SUL MOVIMENTO DEGLI INDIGNATI

SUL MOVIMENTO DEGLI INDIGNATI

"PENSO QUINDI DISTURBO VS. CONSUMO QUINDI ESISTO"


DI PEDRO ANTONIO HONRUBIA HURTADO

Kaos en la Red

Riflessione sulle cause socioeconomiche, quelle sociologiche e la natura ideologica del movimento degli "Indignati". Antisistema o no?

Penso, quindi disturbo. Consumo, quindi esisto.

"Penso, quindi disturbo", si poteva leggere ieri in uno dei banner che ornavano la Plaza del Carmen a Granada, la capitale dei nasridi, che in questi giorni ha ospitato l'accampamento e l’Assemblea del movimento degli "indignati" della città. Era un modo per trasformare in modo rivendicativo la famosa massima del filosofo francese René Descartes vecchia quasi quattrocento anni: "Penso, quindi esisto". È certo che il sistema che pretende di imporre un totalitarismo del pensiero unico a tutta la cittadinanza, e il capitalismo fa questo, non tollera il pensiero eterodosso, almeno quando queste idee possono in una qualche maniera avere la possibilità di arrivare a una larga fetta della società e mettere in pericolo il funzionamento stesso del sistema. "Penso, quindi disturbo " è una frase che può essere perfettamente valida per la società capitalistico-consumista attuale, ma lo è anche per molti altri tipi di società, dalle tradizionali società teologiche a quelle imposte dai fascismi del XX secolo, a molte piccole società tribali dove tutta la popolazione si muove al passo di una struttura culturale uniforme, anche se le differenze dei fini ultimi di queste strutture rispetto a quelle citate prima sono abbastanza evidenti a patto di avere una minima conoscenza dell’antropologia sociale e culturale.

Nonostante tutto, quella frase non serve per determinare una critica specifica al sistema consumistico-capitalista attuale nel quale vivono miliardi di persone in tutto il mondo e, specificamente, nel sistema egemonico e dominante chiamato il mondo sviluppato. Per non uscire dalla famosa massima cartesiana, sarebbe meglio completare lo slogan, dando il senso dell’altra parte della riflessione solipsista proposta da Descartes: "Penso, quindi disturbo. Consumo, quindi esisto."

Ora, con quest’altra frase, abbiamo definito perfettamente lo spirito totalitario che regge la nostra attuale società consumistico-capitalista. Il capitalismo ha bisogno di gente che pensi poco e che compri molto. Vuole convertire, e ha convertito di fatto, le persone in meri consumatori, soggetti-merce il cui valore sociale si misura per la loro capacità di consumo che, naturalmente, devono impiegare la loro forza lavoro al servizio delle strutture produttive in mano alla borghesia, dello stato borghese e, in generale, degli interessi delle classi sfruttatrici che controllano con il pugno di ferro i piani dell’economia globalizzata, del sistema-mondo capitalista. O, per convertirlo in uno slogan di quelli che si possono sentire questi giorni delle piazza in tutta la Spagna, il capitalismo ti dice: “Pensa meno e compra di più!” Questa è la sua massima, la massima per antonomasia della società consumistico-capitalista.

Non penso, quindi non disturbo. Non consumo, quindi non esisto

Applichiamo ora una negazione alla massima citata: "Non penso, quindi non disturbo. Non consumo, quindi non esisto." Non è una negazione dettata dal caso. Se partiamo dalla base che la stragrande maggioranza della popolazione vive, ha vissuto e continuerà a lungo a non domandarsi del funzionamento reale del sistema capitalista, senza pensare se sia un sistema giusto o ingiusto, senza preoccuparsi se la ricchezza di alcuni si costruisce sulla povertà di altri, senza voler vedere che la miseria e il sottosviluppo dei popoli del terzo mondo sono una conseguenza diretta dello sviluppo dei paesi del primo mondo che si poggia in buona parte sullo sfruttamento delle risorse naturali e umani di quelli non sviluppati, allora possiamo affermare che l’immensa popolazione vive, ha vissuto e vivrà “senza pensare” , e quindi non disturba. E se non disturba, non sente di essere incatenata.

L’immensa maggioranza delle popolazione semplicemente si lascia trasportare dalla corrente culturale presente che impone i valori propri della società del consumo come valori del pensiero unico, egemonico e dominante, facendo propri gli obbiettivi sociali imposti da questa e determinando il senso delle proprie vite in base ai codici culturali che provengono dall’ideologia consumistico-capitalista dominante. I progetti di vita di milioni di persone nei paesi sviluppati si sono costruiti, e si costruiscono, sulla base di esigenze che la società del consumo impone alla mentalità degli individui che la compongono, specialmente sui membri della classe lavoratrice che riesce ad alienare per mezzo dei fondamenti sociali del sistema, facendogli credere che gli interessi della società del consumo sono equivalenti ai suoi, quando invece necessiterebbero di un progetto di vita, di aspettative, di obbiettivi e di codici culturali valoriali che servano da guida per dare valore alla propria esistenza, codici che provengano dal proprio sentire.

Questa situazione è particolarmente significativa per le ultime giovani generazioni spagnole, le prime generazioni, soprattutto quelle nate dopo la morte di Franco, educate e formate ai valori della società del consumo, che sono state martellate incessantemente da tutti i codici culturali imposti da questa società, che si snodano su due principi fondamentali: l’amore e il denaro e il sacro rispetto per la proprietà privata, le due somme divinità della società del consumo, quelle che determinano tutti gli altri valori e miti imposti come verità assolute nella mentalità dei cittadini e delle cittadine.

All’interno di questi codici valoriali, c’e proprio il già menzionato “Consumo, quindi esisto". Ho l’impressione che questo repentino scoppio di indignazione generalizzata, specialmente di quelle generazioni nate dopo la morte di Franco e che alcuni chiamavano “la generazione smarrita” o la generazione dei “No!” ha molto a che vedere con la negazione della massima capitalista che serve da punto di riferimento alle riflessioni di quest’articolo. Probabilmente tale esplosione ha molto a che vedere con il passaggio dalla condizione del "Non penso, quindi non disturbo" a una situazione diventata quella del "Non consumo, quindi non esisto".

Dopo una vita trascorsa lasciandosi guidare dai valori propri della società del consumo, avendo fatti propri tali valori come principi di vita, avendo pensato che il successo sociale è quello che viene definito dalle strutture proprie del sistema, non essendosi mai domandati se questo sistema è giusto o ingiusto, non fermandosi a pensare se realmente ci fosse una qualche alternativa al sistema dei valori sociali dominanti, avendo creduto, coscientemente o incoscientemente, che l’unica cosa da fare era lasciarsi trascinare dalla corrente maggioritaria per raggiungere l’obbiettivo di quella che viene definita una vita "degna", non essendosi mai chiesti il ruolo del denaro nella società (anzi, avendo fatto del denaro il motore centrale delle proprie aspettative e la sceneggiatura da film dei propri sogni), e non avendo mai messo in discussione il ruolo determinante svolto dal possesso e dalla proprietà privata dei mezzi di produzione nella struttura produttiva (e il conseguente sfruttamento e controllo del potere politico che da questa deriva), improvvisamente una generazione intera di ragazzi si è trovata in una situazione che li porta a non avere niente, nella quale tutti questi sogni costruiti sul valore del denaro e sopra i codici culturali del capitalismo, si sono trasformati in un incubo, l’incubo consumistico-capitalista: "Non consumo, quindi non esisto."

Tanto hai, tanto vali: non hai niente, non vali niente

Non pensarono, e allora non disturbavano. E non pensando, non hanno mai riflettuto se volevano realmente essere trascinati dai valori della società, dal "Consumo, quindi esisto", dal "tanto hai, tanto vali", una pericolosa arma a doppio taglio: se non hai niente per consumare, smetti di esistere; se non hai niente, non vali niente.

Quando, improvvisamente, hanno scoperto, a causa delle circostanze economiche, - dato il fatto che per la società del consumo chi non possiede niente non vale niente - che loro, in realtà, non hanno mai avuto nulla e ora più che mai non hanno niente, - e non hanno neppure un futuro di opportunità al quale aggrapparsi - alla fine, dato che "non hanno niente, quindi non valgono niente ", hanno smesso di vivere secondo i codici valoriali interiorizzati dalle strutture ideologiche e culturali della società del consumo; si sono infuriati, e a ragione: si sono indignati.

È fondamentalmente un'indignazione personale, frutto della frustrazione che provoca il sentire, il comprendere che tutto quello che ti avevano fatto credere, che tutti quelli codici valoriali che ti hanno fatto imparare come fossero verità assolute, come valori sacri, non sono altro che un inganno, una bugia, una fantasia, una strategia affinché tu ti sottometta a interessi che non sono i tuoi, affinché tu ti lasci guidare da una società per far sì che i pochi guadagnino molto e gli altri abbiano gli avanzi. La natura del capitalismo, nascosta dietro i sogni egotistici e consumistici che sono frutto dell'alienazione, è nient'altro che questo.

È un'indignazione, pertanto, che viene dall’aver creduto, dall’aver sempre pensato che si "vale per quello che si ha" (il trionfo dell'avere opposto all'essere, come diceva Fromm), e che, di conseguenza, non avendo niente, irrimediabilmente ti porta a credere alla fine, anche se in modo non cosciente, di non valere niente: frustrazione, delusione, malessere interiore. Non ho niente, non valgo niente. Non consumo, quindi non esisto.

Siamo a questo punto: non abbiamo niente, non valiamo niente. E allora pensiamo: Indigniamoci!

Egoismo o lotta per la giustizia sociale?

Forse questo serve per spiegare perché gli stessi che non sono andati a protestare contro i tagli ai servizi sociali durante lo sciopero generale del 29 settembre, che manco poco volevano fucilare i controllori aerei per essersi azzardati a scioperare quando pochi giorni prima non si erano assolutamente indignati quando il governo aveva annunciato la fine dei sussidi ai disoccupati di lungo periodo, che fino a ieri preferivano disquisire di calcio con i propri colleghi invece di leggersi un articolo sulle origini della crisi su qualsiasi sito web, che passavano accanto alle manifestazioni della sinistra alternativa e quasi gli sembrava di essere al circo, che mai avevano pensato fosse necessario un cambio sociale per far terminare le ingiustizie del sistema capitalista, proprio ora sono usciti in massa nelle strade, uniti alla sinistra combattiva e rivendicativa che è rimasta lì, in strada, da un’infinità di tempo, per chiedere poco meno che una riforma integrale dei principi fondamentali che sostengono lo stato borghese dall’interno delle istituzioni: il potere finanziario e il potere politico nelle mani dei prestanome del primo.

E forse tutto questo spiega anche perché molte di queste persone non si considerano antisistema: semplicemente perché non lo sono.

Non lo sono: sono arrabbiati, indignati, perché il sistema li ha esclusi, non perché il sistema esclude. Se fossero altri gli esclusi, che sempre lo sono stati …

Sono arrabbiati perché il sistema li ha ingannati, non perché il sistema sia ingiusto, e lo era anche quando preferivano lasciarsi portare dalla corrente e ancora quando non facevano parte degli esclusi. "Non sono antisistema, è il sistema è contro di noi", dicono. E hanno ragione, insisto.

Sono arrabbiati perché i loro sogni, determinati e condizionati dai valori del sistema, non si sono realizzati, proprio mentre vedono altri che riescono a stare al sicuro con quei valori coi quali hanno sempre convissuto, e continuano a sentirli propri, anche se ora si lamentano.

Sono arrabbiati perché il sistema che consideravano l’unica fonte del proprio progetto di vita, del senso della propria esistenza li ha messi fuori dal gioco. Un difetto del sistema (interno).

Sono infuriati perché avrebbero voluto avere tutto quello che hanno sempre sognato: i soldi, il successo, un’auto di lusso, un appartamento di proprietà, eccetera, eccetera, e non riescono a averli; non glielo permettono, visto che ci sono altre persone a cui è invece consentito.

Non sono arrabbiati perché il sistema è intrinsecamente ingiusto, o perché genera sfruttamento su larga scala, o perché si continuano a derubare tutti i giorni delle proprie ricchezze i popoli del terzo mondo, non sono arrabbiati perché il modello produttivo sta portando il pianeta alla sua fine, non sono arrabbiati, alla fine, perché le fondamenta stesse del sistema sono la disuguaglianza economica e l’ingiustizia sociale, ma solo perché ora, in mezzo a questa crisi economica gigantesca, di questa manovra brutale delle classi sfruttatrici sugli interessi e i diritti della classe lavoratrice, loro (pensando per sé) stanno perdendo: sono rimasti fuori dai propri sogni consumistico-capitalisti.

Da 1984 a un "Mondo Felice": la natura degli indignati che dicono di non essere antisistema

L’altro giorno ho scritto un articolo sul 15-M e la lotta di classe, dove ho detto che mi sembrava orwelliano manifestare contro il sistema e ritenere di non essere anticapitalisti o, più orwelliano ancora, che fosse possibile chiedere la testa dei politici e dei banchieri dalla bocca dei precari, dei disoccupati e degli sfruttati senza che questo fatto sia, o possa essere considerato, lotta di classe. Ovviamente io continuo a pensarla alla stessa maniera. Tutte le espressioni di resistenza e di lotta delle classi lavoratrici contro le ingiustizie generate dal sistema capitalista, contro i privilegi dell'oligarchia sono una manifestazione della lotta di classe, anche se chi le realizza non se ne rende conto, semplicemente perché non sanno nemmeno cos’è la lotta di classe.

Tuttavia, come quasi tutto quello che è riferito al sistema totalitario del pensiero unico imposto dalle strutture culturali e politiche consumistico-capitaliste, approfondendo un po' la natura di questo movimento che si è generato dietro questa data, 15-M, mi sembra che tutto ciò abbia molto più che vedere con alcuni aspetti narrativi presenti in "Un mondo Felice" di Aldous Huxley che con il libro di Orwell, “1984”, anche se entrambe le prospettive siano perfettamente complementari per il caso che ci riguarda: la posizione di questo gruppo di "indignati" che allo stesso tempo protestano contro il sistema mentre affermano di non essere antisistema, che è il sistema che è “anti-loro”(sic).

In concreto, dicevo che questa situazione mi sembrava orwelliana nel senso che mi ricordava l’idea presente in “1984”, espressa con concetto del "Doppio pensiero", la capacità di pensare come vere - sfidando il principio della non contraddizione presente in ogni logica da Platone a Aristotele - una frase e la sua contraria per mettere chiunque di al servizio del pensiero unico quando sia richiesto dal sistema. Ribellarsi coscientemente contro il sistema e dire allo stesso tempo che non si è antisistema, mi è sembrata una buona dimostrazione di questo concetto. E ancora mi pare corretta.

Il pensiero doppio, nel meraviglioso libro di Orwell, consiste concretamente nella possibilità di sostenere due opinioni contraddittorie contemporaneamente, due credenze opposte che trovano posto nella stessa testa. L’intellettuale del Partito (che controlla il potere nella società descritta dallo scrittore inglese nel famoso romanzo) sa in che modo devono essere alterati i suoi ricordi; quindi sa che sta modificando la realtà, ma allo stesso tempo si soddisfa con l’esercizio del pensiero doppio nel senso che la realtà non viene a essere violata. Questo processo deve essere cosciente, perché se non lo fosse, non si potrebbe esercitare con la sufficiente precisione, ma deve essere anche incosciente affinché non lasci una sensazione di falsità e, di conseguenza, di colpevolezza. Il pensiero doppio era radicato nel cuore dell’Ingsoc (la dottrina ideologica che si impone nella società di “1984”), visto che la pratica fondamentale del Partito è l’impiego dell’inganno cosciente, conservando comunque la convinzione delle proprie azioni che caratterizza l’autentica stima di sé.
Dire bugie quando ci si crede sinceramente, dimenticare tutto quello che non conviene ricordare e poi, quando diventi necessario, ripristinare la memoria solo per il tempo utile, negare l’esistenza della realtà oggettiva senza che per un momento non si sappia che invece esiste la realtà che viene negata. Questo è il pensiero doppio.

Protestare contro le banche, il sistema finanziario internazionale o i politici che servono da prestanome al capitale e poi negare di avere idee antisistema, mi sembra un coerente esercizio di pensiero doppio applicato alla società consumistico-capitalista attuale. Uno può ribellarsi contro parti del sistema, ma negando a sé stesso che la motivazione della sua protesta è contro il sistema mantenendosi sempre dentro i limiti e i progetti del sistema. Pensiero doppio… al servizio del sistema.

Certamente, come ho detto, non rinnego questa riflessione e la considero in buona misura valida e perfettamente corrispondente a parte della realtà dei fatti che stiamo vivendo questi giorni; ma allo stesso tempo sono venuto a conoscenza di un personaggio in un romanzo di Huxley ("Un Mondo Felice" che si avvicina ancora di più all’atteggiamento che nega l’impostazione antisistemica delle proteste che in questi giorni vengono sostenute da tutti i social network, i forum in internet e le proprie assemblee cittadine degli "indignati".

Questo personaggio si chiama Bernard Marx, nel romanzo fa parte della casta Alfa+ (una delle caste superiori), ma ha caratteristiche differenti a quelle del resto delle persone che vi appartengono, perché, dicevano di lui scherzando i compagni/e di casta, venne commesso un errore nel processo di imbottigliamento (il processo con cui avviene la nascita dell'individuo a misura delle esigenze della società) e così fu travasato l’alcool nella sua razione di surrogato sanguigno. Per questo Bernard era emarginato dalla società, le persone della sua casta ridevano di lui e anche quelli che non appartenevano alla sua casta gli davano le spalle a causa delle sue caratteristiche fisiche. A causa di ciò, per buona parte del romanzo, Bernard Marx esprime costantemente la sua indignazione e la sua arrabbiatura contro il sistema, non l'accetta e cerca ogni volta di ribellarsi per quanto gli è possibile. Smette di obbedire al Fordismo (la dottrina ideologica che si imporne come unica in questo romanzo), ha una vita sessuale scandalosa (per essere troppo casto rispetto alla promiscuità generalizzata degli altri membri della società) e si identifica quasi sempre come un nemico della società che cospira contro l’ordine e le sicurezze già fissate.

Tuttavia, a mano a mano che si svolge il romanzo, per una serie di fatti che continuano ad accadere e che portano a Bernard Marx a raggiungere il successo sociale che fino ad allora gli era stato negato, scopriamo che, in realtà, Bernard non è un antisistema, ma era "il sistema che era anti-lui." Non appena Bernard assapora il sapore del successo e torna a essere uno di quelli della sua casta, non solo rinnega con decisione la propria condizione, ma arriva a mostrarsi come il più fedele difensore dei valori propri del sistema che ha per tanto tempo detestato, o che in qualche modo sembrava detestare, perché lo stavano escludendo. E così, quando il vento girò dalla sua parte, Bernard si dimenticò di tutte le critiche contro il sistema, lo amava come più non si poteva, era al sicuro protetto dai valori imposti dal sistema, come tutti quelli che aveva tanto criticato da un punto di vista solo per coincidenza antisistema quando l’escluso era lui.

Questo personaggio contrasta con l'esistenza di un altro personaggio nel romanzo, Helmholtz Watson, che, malgrado abbia tutta il necessario per essere un vincente all’interno dei valori stabiliti dal sistema, ed in effetti lo era, si ribella coscientemente, capendo che la propria capacità di pensiero critico, la propria libertà come individuo e le proprie prospettive per il futuro erano completamente determinate dal sistema, un sistema che per di più era ingiusto e generava disuguaglianze inaccettabili. Con il dipanarsi del romanzo, scopriamo invece che Helmholtz Watson era un vero antisistema, cosciente ed orgoglioso, a differenza del suo amico Bernard Marx, con cui si era sentito unito per essere entrambi molto spesso critici verso il sistema, e avendo creduto di essere avere una sintonia “ideologica”.

Nonostante ciò, arrivata l’ora della verità, quanto entrambi i personaggi sono condannati a essere trasferiti all’"isola", una specie di luogo di castigo dove vengono portate le persone che hanno sviluppato un pensiero individuale che non si accorda ai valori del Fordismo (il sistema del pensiero unico), Helmholtz Watson (Penso quindi disturbo) si sente felice, perché così potrà continuare con l’elaborazione del proprio pensiero, potrà proseguire a pensare e potrà anche conoscere altre persone che hanno la stessa dinamica antisistemica che gli permette di avere e sviluppare un proprio pensiero fuori da quello imposto dal sistema totalitario dominante e egemonico nella società del "Mondo felice".
Bernard Marx, da parte sua, (Consumo quindi esisto), al sapere la notizia, dice che preferirebbe essere giustiziato piuttosto che essere portato in quest’isola ai margini della società, piuttosto che essere portato via dal sistema che aveva messo in discussione solo in modo congiunturale per essersi sentito escluso e rifiutato, non certo per aver creduto davvero che il sistema fosse ingiusto. Da qui deriva il confronto che dà il titolo a quest’articolo: "Penso quindi disturbo vs. consumo quindi esisto." Helmholtz Watson contro Bernard Marx.

Ho un forte sospetto che, almeno per ora, tra quelli che seguono il movimento degli indignati, ci sono molti più Bernard Marx che non Helmholtz Watson, molti più che manifestano contro il sistema esclusivamente perché, a causa della congiuntura, è diventato contro di loro e non perché realmente credono che il sistema sia ingiusto e che si dovrebbe cambiarlo in un altro modello di società e un altro sistema economico, più ugualitari, più giusti.

Molti che, all'ora della verità, preferivano essere "uccisi " che vedere invertito il sistema, molti che hanno ben introiettato i valori del sistema, che per quanto manifestino contro aspetti concreti di lui, all'ora della verità starebbero dalla parte della barricata che difenda il sistema, se arrivasse il momento di una vera rivoluzione che volesse finire d'un colpo e per sempre col capitalismo.

Molti, nell’ora della verità, preferirebbero essere "giustiziati" prima di veder cambiare il sistema, molti che ne hanno talmente bene interiorizzato i valori che per quanto protestino per alcuni aspetti concreti, nell’ora della verità starebbero dalla parte della barricata che il sistema lo difende se dovesse arrivare il momento di una vera rivoluzione che volesse farla finita una volta per tutte con il capitalismo.

Può darsi che Bernard Marx e Helmholtz Watson riescano a convergere in un dato momento nei loro progetti e nelle loro rivendicazioni, perfino nelle loro lotte, come ora stanno convergendo la sinistra da sempre anticapitalista e rivoluzionaria con i gruppi dei "nuovi indignati" che si ribellano contro la loro esclusione congiunturale dal sistema. Ma che nessuno si confonda: finché il Bernard Marx di turno non cambierà i propri valori e la propria prospettiva, finché non assumerà una ferma convinzione che il capitalismo è intrinsecamente un sistema disuguale e ingiusto che va abbattuto affinché la società e il mondo intero possano progredire verso un altro modello di giustizia sociale e che ponga fine allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, potrà unirsi per una coincidenza, ma alla fine non è dalla stessa parte. Non lo è, anche se potrebbe sembrare.

Come il personaggio del romanzo di "Un mondo felice", Bernard Marx, se quelli che stanno nelle "barricate", negli accampamenti, nelle assemblee, vicino agli anticapitalisti e agli antisistema da sempre, domani vedranno le loro condizioni di vita migliorate e che i loro sogni dentro il sistema potranno essere di nuovo soddisfatti, dimenticheranno le ingiustizie e tutto il resto e ritorneranno nell'angolo da cui, in realtà, non si sono mai mossi, perché la loro consapevolezza non é mai mutata: quella della difesa del sistema, dell'alienazione nei valori consumistico-capitalisti.

Se la maggioranza della società continua a essere quella descritta da Bernard Marx, il mantenimento del sistema è assicurato e solo quando questa stessa maggioranza, dopo un processo di riflessione e di presa di coscienza reale delle ingiustizie del sistema, diventi come Helmholtz Watson, allora in quel momento il sistema sarà in pericolo. Non è però il caso che stiamo vivendo adesso, nemmeno alla lontana.

Condizioni soggettive della "rivoluzione" degli Indignati

Marx diceva che le correzioni che si possono introdurre nel sistema capitalista non bastano a risolvere la crisi perpetua che provoca nelle classi lavoratrici, proprio perché così facendo entra in crisi il sistema stesso. Questa contraddizione interna del sistema capitalista pone, secondo Marx, le condizioni oggettive per la sua distruzione. D’altra parte, questa situazione di crisi fa sì che l’insieme dei proletari possa prendere coscienza della situazione in cui si trova, facendo emergere alcune condizioni soggettive che aprono il passo ai processi rivoluzionari. Quando le condizioni oggettive e quelle soggettive convergono in una stessa società, si realizzano gli elementi necessari per abbattere il sistema, che riduce la maggioranza delle persone nell’infelicità e li spogli di tutto quello che li rende uomini, il prodotto del proprio lavoro. Si apre, in definitiva, un percorso per la rivoluzione, verso un mondo più giusto, verso una società senza classi fino alla fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, fino alla giustizia sociale.

Ovviamente, le condizioni oggettive nello Stato spagnolo non solo ci sono, ma si stanno accentuando ogni giorno che passa. Il 45 per cento di disoccupazione giovanile, quasi cinque milioni di senza lavoro, la riforma del lavoro, quella delle pensioni, i piani di aggiustamento, l’aumento della povertà, gli sfratti, e tutto un insieme di situazioni e di dati socioeconomici che mettono in scacco i diritti e gli interessi della classe lavoratrice. Condizioni, non lo nego, che hanno reso possibile queste manifestazioni, gli accampamenti e le assemblee che si stanno tenendo questi giorni in tutta la nazione, e anche in altre parti del mondo, a loro sostegno.

Nonostante ciò, mi sembra che le condizioni soggettive che hanno scatenato questa repentina esplosione di indignazione non sono precisamente quelle di una presa di coscienza per giungere a un vero processo rivoluzionario; temo che vengano richieste solo alcuni cambi della struttura, al massimo, forse, alcune riforme del sistema politico e economico vigente. Come ho detto, non apprezzo il fatto che non ci sia una volontà di cambiare un sistema che è intrinsecamente ingiusto. Anche se si grida e si lanciano proclami contro il sistema, temo che le motivazioni soggettive di queste manifestazioni siano più da ricercarsi nel desiderio di recuperare uno spazio individuale all’interno del sistema, senza domandarsi se sia giusto o ingiusto, più che in una consapevolezza della necessità di un cambio di paradigma politico, sociale e economico che ponga fine a un sistema per definizione diseguale come è il capitalismo, sia nella sua versione neoliberista che in qualsiasi altra, più o meno riformista.

Le motivazioni soggettive di questa "rivoluzione" degli indignati non sono, a mio parere, le condizioni soggettive che possano permettere un cambio rivoluzionario: la presa di coscienza della classe lavoratrice sulla situazione di sfruttamento e di miseria all’interno del sistema capitalista e il conseguente desiderio di porre fine al sistema che produce queste condizioni di sfruttamento e miseria, non da una prospettiva individuale (di qualsiasi tipo di interesse), ma da una prospettiva di classe, da un desiderio di far finire lo sfruttamento, di promuovere la giustizia sociale e di non permettere mai più che ci siano persone escluse dal sistema in vigore; anche se non fossimo noi quelli esclusi /e.

Magari se tutto questo movimento potesse canalizzarsi, fra un giorno, un mese, un anno, un decennio, in una situazione veramente rivoluzionaria, in un desiderio di farla davvero finita con il sistema capitalista, in una vera presa di coscienza che non si può permettere neppure un’ingiustizia, che non è ammissibile un sistema che aumenta la povertà, la miseria, la fame, lo sfruttamento e l’esaurimento delle risorse naturali in tutto il mondo.

Magari, se tutti quelli che stanno lì, nelle piazze, gridando contro il sistema bancario, contro i politici corrotti e contro una democrazia rappresentativa che non dà alcun potere ai cittadini/e, a tutti senza eccezioni, capissero che l’unica strada possibile è la lotta a viso aperto contro il sistema capitalista che genera tutto questo, anche se mai prima si erano posti di fronte a questa prospettiva e anche se l’impulso principale che li ha portati in piazza non fosse stato altro che la frustrazione dovuta all’incapacità di poter soddisfare, all’interno del sistema, i sogni e le aspettative di vita che essi stessi avevano cercato di ottenere, seguendo le imposizioni alienanti del sistema consumistico-capitalista.

Forse, in definitiva, tutto questo servirà, quanto meno perché avere una presa di coscienza contro il sistema capitalista e le sue ingiustizie, di modo che le persone alla fine comprendano che l’unica strada possibile per ottenere una società migliore è la lotta e la resistenza organizzata. Per ora non vedo niente di tutto questo e mi perdonino quelli che si stanno facendo un mazzo per l’organizzazione, che comunque hanno tutta la mia stima.

Quello che vedo è una minoranza di persone che già prima era cosciente dell’ingiustizia e della disuguaglianza del sistema capitalista e ho paura che la maggioranza delle persone sono lì perché vogliono i sogni che quel sistema gli ha rubato. Non vedo, in definitiva, le condizioni per una qualsiasi rivoluzione e nemmeno per un qualsiasi problema per il sistema: "Non siamo contro il sistema, è il sistema che è contro di noi."

Insisto, sinceramente e con il cuore in mano: mi rallegro, e anche parecchio, di quello che sta succedendo e ne sarò partecipe secondo le mie possibilità, sempre che le mie "responsabilità" in Kaos me lo possano permettere, e anche, ovviamente, seguendole costantemente e dandogli la possibilità di esprimersi su Kaosenlared, che è comunque un fronte di organizzazione, di diffusione, di lotta per questo, come per altri movimenti. Perché, detto di sfuggita, essere gentili non vuol dire non aver spina dorsale, e non solo di rivoluzione vive il rivoluzionario. L’indignazione generalizzata contro le ingiustizie del sistema, anche se proviene dall’egoismo e non da una coscienza sociale, è sarà sempre la benvenuta. Ma io, almeno per quanto mi riguarda (egoisticamente), non mi voglio ingannare...


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PEDRO ANTONIO HONRUBIA HURTADO

Fonte: www.kaosenlared.net

Link: http://www.kaosenlared.net/noticia/sobre-movimiento-indignados-pienso-luego-estorbo-vs-consumo-luego-exis


21.05.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Commenti (14)

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Mostra commenti 14 caricati
    1. Levdtrotzkij 24 maggio 2011

      E di fatti a Cairo comandano i generali, come con Mubaraq. Che rivoluzione sarebbe mai stata?
      I rivoltosi da twitter-facebook a cosa hanno partecipato? E el-Baradej che fine ha fatto? E anche quel miserabile di Amr Moussa? Che per farsi coccolare dagli USA, in vista delle elezioni presidenziali egiziane, ha fatto avere l'ok della Lega Araba all'aggressione alla Libia...
      Intanto l'Ikhwan fa la voce grossa, cmq più grossa rispetto a qualche mese prima.

    1. geopardy 24 maggio 2011

      Personalmente, i Fratelli Mussulmani al potere in Egitto , ancora non li ho visti.

      Non conosco la panoramica politica tunisino-egiziana, quindi non posso esprimermi in merito.

      Se ci sia in atto una "rivoluzione che si tenta di irregimentare" potrebbe anche essere.

      I motivi per innescarla sono, comunque, sempre più evidenti, ma non è facile proporre una rivoluzione nel momento di espanzione di un'altra, semmai si sta tentando, in questa fase, una controrivoluzione rispetto a quella del capitalismo globale.

      Il problema principale, per me, è che ci stiamo muovendo in un contesto in cui tutti o quasi gli strumenti per opporsi li ha in mano il capitalismo globale, quindi, rischiamo che esse scadano nel campo dell'interesse particolare di qualche gruppo capitalistico che rischia di avere meno spazi globali di altri.

      Ciao

      Geo

    1. Levdtrotzkij 23 maggio 2011

      Tutto qua la risposta? Non mi pare che alla fine ci crediate poi così tanto nella 'rivvoluzzione'.
      Primo, che ci fa alla testa della rivolta 'anonima' un miliardario, un liberista che c'è diventato proprio con questo sistema che, a parole, vuole abbattere? Se la prende con Draghi? con la BCE? con Geithner? La Fed? No, coi 'politici corrotti', braaavi...
      Poi, i rivoltosi carini sono anche braaaavi, ed ecco che snoccioloano le brutture del sistema: no al precariato, no ai bassi salari, no ad altre ovvie banalità... Ecco, hanno tirato su, così, il nuovo nuovissimo programma per superare il capitalismo (maddai!) e favorire l'avvento, l'avvento,... l'avvento?... di cosa, me lo sai spiegare?
      Se vuoi moblitare qualcuno, di certo usi questi bei paroloni, dici abbasso il basso salario! abbasso il precariato! abbasso ecc., a meno che non vuoi mobilitare gente come la Marcegaglia&friends. Solo che questi non scendono in campo, nelle strade: NON NE HANNO BISOGNO.
      Allora, perchè un miliardario guiderebbe una protesta (innocua) contro il sistema che l'ha partorito? Forse perchè è meglio, in vista di una possibile crisi socio-economica, fare proteste in stile 'popolo telecomandato', piuttosto che vedersi espandere il modello GRECO, che è un poco più ostico da maneggiare (pieno com'è di sindacalisti incazzati comunisti e nazionalisti), che non una mandria di fessi-bookizzati, che sono stati così bravi, in Tunisia ed Egitto, da protestare per abbattere i vecchi laici BenAlì e Mubaraq, e metterci al potere, al loor posto, i fratelli mussulmani, le creature del regno dei 7000 principi, il nuovo alleato strategico di Obama, il cyborg saudita della casabianca, che così può portare avanti la sua strategia da 'kamikaze contro (quasi) il resto del mondo'.
      Si può parlare benissimo di 'rivoluzione preventiva', abbindolare e stancare le masse autoallucinate, prima che dovessero, caso mai, svegliarsi col piede, le intenzioni e le idee 'sbagliate'.

    1. geopardy 23 maggio 2011

      Da quando in qua il sistema fa rivoluzioni colorate contro se stesso?

      Ciao

      Geo

    1. A 23 maggio 2011

      CONTRIBUTO VIDEO DALLA SPAGNA:

      "Ci hanno fatto credere che il capitalismo è l'unico tipo di economia possibile, che si possa vivere in un sistema con un debito strutturale che cresce all'infinito, che il sistema elettorale bipartitico sia l'unico accettabile, che l'opinione pubblica sia reale e non sia invece manipolata dai media."....
      http://www.youtube.com/watch?v=ukfytfRXTPc&feature=player_embedded

    1. redme 23 maggio 2011

      ..."Rogito ergo sum"...

    1. Tao 23 maggio 2011

      Testimonianze e narrazioni dalla Spagna, a cura di Federico (Barcellona) e Paolo (Granada)

      Esta es democracia

      Non è facile raccontare quello che sta succedendo in Spagna adesso. Tante cose diverse si stanno unendo, tante realtà e tante forme di indignazione, tanta rabbia.

      In diverse città della Spagna la gente sta, spontaneamente, occupando le piazze, giorno e notte, facendo accampamenti, pranzi sociali e soprattutto grandi assemblee pubbliche.

      Non c'è un coordinamento nazionale, una struttura, né una piattaforma comune, anche se Madrid rimane il punto di riferimento e le forme e i contenuti della protesta siano gli stessi in tutte le città.

      Tutto nasce con una manifestazione spontanea diffusa attraverso i social network. La manifestazione è organizzata dalla piattaforma “democraciarealya ”, che propone una serie di diritti minimi fissata per il 15 maggio, esattamente una settimana prima delle elezioni municipali. Il nome è "Toma la Calle! No somos mercancìa en manos de políticos y banqueros”

      L'obiettivo è ampio da subito, non è Zapatero, né il PP, è tutto il sistema che non funziona, vittima del mercato (si canta "los mercados yo no le ho votado").

      Altro nemico è il bipartitismo, il sistema politico asfittico che non rappresenta le necessità della gente. Nella città di Madrid alla manifestazione partecipa un grosso spezzone di Juventud Sin Futuro, un movimento che il 7 aprile ha raccolto in piazza la rabbia della generazione precaria.
      Il 15 Maggio a Madrid, alla fine della manifestazione alcune persone si accampano e vengono cacciate dalla polizia. Il fatto scatena reazioni in tutta la Spagna e nell'arco di due giorni molte città del Paese iniziano a mettere in pratica gli accampamenti: Madrid, Barcellona, Bilbao, Granada, Saragozza, Valencia, Malaga...

      In tutte queste città si creano assemblee e organi di resistenza autorganizzati che trascendono dalla piattaforma di lancio iniziale: come tanti fuochi nati dalla stessa scintilla.

      L'obiettivo dichiarato è arrivare al 22 maggio, giorno delle elezioni municipali.

      Il movimento spagnolo si definisce ovunque apartitico e asindacale pertanto nelle manifestazioni sono vietate bandiere o simboli (quasi incredibile non vedere neanche una bandiera catalana in una plaza de Catalunya stracolma). Uno dei cori cantati in alcune piazze è "El pueblo unido funciona sin partido".

      Questo rigetto della politica istituzionale non ha un effetto solo negativo, ma anche un peso totalmente affermativo: il movimento ha un solo luogo di decisione che è l'assemblea pubblica. "Esta es democracia", si canta durante le assemblee.

      E' impressionante quanto poco nelle assemblee si senta parlare di partiti, di Zapatero, e del PP. Il nemico è il sistema, il capitalismo, il consumo indiscriminato. I partiti non vengono presi in considerazione, né le loro dichiarazioni vengono commentate. Sono, di fatto, totalmente delegittimati.



      La situazione politica

      In Spagna la disoccupazione giovanile è ancora più pesante che in Italia (si parla del 40-45% dei giovani in età che ricevono il paro, un sussidio di disoccupazione). Inoltre, dopo il boom economico delle costruzioni degli anni scorsi ora i debiti pesano come macigni e Zapatero ha adottato una politica di gestione della crisi di totale austerità caratterizzata finanziamenti alle banche e tagli vertiginosi al pubblico.

      Inoltre in tutta la Spagna ci sono ordinanze che vietano forme di vita sociale, compreso le adunanze in piazza. In questo senso le pratiche espresse sono ancora più radicali, ossia rompono esplicitamente i divieti delle ordinanze.

      Nelle Università è appena arrivato il Plan Bolonia, con il cambio dei piani di studio e aumento delle tasse. Non è necessario sottolineare quanto il Bologna Process stia enfatizzando la situazione di precarietà. Si crea quindi la generazione "NiNi", "Ni trabajo, Ni estudio". Chi finisce di studiare non sa cosa fare della propria vita.

      La ricerca subisce tagli e i ricercatori sono costretti a cercare di sopravvivere andando di "beca"in "beca". La "beca" è la borsa di studio. C'è chi a quarant'anni e vive ancora di borse di studio.

      L'Europa



      Le caratteristiche comuni con l'Europa sono molte, a partire dalla crisi e dalle misure di austerità. Più interessante analizzare le peculiarità delle resistenze. A chi guardano questi movimenti spagnoli? Difficile dirlo con certezza, come abbiamo detto ogni città fa fede alla propria assemblea indipendente e sovrana, che a sua volta è composta da diverse realtà. Bisogna riconoscere un primato di visibilità alla città di Madrid che porta in piazza i Book Block romani e londinesi, anche se la forma dell'accampamento ricorda altre lotte.

      Prima di tutto le proteste del Cario, anche se, parlando con la gente, pare che la suggestione più forte non venga non solo dal Maghreb, ma anche dall'Islanda. Collegare queste rivolte è una posta in palio che comincia a essere avvertita.

      C'è una cosa che però bisogna sottolineare, ossia il carattere urbano di tutte le proteste spagnole. Sono proteste radicate nella città, che non a caso ne riempiono i punti più significativi.

      Quando in Italia si utilizzano forme come "riprendiamoci le città" è esattamente quello che sta succedendo in Spagna. In questo senso riconosciamo come pienamente europee le pratiche che si stanno attuando.

      Le assemblee

      Questo è forse il punto più interessante. Come si organizza questa enorme massa di persone diverse? È evidente che i social network hanno la loro importanza fondamentale:. Twitter funziona per lo più per aggiornare, confermare o negare le notizie della stampa, Facebook viene utilizzato maggiormente per far circolare materiali e promuovere eventi.

      I blog, come quello creato dai manifestanti a Barcellona (http://acampadabcn.wordpress.com/category/info-general/), rendono accessibili e commentabili da tutti e tutte le decisioni prese di giorno in giorno.

      La vera peculiarità del movimento sono però le assemblee: non si tratta solo di studenti, non si tratta solo di lavoratori. A parlare sono le città intere. La componente giovanile è sicuramente maggioritaria, tuttavia è ramificata, si uniscono comitati cittadini a gruppi studenteschi a persone in "paro".
      A Barcellona si radunano, ogni sera, migliaia di persone per un’ora o due di urla, cori, rabbia e indignazione collettiva, prima che i portavoce delle commissioni di lavoro riunitesi nel pomeriggio, riferiscano all’assemblea plenaria, una distesa sterminata e silenziosa.

      Le assemblee sono molto tecniche, l'argomento costante è "come ci si organizza", tuttavia segnaliamo un po' di elementi.

      Il caso di Granada è peculiare. Sono stati fatti degli "accordi per la gestione delle assemblee". All'interno di questi accordi ci sono i "minimos". Ossia i principi minimi dell'assemblea che tutti devono rispettare. Il più importante è che l'unico luogo di decisione è l'assemblea.

      Per lavorare su questi punti minimi vengono individuati dei meccanismi, ossia la forma dell'assemblea. Ne riassumo alcuni punti salienti.

      Prima di tutto la presenza di un moderatore che detta i punti all'ordine del giorno, propone i turni di parola, li chiude. Invita a non ripetersi e ad avere proposte tanto da chiedere più volte se chi interviene ha altri argomenti, se no viene invitato a tornare al posto.

      Non si applaude, ma si fa una sorta di applauso silenzioso. Questo vuol dire che non ci sono (o sono molto pochi) i discorsi auto incensanti e il lessico da aizzatore di folle è quasi assente. La partecipazione della gente è altissima. E il diritto di parola è sempre rispettato, anche nei momenti più tesi.
      Alla fine del turno di parola la gente viene invitata a votare. Il voto non è una questione meccanica, non si ottiene una maggioranza numerica né si rischiano vittorie con scarti di due voti. Il voto è la testimonianza di un consenso collettivo, se la situazione è vicina alla parità si continua a discutere.
      Sono istituiti dei gruppi di lavoro, i primi giorni si trattava di "diffusione", "sicurezza", "stampa". Oggi a Granada si è aggiunto il gruppo "proposte", sono stati consegnati dei biglietti a tutta la gente (2000-3000 persone) in cui scrivere delle proposte pratiche. Sono stati creati sei gruppi di persone (volontarie), circa una dozzina di persone a gruppo, per catalogare queste proposte, radunarle per riportarle in assemblea il giorno dopo e discuterle. L'unico limite che viene posto è che le proposte non vadano contro i "minimos".

      Si tratta di un passaggio importante. Il movimento comincia a connotarsi ad avere delle richieste precise, che sono costruite nella maniera più partecipata possibile. Si sente parlare di sviluppo sostenibile, di lotta alla precarietà, di lotta alla corruzione, di consumo consapevole. Non si trova una linea, ma si mettono in luce quali sono i temi scottanti da dibattere per cambiare il sistema. Può essere un punto di svolta, il momento in cui si inizia a costruire e non solo a rinnegare.

      All'interno dell'assemblea e dei gruppi c'è un elemento da sottolineare: la cura delle cose e delle persone. Un attenzione all'ambiente enorme, i piatti di plastica vengono riutilizzati, le pulizie vengono organizzate collettivamente. C'è la percezione di un mondo che può cambiare, ma perché il mondo cambi bisogna mettere in pratica il cambiamento. Il concetto "Esta es democracia" viene affrontato fino in fondo.
      Si ricerca in tutti i modi la partecipazione collettiva. Il voto e gli interventi sono due forme di partecipazione, ma anche le norme di condotta sono chiarite a tutti. Vengono consegnati fogli con i diritti base in caso di arresto, vengono affissi cartelli che spiegano il comportamento da tenere in caso di sgombero. Questi comportamenti, inizialmente proposti, sono stati dibattuti e messi a votazione. E' chiaro che il tema più caldo, da questo punto di vista è il rapporto con la polizia.

      Rapporti con la polizia

      Il movimento è pacifista. Non per questo non è radicale. L'obiettivo primario rimane sempre cambiare i sistema, creare un mondo che consideri le persone in quanto tali e non come merce di scambio o meri consumatori. Abbiamo detto che il nemico non è il PSOE o il PP, allo stesso modo il nemico non è la polizia. I poliziotti non sono altro che lavoratori che obbediscono a ordini. Questo non vuol dire che bisogna subire. Anzi.

      Vengono registrati i numeri dei poliziotti ai bordi della piazza, vengono denunciati gli abusi e i maltrattamenti. Viene detto alla gente che atteggiamento tenere. Vengono ignorati quando hanno atteggiamenti ostili. Vengono ricordati a tutti i diritti in caso di arresto, forniti i numeri degli avvocati.

      La forma è quella della resistenza passiva. Si noti che ci sono già stati episodi di tensione, che però non hanno cambiato la condotta della gente.

      La polizia non è un problema, ogni volta che c'è una provocazione o una minaccia si trova un modo di risolvere la situazione che non sia frontale e gli obiettivi rimangono sempre: a) tenere la piazza fino a dove è possibile; b) combattere il sistema.

      La radicalità del movimento sta nell'ostinazione. Dopo il primo sgombero si ritorna nello stesso luogo (è successo a Granada e a Madrid come a Barcellona) e le mosse politiche e di diffusione di questi giorni fanno sì che un intervento della polizia renda ancora più forti le proteste e faccia crescere l'indignazione. In questo esatto momento il movimento gode dell'appoggio di tutta la società, degli interventi di forza sarebbero visti come assolutamente arbitrari.

      Questo forza va consolidandosi.



      Vamos Arriba este es un atraco

      E’ curioso e nello stesso tempo affascinante leggere e ascoltare, dalla Spagna, le testimonianze raccolte in questi giorni a Tunisi
      Sembra che le centinaia di migliaia di persone scese in strada e accampate nelle piazze di tutto il paese, dopo le manifestazioni del 15 Maggio, facciano parte della stessa onda sollevatasi nel Maghreb poco tempo fa, e che ha attraversato anche Londra, Roma e il resto d’Europa.
      La stessa gioventù senza futuro, una generazione precaria e altamente qualificata fa da traino in questa nuova rivolta di massa, che reclama democrazia, libertà e dignità.

      E’ una rivolta prima di tutto contro l’esistente, contro un presente stretto tra precarietà e disoccupazione, contro l’austerity dei soldi alle banche e dei tagli ai servizi pubblici (ultima cronologicamente ad essere colpita la sanità). Una rivolta contro la politica liberista di gestione della crisi del governo “socialista” Zapateriano, contro le banche e il sistema finanziario, contro coloro che si sono arricchiti della povertà altrui.

      Una rivolta contro e oltre partiti e sindacati, considerati come conniventi e interni ai poteri economici, insomma, contro e oltre una rappresentanza in crisi ed incapace non solo di rappresentare ma anche di interpretare e comunicare con la piazza.

      Non a caso i presidi permanenti spontanei sorti in decine di piazze spagnole hanno paralizzato mediaticamente e politicamente la campagna elettorale per le ammistrative di domenica prossima; il Partito Popolare sparacchia contro il governo e si appella all’ordine pubblico, il PSOE mette in scena un goffo e paternalistico tentativo di dialogo (nonostante sia il più aspramente attaccato dalla protesta); tutti si interrogano affannosamente cercando di quantificare i voti perduti. In sostanza non si è capaci rispondere e relazionarsi sul piano del discorso imposto.

      La recente decisione di vietare le manifestazioni nei giorni del silenzio elettorale (sabato) e delle elezioni (domenica) parla della stessa difficoltà delle istituzioni nel reagire, come anche dell’intelligenza e del punto forte del movimento.

      La non-violenza dichiarata fin dall’inizio si è tradotta in una radicale resistenza passiva ed occupazione ad oltranza di luoghi centrali e simbolici per le città, sotto il profilo turistico, commerciale e della circolazione . Un meccanismo dichiaratamente ispirato alla rivoluzione egiziana, che comunica costantemente sul web e che sa attirare il consenso di ampi strati di popolazione. Ora come ora, l’uso della forza da parte delle istituzioni locali potrebbe ottenere un’effetto opposto a quello desiderato.

      In realtà cosa possa succedere dipende prima di tutto dalla capacità di questo movimento di tradurre l’indignazione in rivendicazioni concrete, piuttosto che in pretese giustizialiste di moralizzazione o perfezionamento della classe politica.

      Dipende da quanto l’apparato autorganizzativo minuziosamente calibrato in ogni città (commissioni operative, organi di discussione e confronto, assemblee plenarie decisionali), cominci a funzionare non solo su dichiarazioni di principio ma su prospettive di lotta per il welfare.
      Dipende da quanto i singoli presidi delle varie città, indipendenti e interagenti tra loro, non si isolino ma interagiscano con il resto delle città. E, perché no, con il resto d’Europa.

      Fonte: www.bartleby.info

      Link: http://www.bartleby.info/content/le-rivolte-spagna

      20.05.2011

    1. AlbertoConti 23 maggio 2011

      Tutta invidia

    1. trotzkij 23 maggio 2011

      MANIFESTO “DEMOCRACIA REAL YA”:


      Noi siamo gente comune. Come te, persone che si alzano ogni mattina per studiare, lavorare o per trovare lavoro, persone che hanno famiglia e gli amici. Persone che lavorano duramente ogni giorno per vivere e dare un futuro migliore per chi ci circonda.


      Alcuni di noi ritengono più progressiva, altri più conservatori. Unos creyentes, otros no. Alcuni credenti, altri no. Ma noi che siamo tutti interessati e indignati per lo sviluppo politico, economico e sociale che vediamo intorno a noi. Attraverso la corruzione di politici, imprenditori, banchieri ... Nel senso di impotenza della gente comune.
      Questo ci fa male tutti ogni giorno. Ma se siamo tutti uniti, possiamo cambiare. E 'tempo di muoversi, il tempo per costruire insieme una società migliore. Pertanto fortemente sostengono che:
      Le priorità di qualsiasi società avanzata deve essere uguaglianza, progresso, la solidarietà, la libertà di accesso alla cultura, la sostenibilità ecologica e lo sviluppo, il benessere e la felicità delle persone.


      Ci sono diritti fondamentali che dovrebbero essere coperti in queste società: il diritto alla casa, occupazione, cultura, sanità, istruzione, partecipazione politica, libero sviluppo personale, ei diritti dei consumatori di beni necessari per una vita sana e felice.
      L'attuale funzionamento del nostro sistema di governo economico e non riesce ad affrontare queste priorità e costituisce un ostacolo al progresso umano.


      La democrazia del popolo (demos = popolo, crazia = governo) in modo che il governo dovrebbe essere del popolo. Tuttavia, in questo paese la maggior parte della classe politica non hanno nemmeno ascoltare. Le sue funzioni dovrebbero essere quello di portare la nostra voce alle istituzioni, facilitando la partecipazione politica dei cittadini attraverso i canali diretti che offrono i maggiori vantaggi per la società in generale, non per arricchirsi e prosperare a nostre spese, frequentando solo i dettami della maggiori potenze economiche e aggrappandosi al potere attraverso una dittatura guidata dal PPSOE immobile acronimo partitocrática.


      Ansia e accumulo di potere in poche creare disparità, la tensione e l'ingiustizia, che porta alla violenza, noi respingiamo. I blocchi obsoleti e innaturale modello economico della macchina sociale in una spirale che si consuma arricchendo pochi e precipitare nella povertà e scarsità per il resto. Hasta el colapso. Fino al crollo.


      La volontà e lo scopo del sistema è l'accumulo di denaro, hanno la precedenza su efficienza e il benessere della società. Spreco di risorse, distrugge il pianeta, creando disoccupazione e dei consumatori infelice.
      I cittadini sono parte di ingranaggio di una macchina progettata per arricchire una minoranza che non conosce i nostri bisogni. Ci sono anonime, ma senza di noi tutto questo non esisterebbe, come si muovono il mondo.


      Se una società come imparare a non avere fiducia il nostro futuro ad un ritorno astratto economica a vantaggio non di più, siamo in grado di eliminare gli abusi e le carenze che soffriamo tutti.
      Abbiamo messo i soldi sopra l'essere umano e quando avremo al nostro servizio. Siamo persone, non i prodotti sul mercato. Io non sono solo quello che compra, perché compra e che è comprato.
      Per tutto quanto sopra, io sono indignato.


      Penso di poter cambiare.
      Penso di poter aiutare.
      So che insieme possiamo.
      Uscire con noi. E 'un tuo diritto.



      http://democraciarealya.es/




      La rivoluzione delle cyber-ombre


      Basta visitare il sito Democraciarealya.es per capire che si ha a che fare chiaramente con una facebook revolution, o rivoluzione colorata. Notare la sfilza infinita di anonime associazioni associate con gli indignados. Amorfe, non ce n'è una dalla fisionomia netta e chiara (vedasi la pagina Adhesiones). Ho controllato i primi dodici link, ho trovato una citazione di Lenin, un paio di ong (famigerate) e un blog para filocubano, ma non un SOLO nome o una sigla che sia nota a tutto il mondo. Non compare un nome o una sigla neanche tra i responsabili del sito Democraciarealya.es che indice la manifestazione. Tutto vago e vuoto, senza volto o meglio, incappucciato. E' la forma meno dispendiosa e più facile per creare dei 'rivoluzionari', soprattutto se non esistono. E se non esistono, è difficile scoprirli, criticarli o contestarli.

      L'ondata promossa dai 'cyborg sauditi' di Obama in Mediterraneo si allarga all'Europa. Prima si pesta la società con i tagli del FMI (ricordarsi di strunz-khan e della fine che ha fatto, un modo per farlo stare zitto su quello che sa) creando così le condizioni per fare esplodere, con un programma da nulla e una ideologia della fuffa, un conflitto sociale già latente. La partita che si gioca è semplice. Con le ricette liberiste si sono presi tanto, ma non basta. Ora serve creare il caos e piazzare al potere i pupazzi più amati dai popolini chip-alienati, per prendersi il resto. L'Ue è la prossima del giro, si inizia dalla Spagna e poi si riproverà anche qui.


      E' ragionevoile farsi mobilitare da ombre che esistono solo nello spettro dell'adsl?

    1. AlbertoConti 23 maggio 2011

      Penso, quindi sopravvivo. Questo è il senso ultimo, profondo, e lo trovo molto sano.

    1. geopardy 23 maggio 2011

      Ho letto il manifesto ed esso non ha la pretesa di dire come cambiare il sistema esplicitamente, però, evfidenzia tratti essenziali della ciritica al sitema vigente, soprattutto nella parte finalke del documento e non l'ho trovato così vago come alcuni opinionisti lo interpretano.

      Nella parte finale denuncia esplicitamente il sistema capitalista sia dal punto di vista materiale che filosofico, almeno a me ha dato l'impressione di essere tale, poi, ognuno può leggerselo ed interpretarlo a suo modo, ma bisogna leggerlo e non riportare semplicemente dei surrogati interpretativi altrui.

      Invito il sito a pubblicare la versione integrale del manifesto, onde evitare di creare impressioni capziose sugli intenti di quella gente che si sta facendo un mazzo tanto in Spagna.

      In questa fase non si può pretendere di avere una ricetta in tasca, ma i prodromi di qualcosa di realmente nuovo in esso li ho colti.

      Non bisogna semplcemente accusare i giovani di "egoismo" per carenza di mezzi economici personali e basta, mi sembra normale che la fase precedente un'ventuale rivoluzione sia quella di evidenziare la delusione delle promesse propagandistiche del sistema che si vorrebbe cambiare.

      Non è costruttivo, aldilà dell'innegabile e condivisibile sostanza dell'articolo, tacciare subito di superficialità chi inizia un discorso il cui fine è tutto da sviluppare.

      Penso anchn'io che per contestare un sistema si debba averne in mente un altro, ma andiamo per gradi, stiamo registrando il fallimento evidente di un sitema alimentato da una macchina propagandistica che non ha precedenti nella storia e che non lascia spazio e tempo ad alcuno di noi di poter pensare, siamo ad uno stato sempre più avanzato di droga mentale di massa.

      Se una così grande moltitudine sta denunciando tutto ciò per desiderarne la fine e dà chiare indicazioni di quello che non va più, non saltiamogli addosso subito tacciandoli di superficialismo, non renderemmo un servizio per futuri e più chiari sviluppi della situazione.

      Se son rose fioriranno, non cospargiamo il terreno con il disserbante e prima ancora di vedere spuntare la pianta, questo serve solo a chi sappiamo. Ciao

      Geo

    1. zoster50 23 maggio 2011

      L'articole è pienamente condivisibile, ma quando si è sommersi nella merda fino al collo, l'ottimismo non è più un'opzione, diventa un obbligo. Quando la prima pasta è stata impastata e casualmente, su di essa si è posata una spora che l'ha lievitata, la pasta non era a conoscenza che il lievito esistesse. Mi sono chiesto più volte come avvengano certi fenomeni e a questo proposito ho provato a ragionare sull'"osteria della dame" che ha partorito una concentrazione di cantautori anomala rispetto alla media. Ebbene, a parer mio non si è trattato di una coincidenza; Guccini la frequentava insieme ad amici e conoscenti; ora non so se il merito sia stato suo o di chi altro, però qualcuno ha agito da lievito che ha fecondato le inclinazioni latenti dei frequentatori di quel locale. Più volte nella vita sno stato sorpreso dalla capacità di apprendere delle persone, sopratutto quando venivano a conoscenza di nozioni di cui erano ignare e anche nell'occasione, se non tutti, molti di coloro che si stanno mobilitando prenderanno cosienza. Non mi illudo, perché non ci sono i presupposti, e anche perché, nella storia rivoluzionaria, individui che hanno aderito alla causa ben consapevoli, ad un certo punto del cammino si sono rivelati perfidi controrivoluzionari. Non mi illudo perché sono consapevole che per avere successo, l'indignazione si deve allargare a macchia d'olio in "Europa", ma sopratutto negli "Stati Uniti"; perché la premessa irrinunciabile affinché la lotta contro l'opressione abbia sucesso è spuntare gli artigli al braccio armato del potere finanziario globale. Non mi illudo ma non posso rinunciare al sogno, non lo voglio fare, perché ciò che si prospetta, se non avremmo la forza di ribellarci, è un modello di società che mi fa paura, un modello che mi fa preferire di essere disgregato per ricongiungermi al mondo minerale, anche se dovrò condividerlo con elementi che hanno una concentrazione di veleni creati dalla manipolazione umana.

    1. cardisem 22 maggio 2011

      Ottimo questo articolo e non mi dispiace neppure che sia lungo, che non significa prolisso. Solo che devo trovare il tempo per ritornarci, ma da quanto letto penso di averne colto la sostanza che condivido pienamente. Avrei solo da aggiungere (se non è già incluso nella parte che non ho letto) che sta venendo fuori un problema di assai difficile soluzione: la forma della democrazia rappresentativo (la festa dell’andare quanto più spesso a votare, per restare sempre gabbati) sta rivelando tutto il suo inganno e la sua mancanza di prospettive. Il problema politico da risolvere è quello di trovare la nuova formula per organizzare la nostra esistenza politica... Se vi sarà l’Uomo capace di ciò, ossia di indicare la via, allora forse ci salveremo... Altrimenti, teniamoci pronti a “non esistere”, nel senso che moriremo presto, tutti quanti o buona parte di noi, ammesso che non siamo già morti nella misura in cui hanno ucciso in noi ogni residua speranza. I NOSTRI LEADER, di destra, di centro, di sinistra, di sopra, di sotto, HANNO UCCISO OGNI NOSTRA SPERANZA, o per lo meno non possiamo da loro ricevere speranza di sorta.

    1. stefanodandrea 22 maggio 2011

      Ho pubblicato un articolo molto più sintetico e che esprime le medesime idee, proposte non come impressioni, bensì in forza dell'analisi del "manifesto degli indignati" (i manifesti sono importanti).

      Contro "il manifesto della rivolta in Spagna": Rivoltosi spagnoli, rivoltatevi contro voi stessi! http://www.appelloalpopolo.it/?p=3550

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