Autonomia Differenziata: L’altro modo per dire “secessione”

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Autonomia differenziata e presidenzialismo, sono queste alcune delle parole d’ordine che il nuovo Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pronunciato nel suo discorso alla Camera dei Deputati il giorno in cui ha ottenuto la fiducia. Con questo governo potrebbe iniziare quindi in Italia una nuova stagione di modifiche alla struttura ossea del nostro Paese che, più che in passato, rischia di trasformarlo completamente, pervenendo finalmente a quella frammentazione tanto auspicata da chi applica la strategia del divide et impera.

Dopo anni di propaganda secessionista da parte di alcune regioni mai tradotta, finora, in atti politici e azioni giuridiche conseguenti, ora l’obiettivo è a un tiro di schioppo. La maggioranza di centrodestra, supportata dal così detto Terzo Polo, può dare il via a quel processo che potrebbe portare la nostra Repubblica – unica e indivisibile come recita l’articolo 5 della Costituzione – a diventare una mera somma di Regioni/Stato con la competenze esclusive in tantissime materie, con poche e residuali lasciate all’autorità centrale.

Un’autorità, quest’ultima, che presto potrebbe non essere più identificabile con le figure a noi oggi conosciute, ma nuova; più autoritaria nei poteri del Presidente del Consiglio e meno super partes e garante del Presidente della Repubblica. L’altra faccia della medaglia è infatti una riforma in chiave presidenzialista, strutturata sul modello americano come dalla stessa Meloni affermato, che viaggerà di pari passo al processo di autonomia differenziata sponsorizzato da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna (Lega e PD).

Per affrontare questo tema abbiamo deciso di ospitare sul nostro blog una serie di articoli a cura di una docente di Napoli, membro del Comitato Nazionale Contro ogni Autonomia Differenziata.

* * * 

Marcella Raiola per comedonchisciotte.org

Quando, alla fine degli anni ’80,  l’ “ideologo” del nascente leghismo Gianfranco Miglio demoliva pubblicamente, con volgare riduzionismo e violento disprezzo per una tradizione culturale secolare, l’archetipo occidentale dell’ingegnosità, dell’inesausta ricerca e della conoscenza libera, sostenendo che l’eroe omerico Ulisse null’altro rappresentava se non la proiezione mitica del lestofante mediterraneo abituato a vivere di espedienti, rapine e parassitaggio, il mondo della politica e quello accademico lo ignorarono snobisticamente, ovvero derubricarono la sua inaccettabile torsione valoriale a mero “folklore”.

Fu un gravissimo errore, sociologico e politico, perché la costruzione di un nemico cui imputare ogni disfunzione e su cui scaricare le responsabilità delle crisi di sistema è una consolidata strategia posta in essere da chi ha interesse a speculare sull’odio sociale o a stornare da sé fondate accuse. Proprio gli anni di permanente e speciosa “emergenza” che stiamo vivendo, del resto, anni in cui sono stati esposti al ludibrio di un’opinione pubblica terrorizzata e disorientata prima gli spregevoli “disertori” della guerra al Covid – i cosiddetti “no-vax” -, e poi i disertori della guerra in Ucraina – quei “filoputiniani” di cui è stata persino pubblicata un’incredibile lista di proscrizione -, ne offrono un’ampia ed amarissima conferma.

Nel giro di un paio di lustri, la Lega di Umberto Bossi riuscì ad ottenere enorme consenso, facendo leva sull’assunto, storicamente ed economicamente falso, della dolosa spoliazione del Nord laborioso e produttivo da parte di un Sud accattone e infingardo, avvezzo all’assistenzialismo di Stato. L’autonomia del Nord iniziò ad essere profilata e pretesa con violenza verbale inusitata e, dopo l’ingresso della Lega in Parlamento, anche con il ricatto istituzionale. Le grottesche cerimonie alla sorgente del Po, il vilipendio alle cariche di Stato e agli organi costituzionali, le minacce reiterate di secessione armata non suscitarono alcuna energica reazione, ma solo moniti e richiami a una legalità costituzionale di cui la stessa esistenza di un partito statutariamente eversivo denunciava l’incipiente dissoluzione.

Nonostante l’inchiesta “Mani pulite” avesse provocato un vero terremoto, scardinando assetti e accordi di potere pluridecennali ed avesse quindi mostrato al paese l’attitudine e abitudine dell’imprenditoria corrotta del Nord al compromesso e allo scambio di favori, la Lega non smise di invocare almeno un federalismo “su basi socio-economiche, tra territori omogenei”[1].

L’istanza separatista, connotata in senso puramente economicistico e fiscale, era contrabbandata come rivendicazione di “autodeterminazione” del fantomatico popolo della Padania, un’entità storicamente ridicola, culturalmente e geopoliticamente inesistente, che la debolezza dei vecchi partiti, travolti dalla magistratura inquirente, non consentì di neutralizzare. Questi partiti, anzi, scelsero la via della cooptazione e della concertazione, a fini elettoralistici.

Fu così che si giunse, tra il 1998 e il 2000, alla modifica del Titolo V della Costituzione ad opera della Commissione Bicamerale per le riforme presieduta da Massimo D’Alema. Il maldestro intervento testuale e giuridico sul Titolo, tanto ambiguo quanto rovinoso, ha consentito ai presidenti delle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia di avanzare quelle richieste di autonomia “differenziata” che rischiano, oggi, di mettere fine alla Repubblica “una e indivisibile” (art. 5 Cost.), nonché di determinare sperequazioni immani e disastrose tra territori dello stesso Stato, che ne risulterebbe balcanizzato in modo irreversibile.

Il centrosinistra, dunque, all’inizio del millennio, ha irresponsabilmente aperto una falla nella già fragile diga di contenimento del malcontento cavalcato per anni dalla Lega, allo scopo di strapparle voti e di riconquistare ampie fasce di lavoratori disgustati dalla sua interessata ed inesorabile adesione al verbo neoliberista, nonché minacciati da una crisi speculativa che falcidiava anche le piccole e medie imprese, in un processo di concentrazione dei capitali che ha assunto oggi, dopo la pandemia, proporzioni gigantesche.

I lavori della Bicamerale, inoltre, rappresentarono uno spartiacque anche a livello procedurale, come esaustivamente spiega, in un saggio che ricostruisce le tappe e i moventi del regionalismo differenziato, Massimo Villone, professore emerito di Diritto Costituzionale della Federico II di Napoli, che scrive:

“Si abbandona la prassi sempre osservata di riforme costituzionali ampiamente condivise, per l’irraggiungibile miraggio – svanito poi nelle urne – di recuperare il Nord nel voto … E si inaugura la infausta stagione delle riforme a colpi di maggioranza, e nell’interesse di una maggioranza. La riforma si spinge molto avanti nel ridefinire il rapporto tra lo Stato e le Regioni. Allo Stato rimane una potestà legislativa esclusiva in un elenco non amplissimo di materie, mentre la potestà legislativa concorrente si gonfia a dismisura, e si crea una nuova categoria di potestà legislativa regionale residuale ed esclusiva. Si cancella il concetto di interesse nazionale, inviso ai regionalisti dell’epoca. Si cancellano i controlli preventivi sugli atti di regioni ed enti locali. Si prevedono livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali affidati alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, con ciò implicitamente introducendo in Costituzione il concetto di una diversità costituzionalmente compatibile per quel che essenziale non è ed è pertanto rimesso alla legge di ciascuna regione” [2].

Gli scandali che hanno travolto successivamente la Lega, dimostrando la sua vischiosità e la sua ampia disponibilità alla collusione con quella “Roma ladrona” tanto aggredita nei roboanti comizi quanto ossequiata e imitata nella spartizione di poltrone e prebende, hanno ritardato ma non annichilito i furori secessionisti, che hanno trovato nuovi leaders campioni di antimeridionalismo e xenofobia, come Salvini, e forme segrete, ma non meno predaci e distruttive di affermazione.

L’attributo “segrete”, in questo caso, è da accogliersi in senso letterale, perché le “pre-intese” sull’autonomia differenziata siglate con la ministra leghista Erika Stefani, al termine della XVII Legislatura (Governo Gentiloni), da Zaia (Lega), Fontana (Lega) e Bonaccini (PD), rispettivamente “governatori” delle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia, sono state sottoscritte senza alcun coinvolgimento non solo della popolazione, ma perfino del Parlamento, che avrebbe dovuto semplicemente ratificare la creazione di tre staterelli autonomi, sancendo la modifica fattuale della forma istituzionale del paese senza neppure conoscere i contenuti e le motivazioni di tale dirompente riconversione.

Per Zaia e Fontana, infatti, improvvisati revisori della Costituzione pro domo sua, il Parlamento avrebbe dovuto semplicemente limitarsi ad eseguire il volere dei “popoli del Nord”, sollecitati ad esprimersi sul regionalismo differenziato, l’anno precedente alle intese, con due referendum locali privi di cogenza a livello nazionale, i cui quesiti atecnici, in parte bocciati, risultavano tendenziosi ed elusivi.

Quando la rivista ROARS (Returns on Academic Research and School), nel Febbraio del 2019, ha reso noti i documenti relativi allo scippo istituzionale che si stava per compiere, l’Italia, specie quella dell’attivismo politico e militante, è rimasta sgomenta rispetto all’enormità e spregiudicatezza del “furto con destrezza” (cit. Villone) che le tre summenzionate regioni stavano per compiere.

Gli accordi, infatti, peraltro stipulati quando il Governo era dimissionario, quindi formalmente illegittimi, prevedevano il trasferimento, alle regioni Lombardia e Veneto, di ben 23 materie su cui è esercitata la potestà legislativa statale esclusiva o concorrente. Poche di meno le materie richieste dall’Emilia, a trazione Pd. La traslazione potestativa veniva e viene giustificata con il richiamo al comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, che, in realtà, consente solo di chiedere maggiore autonomia in alcuni ambiti, nel rispetto del principio solidaristico della Costituzione e, soprattutto, entro i limiti fissati da un avverbio dirimente e ovviamente negletto dai protagonisti degli accordi, l’avverbio “motivatamente”.

Uno dei motivi che renderebbero giuridicamente plausibile e socialmente accettabile un’istanza di autonomia – come il direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Federico II Sergio Staiano precisò, nel corso dell’affollata conferenza di lancio dell’Osservatorio Permanente sull’Autonomia Differenziata, svoltasi il 29 Luglio del 2019 alla presenza di Luigi Di Maio, allora ministro del Lavoro e vicepresidente del Consiglio del governo “gialloverde” (Lega e M5S),  sarebbe il superiore vantaggio che un territorio ricaverebbe, nell’amministrazione di determinati beni o settori, da una economia “di scopo” (cioè da una previsione di spesa limitata ai confini regionali) rispetto all’economia “di scala” (previsione di spesa calibrata su tutto territorio nazionale).

Nel caso di Scuola e Sanità, per esempio, è lampante che l’economia di scopo determini spreco e risulti incompatibile con il principio dell’uguaglianza tra cittadini sancita dall’art. 3. Altrettanto si può dire dell’Ambiente o della Cultura. Insomma, le quote di autonomia regionale che gli articoli 116 e 117 consentono di acquisire sono condizionate alla dimostrazione che il trasferimento di competenze dal governo centrale a quello regionale sia in grado di rendere più efficiente l’intero sistema-paese, e sono vincolate, inoltre (art. 119 Cost.), alla determinazione dei LEP, cioè dei livelli essenziali di prestazione da garantire alle regioni ordinarie, a compensazione dell’erogazione dei fondi aggiuntivi necessari a sostenere la gestione delle materie richieste dalle regioni ad autonomia “differenziata”, fondi che, ovviamente, data anche l’invarianza di spesa e i vincoli dei trattati europei, sarebbero necessariamente sottratti agli altri territori.

Questi “livelli minimi” dei servizi (LEP), che possono trovare un referente e precedente analogico nei cosiddetti LEA (Livelli minimi di assistenza), stabiliti sempre nel 2001 per la Sanità e periodicamente aggiornati, non garantiscono affatto uguaglianza di trattamento, come si è già detto, perché definiscono solo la soglia al di sotto della quale non si può scendere relativamente all’esercizio dei diritti e ai servizi essenziali, ma non assicurano pari risorse, strumenti e opportunità a tutti i territori.

L’esistenza dei LEA, infatti, non ha impedito che la Sanità pubblica al Sud peggiorasse drammaticamente, negli ultimi due decenni, determinando un incremento del fenomeno della migrazione interna a scopo curativo.

Va anche precisato che tali LEP, che renderebbero concreta l’esigibilità dei diritti costituzionali, non sono mai stati quantificati, e non risultavano definiti neppure nell’ultima proposta di “legge-quadro” del ministro Boccia, ripresa ultimamente dall’ex ministro per gli affari regionali e le autonomie Mariastella Gelmini, la quale, sulle orme della collega Stefani, ha parimenti condotto trattative “private” con i presidenti delle tre regioni sopra indicate ed ha blindato proceduralmente la legge, in modo da impedire qualunque azione di rivalsa successiva. Vale la pena precisare, a testimonianza dell’escludente scorrettezza istituzionale e metodologica che ha caratterizzato ogni fase del progetto, che sia il ministro Boccia che la Gelmini hanno tentato di far passare la legge-quadro sull’autonomia presentandola in forma di “collegato” alla legge finanziaria, dato che, come è noto, non è possibile indire referendum popolari sulla finanziaria.

È evidente che alle regioni non autonome e non speciali, quelle, cioè, destinate a conservare le sole prerogative che attualmente detengono, si voglia negare perfino il contentino dei LEP, cioè il riparto di quote perequative di salvataggio, per così dire, che comunque non frenerebbero derive quali la frantumazione dell’identità culturale del paese, se si pensa, ad esempio, che le regioni aspiranti autonome hanno annunciato non solo di voler reclutare esclusivamente docenti residenti sui loro territori, ovviamente con stipendi differenziati, ma di voler introdurre programmi scolastici regionali, tarati sulla conoscenza approfondita del microterritorio di appartenenza e utili a radicare nel sentire degli studenti la percezione di essere anzitutto cittadini e contribuenti della loro “piccola patria”, in competizione con le altre “piccole patrie” per l’accaparramento di risorse, commesse europee, fondi statali e piazze di mercato.

Questa Scuola “fai-da-te”, che costituirebbe il più visibile ed evidente tratto della disintegrazione e balcanizzazione del paese, tanto che, dopo la scoperta delle prime “intese” segrete, si parlò di uno stralcio del comparto Scuola dal novero delle autonomie richieste, sdegnosamente respinto dai “governatori” leghisti, è – dichiaratamente – il più ambito dei traguardi degli epigoni di Bossi (ma il Pd non è da meno), sia per l’innegabile rilevanza strategica dell’istruzione, che condiziona la vita dei giovani ma anche i tempi e l’organizzazione delle famiglie, sia per la grande massa di lavoratori e lavoratrici mobilitati dal settore, che diventerebbero una grossa “clientela” dei singoli e potenziati presidenti delle regioni di volta in volta eletti, direttamente dipendente dai loro mutevoli orientamenti, dalle loro politiche, idiosincrasie e alleanze strategiche.

Come ha reagito la società civile a questo allarmante progetto, che rischia di andare in porto a breve, come testimonia la nomina di Roberto Calderoli al Ministero per gli affari regionali e le autonomie del Governo Meloni? Quali strade e quali iniziative hanno intrapreso i movimenti che si sono strutturati o compattati per chiedere l’abrogazione di ogni ipotesi di autonomia differenziata, che in pratica commisura l’esigibilità dei diritti costituzionali e il livello dei servizi erogati alla residenza dei cittadini in una data regione del paese? Che cosa si intende quando si parla di adozione del criterio della “spesa storica”? Ci sono voci autorevoli che abbiano proposto o postulato una riformulazione meno ambigua e più garantista del Titolo V della Costituzione, dalla cui manomissione infausta è scaturito tutto l’impianto delle istanze separatiste?

Sono interrogativi che, se si valuta l’impatto straordinario e pesantissimo della strisciante riforma istituzionale ordita alle spalle della popolazione tutta e della maggioranza dei suoi rappresentanti eletti, meritano una risposta articolata.

[CONTINUA…]

Marcella Raiola per comedonchisciotte.org

 

NOTE:

[1] Cfr. M. Villone, L’Italia divisa e diseguale. Regionalismo differenziato o secessione occulta?, Napoli 2019, p. 13

[2] Cfr. M. Villone, cit., p. 25

 

Marcella Raiola è insegnante di ruolo di Lettere Classiche in una scuola in provincia di Napoli ed ha collaborato con la cattedra di Istituzioni di Diritto Romano dell’Univ. Parthenope, come “cultrice della materia” dal 2014 al 2017. Ha conseguito due dottorati di ricerca (2003-2007 e 2014-2017), uno in Filologia classica, medievale e umanistica (Univ. Federico II) e l’altro in Diritto e Storia delle Istituzioni (Univ. Parthenope). Ha scritto articoli e recensioni per riviste specializzate di Filologia e Diritto.

Ha ricevuto, nel Giugno 2021, il premio “Autori italiani”, assegnato dalla rivista milanese “Sipario”, per un lavoro teatrale sul precariato storico.

Dal 2008, anno dei tagli draconiani alla Scuola pubblica, è in lotta contro la mercificazione dei saperi, la standardizzazione della didattica, la gerarchizzazione e defunzionalizzazione del corpo docente e la soppressione della libertà di insegnamento, prodromica alla cancellazione della dialettica democratica. È stata militante attiva nel Coordinamento Precari Scuola Napoli, e, dal 2017 al 2021, membro dell’esecutivo provinciale dei Cobas della Scuola di Napoli. Ha preso attivamente parte alla protesta contro l’obbligo vaccinale e il Green Pass.

È stata sospesa dal servizio nel dicembre 2021 per aver scelto di non ottemperare al suddetto obbligo e, successivamente, è stata reintegrata. Contrasta dal 2019, con campagne di controinformazione e iniziative mirate, il progetto secessionista dell’autonomia differenziata.


Massimo A. Cascone, 16.11.2022

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