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UFFICIALE STATUNITENSE SI DIMETTE A CAUSA DELLA GUERRA IN AFGHANISTAN

DI KAREN DEYOUNG
Washington Post

Quando Matthew Hoh si unì ai Servizi Esteri all’inizio di quest’anno, era esattamente il misto tra militare e civile che l’amministrazione stava cercando per espandere i propri sforzi di sviluppo in Afghanistan.

Ex capitano dei Marines con esperienza di combattimento in Iraq, Hoh aveva anche reso servizio in uniforme al Pentagono, e da civile in Iraq ed al Dipartimento di Stato. A luglio era già un ufficiale civile superiore nella provincia di Zabul, un focolaio dei Talebani.

Ma il mese scorso, con un’azione che ha creato movimento fino alla Casa Bianca, Hoh, 36 anni, e` divenuto il primo ufficiale statunitense a dimettersi esplicitamente per protesta contro la guerra in Afghanistan; Hoh e` giunto a ritenere che la partecipazione statunitense in Afghanistan ha semplicemente alimentato l’insorgenza.

“Ho perduto comprensione e fiducia nello scopo strategico della presenza degli Stati Uniti in Afghanistan”, ha scritto il 10 Settembre in una lettera di quattro pagine al capo del personale del dipartimento. “Ho dubbi e riserve sulla nostra attuale e futura strategia, ma le mie dimissioni non si basano sul come stiamo portando avanti questa guerra, ma sul perche` e con quali fini”.Le reazioni alla lettera di Hoh sono state immediate. Alti ufficiali, preoccupati di perdere un collega eccezionale, e forse di acquistare un critico di rilievo, lo hanno pregato di restare.

L’ambasciatore Statunitense Karl W. Eikenberry lo ha portato a Kabul e gli ha offerto un posto nel suo personale superiore di ambasciata. Da li, Hoh e` stato imbarcato verso casa, per un incontro faccia a faccia con Richard C. Holbrooke, il rappresentante particolare dell’amministrazione per Afghanistan e Pakistan.

“Abbiamo preso la sua lettera molto seriamente, perche` [Hoh] e` un buon ufficiale”, ha detto Holbrooke in un’intervista. “Abbiamo tutti pensato che vista la serietà e l’impegno della sua lettera, e considerata la sua carriera, avremmo dovuto prestarvi attenzione”.

Nonostante non condividesse l’opinione di Hoh, secondo il quale la guerra “non vale la pena di combatterla”, Holbrooke ha detto “sono d’accordo con gran parte della sua analisi”. Holbrooke ha chiesto a Hoh di unirsi al suo team a Washington, dicendo che “se davvero [Hoh] vuole influire sulla linea politica ed aiutare a ridurre i costi della guerra in fatto di vite e denaro pubblico” perche` non essere “all’interno dell’edificio piuttosto che all’esterno, dove si puo` ottenere molta attenzione ma non avere lo stesso impatto politico”?

Hoh ha accettato l’argomentazione ed il lavoro, ma ha cambiato idea una settimana dopo. “Riconosco le implicazioni di carriera, ma non era la cosa giusta da fare”, ha detto in un’intervista venerdì scorso, due giorni dopo che le sue dimissioni erano state finalizzate.

“Non sono un hippie pacifista ‘affumicato’ che vuole che tutti facciano l’amore”, ha detto Hoh. Nonostante abbia definito il suo periodo a Zabul “il secondo lavoro migliore che ho mai avuto”, il grosso della sua esperienza e` con i Marines, tra i quali ancora servono parecchi dei suoi amici piu` cari.

“Ci sono un sacco di tizi che vanno uccisi” ha detto di Al-Qaeda e dei Talebani. “Sono stato felicissimo quando il nostro team in Iraq ne ha fatti fuori un bel po’”.

Ma molti afghani, ha scritto nella sua lettera di dimissioni, stanno combattendo gli Stati Uniti soprattutto perche` i soldati statunitensi sono lì – una presenza militare in crescita in villaggi e valli dove gli estranei, inclusi altri afghani, non sono benvenuti e dove il corrotto governo nazionale, appoggiato dagli Stati Uniti, viene rifiutato. Sebbene i Talebani siano una presenza negativa, e le basi pakistane di Al-Qaeda vadano affrontate, ha detto Hoh, gli Stati Uniti stanno chiedendo ai propri soldati di morire per quella che e`, essenzialmente, una lontana guerra civile.

Mentre la Casa Bianca sta deliberando se mandare o no piu` soldati, Hoh dice di avere deciso di parlare pubblicamente perche` “voglio che la gente in Iowa, la gente in Arkansas, la gente in Arizona, chiami il loro rappresentante in Congresso e gli dica ‘Senti, non mi sembra che questo sia giusto’ ”.

“Mi rendo conto di ciò in cui mi sto infilando… che cosa dira` la gente di me”, ha detto. “Non ho mai creduto che sarei arrivato a questo punto”.

‘Un coraggio non comune’

Il percorso di Hoh – da Marine, esperto di ricostruzione e diplomatico, a contestatore della guerra – non e` stato facile. Durante le settimane in cui rifletteva e riscriveva la propria lettera di dimissioni, ha detto “a volte mi sentivo fisicamente male”.

La sua ambizione principale nella vita era quella di diventare un vigile del fuoco, come suo padre. Invece, dopo essersi laureato alla Tufts University ed avere tenuto un lavoro di ufficio in una casa editrice, nel 1998 si e` arruolato nei Marines. Dopo cinque anni in Giappone ed al Pentagono – e durante un periodo, all’inizio della guerra in Iraq, quando a molti militari sembrava che il conflitto fosse praticamente concluso – lascio` i Marines per unirsi al settore privato, per essere poi ingaggiato dal Dipartimento della Difesa come ufficiale civile in Iraq. Addestrato ingegnere di combattimento, fu mandato a dirigere gli sforzi di ricostruzione nella citta` natale di Saddam Hussein, Tikrit.

“Ad un certo punto”, ha detto Hoh, “ho dato lavoro a piu` di 5000 Iracheni”, pagandoli decine di milioni di dollari in contanti per costruire strade e moschee. Il programma gestito da Hoh fu uno dei pochi in seguito lodati e dichiarati un successo dall’ispettore generale statunitense per la ricostruzione dell’Iraq.

Nel 2005 Hoh accetto` un lavoro con la Bearing Point, un’importante società appaltatrice per il Dipartimento di Stato in tecnologia e gestione, e fu assegnato alla sezione Iraq di Foggy Bottom [un quartiere di Washington, D.C, ndt]. Quando l’azione militare in Iraq comincio` a prendere una brutta piega all’inizio del 2006, Hoh fu richiamato in servizio dalla riserva [militare]. Assunse il comando di una compagnia ad Anbar, dove i Marines stavano morendo a dozzine.

Hoh torno` a casa nella primavera del 2007 con encomi militari per quello che un ufficiale valutatore dei Marines ha chiamato “un coraggio non comune”, una raccomandazione per una promozione e cio` che lui stesso riconobbe in seguito come disturbo post-traumatico da stress [Post Traumatic Stress Disorder: PTSD]. Di tutte le morti di cui Hoh fu testimone, quella che peso` su di lui piu` pesantemente avvenne con lo schiantarsi di un elicottero ad Anbar nel dicembre del 2006. Hoh ed un amico, il maggiore Joseph T. McCloud, erano a bordo quando il velivolo piombo` nelle agitate acque al di sotto della diga di Haditha. Hoh riusci` a nuotare fino a riva, da cui, lasciati i suoi oltre 40kg di equipaggiamento, si rituffo` per cercare di salvare McCloud e tre altri che chiedevano aiuto.
Pur essendo un buon nuotatore, quando li raggiunse, disse Hoh, “se n’erano andati”.

‘Non puoi dormire’

Solo al terzo mese a casa, in un appartamento nel sobborgo di Washington D.C, Arlington, tutto cio` gli piombo` addosso come un’ondata violenta. “Tutte le cose che senti di come ti arriva di colpo… e` successo veramente… Fai sogni, non puoi dormire. Ti ripeti ‘Perche` ho fallito? Perche` non ho salvato quell’uomo? Perche` i suoi figli crescono senza un padre?’”.

Come molti Marine in situazioni simili, Hoh non cerco` aiuto. “L’unica cosa che facevo”, dice, “era bere fino all’incoscienza”.

Quello che finalmente comincio` a riportarlo indietro, racconta, fu una serie televisiva – “Rescue Me”, sulla rete americana via cavo FX. La serie narra di un immaginario vigile del fuoco di New York che piomba nel “senso di colpa del sopravvissuto” e nell’alcolismo dopo avere perso il migliore amico negli attacchi contro il Wolrd Trade Center.

Hoh comincio` allora a parlare con amici ed a ricercare il tema su internet. Visito` la famiglia di McCloud e “chiesi scusa a sua moglie… perche` non avevo fatto abbastanza per salvarlo”, sebbene il suo lato razionale sapesse che aveva fatto tutto quello che poteva.
“E` qualcosa che portero` con me per il resto della mia vita”, ha detto della sua esperienza in Iraq. “Ma ci ho fatto i conti, mi ci sono rassegnato”.

Alla fine dell’anno scorso, un amico gli disse che il Dipartimento di Stato stava cercando ufficiali per Servizi Stranieri in Afghanistan, un impegno rinnovabile di un anno. Era un’opportunita`, penso` Hoh, per usare le capacita` di sviluppo che aveva acquisito a Tirkit al di sotto di una nuova amministrazione che prometteva una nuova strategia.

‘Un regionalismo di vallata’

Nelle fotografie che ha riportato a casa dall’Afghanistan, Hoh e`un uomo alto, in abiti civili, con una barba ben curata ed un giubbotto antiproiettile intatto. Le foto lo ritraggono con Eikenberry, l’ambasciatore, durante una visita alle province di Kunar nel nord e Zabul nel sud; camminando con il governatore di Zabul Mohammed Ashraf Nastri, consultandosi con ufficiali militari USA e seduto ad una tavola imbandita per un incontro con i leader tribali afgani. In una foto, scattata in un desolato pezzo di deserto sul confine con il Pakistan, e` in posa vicino ad un cartello scritto a mano che marca la frontiera.

La foto della frontiera fu scattata all’inizio dell’estate, dopo l’arrivo a Zabul che seguiva due mesi di lavoro nel personale civile presso il comando della brigata militare a Jalalabad, nell’Afghanistan orientale. E fu a Jalalabad che i suoi dubbi cominciarono a prendere forma.

Ad Hoh fu assegnato il compito di cercare una risposta ad una domanda posta dall’ammiraglio Mike Mullen, presidente dei Comandi Congiunti del Personale Militare, durante una visita in aprile. Mullen voleva sapere perche` la milizia statunitense operava da anni nella valle di Korengal, una zona isolata vicino al confine orientale con il Pakistan, dove un gran numero di Americani era stato ucciso. Hoh concluse che non c’era una buona ragione. La gente del Korengal non li voleva; l’insorgenza sembrava essere giunta in forze solo dopo l’arrivo degli Americani, e la battaglia tra le due forze aveva ottenuto soltanto una sanguinosa situazione di stallo.

Il Korengal ed altre zone, disse Hoh, gli avevano insegnato “quanto l’insorgenza fosse localizzata. Non mi ero reso conto che un gruppo in questa valle non ha connessioni con un gruppo di insorti a due chilometri di distanza”. Centinaia, forse migliaia, di gruppi in tutto l’Afghanistan, determino` Hoh, avevano pochi legami ideologici con i Talebani, ma ne accettavano il denaro per combattere gli invasori stranieri e mantenere le proprie basi di potere locale.

“Fu questo che mi scosse”, dice Hoh. “Pensavo fosse un movimento nazionale. Ma e` un localismo. Lo chiamerei quasi un regionalismo di vallata”.

‘Assalto continuo’

Zabul e` “una delle cinque o sei province che si contendono il titolo di piu` difficile e piu` trascurate”, ha detto un ufficiale del Dipartimento di Stato. Kandahar, la terra d’origine dei Talebani, e` a sud-ovest ed il Pakistan si estende a sud. L’autostrada numero 1, principale collegamento tra Kandahar e Kabul ed unica strada asfaltata di Zabul, divide in due la provincia. Nel corso dell’anno scorso, a detta dello stesso ufficiale, la sicurezza e` divenuta via via piu` difficile.

Quando Hoh giunse presso la base del gruppo di ricostruzione – gestito dalla milizia statunitense – nella capitale di Zabul Qalat, aveva “gia` accumulato parecchia frustrazione. Ma a quel punto sapevo che la nuova amministrazione [il governo di Obama, ndt] avrebbe… fatto le cose diversamente. Quindi pensai di dargli un’altra chance”. Si documento` leggendo tutti i libri su cui pote` mettere le mani: storia antica dell’Afghanistan, l’occupazione sovietica degli anni ’80, la dominazione talebana degli anni ’90 e gli ottanta anni di coinvolgimento militare statunitense.

Frank Ruggiero, comandante regionale di stanza a Kandahar dei gruppi di ricostruzione statunitensi nel sud dell’Afghanistan, considerava Hoh “molto abile” e lo nomino` ufficiale superiore tra i tre ufficiali civili nella provincia. “Ho sempre avuto un’ottima opinione di Matt” ha detto in un’intervista telefonica.

In conformita` alla linea governativa [statunitense] di decentralizzazione del potere in Afghanistan, Hoh lavoro` per aumentare le capacita` politiche e l’impatto di Naseri, il governatore provinciale, e di altri ufficiali locali. “Materialmente non credo che abbiamo combinato molto – disse Hoh in retrospettiva – ma credo di avere rappresentato bene il nostro governo”.

Naseri gli disse che nella provincia combattevano almeno 190 gruppi di insorgenza locali, dice Hoh. “Era probabilmente un’esagerazione – dice – ma la verita` e` che la maggioranza” sono abitanti della provincia fedeli alle loro famiglie, villaggi, valli, e a chi li sostiene economicamente”.

I dubbi di Hoh aumentarono con le elezioni presidenziali afghane del 20 agosto, marcate da scarsa affluenza alle urne e diffusissima corruzione. Hoh concluse che, come scrive nella lettera di dimissioni, la guerra “ha violentemente e selvaggiamente scisso l’Afghanistan urbano, secolare, educato e moderno dal paese rurale delle province, religioso, illetterato e tradizionalista. Ed e` quest’ultimo che forma e sostiene l’insorgenza Pashtun”.

Con “molteplici ed apparentemente innumerevoli gruppi locali”, scrive Hoh, l’insorgenza e` “nutrita da quello che la popolazione Pashtun percepisce come un continuo e ripetuto assalto, che si ripete da secoli, alla terra, alla cultura, alle tradizioni ed alla religione dei Pashtun, da parte di nemici afgani e stranieri. La presenza dell’ONU e della Nato nelle valli e nei villaggi Pashtun – ed anche di esercito e polizia afgani, in reparti costituiti da soldati e poliziotti non Pashtun – fornisce una forza di occupazione che giustifica l’insorgenza”.

Le famiglie americane, scrive alla fine della lettera, “hanno il diritto di sapere che i loro cari hanno sacrificato la vita per un fine degno di futuri persi, amori svaniti e promesse non mantenute. Ho perso fiducia nel poter continuare a rassicurarli ”.

‘Problema loro’

Ruggiero dice che e` stato sorpreso dalle dimissioni di Hoh, ma che non ha fatto alcuno sforzo per dissuaderlo. “E` una decisione di Matt, ed io l’ho rispettata. – ha detto – Non condivido la sua valutazione, ma era una sua decisione”.

Eikenberry ha espresso un rispetto simile, ma ha rifiutato di discutere “questioni personali”.

Francio J. Ricciardone Jr., il vice di Eikenberry, ha detto di essersi incontrato con Hoh a Kabul ma di avergli parlato “in confidenza. Lo stimo come uomo considerato che ha reso servizio in maniera disinteressata alla nostra patria, e credo che la maggior parte dei colleghi di Matt la pensino nello stesso modo e condividano un’opinione positiva di lui, indipendentemente dalle differenze politiche o di prospettiva”.

Questa settimana Hoh incontrera` il consulente sulla politica estera del vice presidente [degli Stati Uniti] Biden, Antony Blinken, su invito di Blinken stesso.

Se gli Stati Uniti devono rimanere in Afghanistan, ha detto Hoh, suggerira` una riduzione nelle forze di combattimento.

Consiglierebbe inoltre di fornire maggiore sostegno al Pakistan, di migliorare le comunicazioni e la propaganda statunitense per bilanciare quella di Al-Qaeda, e di esercitare maggiore pressione sul presidente afghano Hamid Karzai per ripulire il governo dalla corruzione. Tutti questi temi sono correntemente in discussione in deliberazioni alla Casa Bianca.

“Vogliamo che venga instaurato un governo democratico in Afghanistan, e abbiamo degli obblighi affinché il paese non si trasformi in una pozza di sangue – dice Hoh – ma dobbiamo porre un limite, tracciare una linea, e dire che a un certo punto e` un problema loro”.

Titolo originale: “U.S. official resigns over Afghan war

Fonte: http://www.washingtonpost.com
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27.10.2009

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da MAD

Pubblicato da Das schloss

  • Tonguessy

    “Mi rendo conto di ciò in cui mi sto infilando… che cosa dira` la gente di me”

    E cosa vuoi che ti dica la gente quando scopre che ti stai infilando una cosa da solo?
    Mi preme ricordare che a fronte di un’obiezione di coscienza come questa esistono migliaia di non-obiezioni (credere, obbedire, combattere) che sono poi quelle che permettono le guerre sul piano pratico.
    Più scalpore ancora fece Cindy Sheehan, quando si rese conto che il tentativo di dare un’istruzione superiore al figlio tramite l’arruolamento, in realtà gliel’aveva fatto tornare nel solito sacchetto da Baghdad.
    Esistono tanto deduzione (esperienza narrata) che induzione (esperienza diretta). Mi chiedo perchè sia sempre necessaria la seconda mentre la prima in questi casi non venga quasi mai considerata. Della serie facciamoci del male, solo così impariamo.

  • redme

    ” saggio è chi impara a spese degli altri ” Confucio….saluti

  • marcopa

    Gli Stati Uniti sono lo stato che dopo la seconda guerra mondiale e’ stato piu’ impegnato in guerre vere e proprie e attivita’ militari. Ogni guerra e’ ingiustificata e sporca. Comunque ogni tanto negli Stati Uniti si sente l’espressione “una sporca guerra” riferita a guerre statunitensi. In Italia la retorica e’ invece sempre assoluta, chi critica la guerra “offende i soldati uccisi”. E la sinistra si allinea sempre in una maniera vergognosa e grossolana. Essere contro la guerra e’ la prima priorita’ e in Afghanistan ci siamo anche noi. Il 4 novembre abbiamo mandato aerei per bombardamenti dopo un mese di addestramento negli Usa, andranno a fare fotografie? Sono morti alcuni soldati italiani, ma quanti afghani abbiamo ucciso ? Non terroristi ma soldati e civili afghani.

  • vic

    C’era un popolo ossessionato

    C’era una volta un popolo ossessionato dalla guerra. Viveva di guerra. I suoi soldati erano i piu’ implacabili del loro mondo. Succedeva che in occasioni importanti venissero immolati i nemici a decine di migliaia davanti ad una folla strabiliante. La folla li vedeva rotolar giu’, senza cuore, dall’alto della piramide. Ma il mulino della storia ha macinato ed il popolo degli Aztechi, la loro organizzazione, la loro ossessione guerresca, sono finiti nelle pagine di storia. Leggendo questa loro storia si resta affascinati, come lo fu’ il conquistador Cortez, e pure inorriditi. O forse no, forse non tutti ne restano inorriditi. Forse i militari moderni rimangono indifferenti.

    C’e’ un popolo ossessionato

    C’e’ oggi un popolo ossessionato dalla guerra. La sua lingua e’ infarcita di guerra. La sua economia e’ basata in buona misura sul complesso militare-industriale. Il modo di governare e’ basato essenzialmente sul segreto. Le agenzie segrete ed i progetti in nero brulicano e volatilizzano trilioni di dollari all’anno. Il congresso, che dovrebbe essere in grado di controllare le spese, non riesce a seguire la pista dei trilioni che si volatilizzano. Tutti sanno che finiscono in faccende oscure, ma solo pochissimi sanno esattamente quali.

    Questo popolo ossessionato dalla guerra, ha (per modo di dire, perche’ i proprietari sono solo gli azionisti) la piu’ grande industria dell’intrattenimento mondiale: quella del cinema. Anche qui l’ossessione per la guerra e la violenza in genere spadroneggiano. Quei bei racconti cinematografici, da cui emergono piu’ o meno delicatamente i sentimenti umani, racconti in cui erano maestri gli europei ed i russi, li’ vengono derisi. L’unico sentimento che s’intravvede in questa cinematografia e’ l’esplosione.

    I cittadini di questo popolo ossessionato dalla guerra, non sanno piu’ esprimersi senza ricorrere a termini di guerra moderna, termini da sterminatori: bombardare. I loro eroi sono i piloti dal sangue freddo che sganciano pesantissime bombe calde a guida tecnologica. Oppure i coraggiosi astronauti che devono giurarsi al silenzio a vita, pena lo sterminio delle loro famiglie.

    L’ossessione

    Il segreto, sono ossessionati dal segreto. Ancora oggi non si sa’ esattamente come venne organizzato il complotto che uccise un loro presidente libertino ed illuminato.
    Comunque e’ la regola, non l’eccezione, che ai loro presidenti venga sparata qualche pallottola. Se vanno in giro, devono mettere sotto sequestro citta’ intere.

    L’ossessione del segreto riguarda anche gli storici, che si vedono preclusi troppi documenti su cui dovrebbero poter mettere le mani per fare il loro mestiere.
    L’ossessione del segreto ha effetti deleteri sulla conoscenza scientifica. Scoperte rivoluzionarie vengono tenute nascoste alla societa’ civile e messe a disposizione esclusivamente dell’apparato militare-industriale.

    Il mondo dei cittadini normali se ne rende conto. Ma si sente impotente. Osserva che la’ dove viene esportata la democrazia dell’ossessione, quei paesi precipitano in fondo alla classifica dei paesi piu’ corrotti: Haiti, Somalia, Afghanistan.
    Gli amici degli ossessionati non vanno molto meglio. Prendiamo l”Italia: e’ al 63mo posto nella classifica della corruttela. I piu’ virtuosi sono i Neozelandesi e gli Scandinavi. Brava Italia, mica male per un paese che era sempre presente, anche se non si capisce come mai, al G8.

    Siamo arrivati al punto G, ci fermiamo a tirare il fiato.

  • RobertoG

    Mi pare la solita vicenda di chi, a causa delle esperienze vissute in prima persona, arriva ad operare qualche distinguo nei confronti dell’operato del proprio paese e quindi non se la sente di continuare.

    La storiella adatta per lavare un po’ la coscienza di un popolo che accetta di essere strumento della più bieca politica imperialista a livello globale che la storia ricordi dai tempi dell’impero romano.

    Non c’è nessuna presa di coscienza del genere da parte del signor Hoh, afflitto dai sensi di colpa per non essere riuscito a salvare dei commilitoni, ma non certo per i crimini che ha contribuito a perpetrare ai danni di popoli innocenti.

    Sinceramente questo tizio non mi provoca alcuna ammirazione.

  • vic

    Ci andrei cauto col paragone USA vs. Impero Romano. Ci sono dei paralleli sostenibili, ma solo puntuali.

    La lingua
    Ok, ci sta il paragone: latino = inglese, la lingua dell’impero. Si potrebbe disquisire sul ruolo del greco nell’impero romano. Mettiamola cosi’: greco = francese.

    La tecnologia
    Anche l’esportazione di tecnologia possiamo dire che mostri un certo qual parallelo coi Romani.

    La durata
    Sappiamo quanto duro’ quell’impero: secoli e secoli. Questo, presente e presunto impero (a credito) invece ha tutta l’aria di morire adolescente.

    Conquista ed assimilazione
    I Romani esportavano cultura, tecniche d’ingegneria civile, doveri nonche’ diritti. Ci furono imperatori provenienti dall’Africa, altri dall’est. I popoli annessi all’impero in genere poi ne godevano dei diritti, in cambio di una forte tassazione e dell’obbligo di fornire contingenti di militari. I popoli annessi diventavano insomma veri e propri cittadini dell’impero a tutti gli effetti. Moltissimi nuovi cittadini fecero una strepitosa carriera nell’amministrazione romana civile e militare. Insomma vigeva il principio della conquista ed assimilazione.

    Non mi pare di osservare nulla di lontanamente analogo nell’impero USA. Gli Italliani sono una loro colonia ma non hanno nessuna voce in capitolo, nessun diritto ne’ di voto ne’ di eliggibilita’. Resta invece l’obbligo di fornire il contingente militare.

    Chiaro e tondo
    Infine i Romani ebbero l’onesta’ di chiamarsi impero ad un certo punto. Gli USA, invece, fanno capire di voler essere un impero: l’impero dei pero’. Noi siamo l’unica superpotenza rimasta, pero’ qui e pero’ la’. I Cinesi a ricordargli ad ogni occasione che sono una superpotenza a credito e probabilmente pro tempore.

    Ego sum
    Poi c’e’ l’aspetto culturale. Semplificando al massimo possiamo tranquillamente affermare che gli USA non possiedono il dono dell’empatia. Sono miseramente incapaci di capire gli altri. L’unico tipo di dialogo che conoscono e’ il braccio di ferro, militare e finanziario. I Romani erano abilissimi ad usare sia la forza che la sottile diplomazia.

    Insomma questi USA mi sembrano lontanissimi dall’abilita’ diplomatica dei Romani, che purtuttavia stinchi di santo non lo erano affatto.

  • Tonguessy

    Tutto vero. Resta una cosa ancora da mettere in luce: qualsiasi impero entra in sofferenza quando i costi di gestione (enormi per ovvi motivi) superano le entrate (pure enormi).
    In realtà l’imperialismo ha le sue regole: conquistare terre o mercati significa annetterne le risorse per scopi gestionali e commerciali. Questo a fronte di tensioni che vanno stemperate diplomaticamente/economicamente o affrontate militarmente. Si può arrivare al punto in cui le tensioni sono tali da giustificare un massiccio intervento militare ma i benefici non coprono quei costi. E questo non può che determinare la fine dell’impero. Questa è la situazione degli USA adesso.

  • Sokratico

    “Ci sono un sacco di tizi che vanno uccisi” ha detto di Al-Qaeda e dei Talebani. “Sono stato felicissimo quando il nostro team in Iraq ne ha fatti fuori un bel po’”.

    ammazza che pacifistone!

    come sempre gli americani pensano di poter decidere chi sono i cattivi…e ammazzarli!

    bleah…non mi fate parlare…