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VERSO IL COLLASSO DEL DOLLARO

DI MIKE WHITNEY

Information Clearing House

Il dollaro statunitense è kaputt. La fiducia nella moneta si erode giorno dopo giorno.

Un rapporto del The Sydney Morning Herald afferma, “Il ministro del tesoro australiano Peter Costello ha invitato le banche centrali dei paesi dell’Asia orientale ad ‘accelerare’ i loro piani per diversificare gli investimenti americani e garantire un ‘aggiustamento ordinato’…. Le banche centrali di Cina, Corea del Sud, Giappone, Hong Kong e Taiwan hanno indirizzato enormi quantità di riserve estere verso le obbligazioni americane, contribuendo a sostenere il dollaro statunitense e a mantenere bassi i tassi d’interesse; ma la strategia adesso è cambiata’ ha dichiarato Costello”.

E in effetti la strategia è proprio cambiata. Il mondo si è risvegliato e sta abbandonando il biglietto verde, che attualmente naviga negli 8,7 trilioni di debito [NdT: Nel sistema USA 1 trilione equivale a 1000 bilioni].
Adesso le banche centrali vogliono ridurre le riserve in dollari statunitensi, e al tempo stesso limitare al massimo il contraccolpo negativo sulle proprie economie. Ma la cosa sarà difficile: se si comincia a ridurre, assisteremo a una fuga precipitosa verso altri lidi.
Ci sono poche speranze per quell’ “aggiustamento ordinato” in cui spera Costello; questo è solo un ottimismo di facciata. Quando il biglietto verde comincerà a scivolare la situazione sfocerà rapidamente in un grande confusione.

A settembre abbiamo visto i primi segnali di un dollaro in cattive acque: il deficit commerciale ha raggiunto i 70 bilioni [NdT: Negli Stati Uniti 1 bilione equivale a 1000 milioni, cioè a un miliardo] di dollari, ma il NFSP (Net Foreign Security Purchases) si è fermato a un trascurabile 33 bilioni. Ciò significa che i nostri principali partner commerciali non stanno più ricomprando il nostro debito, limitando così la pressione sul biglietto verde. La FED aveva due possibilità: aumentare sostanziosamente i tassi d’interesse o lasciare che il dollaro iniziasse una caduta libera. Viste le condizioni precarie della bolla immobiliare e la vicinanza delle elezioni di metà legislatura, ha preferito non fare nulla.

Un mese più tardi, a ottobre, il deficit commerciale ha toccato i 69,9 bilioni, ma a questo punto, e senza segni premonitori, abbiamo assistito a un miracolo: il NFSP è schizzato a “un massimo storico” di 116,8 bilioni, compensando quasi al centesimo le riduzioni dei due mesi precedenti.

Semplice coincidenza?

Non esattamente. O le volubili banche centrali hanno deciso di “aumentare la massa” di investimenti espressi in dollari oppure la Riserva federale (e le banche che la sostengono) stanno ricomprando il loro stesso debito per restare a galla fino a dopo le elezioni.

È proprio il tipo d’imbroglio che la gente si aspettava quando, nel marzo scorso, Greenspan ha sospeso la pubblicazione dei dati sull’M-3, lasciando tutti noi all’oscuro di quello che stava realmente accadendo alla massa monetaria.

Dobbiamo forse credere che le scettiche banche centrali abbiano improvvisamente raddoppiato i loro buoni del tesoro proprio quando si lamentano (in pubblico) per la debolezza del dollaro e minacciano di diversificare?

Questo sarebbe andare un po’ lontano.

Secondo il Wall Street Journal, il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, ha dichiarato in modo inequivocabile “pensiamo di aver fatto abbastanza”. Attualmente i cinesi possiedono circa 1 trilione in dollari e buoni del tesoro americani.

“Abbastanza”?

Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina sfiora i 200 bilioni di dollari all’anno; se i cinesi dicono che “hanno fatto abbastanza” siamo belli e spacciati. Alla fin fine, non c’è bisogno di una svendita per uccidere il dollaro; basta che i principali operatori dichiarino di non essere più disposti a comprare agli stessi livelli.

Naturalmente a Washington tutti sanno che il giorno del giudizio si avvicina. Il sistema era stato progettato in questo modo sin dall’inizio, e tutto rientra in uno schema perverso “starve the beast” [NdT: Come spiega Wikipedia, l’espressione Starve-the-beast (affamare la bestia) indica una strategia politica conservatrice che usa i deficit di bilancio per costringere a future riduzioni delle spese governative, in particolare quelle per i programmi sociali progressisti. Il termine “bestia” indica il governo e i programmi sociali (inclusi la sanità, assistenza e istruzione), partendo dal principio che le spese per questi programmi sono inutili o distruttive. La definizione è stata usata per la prima volta dall’amministrazione Reagan per illustrare la nuova filosofia fiscale] e trasferire la ricchezza della nazione a un manipolo di plutocrati occidentali. Questo spiega perché FED e Casa Bianca hanno parlato come due voci dello stesso coro; una politica calcolata per spingere il paese a capofitto verso il disastro.

L’amministrazione non ha mai creato un meccanismo di finanziamento per i 400 milioni di dollari di tagli fiscali o per l’incremento del 35% del governo federale. Le spese per la difesa sono aumentate a passi da gigante, così come i contratti “senza gara d’appalto” per gli amici della banda di Bush. Al tempo stesso i tassi d’interesse sono scesi al minimo per far passare quanti più soldi possibile nelle mani di gente che non potrebbe soddisfare i criteri normali per ottenere un mutuo. Siccome l’appetito vien mangiando e gli spericolati eccessi di spesa e i prestiti alla “Mickey Mouse” non erano sembrati sufficienti, la FED ha completato il tutto raddoppiando in sette anni la massa monetaria: una ricetta garantita per l’iperinflazione.

E allora, quali di queste politiche non era deliberata?

La crisi finanziaria cui adesso ci confrontiamo è stata preparata a tavolino allo scopo di distruggere il movimento operaio, schiacciare la classe media, annientare i programmi “Medicare”, “Medicaid” e il sistema di previdenza sociale, ridurre il debito estero del 50 o 60%, costringere a ristrutturare il debito americano, privatizzare beni patrimoniali e risorse pubbliche, dar vita a un nuovo regime di misure di austerità che ridiriga molte ricchezze verso le banche e le multinazionali.

I demoni del neoliberalismo usano invariabilmente politici disonesti per generare un debito enorme e “insostenibile” che permetta di trasferire le ricchezze del paese all’élite dominante. Funziona così dappertutto: è una forma di colonizzazione delle multinazionali, solo che questa volta la vittima è la vecchia cara America.

“La fase d’impatto”

Nel suo profetico articolo “The Phase of Impact” (La fase d’impatto), Richard Daughty sostiene che la Federal Reserve e il Dipartimento del tesoro hanno già preparato le mosse della battaglia. Ecco un estratto:

“In virtù della sua ascesa al trono, il segretario del tesoro Paulson è ora il capo del gruppo ombra Working Group of Financial Markets (Gruppo di lavoro sui mercati finanziari), creato dal presidente con il decreto presidenziale 12631; e sta insistendo per incontri più ravvicinati, diciamo ogni sei settimane!

Il Gruppo di lavoro era stato pensato in origine come linea di retroguardia ad hoc per affrontare possibili emergenze economiche, ma ora si riunisce abitualmente tutte le sei settimane. Ha persino ordinato a Jim Wilkinson, capo dello staff, di “sovrintendere alla creazione di un Centro di comando del tesoro per controllare i mercati in tutto il mondo e servire da base operativa in caso di crisi!” (Wall Street Journal). In tutto il mondo! Il governo americano si sta preparando a prendere il controllo dell’economia mondiale a causa della crisi anticipata? Super!”

Daughty continua: “Ovviamente notiamo un sacco di agitazione per alcune turbolenze in arrivo, che forse si riflettono nel Global Europe Anticipation Bulletin No 8, mandatomi da Phil S. Il bollettino ricorda di aver già previsto, a maggio scorso, una ‘fase di accelerazione’ dell’economia agli inizi di giugno che ‘si sarebbe prolungata per un periodo massimo di sei mesi’, come in effetti è successo. Aveva anche previsto, e lo ripete di nuovo adesso, che ‘a novembre 2006 comincerà una fase di impatto’ che costituirà ‘la fase esplosiva della crisi’.

Questa ‘fase di impatto’, che dovrebbe cominciare da un momento all’altro, è, spiega il bollettino ‘un periodo in cui prenderanno il via una serie di crisi brutali che contamineranno tutto il sistema. La fase esplosiva della crisi, che durerà tra i sei e i dodici mesi, colpirà direttamente e tragicamente gli operatori e i mercati, i possessori di piani d’investimento con reddito fisso in dollari, i fondi pensionistici e i rapporti strategici tra Stati Uniti da una parte e Europa ed Asia dall’altra” (Richard Daughty; “The Phase of Impact” Kitco.com).

Le predizioni, è ovvio, sono raramente affidabili al 100%, e a molti lo scenario di Daughty può sembrare un po’ troppo apocalittico. Ma se partiamo dal punto di vista che i tagli fiscali, l’espansione del governo federale, il raddoppio della massa monetaria e i 10 trilioni di dollari che abbiamo immesso nella bolla immobiliare non sono stati un mero “errore in buona fede” dovuto a un’offerta entusiastica, allora dobbiamo ammettere che si tratta di un pazzesco piano per demolire i cardini del sistema attuale e ricostruire la società dalle sue basi.

Sul piano interno, questo piano sembra implicare il dispiegamento di uno stato di polizia.

Nelle ultime settimane l’amministrazione Bush ha approvato il Military Commissions Act 2006, che consente al presidente di arrestare e torturare chiunque voglia senza necessità d’incolparlo di un crimine. Inoltre, fatto ignorato dalla maggior parte degli americani, Bush ha inserito nella legge una clausola che, secondo il senatore Patrick Leahy, permetterà al presidente di dichiarare unilateralmente la legge marziale. Modificando l’Insurrection Act, Bush ha praticamente aggirato il Posse Comitatus Act, che vieta al presidente di dispiegare unità militari sul territorio degli Stati Uniti.

Il cosiddetto John Warner Defense Authorization Act 2007 permette inoltre a Bush di assumere il controllo della Guardia nazionale, che è sempre stata alle dipendenze dei governatori dei singoli stati. Ora Bush ha il controllo assoluto di tutte le forze armate nel paese, una situazione che la Costituzione aveva intenzionalmente voluto evitare. Il sogno dell’amministrazione di militarizzare il paese sotto l’autorità esclusiva dell’esecutivo è ora diventato realtà, anche se il pubblico non si è ancora reso conto che è stato compiuto un colpo di stato.

Sul piano internazionale, la caduta del dollaro significa che il debito americano si ridurrà proporzionalmente alla perdita percentuale del dollaro in rapporto alle altre divise. Si tratta di un ottimo affare per gli USA. Dapprima la FED stampa per decreto valuta per comprare risorse di valore e manufatti, e poi si concede uno sconto svalutando la divisa. Per Washington è una situazione di vittoria assicurata, anche se si tratta indubbiamente di sottrarre agli ignari creditori stranieri i sudati profitti. Ma è poco probabile che i loro interessi abbiano un peso per gli strozzini del tesoro americano o della Federal Reserve.

[L’andamento del dollaro nei confronti dell’euro e dei prezzi del petrolio negli ultimi anni di era Bush]

Il dollaro si confronta in casa con una seconda crisi, che si prevede scoppierà nel 2007. La bolla immobiliare di 10 trilioni di dollari si sta rapidamente sgonfiando e provoca una caduta del PIL. L’industria della casa sta confrontandosi con il più precipitoso declino degli ultimi 30 anni, e il patrimonio netto sta cominciando a contrarsi. La casa è stata uno dei punti luminosi in un panorama economico altrimenti buio. Con il mercato immobiliare che si contrae e i prezzi che vanno giù, i 600 bilioni di dollari tirati fuori ai consumatori nel 2005 dal patrimonio netto evaporeranno rapidamente, causando un rallentamento complessivo dell’economia (Le spese dei consumatori costituiscono il 70% del PIL).

Secondo i calcoli della stessa FED, “Il totale patrimoniale delle case residenziali è raddoppiato tra il 1999 e il 2006 passando da 10,4 a 20,4 trilioni di dollari (Times Online)”. Se le cifre sono esatte, possiamo allora dedurne che buona parte della crescita “percepita” degli USA non è stata niente di più che una crescita del debito. E in effetti, sembra che le cose stiano proprio così. Dagli anni ’70 i salari sono restati stagnanti, oltre 3 milioni di posti di lavoro del settore industriale sono stati delocalizzati, i risparmi sono scesi sotto zero, l’indebitamento personale è salito alle stelle. La nostra è diventata una società “basata sui beni”, e quando il bene principale comincia a perdere valore finiamo in grossi guai. Dato che i prezzi delle case continueranno a diminuire anche nel 2007, possiamo aspettarci una sostanziosa recessione. E se i prezzi dell’energia continuano a salire (sono forse scesi in vicinanza delle elezioni?) le cose andranno ancora peggio.

La recessione danneggerà il dollaro?

I capitali non hanno il senso della lealtà; seguono i mercati. Quando l’attivo mercato del consumo stagnerà, il capitale andrà altrove, proprio come in qualsiasi altro luogo. Tre milioni di posti di lavoro persi nell’industria, 200.000 persi nel ben pagato settore dell’alta tecnologia, incentivi fiscali per le grandi multinazionali che fanno affari sui mercati esteri: tutti segnali che le grandi multinazionali hanno già messo in acqua le scialuppe di salvataggio e navigano verso i più promettenti mercati asiatici ed europei. Un mercato dei beni di consumo fiacco potrebbe indebolire ancor più il dollaro e costringere gli americani a ricominciare a risparmiare, ma (ed è questa la novità sorprendente) i responsabili della Federal Reserve e del ministero del tesoro non si preoccupano minimamente se il valore di facciata del biglietto verde si riduce.

Quello che ha veramente importanza è che il dollaro mantenga la sua posizione come valuta mondiale di riserva, cosa che permette alla Federal Reserve di continuare a stampare carta moneta, fissare i tassi d’interesse, controllare il sistema economico mondiale. Attualmente il dollaro rappresenta il 66% delle riserve in valuta straniera delle banche centrali di tutto il mondo, un aumento di quasi il 10% rispetto al decennio precedente. Il dollaro è diventato la valuta internazionale, un monopolio de facto. È questo l’obiettivo dei sostenitori americani della globalizzazione e dell’élite alla guida del paese, che sognano un solo sistema, il sistema dollaro; con noi a farlo andare avanti.

Ma come farà questo manipolo di plutocrati ad obbligare le altre nazioni a continuare ad usare il dollaro?

Petrolio

Fino a quando il petrolio è trattato in dollari, le banche centrali non potranno fare altro che accumulare cartaccia americana, indipendentemente dal suo valore. Non c’è molta differenza col puntare una pistola alla tempia di qualcuno: dovranno usare i nostri biglietti verdi marci di debiti, o le loro auto e i loro camion sussulteranno, i loro trattori ansimeranno, le loro economie si fermeranno. Niente di più semplice.

L’America non può mantenere la sua posizione di superpotenza se non continua a controllare il sistema economico mondiale. Questo significa che bisogna proteggere il collegamento tra dollari e petrolio. L’armata di Bush sa che si tratta di un problema di sopravvivenza da cui dipende il futuro della classe dominante americana. Entro il 2020, il 60% del petrolio mondiale proverrà dal Medio Oriente, e Bush tenterà di fare l’impossibile per controllare le risorse del bacino del Mar Caspio, espandendo in questo modo l’egemonia del dollaro americano e aprendo la strada a un nuovo secolo di dominio americano.

Mike Whitney
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article15440.htm
03.10.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO

Pubblicato da Das schloss

  • kiteni

    Per nostra fortuna gli economisti e ció che rappresentano in questo mondo non sono i detentori della realtá. Le forze che entrano in gioco durante la metamorfosi di un modello globale, attualmente rappresentato anche dal dollaro USA, sono molteplici e non programmabili. Curioso il modo di terminare l’articolo con questo APRENDO LA STRADA A UN NUOVO SECOLO DI DOMINIO AMERICANO. Querido Mike W., non credo proprio che gli USA come governo o le multinazionali come persone giuridiche potranno fare e disfare il mondo come da tua analisi. La prima grande incognita sará la reazione negli stessi USA. Il paese é vasto, con una grande popolazione e molto difficile da gestire in caso di gravi disordini interni. Non é da escludere una guerra civile tra classi sociali e gruppi razziali rivali, il risultato sará caos e violenza generalizzata. É possibile uno scenario del genere? Sinceramente non lo so, ma se questo dovesse avvenire  cosa faranno le multinazionali? E le prodi banche, commerciali o centrali che siano? E il commercio di beni, quello che esiste veramente? E, sopratutto, come reagirà la gente comune, il signor Rossi per intendersi? Tu credi che le persone si faranno fregare tutti i risparmi con un grazie e un baciamano?
    Beh, io penso che faranno come fecero gli albanesi qualche anno fa: svuoteranno gli arsenali e  prenderanno il controllo della situazione. Non chiedetemi cosa ne seguirà. Saludos.