VIVERE CON L’IMPREVEDIBILIT DEL PIANETA DOPO IL GRANDE TERREMOTO

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DI VERLYN KLINKENBORG
Yale Environment 360

Il terremoto giapponese e il conseguente tsunami ci ricordano che viviamo in un tempo geologico e in un mondo in cui potrebbero verificarsi eventi catastrofici al di là delle nostre aspettative. Questi eventi – e lo spettro crescente del cambiamento climatico – dimostrano che viviamo in modo precario sulla superficie di un pianeta imprevedibile.

Nella mia visione laica della cosmologia, il principio antropico dice: la nostra esistenza implica che l’universo debba avere le caratteristiche che ha, altrimenti noi non saremmo qui a percepirle. Un universo con leggi fisiche seppur di poco diverse non ci includerebbe (il che non vuol dire che questi universi non esistano).

Un siffatto principio antropico lavora anche nel tempo geologico, i circa 4,5 miliardi di anni di esistenza di questo pianeta. Per la stragrande maggioranza della storia della Terra, le condizioni per l’evoluzione dei mammiferi sono state inadeguate (gli esseri umani non erano nemmeno vagamente sicuri di evolvere da quei primissimi mammiferi). Noi siamo nati proprio nell’intervallo di tempo in cui saremmo potuti esistere. O, piuttosto, siamo sopravvissuti in un intervallo di tempo in cui siamo in grado di sopravvivere. Definiamo una porzione di quell’intervallo ‘tempo storico’ – non la storia completa della nostra specie, ma la storia che è parte delle nostre testimonianze in un modo o nell’altro, risalendo solo a qualche migliaio di anni fa.

Il tempo storico sta al tempo geologico come un pidocchio sta a una balena, sebbene il termine di paragone sia più piccolo di vari ordini di grandezza. Eppure è tutto troppo semplice da credere, con la presunzione del pidocchio, che noi esistiamo a prescindere da, o al di fuori di, un tempo geologico. Ed è ciò che la nostra esperienza ci racconta. Gli ultimi 10.000 anni sono stati relativamente tranquilli, geologicamente parlando. Data la lunghezza totale del tempo geologico, è probabile che qualsiasi arco di tempo di 10.000 anni o giù di lì sia relativamente tranquillo.

Tuttavia il terremoto di Tohoku e lo tsunami ci ricordano che non c’è alcuna garanzia che il tempo storico debba essere geologicamente sereno. Ci ricordano – forzatamente, tragicamente – che, nonostante le enormi diversità di estensione, il tempo storico e il tempo geologico convergono sempre nel presente.

Ci è stato ricordato tempo prima. Ma, psicologicamente, una delle cose interessanti degli essere umani è la rapidità con cui la storia perde la sua tangibilità. L’eruzione di Krakatoa nell’Agosto del 1883 si verificò due mesi prima che il mio nonno materno nacque, volendo inserire questo evento all’interno di uno o due gradi di relazioni personali. E come evento già non è più palpabile per me o per chiunque viva adesso rispetto al più catastrofico terremoto di Sumatra che ha preceduto quello di Krakatoa di 50 anni, o l’eruzione del supervulcano Yellowstone 640.000 anni fa.

I sismologi sono stati sorpresi dalla magnitudine del terremoto di Tohoku, che è andato oltre le aspettative che hanno per i movimenti tellurici lungo quella faglia. Dopotutto i sismologi hanno avuto – al massimo – solamente una serie di 130 anni di eventi durante i quali calibrare i loro strumenti. In realtà, hanno avuto molto meno tempo. Il che vuol dire che una comprensione di ciò che sia sismicamente probabile, che sia basato sulla nostra esperienza, potrebbe differire nettamente da una comprensione di quello che sia sismicamente possibile.

Forse avete presente un’animazione al computer che mostrava la disintegrazione di Pangea, il super-continente che esisteva circa 250 milioni di anni fa. Nell’animazione i continenti venivano ‘trascinati’ – dopotutto questa è l’espressione esatta – nelle loro rispettive posizioni come se stessero scivolando sul ghiaccio. L’animazione immortala il movimento medio dei continenti, pochi centimetri all’anno. Una media è un’astrazione.

Ma le zolle tettoniche, dalle quali i continenti dipendono, né scivolano né vengono trasportate e tanto meno il loro è un movimento astratto. Vacillano, trascinano, resistono, cedono, si piegano, si spaccano, squarciano grandi congiunture sulla crosta terrestre, spingendosi giù l’un l’altra nel manto al di sotto della crosta – un processo che suona molto meglio quando viene chiamato subduzione.
Niente di tutto ciò accade in modo costante. Ma accade da un momento all’altro, evento dopo evento, nel corso dell’eternità, generando vulcanismi e attività sismiche su una scala di cui noi non sappiamo quasi niente, vivendo, come facciamo, nelle condizioni che consentono la nostra esistenza.

Il problema è che quando ricordiamo la disintegrazione di Pangea e il movimento dei continenti pensiamo, “Bene, così siamo arrivati fin dove siamo”, come se fossimo arrivati in un qualche posto speciale e il processo si sia in qualche modo fermato. Tra 250 milioni di anni, un’altra animazione potrebbe portare i suoi telespettatori (o qualunque cosa siano diventati) a ricordare come erano disposti i continenti e pensare la stessa cosa, come se il 2011 fosse – com’è – solo un istante della continua migrazione delle zolle tettoniche.

Geologicamente parlando, affrontiamo il fatto di vivere in un posto non poi così speciale (così come la nostra posizione nell’universo) e, allo stesso tempo, in un momento abbastanza particolare che consente la nostra esistenza. Storicamente parlando, siamo in un posto unico – qui ed ora – , un’unicità che condividiamo con qualsiasi altro momento che è stato o sarà. Alcuni di questi momenti sono stati placidi, altri sono stati e saranno violenti oltre la nostra immaginazione, potendo anche superare gli standard di Tohoku.

Penso che la preoccupazione che tutti percepiamo dal terremoto di Tohoku sia un prodotti di diversi fattori, tra cui la constatazione obbligata del fatto che stiamo vivendo in un tempo geologico durante il quale si verificano eventi catastrofici tali da sminuire i nostri avamposti di civilizzazione. Una prossima grave eruzione di Yellowstone non è probabile, ma certamente non è impossibile. È una di quelle cose di cui ti preoccupi sapendo che non dovresti esserne preoccupato.

Ma comprendo la mia preoccupazione in un altro ambito. Nel guardare lo spettro del cambiamento climatico – cercando di afferrare il cambiamento, che ne accelera le probabilità – stiamo analizzando un potenziale tipo di cambiamento che è normalmente associato con il tempo geologico.
È come se stessimo partecipando alla nostra personale animazione, durante le epoche, di modelli atmosferici e climatici ad alta velocità, di modo tale gli scienziati, cercando somiglianze significative di temperatura e concentrazione atmosferica di carbonio, osservino un periodo di decine di milioni di anni precedente all’Olocene, comprendendo quindi tutto il tempo storico. Non considerando il fatto che i cambiamenti atmosferici e climatici che stiamo osservando non sono dei modelli: sono reali.

Il terremoto di Tohoku e lo tsunami sono stati realmente umilianti, un promemoria per ricordarci che scivoliamo sulla superficie di un pianeta imprevedibile. Ma come poter definire quell’emozione causata dal fatto di sapere che stiamo contribuendo all’imprevedibilità della vita del pianeta? Corriamo il rischio di far aumentare la temperatura media globale al ritmo più veloce degli ultimi 50 milioni di anni (5 gradi per il 2100). Dal momento che i ghiacci si sciolgono e i livelli del mare salgono, cambierà il peso sulla crosta terrestre, con la probabilità che si presenti ciò che viene cautamente chiamata ‘risposta geosferica’ – ad esempio:più terremoti e vulcani; questo argomento inizia solo ora ad essere capito dai geologi.

Una terribile incertezza segue un grave terremoto, un’incertezza con la quale abbiamo sempre convissuto. Si spegne dopo un pò, come la memoria del grande terremoto del Kanto in Giappone del 1923 o, in questo paese, la memoria del terremoto di San Francisco del 1906. Ma c’è una più terribile incertezza nel modo in cui viviamo e nel posto verso cui siamo diretti, l’inquietante sensazione che stiamo entrando in un tempo geologico in un modo mai visto prima.

Verlyn Klinkenborg è un membro della redazione del New York Times. Tra i suoi libri ricordiamo Timothy; Or, Notes of an Abject Reptile, The Rural Life, e Making Hay. In alcuni precedenti articoli per il Yale Environment 360 Klinkenborg riflette sul bicentenario della nascita di Charles Darwin e spiega il motivo per cui continua ad opporsi agli organismi geneticamente modificati.

Titolo originale: “After The Great Quake, Living With Earth’s Uncertainty”

Fonte: http://e360.yale.edu
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03.04.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MADDALENA IESUÈ

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