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Trump si ritira dalla Siria nel disperato tentativo di salvare la presidenza, causando un terremoto geopolitico

 

FEDERICO PIERACCINI
strategic-culture.org

Il 19 dicembre, Donald Trump aveva annunciato in un messaggio su Twitter: “I nostri ragazzi, le nostre giovani donne, i nostri uomini, stanno tornando tutti e stanno tornando adesso. Abbiamo vinto.”  Poco dopo, la portavoce del Pentagono, Dana White, aveva dichiarato: “Abbiamo avviato il processo di rimpatrio dalla Siria delle truppe statunitensi e passiamo alla fase successiva della campagna.”

Le ragioni della mossa di Donald Trump sono molte, ma derivano tutte principalmente dalle tensioni interne degli Stati Uniti. Dopo le elezioni di medio termine, l’atmosfera politica per Trump si sta riscaldando, mentre i Democratici si preparano ad assumere il controllo della Camera dei Rappresentanti a gennaio, una cosa che Trump aveva sempre sperato di poter evitare. Si era circondato di generali, nella vana speranza che ciò lo avrebbe, in qualche modo, protetto. Se gli ultimi due anni della sua presidenza sono stati costantemente sotto l’ombra delle indagini di Mueller, o delle insinuazioni di essere un agente di Putin, dal gennaio 2019 la situazione sarà molto più complicata. La base elettorale democratica reclama l’impeachment del Presidente, il partito è già in completa modalità pre-primarie, con più di 20 candidati in competizione tra loro, e il titolare della Casa Bianca  fa sentire il suo il grido di guerra.

La combinazione di questi fattori ha costretto Trump a cambiare marcia, considerando che il complesso militare-industriale-intelligence-media è da sempre pronto a sbarazzarsi di Trump, ed è anche favorevole ad una presidenza [del suo attuale vice] Pence. L’unica opzione disponibile per Trump, per avere una chance di essere rieletto nel 2020, è quella di intraprendere un tour di auto-promozione, una pratica in cui pochi sono in grado di emularlo, che lo vedrà ripetere il mantra “promesse fatte, promesse mantenute.” Ricorderà come aveva combattuto contro i media diffusori di fake-news, come avesse subito un sabotaggio dall’interno e gli altri tentativi (da parte della Fed, dell’FBI e dello stesso Mueller) per ostacolare i suoi sforzi tesi a “rendere l’America nuovamente grande.

Trump forse ha capito che, per essere rieletto, deve seguire una strategia mediatica semplice, che abbia un impatto diretto sulla sua base elettorale. Ritirare le truppe americane dalla Siria, e in parte dall’Afghanistan, serve a questo scopo. È un modo facile per vincere con i propri elettori, mentre è un duro colpo per i suoi più feroci critici di Washington che si oppongono a questa decisione. Dato che il 70% degli Americani pensa che la guerra in Afghanistan sia stata un errore, più i media mainstream attaccano Trump per la sua decisione di ritirarsi, più voti convogliano verso  Trump. In quest’ottica, la mossa di Trump sembra essere diretta più all’elettorato interno che ad una platea internazionale.

La decisione di uscire dalla Siria è stata fatta coincidere con un’altra mossa che piacerà molto agli elettori di Trump. L’attuale blocco delle attività governative è il risultato del rifiuto dei Democratici di finanziare la costruzione di un muro al confine con il Messico, costruzione che era stata promessa da Trump durante la campagna elettorale. Non è difficile capire che il cittadino medio è stanco delle inutili guerre in Medio Oriente e le parole di Trump sull’immigrazione sono in sintonia con la sua base elettorale. Più i media, i Democratici e il Deep State criticano Trump sul muro, sul ritiro dalla Siria e sul blocco delle attività governative, più fanno campagna elettorale in suo favore.

Questo è il motivo per cui, se si vuole comprendere il significato del ritiro degli Stati Uniti dalla Siria, è necessario vedere le cose dal punto di vista di Trump, per quanto frustrante, confuso e incomprensibile possa, a volte, sembrare.

La differenza, in questo caso, è che la decisione di ritirare le truppe americane dalla Siria è stata solo di Trump, non un qualcosa impostogli dai generali che lo circondano. La scelta di annunciare alla sua base elettorale, via Twitter, una vittoria contro l’ISIS e l’immediato ritiro delle truppe americane è stata una intelligente mossa elettorale in vista delle elezioni del 2020.

È possibile che Trump, come suo solito, volesse anche mandare un messaggio ai suoi presunti alleati francesi e britannici presenti nel nord-est della Siria a fianco delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e dei soldati statunitensi. Trump potrebbe ora prendersi gioco di loro: “Vediamo che cosa riuscirete a fare senza gli Stati Uniti!

È come se Trump volesse punire questi paesi, in modo più concreto, per non aver fatto la loro parte in termini di spesa militare. Trump è vendicativo e non gli dispiace, dopo aver approfittato del suo avversario, prenderlo a calci dopo averlo buttato a terra. Trump potrebbe non sbagliarsi al riguardo e forse i Francesi e gli Inglesi potrebbero essere costretti a ritirare il loro piccolo contingente di 400 o 500 occupanti illegali del territorio siriano. Macron ha per ora reagito con rabbia alla decisione di Trump, inasprendo la divisione fra i due, ed è stato categorico nell’affermare che la presenza militare francese in Siria continuerà.

Esiste però una motivazione più sofisticata che giustifica il ritiro degli Stati Uniti, anche se Trump probabilmente non ne è al corrente. Il problema, in questi casi, è che bisogna sempre cercare di scrutare attraverso le nebbie della guerra e della propaganda per distinguere la verità chiara e cristallina.

Dovremmo iniziare elencando i vincitori e i perdenti del conflitto siriano. Damasco, Mosca, Teheran ed Hezbollah hanno trionfato contro gli aggressori. Riyadh, Doha, Parigi, Londra, Tel Aviv e Washington, con i loro terroristi mercenari di al-Qaeda, Daesh e Jabhat al-Nusra, non sono riusciti a distruggere la Siria e, dopo sette anni di sforzi, sono stati costretti, da sconfitti, ad una fuga precipitosa.

Quelli che sono in bilico fra la guerra e la sconfitta sono Ankara e il cosiddetto SDF. Il ritiro degli Stati Uniti ha confermato il sostanziale equilibrio fra vincitori e perdenti, ed è iniziato il conto alla rovescia in attesa delle prossime mosse decisive di Erdogan e dell’SDF.

I nemici della Siria sopravvivono solo grazie a ripetuti bluff. Gli Americani che fanno parte del complesso militare-industriale e dell’intelligence mantengono la pretesa di avere ancora un’influenza in Siria, grazie alle truppe sul terreno, e attaccano Trump per il ritiro. Il fatto è che, da quando i Russi hanno imposto una no-fly-zone in tutto il paese, con i sistemi S-300 e con le altre sofisticate apparecchiature che integrano le difese aeree siriane con quelle russe, gli aerei della coalizione degli Stati Uniti sono, a tutti gli effetti, costretti a rimanere a terra, e lo stesso vale per gli Israeliani.

Naturalmente i Francesi e gli Inglesi in Siria soffrono dello stesso tipo di delirio, fingendo di credere di poter contare qualcosa anche senza la presenza degli Stati Uniti. Vedremo in un prossimo futuro se anch’essi ritireranno dalla Siria le loro forze illegali di occupazione.

Il bluff più grande di tutti è probabilmente quello di Erdogan, che, per mesi, ha minacciato di attaccare la Siria per combattere l’ISIS e i Curdi e ha usato ogni plausibile scusa per invadere un paese sovrano, pur di portare avanti i suoi sogni di espandere il territorio turco fino ad Idlib (che Erdogan considera una provincia della Turchia). Una tale invasione, tuttavia, è improbabile possa avvenire, in quanto coalizzerebbe, l’SDF, Damasco e i suoi alleati nel respingere l’avanzata turca in territorio siriano.

Ai Curdi sembra sia rimasta una sola opzione: in pratica, l’obbligo di negoziare con Damasco per restituire al popolo siriano, in cambio di protezione, il controllo di quella porzione del loro territorio ricca di petrolio e di gas.

Erdogan vuole eliminare l’SDF e, fino ad ora, l’unica cosa che gli aveva impedito di farlo era stata la presenza militare statunitense. Aveva anche minacciato più volte di attaccare, nonostante la presenza delle truppe americane. Ankara è da tempo in rotta di collisione con i paesi della NATO [per il problema rappresentato dai Curdi]. Eliminando le truppe statunitensi, secondo Trump, anche le relazioni tra la Turchia e gli Stati Uniti potrebbero migliorare. Questo naturalmente non interessa molto al Deep State degli Stati Uniti, dal momento che Erdogan, come Mohammed bin Salman (MBS), è ritenuto inadatto e, di conseguenza, viene considerato un “dittatore.”

Trump, probabilmente, crede che con questa mossa, come con la sua difesa di MBS per l’affare Khashoggi, potrà tentare di instaurare un legame di amicizia personale con Erdogan. Ci sono anche voci sulla vendita di sistemi Patriot ai Turchi e sull’estradizione di Gulen.

Quando se ne andranno e cui prodest?

Resta da confermare quando e fino a che punto le truppe americane lasceranno la Siria. Se gli Stati Uniti non hanno avuto voce in capitolo sul futuro della Siria con 2.000 uomini sul terreno, figuriamoci ora che ne hanno ancora  meno. I 200/300 uomini delle forze speciali e operativi della CIA che sono stati lasciati indietro, insieme agli altri 400 a 500 del contingente francese e britannico, una volta che saranno stati catturati con i loro amici del Daesh o di al-Qaeda, costituiranno un’eccellente merce di scambio per Damasco, come già era successo ad Aleppo.

Il complesso militare-industriale-media-intelligence considera la decisione di Trump la peggiore di tutte le mosse possibili. Mattis, per questo motivo, si è persino dimesso. La presenza delle truppe americane in Siria aveva permesso ai responsabili della politica estera di continuare a formulare piani (e spendere soldi per pagare un sacco di gente a Washington) basandosi sull’illusione di stare facendo qualcosa in Siria per cambiare il corso degli eventi. Per Israele il disastro è doppio, con Netanyahu che, cercando disperatamente di sopravvivere, sta pensando, in vista delle prossime elezioni, ad una mossa politica del tipo ora mai più. Trump probabilmente capisce che Bibi è ormai finito, e che, a questo punto, il ritiro delle truppe, in nome di una fondamentale promessa elettorale, conta più del denaro israeliano e dell’amicizia personale di Bibi.

Erdogan ha due opzioni davanti a sé. Da un lato, può attaccare i Curdi. D’altro, può sedersi al tavolo delle trattative con Damasco e l’SDF, secondo lo schema già usato ad Astana, sotto la supervisione di Iran e Russia. Putin e Rouhani stanno sicuramente spingendo in questa direzione. Trump, d’altra parte, vorrebbe vedere la Turchia entrare in Siria al posto delle forze statunitensi, dimostrando di aver concluso un accordo che soddisfa tutti quanti, e battere il Deep State al suo stesso gioco.

Erdogan, in realtà, non dispone della forza militare necessaria per invadere la Siria, e questo è il suo grande segreto. Si troverebbe contro l’esercito arabo siriano (SAA) e l’SDF, anche non necessariamente legati da un patto di alleanza.

C’è un triplo bluff in corso, ed è questo che complica così tanto la situazione. Da un lato, l’SDF sta bluffando nel non volere l’aiuto di Damasco in caso Erdogan facesse avanzare le sue truppe; d’altra parte, Erdogan sta bluffando quando asserisce di essere in grado di conquistare il territorio sotto il controllo dell’SDF; e, per ultimi, i Francesi e gli Inglesi stanno bluffando quando dicono all’SDF che potranno aiutarli contro Erdogan e/o Assad.

Iran, Russia, Siria sono i soli che non hanno bisogno di bluffare, perché occupano la posizione migliore: quella del vincitore. Guardano alle decisioni di Trump e dei suoi alleati con diffidenza. Sanno molto bene che si tratta di mosse da parte dei nemici della Siria destinate sopratutto all’uso interno.

Se gli Stati Uniti si ritirano, c’è molto da guadagnare [per i Siriani]. In questo caso, la priorità  l’avrebbe l’ovest della Siria, con la messa in sicurezza del confine con la Giordania, la rimozione delle sacche di terroristi ad est e la riconquista del posto di frontiera di al-Tanf. Se l’SDF chiederà la protezione di Damasco e sarà disposta a partecipare alla liberazione del paese e alla sua ricostruzione, per Erdogan non ci sarà nulla da fare e questo potrebbe portare alla completa liberazione di Idlib. Sarebbe il miglior risultato possibile, una importante riconciliazione nazionale fra due parti importanti della popolazione. Darebbe a Damasco un nuovo impulso economico e metterebbe il popolo siriano nella condizione di espellere dal paese quello che resta degli invasori (ISIS e FSA/Forze Armate Turche), sia ad Idlib che a nord-est, ad Afrin.

La Russia è consapevole del rischio che corre Erdogan con le scelte che sarà costretto a fare nei prossimi giorni. Forse, la ragione per cui Putin aveva optato per la diplomazia piuttosto che per la guerra con la Turchia dopo l’abbattimento del Su-24 russo nel 2015 era stato per arrivare, in questo preciso momento, ad avere in mano le carte migliori per convincere Erdogan a rimanere con la Russia e l’Iran, invece di abbracciare la strategia di Trump e mettersi in aperta rotta di collisione con Damasco, Mosca e Teheran.

Putin è sempre stato avanti di almeno cinque mosse. Sapeva che gli Stati Uniti non avrebbero potuto rimanere a lungo in Siria. Sa che la Francia e il Regno Unito non possono sostenere l’SDF e che l’SDF non può difendere il territorio che occupa in Siria senza un accordo con Damasco. È anche consapevole che la Turchia non ha la forza per invadere la Siria e, in caso lo facesse, per mantenere il controllo del territorio [eventualmente conquistato]. Potrebbe solo giustificare un’avanzata su Idlib con il supporto dell’aviazione russa.

Putin ha di certo chiarito a Erdogan che, se dovese fare una mossa del genere, attaccare l’SDF ed entrare in Siria, la Russia, a sua volta, sosterrebbe militarmente l’esercito siriano con la propria aviazione nella liberazione di Idlib e, nel caso di incidenti con la Turchia, le forze armate russe risponderebbero, presentando il conto ancora in sospeso (con i relativi interessi) per l’abbattimento del Su-24 nel 2015.

Erdogan non ha scelta. Deve trovare un accordo con Damasco, ed è per questo che, il giorno dopo, si è ritrovato a commentare le parole di Trump, criticando le sanzioni americane contro l’Iran alla presenza del Presidente Iraniano Rouhani. L’SDF sa di trovarsi fra l’incudine e il martello e ha già inviato una delegazione per dare l’avvio ai negoziati con Damasco.

La mossa di Trump è stata determinata dalla politica interna degli Stati Uniti ed è finalizzata alle elezioni del 2020. Ma, nel farlo, Trump ha inevitabilmente messo a nudo, una volta per tutte, i bluff fabbricati dai nemici della Siria, facendo infuriare l’establishment imperialista neoliberale e rivelando come ognuna di queste fazioni non abbia più carte da giocare e sia, in realtà, destinata alla sconfitta.

Federico Pieraccini

 

 

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://www.strategic-culture.org/news/2018/12/26/trump-pulls-troops-out-syria-desperate-attempt-save-presidency-causing-geopolitical-earthquake.html
26.12.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.