Vittorio Arrigoni, l’estremo sacrificio per gli ultimi. Intervista alla madre Egidia: ” A Gaza aveva trovato il senso della vita”

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BULCIAGO (LECCO) –

 

Egidia Beretta Arrigoni, madre di Vittorio Arrigoni. Ucciso a Gaza nell’aprile 2011. Egidia ha accettato di incontrare ComeDonChisciotte.org per aiutarci a ricostruire quei tragici fatti che hanno spezzato la vita di suo figlio. Un giornalista, un uomo libero che lottava per la giustizia e per la pace. Siamo qui per coltivare e alimentare la memoria di un giusto. In tempi di guerra, soprattutto in quei territori dove la guerra non finisce mai.

 

Di Verdiana Siddi per ComeDonChisciotte.org

 

Il tempo che è passato dall’ultima volta che l’ho incontrata.
Perché ho lasciato passare così tanto tempo da allora?

***

 

  • Edigia, perché è morto Vittorio Arrigoni? 

Sappiamo chi materialmente ha sequestrato e ucciso Vittorio, una cellula salafita, così si è autoproclamata, alla testa della quale c’era un giovane giordano che pare sia venuto a Gaza proprio mirando a Vittorio. Non sappiamo nient’altro. Quindi non sappiamo la vera motivazione, o se dietro questo ci sia dell’altro, e… tutto qui. Io non ho nemmeno voluto investigare più di tanto su questo, perché non c’erano i presupposti, “a chi rivolgersi”, per poter approfondire la cosa. Per quel che riguarda i motivi per cui a Vittorio è stato fatto questo: non ci sono. Questo giordano sosteneva che era stato fatto per colpirlo nel suo essere occidentale, nel mostrarsi così, occidentale anche nell’aspetto, nell’abbigliamento, tatuaggi e quant’altro. Cioè, una giustificazione molto misera e poco credibile. Anche volendosi limitare al solo suo aspetto fisico allora direi che lui aveva tatuata la parola “resistenza” in arabo, portava spesso la kefiah… e poi si vedeva il motivo per cui era lì Vittorio, era tangibile e ben visibile quello che faceva per i palestinesi.

  • Vittorio Arrigoni è stato un attivista pacifista anche da prima di incontrare la Palestina, un volontario in Paesi dilaniati da guerre ed ingiustizie, uno scrittore, un giornalista, un uomo che aveva quella che egli stesso definiva “sfrenata passione per i diritti umani” e che lo portava in giro per il mondo per rendersi utile direttamente (ricordiamo che fin da molto giovane ha lavorato alla costruzione di scuole ed ospedali in luoghi del mondo in cui l’avidità umana ha portato via tutto). A metà degli anni ’90 ebbe inizio dunque la “preparazione”, come lui la definiva, per affrontare in seguito la Palestina. Egidia, come arriva a questo? Ci vuoi raccontare le origini di questo spirito rivoluzionario?

Bisogna andare a ritroso e vedere la vita di Vittorio dagli inizi, da quando era bambino e manifestava (e già scriveva anche) questi sentimenti, improntati, fin da allora capire la giustizia e l’ingiustizia, la violenza che genera violenza, l’amore, e poi che non vi può essere la pace se non c’è la giustizia, questo lo dice già quando a nove anni scrive quelle parole “per volere la pace devo guardare intorno a me e vedere se tutti hanno… come me che ho tutte queste cose e vivo bene ogni giorno”. Aveva capito cosa significhi essere detentori di diritti e guardarsi intorno per vedere chi questi diritti non li ha, non li gode. Questo a nove anni. La vita familiare che Vittorio ha condotto con noi, con le nostre lotte contro l’inquinamento, l’aver costituto la cooperativa edilizia qui a Bulciago per chi non aveva una dimora… pur bambini lui ed Alessandra (la sorella) avvertivano quest’aria particolare che c’era nella casa, una casa che accoglieva. Vedevano che i genitori, pur avendo ciascuno la proprie occupazioni, trovavano il tempo, e lo facevano molto volentieri, di dare una mano a chi ne aveva bisogno. Poi Vittorio si è formato attraverso le letture, leggeva tantissimo. Si ricercava gli autori che sentiva avessero le sue stesse pulsioni. Tuttavia, ricercare il cammino, la tua strada, non è semplice, e se lo vuoi fare veramente incontri tanti ostacoli, incontri anche le incomprensioni. Quindi Vittorio credo avesse addosso, e lo avvertivamo anche in casa, una grande inquietudine. Non lo soddisfaceva la vita “tranquilla”.

C’è stata poi la sua decisione di mettersi alla prova e quindi di iniziare proprio con i campi di lavoro internazionali, una scelta fatta inizialmente più per sé stesso. Ancora non aveva coscienza di cosa sarebbe stato per lui “dedicarsi agli altri”. Ci andava per capirsi, per esplorarsi, e ha trovato nell’incontro con gli altri mondi, gli altri volontari, gli altri popoli, piano piano, la ragione di vivere. Un ragazzo che si domandava: sono qui solo perché sono nato? O c’è qualcos’altro che mi viene chiesto? Questo è stato un po’ il suo tormento. Che si rifletteva a volte anche nel suo essere burbero, o sgarbato, però io lo capivo, perché anche io sono sempre stata una sognatrice e quindi intuivo cosa c’era nel suo cuore. Anche per questo l’ho sempre lasciato andare, perché sapevo che un’anima inquieta non la puoi imbrigliare.

Lui diceva “sono andato in Palestina quando la Palestina mi ha chiamato”, o “quando sono stato pronto per la Palestina”, per me si tratta di un caso segnato dal destino. Un caso, dove il caso non esiste.

  • Nel documentario girato da AlJazeera nel 2011 Vittorio lascerà un memoriale importante, sapeva di essere un “vincitore”. Vittorio è un vincitore anche per te?

Sì anch’io lo credo, anche se non saprei dirti vincitore di che cosa o su che cosa. Probabilmente ha vinto perché non ha mai smesso di inseguire i suoi sogni. Lui ha tracciato una strada che molti hanno percorso; io più che un vincitore chiamerei mio figlio un profeta, cioè uno che vede lontano, molto più lontano di noi, e comincia ad incamminarsi verso questo lontano e quando qualcuno lo ferma, com’è stato per Vittorio, la via che ha visto e tracciato non si interrompe. È pronta per noi, è pronta per gli uomini che hanno forte questo suo stesso ideale: di essere una unica famiglia, la famiglia umana.

  • 2004, Guerrilla Radio. È il blog attraverso il quale Vittorio divulgherà l’operazione israeliana Piombo Fuso del 2008 (1417 morti), durante questo periodo il suo blog è il più letto d’Italia. La raccolta di tutti i suoi articoli di questo sanguinario periodo del conflitto israelo-palestinese la si trova nel suo primo libro “Gaza. Restiamo umani”. Ha scritto successivamente anche per G.L.Nespoli nel libro “Palestina. Pulizia etnica e resistenza” del 2010; le sue preziose testimonianze si trovano anche nell’inchiesta della Nazioni Unite sul confine di Gaza del 2011. Infine da una raccolta di suoi articoli pubblicati su Il Manifesto insieme a quelli di altri autori, sono ne “Il mare di Gaza”, edito da Manifesto Libri e postumo alla morte dell’attivista, 2014. La sua identità di scrittore e giornalista è documentata dal suo stesso lavoro, ma che ne pensa sua madre?

Quando rileggo alcune delle cose che ha scritto, che ho anche pubblicato nel mio libro, e che in parte si trovano nello stesso “Gaza. Restiamo umani”, rimango sempre colpita da come lui abbia saputo tenere la penna in mano e usarla per comunicarci il dolore, la sofferenza di un popolo con un’empatia rara. Basti leggere il famoso pezzo I gattini di Gaza, tu sei lì insieme a lui, insieme al medico che scoperchia le scatole insanguinate e mostra i pezzi di quelli che furono persone.

Guerrilla Radio è del 2004, quindi molto prima di Piombo fuso ed era il suo blog. Per anni ha scritto su questo suo diario personale parlando di tanti argomenti, oltre che di Palestina, di politica interna, di avvenimenti internazionali, c’erano pezzi anche molto ironici, molto satirici. La scrittura era la sua passione e non si peritava dallo scrivere ciò che pensava. Con Piombo fuso Guerrilla Radio è diventato una voce fortissima. La voce dei senza voce di Gaza. Lo stesso Vittorio mi scrisse fosse il blog più letto in quel periodo in Italia.

  • Nel 2005 entra nella lista nera di Israele. Pare ci fu un’interrogazione parlamentare a seguito del pestaggio al confine con la Giordania per mano dei militari israeliani, a seguito del quale verrà poi assistito dai giordani, pestaggio che Vittorio subì a Marzo di quell’anno. Ebbe degli esiti l’interrogazione? Le istituzioni italiane si sono dimostrate presenti durante questi primi anni del suo attivismo pacifico e pacifista in Palestina?

Se tu intendi il Ministero dell’Interno, i prefetti, in quel periodo: niente. Non fecero niente.

  • Nel 2005 entra nella lista nera di Israele, molto probabilmente per quello che aveva visto, ma anche per l’energia che riusciva ad infondere in un popolo sicuramente forte e coeso, com’è quello palestinese, ma che da vittima del genocidio e della continua umiliazione del vivere, trovava forse le forze anche grazie a questo giovane guerriero italiano, che lottava contro la guerra, che affrontava il mediterraneo per la loro giustizia. È in questo anno che avviene il primo arresto.

Dopo il primo incontro con i Palestinesi nel 2002, Vittorio torna anche nel 2003 e 2004. Penso abbia contribuito a far sì che Vittorio entrasse nella lista nera, anche il fatto che lui fosse ben visibile già da qualche anno, anche fisicamente aveva una presenza che si imponeva. Non passava inosservato. E poi la sua attiva partecipazione alle manifestazioni e alle proteste. A Budros, un villaggio vicino a Ramallah, gli consegnarono un Attestato di ringraziamento (che conservo) perché il venerdì era sempre con loro, ovviamente in prima fila, con azioni non violente a manifestare contro la costruzione del muro di separazione, (dell’apartheid, lo chiamava Vittorio) cantava Bella ciao e faceva cantare tutti. Inoltre era entrato nell’ International Solidarity Movement (ISM) che era considerato un gruppo molto avverso ad Israele.Quando verso Natale 2005 arrivò all’aeroporto di Tel Aviv, con dei compagni, venne fermato e rifiutò l’immediata espulsione. Venne quindi arrestato e incarcerato. Dopo l’arresto un processo incomprensibile, anche perché era in ebraico, il viceconsole che seguiva Vittorio non conosceva la lingua. Si sperava almeno di capire perché Vittorio, ma in generale i ragazzi dell’ISM, fossero ritenuti pericolosi per la sicurezza di Israele, invece non fu possibile conoscere il testo della sentenza e alla fine Vittorio, dopo alcuni giorni di carcere venne rimandato in Italia.

  • Passano due anni in cui non tornerà in Palestina.

Sì, nel 2006 è in Congo con “Beati Costruttori di Pace” come osservatore internazionale per l’ONU durante le elezioni presidenziali, nel 2007 si reca a Beddawi, in un campo profughi palestinese del Libano.

  • Nel 2008 torna a Gaza.

Nel 2008 ci fu quest’occasione e come fai a resistere?! “No, Vittorio,” imploravamo con suo padre, ma lui ridendosela sotto i baffi ci diceva “e questa volta non si va né in aereo, né si passa da Israele… si va via mare”. “Non ci ha mai pensato nessuno, eppure è così naturale!”

E ci arrivano con le due barche del Free Gaza Movement. Liberty e Free Gaza. Vittorio la chiamò l’”epica impresa”. Parte verso metà luglio, sa soltanto che deve arrivare all’aeroporto di Atene, perché le disposizioni erano di non parlarne molto, nemmeno al telefono, c’era la possibilità che venissero intercettati dai servizi segreti israeliani. Quindi Vittorio arriva ad Atene senza sapere esattamente la sua destinazione, lo mandano in una piccola isola del mar Egeo, della quale non conosceva l’esistenza. Lì,arrivano altri volontari e insieme a marinai del posto sistemano la prima imbarcazione, raggiungono poi l’imbarcazione sorella a Cipro e da lì iniziano la traversata verso Gaza.

  • Riescono ad arrivare senza problemi?

Sono seguiti dalle motovedette israeliane, gli sabotano i sistemi di navigazione satellitare. Loro fanno controllare le imbarcazioni a Cipro prima di salpare, in modo che nessuno potesse dire che avessero armi o altro, e guidati dal capitano, che era greco e diceva di conoscere il mediterraneo come le sue tasche, solcano il mare con i sistemi dei antichi naviganti.

  • Quando arrivano a Gaza?

Arrivano il 23 Agosto, ci sono vari festeggiamenti, Vittorio non partecipa alla grande cena offerta da Hamas: non se la sentiva di mischiarsi con i poteri, non l’ha mai fatto.

Non sono andati a Gaza per imporre qualcosa, un modello, un’idea, una bandiera, Vittorio si è sempre confrontato con le persone dei posti dov’è stato. I pescatori gli dicevano “magari se venite con noi non ci sparano e possiamo andare più lontano a pescare” e lui ne faceva il suo lavoro, la sua missione. Io dico tra me e me, sorridendo, che gli ideali di Vittorio sono diventate delle reti da pesca o il prezzemolo da raccogliere con i contadini, niente a che fare con i poteri. Allo stesso tempo scriveva e, tornando al perché Vittorio desse fastidio, era un libero testimone.

E io credo, sono convinta intimamente che quando nel 2002, nel suo primo Viaggio a Gerusalemme Est decise di non tornare subito, ma di recarsi a Jenin per accertare i terribili fatti che gli venivano raccontati, lì ha fatto il grande salto, si è reso conto che se lui scriveva, per essere credibile doveva prima sapere in prima persona, doveva conoscere. Così anche a Gaza. Documentava tutto. Con la sua cinepresa riprendeva i soprusi, ne pubblicava i video [] e via via prendeva coraggio. Finché non venne arrestato a sud della Striscia, nel mare al largo di Rafah, l’ultima città prima dell’Egitto, sempre la più colpita durante tutti i bombardamenti israeliani. I due pescherecci palestinesi, in acque palestinesi, vengono affrontati da quella che Vittorio definì una vera e propria “squadra d’assalto”. Se fosse stato per fermare i pescherecci o per fermare Vittorio, questo non si sa.

  • Gli viene data la cittadinanza onoraria palestinese, ma a seguito della protesta pacifica contro i limiti imposti arbitrariamente da Israele, circa l’area di competenza della Palestina oltre la quale ai palestinesi è fatto divieto di pescare, viene arrestato ed espulso di nuovo. È doveroso ricordare che oltre alla divulgazione degli abusi perpetrati ai danni dei civili palestinesi attraverso i suoi articoli, le azioni di protesta consistevano nel superare quel limite che non sussisteva nei fatti, immaginario e a pochi km dalla costa, per permettere ai piccoli pescatori palestinesi di pescare davvero qualcosa. Un mare che è sempre stato il loro. Un gesto simbolico enorme, assoluto, varcare un confine, ma non solo per il piacere della sfida filosofica, piuttosto per sopravvivere.

Da Rafah finisce in un campo di detenzione e successivamente viene espulso di nuovo. Si avvicina la fine dell’anno 2008, siamo a novembre. Torna a casa stremato, ma consapevole che Andrew, il volontario con il quale era stato arrestato, sarebbe rientrato a Gaza a dicembre, ed era già a Cipro, decide di raggiungerlo e insieme ritornano a Gaza, via mare.

Durante Piombo fuso (dic 2008 – gen 2009): scriveva i suoi articoli coi boati delle bombe fin dentro la testa. So che da madre non hai mai frenato la sua nobile indole. Lo so attraverso le tue dichiarazioni, ma anche dal libro che hai scritto “Il viaggio di Vittorio”.

Dentro di me c’era già questo bisogno fortissimo di scrivere e parlare di Vittorio. L’editrice Dalai si mise in contatto proponendomi di scrivere un libro su di lui,avendo intuito dalle mie prime interviste il grandissimo legame tra me e Vittorio, trascendente l’amore naturale che c’è tra madre e figlio. Io ne avevo il desiderio, ne sentivo l’urgenza, ma ero anche incerta.

Contemporaneamente mi scrisse un’altra casa editrice molto importante dicendomi quasi le stesse cose. Dissi allora a me stessa che questo bisogno di raccontare Vittorio non lo avvertivo solamente io, accettai e scelsi Dalai perché a loro avevo dato la mia prima parola. È nato così “Il Viaggio di Vittorio” Scritto in condizioni particolari e precarie. Nel Luglio 2012, mentre ero ricoverata per la riabilitazione, dopo un intervento di protesi all’anca, con il supporto di un collaborare della casa editrice. Io raccontavo, lui registrava e scriveva. A casa, poi, ho recuperato materiale, fotografie, lettere personali di Vittorio e mie a lui.

Il libro narra la sua vita e gli intrecci con la nostra. Soprattutto mostra il Vittorio intero, non solo il campione della Palestina, come era esaltato in quegli anni. Era troppo poco, come diceva Vittorio stesso “non è che mi sono alzato un giorno e ho deciso di andare a Gaza, c’è tutta una storia dietro, la storia della mia vita”. Leggendo questo libro, ci si può rendere conto che non è stato un eroe improvvisato, c’è tutta una vita, da conoscere. Questo libro è un atto d’amore. Una mamma mi ha detto “l’hai partorito una seconda volta, tuo figlio, con questo libro”. Era limitativo vederlo soltanto Vittorio palestinese, Vittorio di Gaza. No, Vittorio è stato molto altro, che l’ha fatto poi arrivare dove è arrivato. Se non ci fosse stato tutto questo “prima”, sì, forse sarebbe capitato a Gaza, ma non avrebbe lasciato nessun segno su questa Terra. Incontrandolo capivi che c’era spessore, passione, determinazione, non l’avventura di qualche mese. Questo è quello che ho cercato di scrivere parlando anche dei tanti campi di lavoro dove è stato. E perché dalla sua vita, dalla sua esperienza, chiunque potrebbe dirsi: se ce l’ha fatta Vittorio, anche io ce la posso fare.

  • Aprile 2011. Viene fatto prigioniero e viene chiesto lo scambio. Tu come vieni a sapere di questo e cosa ci vuoi raccontare di quei momenti?

Ero al supermercato, quando mi arrivò la telefonata di Mariaelena Delia dicendomi che girava un video di mio figlio sotto sequestro, video del quale ho visto solo un fotogramma, poi ho distolto lo sguardo e non ho più voluto guardare. Era il 14 Aprile e Vittorio è stato ucciso la stessa notte. I sequestratori avevano dato 48 ore di tempo, ma è successo meno di 24 ore dopo. Qui a Bulciago avevano organizzato per il 15 sera una veglia per chiedere la liberazione di Vittorio, che si è trasformata in una veglia di preghiera. Era già arrivata la notizia che Vittorio era stato ucciso. Vittorio…

  • Davanti ad un fatto così grave, le Nazioni Unite hanno dichiarato solidarietà a Vittorio Arrigoni e alla famiglia, condannando il fatto. Le istituzioni italiane si dimostrarono presenti?

Dopo l’uccisione sì. Il Presidente Napolitano fece una dichiarazione di cordoglio e di riprovazione, come anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon, poi arrivò il prefetto che mi recapitò una lettera di Fini, allora ministro dell’Interno. Dopo l’uccisione si sono presentate, le istituzioni… Poi sono intervenuti di nuovo, un’ultima volta, per suggerirmi che sarebbe stato più semplice far passare il suo corpo da Israele, cosa che non pensai neanche. Il papà di Vittorio, Ettore, disse queste parole: “Israele non ha voluto mio figlio da vivo, non l’avrà neanche da morto”. Certo che sarebbe stato più semplice, piuttosto che percorrere tutti quei chilometri nel deserto, da Gaza fino a Il Cairo, con questa bara di fortuna, su un mezzo di fortuna, ma altrimenti avrei tradito Vittorio. E per cosa? Per una questione di “comodità”? La comodità di chi? Lui era già morto, noi forse l’avremmo riavuto un po’ prima, ma di fatto non era un buon motivo. Era una cosa impensabile farlo tornare a casa passando da Israele dopo tutte le sofferenze che gli erano state inflitte. All’ospedale italiano de Il Cairo lo vegliarono tutta la notte, e al ritorno a casa l’accoglienza totale. E il funerale, centinaia e centinaia di persone. Era il giorno di Pasqua. Dopo la Passione, la Resurrezione.

  • Cosa vuoi dire a chi oggi persegue ideali di giustizia e di umanità come quelli che hanno animato la vita di tuo figlio?

Se un ragazzo, un giovane, sente nel suo cuore questo bisogno, io gli dico innanzitutto di non smettere di sognare. Di non ascoltare coloro che parlano di illusione e lo invitano a lasciar perdere, a seguire la strada più facile, quella che percorrono in tanti. Non desistere e seguire la strada, quella giusta, anche se è la più difficile, la più stretta. Poi sottolineo che non bisogna gettarsi all’avventura, ma prepararsi, leggere, informarsi, viaggiare, conoscere e mettersi alla prova sul serio, sul campo. Per sperimentare se davvero quello che vuoi è condividere la tua strada e la tua vita con altri, che hanno meno di te, che sono poco considerati. Vittorio la scelta degli ultimi l’ha fatta con convinzione e pieno convincimento, solo così ha capito che questa sua vita che gli era stata data poteva avere un senso. Quando io lo vedo sorridere a Gaza come mai faceva quì, sono contenta e mi dico che l’anima di Vittorio era serena, era finalmente in pace, aveva trovato veramente il senso del vivere.

  • Nasce la Fondazione VikUtopia.

La Fondazione VikUtopia nasce nel 2012, perché volevamo tenere vivo Vittorio e tutelare anche la sua l’eredità intellettuale. Continuare sulle sue orme, andando a cercare le situazioni in cui i diritti umani, soprattutto per i più piccoli, sono poco praticati. Noi non organizziamo progetti autonomi, ma valutiamo quelli di altre associazioni che abbiano dei contatti in loco. Alcuni progetti ci sono stati chiesti direttamente dalle stesse associazioni. Quest’anno abbiamo voluto far qualcosa per il Togo, il primo Paese africano in cui Vittorio è stato in un campo di lavoro come volontario. Una Onlus, la “Cuori Grandi” necessitava di un sostegno per la mensa della loro scuola; sono moltissimi i bambini denutriti che mangiano i loro unici pasti lì. Abbiamo allora deciso di finanziare per un anno scolastico gli approvvigionamenti di cibo per questa mensa. Adesso stiamo pensando ad un progetto su Haiti… Questo è quello che fa VikUtopia: progetti umanitari concreti. Vittorio diceva che bisogna lasciare una traccia nel luogo in cui si va, non basta partecipare con l’anima o con il cuore alle situazioni gravi, e infatti così facciamo.

  • Torniamo al tuo libro per una domanda ancora, una mia curiosità personale. C’è una poesia di Vittorio, che tu citi anche ne “Il Viaggio di Vittorio”, ispirata a Rimbaud. Finisce con questi versi :

“[…] Quella strada che il fato mi fece svoltare
Che è presto mutata nella mia causa utopica
E mi perdoni la mia musa,
La mia famiglia certificata
E quella atavica che cercai di ricomporre
Tutti e tutte coloro che son stati sfiorati dai miei tentacoli d’emozione
Chiedo perdono
Per non aver osato guardare uno specchio
E scoprirmi reso alla ricerca dell’assurdo.”

Forse Vittorio si rendeva conto che la sua vita si muoveva su dei binari altrimenti impossibili, e in alcuni momenti si sarà reso conto anche che quello che stava facendo ci avrebbe fatto soffrire.

Sempre nella stessa poesia scrive anche:

Sarò in Palestina entro poco
se le stelle mi saranno compiacenti
e brillerò anche per chi non ha osato”.

E questo per me è un pensiero molto bello, che consola i cuori, dedicato a tutti quelli, fra di noi, che hanno sognato, ma non osato aprire le ali e inseguire il sogno.

***

Mi mostra la bandiera palestinese “questa è quella che sventolava all’arrivo a Gaza”. Una bandiera di giustizia, dignità, ancora intrisa di “epica impresa” e di vittoria. Uno sguardo per restare travolta, poi un altro per immaginarli lì. Non sono in grado di sfiorarla; tra quelle trame consumate dal tempo si tramanda la testimonianza della Resistenza di un popolo oppresso e la prodezza di un coraggioso uomo di valore, pronto a tutto pur di difenderla, Vittorio Arrigoni.

 

Di Verdiana Siddi per ComeDonChisciotte.org

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