida (e lo prova il fatto che alcuni deputati socialisti della commissione che respinse Buttiglione avessero votato non contro ma per lui), un numero crescente di parlamentari chiedeva ormai a gran voce di votare contro Barroso, tetragono difensore di un elenco di nomi ormai lesionato. Nel gruppo dei democratici e liberali, che aveva votato a larga maggioranza, a luglio, a favore di Barroso, garantendogli la discreta maggioranza di 413 voti, molti erano ancora fermi all’idea che bastasse un cambio di deleghe e che Buttiglione sarebbe divenuto accettabile se fosse stato mandato a un altro gruppo di dicasteri.

Ma Barroso non si muoveva dal suo fortino. E alla vigilia le due riunioni chiave – quella del gruppo del PSE, e quella del gruppo Alde – registravano un clamoroso chiarimento. Funereo per Barroso. I socialisti, all’unanimità, decidevano per il “no” secco, sciogliendo la loro tensione interna in un applauso bolshevico unanime, in cui tutti leggevano negli occhi degli altri , perfino un pò stupiti, le tracce di battaglie alle quali non erano da tempo più adusi. I liberaldemocratici, guidati da un capo che sbandava, incerto, votavano a larga maggioranza (50 per il no a Borroso, 23 per il sì, cinque astenuti) per licenziare Barroso. E c’erano poi i voti delle destre estreme e degli euroscettici, inglesi e meno inglesi, comunque ostili a qualunque Commissione, estranei al dibattito e al problema, ma influenti per il risultato finale.

A quel punto i conti era divenuti inequivoci. Barroso aveva mostrato di voler rischiare, cioè di vedere confermata la sua Commissione anche con una debolissima maggioranza. Fin qui si sarebbe spinto. Ma di fronte alla certezza della sconfitta si è arreso. Temporaneamente, perchè l’uomo è un giocatore incallito e tenace.

Ma c’è da chiedersi se abbia compreso davvero quello che è accaduto. Il suo pentimento è stato tardivo e obbligato. Mentre l’intera vicenda ha modificato tutti i rapporti di forza. Tra il parlamento e la Commissione, in primo luogo. Tra il consiglio e il parlamento, in secondo luogo. Probabilmente novità appariranno presto anche nel rapporto tra la Commissione e il Consiglio, perchè Barroso non potrà rischiare di farsi dettare tutto dai governi. La costruzione di una nuova Commissione Barroso non potrà comunque avvenire con le stesse modalità con cui è avvenuta questa, che è stata demolita. E lo stesso giudizio su Barroso sarà messo in discussione, ora che i deputati ne hanno visto le grandi debolezze.

Emergono anche i seri limiti della costruzione europea in un momento delicatissimo della sua storia. Il Trattato sulla Costituzione è un passo avanti, ma è allo stesso tempo la fotografia di una situazione da “passaggio del guado”. La sua approvazione non è affatto scontata, i 25 paesi membri procedono a velocità diverse nel difficile processo d’integrazione, economica e culturale, oltre che politica. All’orizzonte ravvicinato ci sono altri due ingressi, quello della Bulgaria e della Romania, il secondo più difficile del primo e che, probabilmente, non avverrà negli stessi tempi. E c’è l’avvio formale del negoziato per l’ingresso, futuro, tra alcuni anni, della Turchia. Processi e progetti assai difficili, che dividono governi e opinioni pubbliche e complicheranno lo stesso procedimento di ratifica differenzata del trattato Costituzionale.

E tutto questo avviene sotto la guida di classi politiche che rimangono abbarbicate al suolo di una realpolitik obsoleta e statica. L’Europa si allarga, già divenuta un gigante economico, con una moneta che si avvia a servire un miliardo di individui, già potente politicamente, ma senza riuscire a esercitare tutto il suo peso sulla scena mondiale.

Occorrerebbero grandi statisti, capaci di dare alla Vecchia Europa (come l’ha definita sprezzantemente Donald Rumsfeld) più la Nuova Europa un progetto egemonico all’altezza delle sfide di un mondo messo in grande turbolenza dall’offensiva del dominio imperiale statunitense. Gli Usa di Bush sono in rotta di collisione con la Cina e l’Europa resta l’unico ammortizzatore per evitare lo scontro. Ma non sembra nè del tutto cosciente del suo ruolo possibile, né del tutto desiderosa di volerlo ricoprire.

Abbiamo visto emergere, da queste classi dirigenti europee , una Commissione prodotto di un negoziato ai minimi termini, senza nessun respiro ideale e culturale, una specie di riunione casuale di tecnici e sensali. Avremmo bisogno di un motore sufficientemente possente da far muovere una gigantesca trasformazione. Invece ci siamo trovati di fronte a un gruppo di modesti signori e signore, talvolta anche dignitosi, ma imbrigliati in un’idea di Europa il cui perno è la concorrenza e la privatizzazione di tutto e di tutti, Natura inclusa. O subalterni agli Stati Uniti e alla loro cultura di guerra e di prevaricazione, oppure ancora affacciati sui rispettivi orticelli nazionali.

L’era Barroso, tuttavia, non è ancora cominciata. Appare sulla scena un parlamento che pretende di essere attore principale. La tenzone ha sollevato gli spiriti ai rappresentanti del popolo. Sarà difficile, adesso, che accettino di restare dietro le quinte o di fare i portatori d’acqua.

Giulietto Chiesa
Fonte:www.megachip.it
28.10.04

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