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TATA E LE TARTARUGHE


DI ASHISH FERNANDES
The Ecologist

Tata non si limita a dominare la terra ferma. Come racconta Ashish Fernandes, infatti, la multinazionale si sta anche mettendo contro le tartarughe marine al largo della penisola indiana.

Bombay House, Homi Mody Street, Mumbai, sede di Tata. La pacifica facciata in pietra arenaria e l’usciere in livrea sotto la loggia d’ingresso risaltano per contrasto di fronte all’animato frastuono della strada. Ma l’apparenza dell’edificio inganna. Qui non c’è calma. L’ignaro passante non sa che questa è in realtà la sede di una delle aziende multinazionali più potenti del mondo, che si sta espandendo sempre più rapidamente. Da qui i tentacoli di quest’azienda – come quelli di una piovra – si allungano in quasi ogni spazio di vita dell’India, e si stanno velocemente allargando anche sull’Africa, sull’Europa e sulle Americhe.

A circa 1500 chilometri a est di Mumbai, nello stato indiano di Orissa, dall’altra parte della penisola dell’India, la spiaggia brulica di vita. Qua e là emergono sbuffi di sabbia; migliaia di tartarughe adunghiano la superficie, si arrampicano, scavano le loro tane. È una fredda e brumosa mattina di febbraio. L’alba spunterà fra pochi minuti. L’imponente nidificazione – o arribada – delle tartarughe olivacee di Orissa è una delle meraviglie della natura; uno spettacolo destinato a lasciare un ricordo indelebile in chi è tanto fortunato da potervi assistere. Ed è tuttavia tanto stupefacente quanto in pericolo.Le spiagge del rifugio marino di Gahirmatha sono uno dei punti di nidificazione più grandi del mondo per le tartarughe olivacee. I nemici tradizionali delle tartarughe da queste parti sono i commercianti della loro carne e delle loro uova, e, da un paio di decenni, l’industria meccanizzata della pesca. Ma adesso c’è una nuova e potente minaccia all’orizzonte, è il caso di dirlo. Tata Steel, la quinta più grande azienda del mondo produttrice di acciaio – dopo aver acquisito il gruppo anglo-olandese Corus per 12,2 miliardi di dollari – sta per costruire un deepwater port [1] a Dhamra, a meno di 15 chilometri dalle spiagge in cui le tartarughe fanno il loro nido. Inoltre il porto disterà meno di cinque chilometri dal rifugio di Bhitarkanika, la seconda più grande foresta di mangrovie dell’India, considerata dalla convenzione di Ramsar zona umida di importanza internazionale.

Mentre le vicende di Singur e Kalinganar (dove nel 2006 furono assassinati alcuni contadini che protestavano contro il progetto di Tata di costruire una grande acciaieria) fecero sbattere in prima pagina il suo passato sociale, il gruppo Tata è in rotta di collisione con gli ecologisti riguardo al porto di Dhamra dal 2004, da quando, cioè, fu annunciato il suo coinvolgimento nel progetto assieme all’azienda d’infrastrutture Larsen & Toubro. Un progetto che ha destato preoccupazione fin dagli albori, negli anni Novanta.

All’epoca le preoccupazioni derivavano dalla sua vicinanza con Bhitarkanika e Gahirmatha. Erano poche le informazioni sul valore ambientale dello stesso luogo in cui sarebbe stato costruito il porto. Tuttavia, da allora, uno studio scientifico del febbraio-marzo 2007, condotto per conto di Greepeace dal dottor S.K. Dutta della North Orissa University, uno degli erpetologi di spicco dell’India, ha fatto luce sul valore intrinseco della biodiversità di quest’area. Il Fordonia leucobalia, serpente delle mangrovie, e la Fejervarya cancrivora, una rana che si nutre di granchi, sono stati incontrati per la prima volta in Orissa; la Fejervarya cancrivora è il primo esemplare di tutta la penisola indiana di cui si ha notizia. La pianura fangosa e la zona tra le due maree è luogo di riproduzione anche per il limulo, di cui sono stati rinvenuti più di mille esemplari proprio nel punto del porto. Questo “fossile vivente” è rinomato per il composto a base di rame presente nel suo sangue, che trova applicazione nel settore farmaceutico, e in alcune parti del mondo è estratto senza far morire l’animale.

Ma questo non è tutto: più di duemila carcasse di tartarughe (vittime della pesca meccanizzata) furono trovate sul luogo del porto e nei suoi dintorni, un chiaro segnale della presenza di tartarughe nelle acque al largo della costa, cosa che è stata a lungo negata dai portavoce di Tata.

I risultati dello studio suscitarono scalpore nella sede di Tata, ma da parte dei portavoce dell’azienda bocche cucite. Se da una parte il governo dello stato di Orissa, notoriamente filoindustriale, non ha lesinato commenti malevoli sull’esito dello studio, Tata non ha rilasciato dichiarazioni. Uno strano comportamento per un’azienda che coglie sempre l’opportunità di sottolineare la propria trasparenza e il proprio impegno sociale e di rispetto dell’ambiente.

Oggi, nell’area del porto, si stanno ricoprendo le pianure fangose, e le draghe stanno scavando in profondità un canale di attracco al largo della costa, nelle stesse acque popolate dalle tartarughe. Invece di rispondere alle preoccupazioni degli ambientalisti, Tata Steel si trincera dietro l’accordo raggiunto con la Iucn, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, per mettere a punto un piano di “mitigazione” dell’impatto. Dato che i dati sull’ecosistema del luogo per loro non esistono, è difficile comprendere come possano concepire l’idea di impatto, per non parlare di quella di “mitigazione”.

La Dpcl [Dharma Port Company Limited, “Società del porto di Dharma srl”, ndt], affiliata di Tata, si è prodigata a spacciare l’accordo con la Iucn come prova dei suoi princìpi ambientalisti, malgrado il netto rifiuto di adottare misure di tutela. Possibili aree portuali alternative non sono state prese in considerazione, nonostante siano state suggerite a Tata non appena fu reso noto il suo coinvolgimento, quattro anni fa.

Il porto, e, di conseguenza, l’accordo con la Iucn per fornire un “piano di mitigazione dell’impatto”, sono la prova che il principio di tutela è stato gettato nella spazzatura. Sia la Iucn che la Tata Steel (tra i firmatari del Global Compact, la più grande iniziativa internazionale a base volontaria per la responsabilità d’impresa) restano fedeli a questo principio, almeno sulla carta. Il porto, tuttavia, per il solo fatto di trovarsi in un’area ecologicamente delicata, costituisce una minaccia ambientale. Ciò significa che le misure di mitigazione dell’impatto saranno, nella migliore delle ipotesi, inadeguate. Come si può “mitigare” la distruzione delle zone fangose tra le due maree e la scomparsa dei limuli e delle altre specie rare che si trovano lì?

Il dragaggio di 60 milioni di metri cubi – secondo le stime – di limo e sabbia provocherà una consistente alterazione dell’habitat dei fondali marini. Anche ammettendo che il porto, miracolosamente, riesca a tenere sotto controllo l’inquinamento luminoso e quello dell’acqua, come potrebbe tenere sotto controllo gli scarichi delle navi, le fuoriuscite accidentali di petrolio e di altre sostanze chimiche, e il resto dell’inquinamento che proviene dalle aree di sviluppo secondario che sorgeranno nei dintorni del porto?

La crescente affinità tra la Iucn e la grande impresa preoccupa molti ecologisti. Come fa notare Taghi Farvar, presidente della Commissione della Iucn per le Politiche economiche, ambientali e sociali, «alcuni membri della Iucn sono turbati dalla evidente volontà di ignorare i suoi principi fondanti per venire incontro agli interessi delle industrie, come la Shell o la Tata. La Iucn è nata per proteggere la natura, non le grandi imprese».

Mentre un’alleanza di gruppi locali e internazionali continua la battaglia, la costruzione del porto ha avuto inizio, proprio quando le acque al largo della costa pullulano di tartarughe. Solo il tempo riuscirà a dire quante saranno le arribadas che rimarranno sulle spiagge di Gahirmatha, e quante tartarughe resisteranno allo sviluppo distruttivo e miope portato avanti in casa loro.

Ashish Fernandes è un giornalista freelance e attivista di Greenpeace

[1] Letteralmente, “Porto in acque profonde”, è un tipo di porto merci in grado di accogliere una nave Panamax a pieno carico. N.d.t..

Titolo originale: “Tata and the turtles”

Fonte: http://www.theecologist.org/
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24.04.2008

Traduzione a cura di PAOLO YOGURT per www.comedonchisciotte.org

Pubblicato da Das schloss

  • Tao

    Gli agricoltori difendono le terre contro la Tata Motors

    Violenti scontri sono scoppiati ieri a Singur, il borgo rurale alle porte di Kolkata (Calcutta), in India, dove il gigante automobilistico Tata ha costruito lo stabilimento in cui conta di produrre la sua macchina «low cost», la Nano. Anzi: da cui Tata minaccia di andarsene, perché le continue agitazioni bloccano i lavori: minaccia che è in sé un modo per intervenire nel conflitto sociale e politico che circonda quello stabilimento da ormai due anni. Ora il conflitto precipita. Il caso di Singur esemplifica in modo drammatico un tipo di conflitto che si va estendendo in India: quello che può succedere quando la terra, buona terra coltivata, viene tolta agli agricoltori per farne siti industriali (a volte miniere) in una nazione dove due terzi del miliardi e duecento milioni di abitanti vive di agricoltura. A Singur, circa 20mila abitanti, due anni fa il governo del Bengala occidentale ha espropriato circa 400 ettari di terreni agricoli per darli in concessione al gruppo Tata, nella formula della «zona economica speciale» – ovvero a condizioni assai agevolate, affitto simbolico, tariffe di favore per energia e infrastrutture.

    L’operazione è stata conflittuale fin dal principio, con proteste e resistenze represse nel sangue: anche se parte dei proprietari (tutti piccoli agricoltori, pochi ettari ciascuno) ha ceduto, più o meno di buon grado, e preso i risarcimenti dello stato. Non tutti però, e il conflitto ora riguarda un terzo di quella terra, circa 130 ettari: i proprietari non hanno riscosso il risarcimento, hanno fatto ricorsi legali (finora invano), e continuano a rivendicare i loro campi. L’ultima ondata di proteste è cominciata una decina di giorni fa. Sit-in, picchetti. Più volte il lavoro allo stabilimento della nano è stato interrotto a causa delle agitazioni. Anzi: martedì era bloccato da quattro giorni consecutivi quando la direzione di Tata Motors ha fatto un annuncio che equivale a sparare una cannonata: l’azienda «sta valutando soluzioni alternative per produrre la Nano presso altri stabilimenti della compagnia». Insomma, minaccia di abbandonare il Bengala occidentale, nonostante l’investimento (350 milioni di dollari) già sostenuto per costruire lo stabilimento. La nuova auto doveva entrare in produzione entro ottobre. Una minaccia da far pesare nel conflitto? Certo è che ieri mattina attorno al conplesso industriale è scoppiata una sorta di drammatica guerra tra poveri. «I sostenitori del progetto Tata hanno bloccato il traffico sulla strada che porta allo stabilimento e hanno picchiato gli attivisti dell’opposizione», riferiscono le agenzie di stampa citando la polizia locale. Sostenitori del progetto sono coloro che hanno trovato lavoro nel nuovo stabilimento (Tata afferma di aver impiegato fino a 4.000 persone, di cui molti abitanti della zona). In un gesto spettacolare e drammatico, un uomo padre di due giovani assunti nello stabilimento Tata – si è tolto la vita, per protesta e disperazione all’idea che i figli restassero disoccupati. Dietro alla «contro protesta» di chi rischia di perdere il lavoro però sembra che ci sia dell’altro. Dal «comitato per salvare la terra», la coalizione di forse sociali e politiche che sostiene i contadini di singur decisi a non cedere la loro terra, ci è arrivata ieri una versione diversa dei fatti. «Sono cominciati gli attacchi di gruppi sostenuti dal partito comunista. Hanno attaccato i nostri picchetti… sostenuto anche dal consorzio dei fornitori di materiali da costruzione dello stabilimento tata Motors». Situazione paradossale, a vederla dall’esterno. Il Partito comunista (Cpi-m) è la forza politica che guida il governo del Bengala occidentale da trent’anni, una elezione dopo l’altra. Solo che trent’anni fa era il partito della riforma agraria, quello che ha distribuito con successo la terra agli agricoltori, e che nelle ampie regioni rurali dello stato ha il suo «zoccolo duro» elettorale.

    Alla fine degli anni ’90, sotto la guida dell’attuale capo del governo statale Buddhadeb Battacharjee, la svolta: in un’India che liberalizzava l’economia anche il Bengala occidentale ha cominciato a far appello a investimenti privati per lanciare un ambizioso piano di sviluppo industriale. Giorni fa il governo del West Bengal, che punta molto sulle «zone economiche speciali» per attirare investimenti (nazionali e stranieri), ha cercato un negoziato con il principale partito dell’opposizione bengalese, il Trinamool congress – un partito regionale riassunto nella personalità della sua leader, signora Mamata Banerjee, nota sulla scena locale per aver cambiato molte bandiere ma capace di cavalcare con successo ogni ondata popolare. Ieri il governatore del Bengala occidentale (rappresentante del governo centrale, dunque «al di sopra delle parti»), Gopalkrishna Gandhi, ha accettato di svolgere una mediazione tra le parti in causa: il governo statale, l’azienda, il partito dell’opposizione, il «Comitato per salvare la terra». E’ un momento cruciale, scrivono gli attivisti. un cmpromesso sarebbe «restituire» i 130 ettari contestati: tata sostiene che servono per capannoni e fabbriche dell’indotto creato dalla nano. Gli oppositori ribattono che c’è ampio spazio sui terreno non contestati. Sarà un test importante.

    Marina Forti
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Settembre-2008/art38.html
    4.09.08